Pinocchio prima di Pinocchio. E dopo?

È una Genesi laica, di legno e colori immensi quella che ha illustrato Alessandro Sanna, quella di Pinocchio.

All’inizio fu un magma primordiale dal quale si staccò un pezzetto ribelle di luce, probabilmente stanco di brillare nell’universo sconfinato. Velocissimo, e come ben deciso a farlo, atterra in un’esplosione bianca. Queste esplosioni di norma generano distruzioni; di norma. Ma questo pezzetto ribelle di universo no, questo ha seguito la lezione di Munari e genera un albero: da un tronco due diramazioni e da ciascuna altre due, fino a diventare sufficientemente ampio da attirarsi le invidie del cielo che lo colpisce con un fulmine e ne stacca via un ramo.

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Pinocchio prima di Pinocchio, Alessandro Sanna – 2015, Orecchio acerbo

Quando lo vedo, lì dritto, impettito, stagliarsi nell’aurora, o nel tramonto, lo immagino pronto a mirabolanti avventure. E non mi sbaglio: parte a grandi balzi. Non conosce mezze misure. Sembra felice, ma non pare Pinocchio, non vedo il naso lungo che, così di profilo, certamente salterebbe agli occhi. D’altra parte, da come capitombola e si diverte, sembra proprio lui. Non so… io continuo a seguirlo, e con una certa trepidazione, perché il ragazzino di legno si sta fidando ciecamente di un gatto e di una volpe, silhouette nere nella neve bianca, e s’avvia a passo sicuro verso una folla di altri legnosi, verso un bosco, che dal tanto danzare s’infiammano.

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Pinocchio prima di Pinocchio, Alessandro Sanna – 2015, Orecchio acerbo

Scappa! Scappa! Verrebbe da dire, e lo dico, trepidante, specie quando appare un’enorme figura che ingoia tutto, mangia fuoco, fiamme, mangia gli alberi. Il ramo corre, si bagna, si fa ramoscello di pace nel becco di una colomba, incontra un grillo e un gufo e un serpente. Io sono andata oltre, fino alla fine, che è un chiaro inizio. Ma mentre non voglio svelarvi altro, qualcos’altro voglio chiedere all’autore.

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Pinocchio prima di Pinocchio, Alessandro Sanna – 2015, Orecchio acerbo

1. Alessandro, la scelta di raccontare senza parole è dovuta al voler universalizzare, lasciare fuori dallo spazio e dal tempo, il rapporto tra il mito e il lettore?
R: Le parole sono nell’immagine. Potrei anche dire che le parole lasciano il posto ai respiri interni ed esterni di ognuno di noi. Senza parole mi sembra d’esser più libero e la libertà di comunicazione è sempre una chimera che inseguo nei miei libri d’autore.

2. Io ho ritrovato tra le pagine alcune citazioni. La prima, sebbene adattata a tutt’altro contesto, è de “Il Signor Bastoncino” di Axel Scheffler, un’altra è de “Il Piccolo Principe”,  il serpente e l’elefante. Ce ne sono altre, o invece, anche queste due sono “solo” l’ottimo risultato del dialogo che le opere autoriali innescano tra loro?
R: Tutte queste sono assolutamente citazioni appropriate, ma ci sono anche rimandi alla storia dell’arte da Giacometti a Mark Rothko oppure ai mediavali Duccio e Cimabue. Forse anche il cinema d’animazione di silhouette di Lotte Reineger.
La verità è però che tutte le conoscenze implicite ed esplicite sono fuori dalla mia mano quando disegno. Il libro infatti è una metafora dell’essere artista, con il serpente che mangia tutti e poi sputa dal sedere e anche con il pescecane che mangia tutti e rimette al mondo dalla bocca tutti i personaggi. Tutti noi siamo digerenti medium che buttano fuori, da ogni orifizio possibile, il conosciuto e il vissuto.

3. La narrazione, come l’evoluzione, come la vita stessa, è ciclica: si parte da un punto per tornare a un altro molto simile ma del tutto diverso e quindi ripartire: dopo la storia Prima, c’è quella di Pinocchio. E dopo?
R: Dopo c’è un’altra vita. il libro si doveva chiamare “La vita prima della vita” e “La vita dopo la vita”. Pinocchio è venuto a smorzare i toni. Quello che voglio raccontare con questo libro è la fragilità del bambino e precisamente del bambino in condizioni di vita costretta. Mi riferisco alla vita in ospedale di bambini ammalati e purtroppo con poche speranze. Quei bambini li ho visti e incontrati e da lì è partito tutto.

4. Per concludere, ti voglio fare una domanda che qualcuno mi ha suggerito di porti, anche se non svelerò mai chi!, perché della tua risposta non si può far senza: Alessandro, ma come fai a fare disegni così belli?
R: Lavoro tantissimo. Così tanto che anche la mano penso abbia un suo cervello e spesso devo ascoltarla. Grazie!

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Titolo: Pinocchio prima di Pinocchio
Autore: Alessandro Sanna
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2015, 64 pp., 17,50 €

Trovate questi libri tra gli scaffali del Giardino Incartato, libreria per ragazzi in via del Pigneto 303/c, Roma. Oppure, se non siete a Roma potete trovarci su Bookdealer o chiederci di spedire a casa vostra, lo faremo con molto piacere ricorrendo a Libri da asporto.

Cane e lupo, insoliti cugini, alle prese con cucciolo

Cane si veste perbene, vive in una bella casetta, è riflessivo e assennato. Lupo se ne va in giro vestito della sua sola pelliccia selvaggia e ne sa una più della volpe (che però in queste storie non c’è).

Lupo e cane. Insoliti cugini, di Sylvia Vanden Heede, M. Tolman  – 2015 Beisler editore
Lupo e cane. Insoliti cugini, di Sylvia Vanden Heede, M. Tolman – 2015 Beisler editore

I due sono cugini, ma molto insoliti, perché tra di loro non hanno in comune nulla se non una buona parte di patrimonio genetico e vivono avventure semplici, da cane e da lupo, ma molto divertenti, in cui lupo si mostra intelligente e cialtrone, talvolta un po’ dispettoso, e cane orgoglioso, paziente, con una propria personalità ligia, e come non potrebbe?, a se stessa.

Lupo e cane. Insoliti cugini, di Sylvia Vanden Heede, M. Tolman  – 2015 Beisler editore
Lupo e cane. Insoliti cugini, di Sylvia Vanden Heede, M. Tolman – 2015 Beisler editore

I due litigano, poi fanno pace, poi bisticciano ancora, come due veri amici, insomma! Sono 9 avventure in cui il testo (accompagnato da belle illustrazioni a colori) si sviluppa in verticale, come se si trattasse di una filastrocca. Il fatto che sia spesso in forma dialogica permette al giovane lettore di esercitare piacevolmente la lettura espressiva.

Cosa accade quando a turbare questo equilibrio perfetto tra i due insoliti cugini interviene un cucciolo? Beh, sin dalla copertina, in cui i due si fronteggiano digrignando i denti, si percepisce che ci saranno un po’ di disagio e rabbia da gestire e con i quali confrontarsi. Ma queste due anime che si compensano a vicenda, questa diversità di indole e approccio che trova nel digrignare i denti un punto di contatto e comprensione, saprà nutrirsi di umorismo, e momenti di riflessione tali da rendere le loro giornate alle prese con cucciolo, e di conseguenza le loro avventurose storie quotidiane di canini e pelo più o meno arruffato, spassose e coinvolgenti.

Cane, lupo e cucciolo, di Sylvia Vanden Heede, M. Tolman – 2020 Beisler editore
Cane, lupo e cucciolo, di Sylvia Vanden Heede, M. Tolman – 2020 Beisler editore

Lupo e Cane. Insoliti cugini è un libro edito nel 2015 ora in libreria in una veste rinnovata assieme a Cane, Lupo e cucciolo entrambi con una bella novità: ai racconti dal timbro allegro e musicale, arricchiti dalle illustrazioni guizzanti e colorate di Marije Tolman, si aggiunge la possibilità di ascoltare, con la voce di Cristiana Tollis, grazie all’app leggi e ascolta Beisler, in omaggio con l’acquisto del libro, ulteriore passo, zampa nella mano, verso la lettura autonoma.

[Questo libro fa parte della collana Leggogià in cui si usa un carattere più facile da leggere, si chiama Testme, che non affatica gli occhi].

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Titolo: Lupo e cane. Insoliti cugini
Autore: Sylvia Vanden Heede, M. Tolman (trad. Pignatti)
Editore: Beisler editore
Dati: 2015, 94 pp., 15,00 €

 

 

Beisler-Sylvia-Vanden-Heede-Cane-Lupo-e-Cucciolo-coverTitolo: Cane, Lupo e cucciolo
Autore: Sylvia Vanden Heede, M. Tolman 
Editore: Beisler editore
Dati: 2020,120 pp.  16,00 €

Trovate questi libri tra gli scaffali del Giardino Incartato, libreria per ragazzi in via del Pigneto 303/c, Roma.

Clara e le ombre

Questa storia è connotata fortemente e altrettanto fortemente radicata negli anni Ottanta. Sono di quell’epoca i vestiti, gli accessori, il walkman, la polaroid, ma soprattutto è l’atmosfera che ha il sapore di quegli anni e ne restituisce molto vivamente l’immaginario.

Siamo nel 1988 a Brattleboro, negli Stati Uniti. Clara è una dodicenne con un problema di salute che le grava sulle spalle complicando l’insicurezza che la perseguita. Molte delle sue paure sono quelle tipiche dell’età, così come l’inquietudine di certi momenti, però Clara ha dei persecutori sfuggenti e sinistri: da quando ha memoria attorno a lei orbitano delle ombre delle quali non riesce a liberarsi.

A tutto ciò si aggiunge che, dopo che la madre ha lasciato la famiglia, Clara cambia città assieme al padre. A Brattleboro l’ambiente le è ostile, a scuola si ritrova in un contesto respingente ma, con una certa consolante, naturalezza, Clara viene accolta da un gruppo di ragazzi con i quali scoprirà di avere molte cose in comune e grazie ai quali, assieme, riuscirà a fronteggiare più di un mistero.

In Clara e le ombre, graphic novel per ragazzi, scritto da Andrea Fontana e disegnato da Claudia Petrazzi, c’è un filone forte e attrattivo per i ragazzi e le ragazze che è quello dell’inquietudine, del mistero, della paura sottile e insinuante. Sono storie molto amate e cercate in libreria come tra le serie tv (e il nesso con Stranger Things è naturale) e infatti, cosa altrettanto naturale per i comics, si struttura come un film, ne ha il respiro. Non solo per i temi ma anche per il ritmo, così come per la scelta della palette di colori.

Clara e le ombre, Andrea Fontana e Claudia Petrazzi, Il Castoro

A scuola, luogo classico di tensione e salvifico al contempo, Clara incontra Alex, Robert, John, Anthony e con essi anche una parte di se stessa, con la quale si confronta, come in uno specchio, e grazie alla quale, insieme, riusciranno a ricomporre certezze ed equilibri.

Ormai qualche mese fa ho intervistato gli autori di questo libro. L’intervista è visibile sulla pagina Facebook del Giardino Incartato.

Trovate questo libro tra gli scaffali del Giardino Incartato, libreria per ragazzi in via del Pigneto 303/c, Roma.



Camping

Camping è un silent book che si colloca a metà strada tra il realismo più icastico e il surrealismo più onirico. Ci sono, in apertura, due campeggiatori che si scambiano picchetti storti,  come avviene sempre di dover fare anche ai campeggiatori più accorti, ne manca sempre uno; un sub che mentre indossa la muta salva la sua intimità grazie al provvidenziale tronco di un albero; papà che leggono mentre badano ai bimbi più piccoli, mamme che fissano e tendono i pali della tenda.

E un nano di terracotta dallo sguardo guardingo, che pare tutto supervisionare dall’alto di un tavolino con vaso da fiori (ci si accontenta in mancanza di un giardino). E sin qui siamo nella realtà.

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Eilika Mühlenberg, Camping – 2020 Pulce edizioni

Poi a tenderci la mano del surrealismo è il nano stesso, forse non di terracotta ma certamente amico del nonno con bambino al camping al lago in roulotte, perché nelle pagine successive li accompagna in spiaggia, munito di paletta, mentre poche stuoie di lato è stesa al sole un’anatra dal collare, attrezzata di ciabatte e sportina.

Mentre la realtà si mescola con il sogno, si alza il vento. Ce lo dicono i capelli del figlio dei fiori un po’ nerd e un po’ pirata, ce lo dicono i giunchi che si piegano verso l’acqua, ce lo dice la manica a vento tesa verso est. Sotto alla superficie del lago ancora non se ne è accorto nessuno, sopra invece qualcuno sta già in allerta. Anche il protagonista di questa storia ariosa e vivace: il coccodrillo gonfiabile che sorride sornione con l’aria di chi sa già come andrà a finire.

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Eilika Mühlenberg, Camping – 2020 Pulce edizioni

Una folata e vola, vola talmente in alto che nessuno riesce a riacciuffarlo. E nel caos che si genera e morde la coda tra tutte le stravaganze che affollano le tavole a pagina piena e doppia a noi interessano le sorti degli occhiali da vista del signore che pescava sul molo, che interessano all’anatra ma luccicano e fanno gola alla gazza, ma possono essere utili al coccodrillo, per orientarsi meglio nel nuovo elemento in cui si muove. E al signore col cappello da pescatore tornano nei bagni in comune, laddove il realismo impera e la surrealtà diventa semplice stramberia a opera dei campeggiatori. Si fa chiarezza tra animali gonfiabili e in carne e ossa. Non fosse per il nano da giardino che si lava i denti.

Come nel più classico dei Wimmelbuch persino il quadro entro cui si svolge l’azione brulica, di curiose bizzarrie, di avventure, di piccoli accidenti quotidiani che colorano ogni angolo, anche il più nascosto, di fantasticheria. E il coccodrillo? Beh, lui continua a sfoggiare il sorriso sornione e si gode il finale, di cui conosceva già la colorata allegria.copertina

Eilika Mühlenberg, Camping – 2020 Pulce edizioni

 

 

La voce di carta

Ascolta chi sei, dice il sottotitolo dell’ultimo romanzo di Lodovica Cima, e pare un invito anche per chi legge. Una voce sussurrata che ricorre spesso a richiamare la giovanissima protagonista, Marianna, a se stessa, a quanto di forte in essa ci sia, a quante risorse abbia.

Perché gli adulti in principio paiono non ascoltarla, la sua voce, tutt’altro. Arrivato il momento, la stagione giusta, la mettono a parte del viaggio che dovrà compiere, della nuova vita che dovrà affrontare, lontano dalla casa che le è familiare, dai fratelli, dai genitori. Per lavorare a Lecco, giovanissima, ingenua, fragile, povera. Marianna deve andare a lavorare in una cartiera e sarà ospite in un convitto di suore, tutto quello che guadagnerà dovrà spedirlo a casa. Lei è frastornata, impaurita, eppure dispone se stessa alle nuove contingenze e cresce. Sin dall’istante in cui monta sul carretto che l’accompagna a Lecco, cresce.

Anche la zia Ada aveva abbandonato la cascina di campagna per la vita di città ma non per obbedire alla volontà paterna, piuttosto per sfuggirle, alla ricerca di una vita dissoluta per i più, libera per sé e per Marianna. È sua la voce che sussurra alla ragazza di restare vigile, accogliente, di preferire le reazioni di pazienza a quelle irose, di prendere al volo le occasioni con intraprendenza, senza risparmiarsi, di cercare con determinazione le strade verso la libertà, la coscienza di sé. È la zia Ada, forse, che parla; è Marianna.

Dopo l’arrivo a Lecco trionfa il bianco. Bianco è il colore della carta, bianco è il colore degli stracci sudici che la generano, persino di quelli. Bianchi sembrano i pensieri, lucidi e trasparenti come certi fogli e certe limpide sensazioni, d’amicizia, d’amore. Porosi, vellutati al tatto, come certi fogli e certe determinazioni che portano una ragazza di campagna, sul finire dell’Ottocento a un’avventura quotidiana di formazione e crescita.

Marianna scrive e prima di allora impara, faticosamente, a farlo, e così facendo scrive di suo pugno, sulla carta che ha faticosamente contribuito a creare, da sola, la propria esistenza.

Una storia ben narrata, dal lessico accogliente, un romanzo di formazione che consiglio a ragazze e ragazzi dai 10 anni in su.cop

Un gioco da ragazze

Un gioco da ragazze. Che poi sono tre, piccine per l’età, ragazze per l’intraprendenza fantastica. Due gemelle e la loro cugina in visita a casa della nonna, una volta d’autunno, un’altra d’estate. Arrivano che è mattina, per andar via che è sera, dopo esser state nella giungla, in barca ed essersi esibite in capriole spettacolari sulla pista di un circo.

Un gioco da ragazze, di Alessandra Lazzarin, 2020 Orecchio Acerbo
Un gioco da ragazze, di Alessandra Lazzarin, 2020 Orecchio Acerbo

In barca riesci ad andare se il vento è in poppa, riesci ad andarci perbene; e se le vele sono robuste. Bisogna fissarle e tenderle, ci vuole forza, organizzazione. Quelle perfette, che raccolgono tutti i soffi possibili per raggiungere mete lontane, la sera possono anche far da lenzuola, volendo. Basta un ‘oplà!’.

Un gioco da ragazze, di Alessandra Lazzarin, 2020 Orecchio Acerbo
Un gioco da ragazze, di Alessandra Lazzarin, 2020 Orecchio Acerbo

Gioca al gioco dell’immaginazione, Alessandra Lazzarin, e lo fa con un tratto delicato e tenue che si sposa bene con una palette di colori brillante e vivace.  Anche l’acquerello fa bene il suo in questa storia che mescola la fantasia con la realtà, valicandone i confini. Il colore pare agire audacemente, fino a quando non incontra il tratto della matita che lo contiene, dandogli corpo e forma. Proprio come avviene con le bambine, che nel raccogliere mucchi di foglie secche, in autunno, valicano il confine del cortile di casa della nonna per ritrovarsi in un bosco del quale si percepisce l’incanto non tanto per il proliferare di animali selvatici, ma nello sguardo delle tre, che quegli animali selvatici leggono docili.

Un gioco da ragazze, di Alessandra Lazzarin, 2020 Orecchio Acerbo
Un gioco da ragazze, di Alessandra Lazzarin, 2020 Orecchio Acerbo

Scene quotidiane che divengono vividi scenari immaginari e un’ultima che chiude la narrazione, nella quale eravamo entrati con una capriola, mescolando i due piani.

Un gioco da ragazze, di Alessandra Lazzarin, 2020 Orecchio Acerbo
Un gioco da ragazze, di Alessandra Lazzarin, 2020 Orecchio Acerbo

La vena narrativa delle giornate trascorse a casa coi nonni è sempre feconda, Alessandra Lazzarin l’aveva già esplorata con il suo lavoro d’esordio “Grilli e rane“, illustrando le mie parole di avventura, tempo libero di trascorrere senza intralci, libertà. Mi pare di scorgere in “Un gioco da ragazze” gli stessi occhi felici.


cop_un_gioco_da_ragazzeUn gioco da ragazze, di Alessandra Lazzarin, 2020 Orecchio Acerbo

 

 

 

 

Hai la mia parola

Con ‘hai la mia parola’ si intendono più cose. È, per cominciare, una dichiarazione di fedeltà, è un giuramento, di quelli che raramente si infrangono, perché solo a dirlo la consapevolezza della serietà dell’impegno è un sigillo. È una dichiarazione d’amore: tu che mi ascolti sai che qualsiasi cosa io dirò lo farò anche per te; se sarai fragile, dirò parole forti, se sarai avventata ne dirò di caute. Io per te. Oppure a parti invertite potrebbe intendersi come se qualsiasi cosa io possa dire è tua, riflette un tuo pensiero.

Infine, se a parlare è una sorella e ad ascoltare è l’altra, e si sostengono e amano a vicenda allora ‘hai la mia parola’ è la frase perfetta per descriverne il legame ed è un titolo altrettanto calzante per un romanzo che sulla parola e la consapevolezza del suo uso si innesta e cresce.

HAI-LA-MIA-PAROLALe due sorelle si chiamano Nera e Mariagabriela, ma di Nera nessuno dice a voce alta il nome, la chiamano la zoppa, la storta, piuttosto. Mariagabriela è bellissima e mite, la vita all’aria aperta però l’ha resa robusta, forte, le sue radici di bambina orfana di madre e figlia di contadini, invece, la rendono socialmente fragile e quindi preda perfetta per i soprusi dei vili. Nera ha imparato a leggere, ciò l’ha resa consapevole e ribelle, capace di usare le parole per difendersi, come una risorsa per sfuggire alle angherie, per salvare, dalla sorte disgraziata cui pare destinata, la sorella.

Ci sono una matrigna crudele e ottusa, un padre debole e manipolabile; c’è la povertà che tutto ammanta di disperazione e limita le scelte. E infine l’amicizia, l’amore, i legami tra i deboli che diventano catene resistentissime capaci di rivalsa. È una fiaba drammatica e perfetta, con la forma del romanzo. Anche i capitoli girano attorno alle parole e da esse si muovono, una parola, un titolo, per ogni lettera dell’alfabeto e tre parti che sembrano andare in direzioni diverse e infine tutte in una convergono, ‘hai la mia parola’, per sempre.

Nera si muove per le terre di un’isola aspra, che è la Sardegna, con un amico fedele e dei compagni animali (una capretta e un gatto) che vivono con essi d’amore e gratitudine; fa delle parole e della sua capacità di narrarle la propria salvezza, dando luogo a una protagonista indomita e fiera, capace di grandi slanci d’amore, di sacrifici, di coraggio.

Un romanzo avventuroso e pieno, capace anche di un finale non scontato.

Bastano cinque ciliegie

Bastano cinque ciliegie, Vittoria Facchini - Terre di Mezzo, 2020

Bastano, bastano davvero. Col tempo giusto, lo spazio giusto. Che poi sono quelli che ciascuno di noi si prende, sceglie per sé. Quindi bastano, davvero e sempre.

Bambini, guardate!
Le prime ciliegie dell’albero piantato da papà.

Cinque per te e cinque per te, eccole qua.

“Bastano cinque ciliegie” comincia così, con una mamma che distribuisce una manciata di frutti ai propri bambini, cinque ciascuno; o meglio comincia ancor prima, quando sulla prima sguardia una distesa di fiori soffici, profumati, disvela solo in parte il volto sereno e sorridente della mamma e i primi giochi dei bambini. E poi i frutti, rossi, tondi, brillanti e pieni, dai piccioli lunghissimi, resistenti a ogni gioco, ogni pensiero.

Bastano cinque ciliegie, Vittoria Facchini - Terre di Mezzo, 2020
Bastano cinque ciliegie, Vittoria Facchini – Terre di Mezzo, 2020

E le mani che si fanno strumento per lanciare, portare, accompagnare intrecciare giochi, presente, fantasia e ricordi.

Le pennellate sono dense e piene, un tratto corposo e dinamico che segue la narrazione, pagina dopo pagina, e cambia tono, ammorbidendosi sulle tracce delle idee, delle trovate dei bambini, adattandosi alla nostalgia come alla gioia, ai momenti di stanchezza come a quelli di frenesia.

Bastano cinque ciliegie, Vittoria Facchini - Terre di Mezzo, 2020
Bastano cinque ciliegie, Vittoria Facchini – Terre di Mezzo, 2020

I bambini sono due ma sulle prime li ho pensati come se fossero uno solo, che un solo bambino parlasse di tanti e diversi, così come un solo bambino fosse portatore ed espressione di tutti i momenti tanti e diversi di ogni quotidiano, di ogni pomeriggio passato nell’orto, nel salotto di casa, o mattina sotto a un ciliegio.

I due bambini sono vestiti in maniera molto simile e sembrano avere la stessa età, distinti solo dalle scarpe e dal nastro con il quale giocano, sono allo stesso tempo due persone a sé stanti, proprio come due ciliegie nate e pendenti da uno stesso picciolo.

Bastano cinque ciliegie, Vittoria Facchini - Terre di Mezzo, 2020
Bastano cinque ciliegie, Vittoria Facchini – Terre di Mezzo, 2020

Condividono lo stesso numero di ciliegie, hanno la stessa mamma e un comune senso di nostalgia, che li induce a socchiudere gli occhi e allungarsi il più possibile, tendendo le mani, per mandare pensieri e doni a quel papà che si intuisce assente e al quale devono la bellezza dei frutti coi quali giocano, il loro rosso, il loro tondo sapore dolce.

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Bastano cinque ciliegie, Vittoria Facchini – Terre di Mezzo, 2020

Ho avuto il piacere di intervistare Vittoria Facchini per la mia libreria, Il Giardino Incartato.

 

Il tesoro di Nina

Il tesoro di Nina è uno degli albi finalisti della sesta edizione del Silent Book Contest – Gianni De Conno Award 2019, primo concorso internazionale dedicato al libro senza parole promosso, tra glia altri, da Carthusia Edizioni che per gli albi selezionati ha ideato una collana dedicata.

L’autrice, Sonia Maria Luce Possentini è illustratrice, pittrice. Nelle sue opere, nei suoi libri crea, con l’equilibrio che ne caratterizza lo stile, poetico ed evocativo, storie che illuminano la realtà delle piccole cose, rivelandone la grandezza.

Il tesoro di Nina, di Sonia Maria Luce Possentini - 2020, Carthusia
Il tesoro di Nina, di Sonia Maria Luce Possentini – 2020, Carthusia

Il tesoro di Nina è un albo che saltella con grazia e leggerezza di scalpiccio di piedini sul bagnasciuga, per poi fermarsi, distrarsi mollemente a smuovere la superficie della sabbia e indugiare su quello che c’è, potrebbe esserci, al di sotto di essa.

In una delle prime tavole Nina indica un gabbiano, teso con un tratto deciso a tagliare l’aria, è l’immagine che introduce al senso dell’albo intero: questo ditino che punta verso una cosa meravigliosa, qual è un uccello in volo, lascia spazio a diverse domande che inducono e si radicano nella meraviglia.

Il tesoro di Nina, di Sonia Maria Luce Possentini - 2020, Carthusia
Il tesoro di Nina, di Sonia Maria Luce Possentini – 2020, Carthusia

La stessa immagine mi porta al pensiero di questa bambina ritratta sempre in movimento, anche quando questi ultimi sono lievi, piccoli movimenti di sguardi, di bocca, di mani e piedi in un contesto che sembra immobile pur muovendosi e lo fa non tanto per il mare, che rimane nonostante questa mia percezione, uno dei protagonisti principali: ciò che si legge di più è il vento, l’aria, il movimento del vento sulle cose che crea altro movimento e che genera la narrazione.

Il tesoro di Nina, di Sonia Maria Luce Possentini - 2020, Carthusia
Il tesoro di Nina, di Sonia Maria Luce Possentini – 2020, Carthusia

Si tratta di un albo gioioso in cui l’infanzia è protagonista e invita a prendersi il proprio tempo, per socchiudere gli occhi o spalancarli e fermarsi, tutto il tempo che si desidera, per averne per trovare bellezza, sorrisi, tesori.

Il Tesoro di Nina di Sonia Maria Luce Possentini, Carthusia Edizioni – 2020, 19,90 €, 36 pp.