Koko, il regalo nero

1976, Suriname. Una visita a un paese straniero da parte di uno scrittore olandese che vorrebbe  tramutarsi nella scelta di una vita, in casa. La scoperta crudele di quanto ancora gli abitanti di quel paese soffrano la schiavitù e siano quindi insofferenti alla presenza dell’uomo bianco, discendente proprio dagli schiavisti, che sarebbe come sale su ferite ancora scoperte nel momento in cui decidesse di stabilirsi lì.

Questo il contesto in cui prende forma l’idea e la storia di Maria, protagonista de Il regalo nero di Dolf Verroen. Quando l’autore, che ho incontrato e che si è rivelato un simpatico e pimpante ottantenne, mi racconta che il proprio editore olandese si disse convinto che Il regalo nero non fosse un libro per bambini non mi stupisco ma non ne condivido assolutamente il parere. Questo per una ragione semplice: sono convinta che se i protagonisti di una storia sono dei bambini, specie se la storia è narrata proprio dalla loro voce, allora ciò che narrano non può che essere adatto alla lettura da parte dei bambini. Anche, e soprattutto, se raccontano orrori, momenti bassi della storia dell’umanità quali possono essere la schiavitù, appunto, o l’olocausto, per esempio.

Maria, bimba dodicenne, ricca e bianca riceve in regalo, il giorno del suo compleanno, un dono speciale: uno schiavo nero, un bimbo anch’esso. Con spontanea leggerezza non si cura di nascondere il proprio punto di vista e le proprie attitudini e parla, racconta come non lesini le frustate se Koko non è abbastanza svelto o sollecito. La stampa tedesca ha criticato l’assenza, in questa storia, di una assunzione di responsabilità chiara, mentre in Olanda molti hanno reagito con rabbia a questo libro che narra la crudeltà degli olandesi. L’autore fa spallucce: è la verità. Come ci si può arrabbiare dinanzi alla verità?

Certo questa storia fatta di 40 pensieri, tutti di Maria, non tutti crudeli come a uno spettatore/lettore esterno potrebbero sembrare a una prima, empatica, lettura, racconta l’assurdo della normalità, normalità in cui anche le cose più ingiuste possono divenire abitudine. Lo stile è quello dell’intimo pensiero. Scorre fluido nonostante all’apparenza richieda più impegno di lettura per il suo essere assimilabile alla poesia, per la struttura che lo caratterizza, più che alla prosa.

Molto c’è dell’autore nei pensieri di questa bambina figlia della sua cultura e prigioniera dell’educazione che le è stata impartita. Dolf Verroen risponde alla domanda di una bambina del pubblico, domanda di una semplicità disarmante: Come si sia sentito scrivendo il libro. “È stato come assistere a un miracolo – risponde l’autore – giacché il libro è nato senza difficoltà, come se fosse già tutto scritto nella mia mente”; e forse è in questo tenero miracolo, in questa comunione tra i pensieri dell’autore e quelli della piccola protagonista, che s’innesta la radice di questo stile efficace ed elegante.

Le azioni di Maria inducono il lettore all’indignazione: perché agisce così crudelmente? E poi allo smarrimento: è la stessa bambina che consola la madre, che si preoccupa con sincerità, che cerca di proteggere il padre? Semplicemente Maria è una bambina e come tutti i bambini ha in sé una buona dose di dolcezza e tenerezza, così come di crudeltà.

Koko ha gli occhi persi nel vuoto,
come se guardasse qualcosa che non c’è.
Mi irrita.
Così mi sono arrabbiata.
«Che cosa guardi?»
Non ha risposto.
Mi sono arrabbiata ancora di più.
Per poco non l’ho frustato.

Koko, il regalo nero, ha una sola libertà: quella del suo sguardo. E ci commuove, la sua ostinazione di bambino nutre il nostro spirito.

 

verroencoverperstampacopiaTitolo: Il regalo nero
Autore: Dolf Verroen
Editore: Beisler
Dati: 2010,  65 pp., 10,50 €

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