Un mare salgariano che inghiotte e restituisce, un mare violato e stanco che genera un’isola di fuoco

Refrattaria ai riconoscimenti ufficiali, sin dalla prima guerra punica un’isola di fuoco emerge e s’inabissa al largo della costa tra Sciacca e Pantelleria. L’ultima volta il 5 luglio 1831, non per molto tempo, solo quello sufficiente ad assistere divertita alle dispute territoriali condotte in suo onore e di essere battezzata Isola Fernandea; giusto il tempo per nutrire di magia e mito la meraviglia degli sguardi che incontravano le sue lingue di fuoco, il suo respiro di vapore nel mare ribollente.

L'isola di fuoco, Emilio Salgari, Luca Caimmi - Orecchio acerbo

L’isola di fuoco, Emilio Salgari, Luca Caimmi –
Orecchio acerbo

Stessa meraviglia (e non riesco a immaginare la mole di lavoro) che necessariamente deve aver investito come un bagliore di fuoco, appunto, gli occhi e la visione immaginativa di Luca Caimmi che intride di sensazioni personali (smarrimento, paura, stupore, sgomento e attesa) le immagini, rendendole specchio oggettivo e non distorto di attitudini specificamente umane; le stesse che hanno toccato le corde della nostra emotività (e rabbia e disperazione) quando un’isola di fuoco, di ben altra natura rispetto all’ottocentesca insula in mari nata, ha irrimediabilmente preso vita dall’esplosione del Deepwater Horizon.

L'isola di fuoco, Emilio Salgari, Luca Caimmi - Orecchio acerbo

L’isola di fuoco, Emilio Salgari, Luca Caimmi –
Orecchio acerbo

Quel lontano evento, quell’Isola di fuoco ha ispirato questa di matrice salgariana ambientata in Nuova Zelanda che Orecchio Acerbo propone per ricordare sia l’anniversario dello scrittore italiano (morto il 25 aprile 1911) sia quello del disastro del Golfo del Messico.

Il colore misto all’acqua così come è steso, così come occupa lo spazio sembra in movimento, ricorda il movimento lento e morbido, ingannevole, che del petrolio sulla superficie del mare. L’immagine si stende sul foglio e lo investe di significanti che superano il limite della soggettività.

Raccontare in questo contesto come le parole di Salgari siano efficaci, taglienti, esse stesse lampi di voce frammista a immaginazione visionaria, incubo, sogno; come la narrazione proceda per quadri sempre più chiari e al contempo sempre più stringenti, come il lessico sia denso di naturalezza, di scientificità letteraria sarebbe quantomeno riduttivo considerata la mole di lavori critici ad esse destinata. Considerare piuttosto l’affinità col nostro tempo, il legame tra quelle righe sulfuree, tra quello sguardo stupefatto e le immagini del presente cui noi stessi (attoniti) abbiamo assistito e soffermarsi sull’efficacia dell’insieme; commuoversi nel crudele parallelo tra le mani dei pescatori che dopo la naturale apparizione dell’isola di fuoco raccolgono a piene mani i pesci da mangiare e quelle sporche di petrolio che cercano di dare sollievo alle creature imbrattate di grasso soffocante e nero. Questa è la chiave capace di annullare le distanze di tempo e spazio riducendole a una linea sottile cui guardare distrattamente mentre ci si immerge nell’inventiva, nella scrittura visionaria di uno degli autori più amati di sempre.

isoladifuococover21Titolo: L’isola di fuoco
Autore: Emilio Salgari, Luca Caimmi
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2011, 48 pp., 18,00 €

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