Il pavee e la ragazza

Il pavee e la ragazza, di Siobhan Dowd, Emma Shoard - 2018 Uovonero

Può la lettura rivelarsi il collante primo tra un ragazzo e una ragazza, considerato che il primo non sa leggere e pare che non abbia alcuna intenzione di imparare a farlo?

Pare, così sembra. Così come pare, così sembra, che gli zingari rubino e pare, così sembra, che lancino maledizioni.

Il pavee e la ragazza, di Siobhan Dowd, Emma Shoard - 2018 Uovonero
Il pavee e la ragazza, di Siobhan Dowd, Emma Shoard – 2018 Uovonero

Jim un po’ coccola e un po’ risente delle parole ripetute dalla madre come un mantra

“Non ti invischiare con nessuno dei buffer. Sono tutti uguali. A noi pavee ci odiano. Con loro fai quello che devi fare e poi vattene”.

Jim deve imparare a leggere e scrivere, tenere d’occhio Declan, che soffre di asma ed è molto fragile, e stare alla larga dai buffer. Tre dettami volti allo stesso risultato: proteggersi dai guai.

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Il pavee e la ragazza, di Siobhan Dowd, Emma Shoard – 2018 Uovonero

Siobhan Dowd ha lavorato a lungo per la protezione delle persone emarginate, in particolare per le comunità nomadi in Irlanda e in Inghilterra. In questa, che è la sua prima storia, Jim, il ragazzo protagonista viene definito “zingaro”, “rom”, per rendere appieno il tono dispregiativo cui i “non zingari” si riferiscono a lui o gli si rivolgono. Siobhan Dowd per definire Jim non sceglie né i termini di uso dispregiativo, né quelli convenzionali della stampa (“nomade”, “gitano”), opta per “pavee” che non è termine usuale né atipico. È di questa storia, suo proprio.  Jim è un pavee e i non-pavee sono buffer (termine che Sante Bandirali ha lasciato originale per conservarne la specificità).

In queste pagine abitano quindi Jim, parecchi pregiudizi, i genitori e i suoi amici pavee, i buffer, molto odio e Kit. La ragazza del titolo,che non è che sé stessa, sa leggere e ama cantare.

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Il pavee e la ragazza, di Siobhan Dowd, Emma Shoard – 2018 Uovonero

Parola dopo parola si ha la sensazione che si renderà necessario prima o poi andare altrove, cambiare, crescere. Che arriverà il momento in cui si renderà necessario farsi forza. Le illustrazioni ad acquerello di Emma Shoard insistono su questo: le pennellate non restano nei margini, valicano il confine in volute a volte piene, altre sfrangiate; raccontano i tentativi sghembi del pavee e della ragazza di liberarsi, andare oltre, cercare un cantuccio che sia solo loro in cui non aver timore di leggere una parola per un’altra, di cantare a squarciagola, di fermare la corsa della biglia della maldicenza che a furia di rotolare senza freno, finisce per imbrattare anche il vetro più brillante di polvere e fango.

È una storia dolorosa in cui i più fragili sono sconfitti dalle contingenze, in cui gli ultimi, però, conservano il coraggio di essere sé stessi, in un incrollabile equilibrio tra il perdere e conquistare la libertà. </p

51riklc7bhl._sx344_bo1,204,203,200_Titolo: Il pavee e la ragazza
Autore: Siobhan Dowd, Emma Shoard
Traduzione: Sante Bandirali
Editore: Uovonero
Dati: 2018, 101 pp., 15,00 €

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Canto di Natale e altri racconti

Canto di Natale e altri racconti, adattamento di Sara Marconi, illustrato da David Pintor - 2018 Lapis

I dolori che ricordi hanno dentro, in realtà, l’eco delle cose buone; e se perdi gli uni perdi anche gli altri.

Redlaw è uno stimato professore ma ha l’aspetto trasandato e consunto di chi abbia un dolore logorante nel cuore. In passato ha subito l’abbandono della persona amata ma soprattutto il tradimento del suo migliore amico. Vive tra il conforto dei suoi domestici (il custode e i suoi onestissimi genitori) e quello dei suoi libri.

Una sola cosa vorrebbe: dimenticare i torti subiti e recuperare la serenità ormai consumata dalle delusioni del passato.

 

Redlaw si muove in una Londra che è povera, fumosa; pur essendo un professore si sposta dal suo agio per svolgere il suo ruolo, pienamente, tra la gente semplice. Tra botteghe che sono anche case piene di bambini (o bocche da sfamare e stanzette in affitto per studenti squattrinati.

Il patto col fantasma è, secondo solo a Il canto di Natale, il racconto più lugubre tra i cinque natalizi scritti da Charles Dickens. Uscì la prima volta nel 1848 e racchiude nello spazio di poche pagine tutti i tratti fondamentali del romanzo sociale mescolati a un tormento interiore la cui resa è profonda e delicata.

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Il frontespizio della prima edizione de Il patto col fantasma, 1848

In questa edizione di Lapis le illustrazioni di David Pintor, coi tratti spigolosi e netti, contribuiscono ad acuire i tormenti dei protagonisti, così come le loro gioie. Capita che a guardarlo con superficialità Redlaw sembri un uomo diverso, così come è rappresentato, invece è proprio lo stesso, a renderlo diverso è la resa della sua anima, ormai consapevole che senza considerare il passato non si può ascoltare il presente. Cambia il timbro nel testo e cambia nelle illustrazioni. Nasi prominenti, braccia ossute, volti appuntiti; gote rubiconde, bustini pieni; ombre e luci sulle pareti di mattoni, sulle strade grigie. Tutto contribuisce ad alimentare la tensione e poi a scioglierla sulle note di un violino, la notte di Natale.

51vsXmfTxzL._SX342_BO1,204,203,200_Titolo: Canto di Natale e altri racconti
Autore: adattamento di Sara Marconi, illustrato da David Pintor
Editore: Lapis
Dati: 2018, 143 pp., 13,50 €

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Il ragazzo fantasma

Edito per la prima volta nel 2000 (e poi tradotto da Chiara Gandolfi e pubblicato in Italia da bohem press nel 2011 con le illustrazioni di Federico Appel), “Il ragazzo fantasma” è un romanzo complesso che comprende in sé la tensione sottile dell’horror, la delicatezza della meditazione sul senso di sé e della vita (e quindi della morte), la difficile acquisizione della consapevolezza della rilevanza delle proprie azioni.

David è un ragazzo di 12 anni, basso per esserlo e per questo bullizzato a scuola. I genitori di David sono separati e la madre vive proprio in un altro Paese, ma il padre, Harry, riservato e mite, è premuroso e accogliente. Nonostante ciò o a causa di tutto ciò David col padre parla poco, per niente. Preferisce covare in sé le proprie insicurezze e lasciarle fluire in idee e azioni del tutto controproducenti nell’ottica del trovare sfogo o serenità, ma piuttosto rilevanti, sebbene drastiche, in quanto ad autonomia e crescita.

Il ragazzo fantasma, di Melvinn Burgess, ill. di Federico Appel - 2011, Bohem Press
Il ragazzo fantasma, di Melvinn Burgess, ill. di Federico Appel – 2011, Bohem Press

David aveva paura, una paura folle! Ma su David la paura aveva l’unico effetto di dargli uno stimolo in più

Uno stimolo in più, una ragione assieme alle altre per cedere a quella voce irresistibile che spinge David a intrufolarsi nel condotto di aerazione. Spiare gli altri e perpetrare piccole vendette ai danni di persone innocenti sembra essere per David una buona risposta ai soprusi che subisce quotidianamente. Ma tutto si complica e assume contorni inquietanti quando trova un compagno di scorribande piuttosto arrabbiato ed evanescente: lo spettro di un ragazzo carico di rabbia e insoddisfazione.

Chi è questo fantasma, o meglio, chi era? Perché è così ostinatamente crudele col mite vecchietto ultranovantenne dell’appartamento del quinto piano?

David si lascia trascinare in un crescendo di violenza e vandalismo che molto incidono sulla salute, già molto precaria del signor Alveston, fino a ficcarlo in un guaio che non vale assolutamente l’amicizia, apparentemente incredibile, con un fantasma.

David e il ragazzo fantasma distruggono l’appartamento del vecchio; per il fantasma, ovviamente, nessuna conseguenza, per David un po’ per costrizione (il padre gli impone di fare amicizia con lui), un po’ per scontare la pena inflittagli dal giudice, comincia un periodo di crescita inatteso: si sorprende a stringere con il signor Alveston un’amicizia profonda e sincera che condurrà entrambi verso una maturazione; verso loro stessi, con consapevolezza.

Lo spazio dietro al muro, però, continua a chiamare. Chiama David, chiama il signor Alveston.

Non ci andrò, – promise  se stesso.Poi lo disse ad alta voce: – Non ci andrò! – Gli rispose solo il silenzio, ma un silenzio con dentro qualcuno.

Non posso andare oltre senza svelare il nodo e la chiave di questo che è un romanzo in cui la tensione e il mistero sono prevalenti, ma posso dirvi senza dubbio che Burgess è magistrale nel rendere entrambi profondi, costellando la narrazione di elementi introspettivi veramente eccellenti. Quello di Burgess è, come sempre, uno sguardo attento e premuroso sull’adolescenza, e le sue dolorose contingenze sociali e interiori. Qui l’adolescenza si mescola con la vecchiaia, tingendo il tutto di un’atmosfera incalzante, per lo scorrere del tempo presente, e soffusa, per il ricordo di quello passato. Un romanzo la cui lettura consiglio dai 9 anni in su.

Il ragazzo fantasma h230Titolo: Il ragazzo fantasma
Autore: Melvin Burgess (ill. in bianco e nero di Federico Appel), trad. Chiara Gandolfi
Editore: Bohem Press
Dati: 2011, 184 pp., 16,50

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Una per i Murphy

Carley Connors è talmente vera da sembrare finta. Soffre di pene che ferirebbero anche il cuore più coriaceo, soffre di abbandoni che non sono solo fisici. Soffre anche di sé stessa, a causa di un cumulonembo di lacrime che rimane compatto, non si scioglie in pioggia, mentre disseterebbe la consolazione, la speranza. Ma Carley viene da Las Vegas e lì, a quanto pare, piangere è da idioti. Quindi non si piange, nemmeno quando ci si risveglia in ospedale ricoperte di lividi, nemmeno quando si ha un ricordo inquietante sul come ci si è procurati quei  lividi, nemmeno quando la propria madre naturale è in coma e si viene dati in affido a una famiglia che sembra candita. I Murphy sono impeccabili, profumati, gentili, organizzati. I Murphi sono talmente perfetti da sembrare costruiti.

L’incontro tra queste due finzioni apparenti sembrerebbe condurre su sentieri poco praticabili. E invece, con una maturità più consapevole da parte dell’autrice rispetto a Un pesce sull’albero, le due strade trovano diversi punti di intersezione sebbene continuino a mantenersi sempre indipendenti  tra loro. Leggendo si percepisce una cura molto attenta proprio al non lasciare che la corsa della storia, che è quella di un’adolescente, quindi va veloce di per sé, subisse il passare del tempo, l’immediatezza dei sentimenti, il loro evolversi. Si arriva sempre come se si passeggiasse lentamente; di tanto in tanto per inciampi, qualche salto repentino, qualche sosta, per recuperare l’affanno di certe emozioni.

Carley è caparbia, intelligente, generosa. E ha una qualità tra le più belle e salvifiche: si pone sempre delle domande e non si ferma mai alla prima risposta. Sa stupirsi nel vedere disattesi i propri pregiudizi e cresce, e crescendo cambia, e mentre tutto questo accade, attorno a lei anche gli altri crescono e cambiano, fino a un finale che è forse il più giusto ma anche tremendamente doloroso.

Anche in questo secondo romanzo di Lynda Mullay Hunt ho avuto lo stesso timore che avevo rischiato nel primo: che a un certo punto il rapporto tra Carley e il figlio maggiore dei Murphy, Daniel, potesse risolversi nel classico contrasto tra caratteri forti che si scontrano duramente per poi imparare ad amarsi nel riconoscersi simili. Ma ho sciolto il nodo così come era avvenuto con Un pesce sull’albero, modificando solo il contingente: non è piuttosto vero che in un contesto come quello familiare, le dinamiche di aggregazione rispondono a determinati principi, si muovono su binari piuttosto definiti?

E infatti mi sono dovuta ricredere, in un certo senso l’incedere della storia mi ha rassicurata. Non c’è niente di scontato, specie quando si tratta di considerare e raccontare il rapporto tra una figlia e la propria madre, o, meglio, tra una figlia e le due madri che ha avuto occasione di conoscere e amare.

Più volte è citato un celebre albo di Shel Silverstein, L’albero. In quell’albo si racconta di un bambino che gioca con un albero, e passa il tempo assieme a lui, il tempo della sua crescita, e ad esso confida i suoi segreti, entrambi si innamorano l‘uno dell’altro, l’albero regala al bambino i suoi frutti e il bambino li accetta con naturalezza, come se fosse scontato – perché lo è tra una bambino e la propria madre -, fino a chiedere qualsiasi cosa, e a riceverla, fino a chiedere tutto, e ad essere, comunque, inconsapevoli nel ricevere e felici nel dare.

“L’albero è proprio scemo”.

[…]

“Carley, tesoro. È un libro sull’amore incondizionato”. Prima di finire esita un istante. “L’albero è un libro sull’amore di una madre per il proprio figlio”.

Faccio un passo indietro e mi appoggio di nuovo alla parete.

Una per i Murphy è un libro sull’amore incondizionato; anch’esso, come L’albero, smarrisce, pone domande, mette con le spalle alla parete.

one-for-the-murphy.jpgTitolo: Una per i Murphy
Autore: Lynda Mullaly Hunt
Traduzione: Sante Bandirali
Editore: Uovonero
Dati: 2018, 270 pp., 14,00 €

C’erano tutti nella grande aia

C'erano tutti nella grande aia, di Nino De Vita, illustrazioni di Armin Greder - 2018 Orecchio Acerbo

C’erano tutti nella grande aia, me compresa. Sotto forma di una piuma svolazzante, un fiore di geranio, un petalo d’oleandro. Insieme al maiale che è talmente consapevole di sé da non sembrarlo affatto, insieme a oche, anatre, galline. E io, c’ero anch’io, lo dicevo, grazie alla poesia di terra e fango, di ortica e sole di Nino de Vita che pare d’averla vissuta davvero, che sia un ricordo, un ricordo d’accidenti quotidiani, così semplici da conservare in sé la meraviglia stupefacente di un amore che nasce e di una vita che si spegne, in maniera drammatica, grottesca.

C'erano tutti nella grande aia, di Nino De Vita, illustrazioni di Armin Greder - 2018 Orecchio Acerbo
C’erano tutti nella grande aia, di Nino De Vita, illustrazioni di Armin Greder – 2018 Orecchio Acerbo

Ntonu è un maiale, Il maiale protagonista di questo componimento in tre canti; il suo tempo scorre tra la noia di giornate sempre uguali a loro stesse, e lui lo trascorre, ignaro di quanto quello a lui destinato sia breve, annusando i fiori, guardando le faccende altrui, osservando tutto quanto accade nella grande aia. Si tiene in disparte Ntonu, un po’ come fa il siciliano sulla sinistra di ogni doppia pagina, perché se irrompesse nell’italiano sarebbe incontenibile, così Ntonu con la sua irruenza creerebbe scompiglio tra gli altri pacifici animali.

L’uomo c’è, senza dimenticare chi ne scrive e chi ne legge, ed è un ragazzo, così come lo era ne La casa sull’altura, che gioca con lui, lo accarezza, se ne prende cura.

C'erano tutti nella grande aia, di Nino De Vita, illustrazioni di Armin Greder - 2018 Orecchio Acerbo
C’erano tutti nella grande aia, di Nino De Vita, illustrazioni di Armin Greder – 2018 Orecchio Acerbo

Fino a quando Ntonu, per amore, non irrompe nel palcoscenico della vita agreste che è l’aia e ne diventa protagonista (così come il siciliano resiste fedele a se stesso e irrompe nei versi in certe parole che sembrano altro e invece non sono: animalaccio, non è una belva feroce quanto piuttosto descrittivo di un tripudio ridondante di bellezza). Un pavone entra in scena: bellissimo, mai visto prima. Irresistibile per Ntonu. La prima e l’ultima sortita sulla vita di ogni giorno, che è sempre, sempre, meravigliosa.

C'erano tutti nella grande aia, di Nino De Vita, illustrazioni di Armin Greder - 2018 Orecchio Acerbo
C’erano tutti nella grande aia, di Nino De Vita, illustrazioni di Armin Greder – 2018 Orecchio Acerbo

Il ritmo, già cadenzato dalle parole, si muove armonico anche nelle illustrazioni di Armin Greder. Sulle doppie pagine con testo a fronte Ntonu, il maiale, su fondo bianco, si staglia tratteggiato a inchiostro, a queste segue sempre una doppia pagina a illustrazione piena che sposta l’attenzione dal protagonista solitario alla fattoria piena di vita, in netto contrasto con il destino che aleggia come spada sul capo del maiale e sulla sua esistenza, che, lo si percepisce dal primo verso (Risiedeva, castrato,/ in un buco di casa/ il giovane maiale) risente in maniera coatta dell’intervento dell’uomo. Fino al climax, quattro pagine che si spiegano e aprono su un pavone ammantato di colori, i suoi, brillanti, ricchissimi, per poi richiudersi e tornare a Ntonu e al suo destino e al suo straziante addio, che rimesta gli animi delle oche e delle galline nell’aia, stavolta sì,  e le induce al volo, o perlomeno a quell’istinto di volo che permane sotto lo strato superficiale e addomesticato delle loro piume.

copertinaTitolo: C’erano tutti nella grande aia
Autore: Nino De Vita, Armin Greder
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2018, 32 pp., 15,00 €

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I figli del mastro vetraio

Il proprio destino nessuno sappia prima; sua è la mente più sgombera d’affanni. (Havamal)

Ciononostante, la mente di Sofia, donna semplice ma consapevole delle proprie gioie così come dei propri affanni, nonostante cioè Svolazza Bel Tempo le abbia negato la lettura del futuro intrecciato nel tappeto a lei destinato, non è sgombra, è carica di brutti presagi, sensazioni angoscianti.

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I figli del mastro vetraio, di Maria Gripe, illustrazione di Harald Gripe

Sofia vive una vita dal quotidiano ripetitivo e sereno, fatto di cibi frugali, assenze, fatiche, parole misurate e abitini consunti. Un quotidiano che è tipico delle fiabe, povero ma felice e completo. Grazie soprattutto all’amorevole presenza di un marito mastro vetraio e dei due bimbi, fratellino e sorellina, generosi e allegri.

Si apre con la citazione che ho scelto di riproporre incominciando a scriverne, questo che è il quinto libro della collana I Miniborei di Iperborea; e già racconta in quelle poche parole tutto quanto una fiaba possa contenere: ci sarà un destino che complicherà la vita dei protagonisti rendendola triste, affannosa. Un destino talmente brutto che sarebbe meglio evitarlo. Quindi ci sarà un accidenti che si affronterà con avventatezza, e almeno una circostanza in cui un aiutante, magico o no che sia, offrirà il proprio aiuto per dissipare il buio dell’orizzonte.

“Tu porti al dito un anello. Sofia”, disse Svolazza Beltempo. “Se un giorno la sventura ti cogliesse, mandami quell’anello e io ti aiuterò, dovunque sarai. Non dimenticare le mie parole! Mandami l’anello!”

Dunque, nell’antico paese di Penuria i fratellini Pietro (perché fa rima con ‘vetro’) e Chiara (perché fa pensare alla trasparenza del vetro) vivono insieme alla mamma Sofia e al papà Alberto, mastro artigiano del vetro che realizza vasi e bicchieri. Ne vende pochi di vasi, Alberto, ma li crea con passione e la sua passione li rende i più belli, anche in mezzo a tutte le mercanzie della grande fiera di primavera, e non sfuggono all’occhio allenato a realizzare tutti i più raffinati desideri del Sovrano della Città dei Desideri. Che, dopo quella fiera, stampa a fuoco l’immagine di Pietro e Sofia nella propria memoria: potrebbero essere la personificazione di uno dei pochi, se non l’unico desiderio, che non è riuscito a realizzare per la moglie.

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I figli del mastro vetraio, di Maria Gripe, illustrazione di Harald Gripe

E dunque li rapisce. Senza pensare nemmeno per un momento alla sofferenza che imporrà loro, senza curarsi del solco di dolore profondo che segnerà nella vita dei due genitori, porta i due bambini nel suo palazzo incantato, circondato da un fiume che annega i ricordi, zeppo di preziose meraviglie, incantato e privo di ogni incanto, soffocante per qualsiasi anima libera, soprattutto per i bambini che smarriscono i ricordi, perdono se stessi.  Fino a quando la magica raccomandazione che ci aveva messo in allerta al principio si espleta per mano di Svolazza Beltempo e de suo corvo da un occhi solo, Savio…

È una lunga fiaba complessa e ricca, ricca di dettagli, di magia, di meraviglia. Un racconto fiabesco che segue le tracce dei miti nordici (ho riconosciuto quello di Odino, per citare il più esplicito) e si tiene in equilibrio nella lotta esacerbata e necessaria all’avventura tra bene e male.

Vincitore del premio Andersen nel 1974, I figli del mastro vetraio è un classico moderno di una delle più grandi autrici di libri per bambini e per ragazzi dei nostri tempi, Maria Gripe.

20180312172600_figli.jpgTitolo: I figli del mastro vetraio
Autore: Maria Gripe, ill. di Harald Gripe
traduttore: Laura Cangemi
Editore: Iperborea
Dati: 2018, 256 pp., 13,50 €

Cosa saremo poi

La forza di questo libro si innesta nel titolo. Esso racchiude tutto quanto e racconta, racconta di qualcosa che è accaduto che si intende gravissima, di più persone coinvolte, di un confine superato e poi attraversato ancora per tornare indietro e, assieme, andare avanti.

Cosa siamo stai? Cosa siamo e cosa saremo poi, quando tutto, anche l’irrimediabile, sarà accaduto?

È un titolo drammatico ma che lascia presagire una crescita. È l’inizio di una storia.9788878745292_0_0_0_75

E la storia è questa: una ragazza adolescente ha tentato il suicidio, un gruppo di bulli, capeggiati da un ragazzino carismatico e opportunista, l’ha messa alla berlina, umiliandola online, prendendosi gioco delle sue debolezze, dileggiandola pubblicamente diffondendo in rete delle sue foto private. Lasciandola sola, in una solitudine completa e complessa fatta da un miscuglio venefico di indifferenza, superficialità, angoscia e vergogna.

Quando una ragazzina compie un atto così drammatico ed estremo, o tenta di compierlo, da adulti ci si sente ingabbiati in una sensazione che è soprattutto fatta di colpa. E di domande. Cosa avrebbero potuto fare i “grandi” per evitare che i “piccoli” fossero preda di una spirale così orribilmente adulta? Intervenire sugli strumenti, ponendo un divieto o delle condizioni d’uso, andando a ingerire dunque anche sulla libertà personale? Puntare all’educazione digitale? (ma quanto siano i media il problema è da definire) Porsi in ascolto?

C’è un divario, ben raccontato in questo romanzo, tra adulti e ragazzi. Un divario che non è solo generazionale ma anche di attitudine e consuetudine. Le famiglie non vedono, non colgono segnali più o meno evidenti, non ascoltano. E le distanze diventano difficili da percorrere, i piani del tutto inconciliabili.

Per fortuna c’è il poi. Il poi che ritrova il tempo del confronto e del conforto. Che ricuce la fiducia in se stessi. Che rinnova e rinsalda i rapporti d’amicizia.

Il romanzo è diviso in tre parti, nessuna delle quali ha un titolo. Tutte, invece, un’illustrazione, un’illlustrazione che dice di come la scuola non abbia saputo né prevenire, né gestire, il poi, un’illustrazione che parla di solitudine, un’illustrazione che ricompone e prende una penna e scrive, si esprime, racconta.

9788878745292_0_0_0_75Titolo: Cosa saremo poi
Autore: Luisa Mattia, Luigi Ballerini
Editore: Lapis
Dati: 2017, 229 pp., 12,50 €

Un bambino chiamato Natale

Ormai è chiaro, ho una passione per il Natale e per le storie natalizie. Il che per un’atea incallita come me è quantomeno poco coerente, ma tant’è. Adoro questa atmosfera tintinnante o, più probabilmente, sono io stessa che pervado ogni cosa intorno di un senso magico e la percepisco anche laddove non c’è. Sta di fatto che rispondo ogni sera alle domande che i miei bambini gli pongono a nome di Albus il folletto di Babbo Natale e, alla mattina, quella sua grafia tutta piena di ghirigori mi intenerisce, come se fosse davvero, davvero, stato qui, avesse toccato con le sue manine fatate da elfo quel pastello.

Un bambino chiamato Natale, di Matt Haig e Chris Mould - Salani
Un bambino chiamato Natale, di Matt Haig e Chris Mould – Salani

È la magia del Natale che mi solleva dagli accidenti quotidiani; è la stessa magia che, se ci credi, non tradisce mai e offre vie di fuga dai luoghi e dai momenti più bui, dalle grinfie di un troll feroce, dalle frecce di uomini avidi e senza cuore.

Nikolas è un bambino povero, molto povero. Vive nella seconda casa più piccola di tutta la Finlandia, la sua mamma è morta scappando da un orso, il suo papà è un taglialegna con poche prospettive ma affettuoso e premuroso; ha per amico un topolino e come compagna di giochi una bambola intagliata da una rapa.

Un bambino chiamato Natale, di Matt Haig e Chris Mould - Salani
Un bambino chiamato Natale, di Matt Haig e Chris Mould – Salani

Nikolas è preda del turbinio degli eventi, del tempo, della meschinità delle persone ma crede, crede fermamente nella magia, non del Natale perché è esso stesso il Natale, o perlomeno lo sarà.

Abbandonato dal padre, partito con altri compagni di ventura alla ricerca del paese degli elfi, decide di salvarsi dalle angherie di una ziaccia e parte. Parte alla ricerca del padre, parte alla ricerca di un futuro che possa essere migliore, per sé, per il suo papà, per il suo topino. Lungo la strada incrocerà la fame, la morte, una renna amabilmente scontrosa, elfi che hanno smarrito la propria natura e neve, tanta neve.

Un bambino chiamato Natale, di Matt Haig e Chris Mould - Salani
Un bambino chiamato Natale, di Matt Haig e Chris Mould – Salani

Matt Haig colpisce per la sua scrittura diretta e che non trascura il buio dell’animo umano, affrontandolo con una schiettezza che è la forza di questo romanzo, amplificata dalle illustrazioni di Chris Mould che indugiano sui tratti spigolosi, che tradiscono stenti e fame, ben lungi dalla prospera gioia del Babbo Natale che sarà, su occhi enormi e tondi, aperti e accoglienti, magici.

9788869187919_un_bambino_chiamato_nataleTitolo: Un bambino chiamato Natale
Autori: Matt Haig e Chris Mould (trad. V. Daniele)
Editore: Salani
Dati: 2016, 278 pp., 14,90 €

Miracolo in una notte d’inverno

Ad aprire la prima finestra si viene investiti dall’aria dell’estate, due bambini giocano e ritrovano per caso una scatola intagliata, molto preziosa, il cui aspetto fa presagire un contenuto altrettanto prezioso. Non riuscendo ad aprirla la portano al nonno, che riconosce in essa i nomi di due persone a lui familiari per averne sentito raccontata la storia più volte: Ada e Nikolas.

unnamedIncomincia allora a raccontare ai due nipoti la storia di un miracolo in una notte d’inverno, storia che, lo precisa, dovrebbe essere letta a dicembre, un capitolo alla volta fino alla vigilia. Ventiquattro finestre su un mondo semplice, denso d’amore e d’affetto, povero, dal fato affilato come il vento freddo dell’inverno in Lapponia.

Sin dalle prime pagine la percezione che stia per accadere qualcosa di irreparabile è forte, tutto porta nella direzione del dramma: dall’atmosfera familiare idilliaca e dolce, dai discorsi sul futuro, dl lessico rassicurante entro cui fanno di tanto in tanto capolino parole che smarriscono, mettono in allarme.

Nikolas è a casa con la sua sorellina mentre il padre e la madre, sulla spiaggia, puliscono le reti. L’inverno è inoltrato e l’isola su cui vivono è deserta, spazzata dal vento. Ada scotta, è malata. Mentre Nikolas intaglia il legno per realizzarle un regalo di compleanno i suoi pensieri sono cupi, tesi. Sente il pericolo in agguato ma non può immaginare, bimbo di cinque anni, quanto possa essere dolorosa e impietosa la realtà: il padre e la madre devono portare Ada dal medico sulla terraferma. Nikolas rimane a casa, a tenerla calda per il loro ritorno, ma loro non torneranno mai.

Si chiude qui una finestra della vita di Nikolas, dolorosissima. Ma al villaggio tutti l’hanno a cuore, non sarà mai solo e, pur soffrendo, non si sentirà mai solo… a volte la differenza è sottile.

La narrazione prosegue con un’attenzione magistrale alla crescita del bambino, al disseminare indizi dell’uomo che diventerà. Una storia incantevole, che commuove, che meraviglia che induce a riflessioni molto profonde sul’amore, e su come solo amando e lasciandosi amare senza paura di perdersi si possa vivere pienamente.

Per leggere questo libro non è necessario essere amanti del Natale e nemmeno credere nella leggenda di Babbo Natale. Questo libro è per tutti coloro che credono, trecentosessantacinque giorni all’anno, all’esistenza dell’amore puro. (Marko Leino)

81MLeMURQgLTitolo: Miracolo in una notte d’inverno
Autore: Marko Leino (Rosario Fina trad.)
Editore: Feltrinelli Kids
Dati: 2012, 15,00 €, 268 pp.