Elisa Attraverso lo specchio #12

Là fuori, guida alla scoperta della natura.

#ElisaAttraversoLoSpecchio #12

*è perfetto per gli scout come me!
*è pieno di illustrazioni bellissime
*è interessante

_____________________

#ElisaAttraversoLoSpecchio #lettureautonome #foto_recensione #recensioni #mondadori #MariaAnaPeixeDias #InesTeixeiraDoRosario #BernardoCarvalho natura #scoperta

Nella pancia della balena

Quando l’angoscia investe ogni angolo del proprio presente è il momento in cui è semplice perdere la propria dimensione. Meglio, perdere del tutto una dimensione, quella che ci dà corpo, profondità, sostanza. Ci si appiattisce nell’essere bidimensionali e si spera di passare inosservati, o che quell’accidente che ci ha investito non si accorga più di noi, passi oltre. Così, appiattiti, è più semplice accovacciarsi nella pancia della balena che troneggia su un muretto, graffito imponente.

È nel tempo di realizzare un graffito, che si svolge questa storia struggente di Alice Keller.

Sono le 14.00 di un giorno qualunque, il giorno in cui tutto ha inizio. Quando il ragazzo della balena comincia a disegnarla. E lei all’inizio è solo un occhio, seppur enorme, che guarda ai palazzoni, così come all’inizio è solo una sensazione, seppur pressante, che qualcosa si sia rotto nel quotidiano del ragazzo.

D’altra parte il ragazzo e sua madre sono bravi a fare i conti coi cocci.

Perché, oltre alla disperazione, di questa storia sono protagonisti in tre: un ragazzo dai vestiti fuori moda e dalla caparbietà ingenua; una madre piccola, sola e fragile; una balena, che, formandosi pezzo dopo pezzo, tutto osserva, vede e ristà, immobile.

La madre sparisce, il ragazzo manda avanti le ore e i giorni, sperando che torni, rigettando l’idea che possa essere rimasto completamente solo. Anche quando tutto gli suggerisce il contrario, anche quando il graffito/balena è terminato e la mamma ancora non c’è.

Anche la storia incombe, s’affretta verso la fine, per inseguire la tensione dell’animo del ragazzo, i suoi passi e le sue corse, grazie anche al lessico, al ritmo che non cede, che parla con il tono di chi sta raccontando una brutta avventura a un amico.

La abbraccio. È fredda. Di porcellana.
Ho paura di romperla.
Mi guardo le mani.
Non romperti, mamma.
Parlo da solo. Lei mi si appoggia e basta.
Non torniamo a casa.

Lo so che non torniamo.

E arrivando in fondo si ritorna all’inizio, che ce lo anticipava. Purtroppo. Perché spesso a rendere belle le storie non è affatto il lieto fine.

Titolo: Nella pancia della balena
Autore: Alice Keller
Editore: Camelozampa
Dati: 2017, 80 pp., 9,90 €

 

 

La leggenda di Sally Jones

La leggenda di Sally Jones, Jacob Wegelius - 2017, Orecchio Acerbo
La leggenda di Sally Jones, Jacob Wegelius - 2017, Orecchio Acerbo
La leggenda di Sally Jones, Jacob Wegelius – 2017, Orecchio Acerbo

È una notte senza luna e senza stelle quella in cui nasce Sally Jones. È cupo l’avvertimento: la neonata sarà colpita da molte disgrazie nel corso della vita. È indomito lo spirito selvaggio di questa gorilla in cattività. Uno spirito ingenuo e coraggioso che ama e si spende senza risparmiarsi, che corre rischi, che è colmo, e poi stracolmo, di sofferenza, delusione, tristezza e sempre capace di sollevarsi con uno strumento intelligente e forte: la speranza.

Il primo a tradire Sally Jones è il destino, che, invece di essere roseo per una gorilla deliziosa come Sally è, si prospetta tetro e senza scrupoli. Poi colei che l’accoglie dopo una traversata sotto falso nome e tempo di stenti. Quindi l’amore, che se affidato ad anime molli spesso è effimero. E di nuovo la sorte, e ancora.

La leggenda di Sally Jones, Jacob Wegelius - 2017, Orecchio Acerbo
La leggenda di Sally Jones, Jacob Wegelius – 2017, Orecchio Acerbo

Tutti questi straordinari accidenti rendono la vita di Sally Jones leggendaria, per cui mi correggo: il destino non è stato poi così crudele, probabilmente lungimirante, giacché ha permesso che un’eroina così forte e fragile avesse il proprio spazio, il proprio tempo.

Dunque Sally Jones è una gorilla, e come tutti i gorilla non avrebbe avuto nome se non fosse stata rapita da un bracconiere e poi venduta a un mercante turco senza alcuno scrupolo che la battezza alla schiavitù con questo nome per poterla far viaggiare su un cargo da passeggera, sotto mentite spoglie. Dopo essere stata “adottata” da una ricca signora con il vizio del fumo e del furto, Sally Jones diventa un’abilissima ladra, capace di raggiungere le casseforti più nascoste, di scassinare quelle blindate. Ma un malvivente, sebbene inconsapevole, deve far i conti con la giustizia prima o poi, e Sally Jones paga per tutti. Dai cornicioni di palazzi prestigiosi allo zoo la via è breve. Corde, catene, malattie, per anni. Poi l’amore, il tradimento e la fuga e il salvataggio e poi l’amicizia, di nuovo la solitudine, la malattia, la delusione. In mezzo i viaggi, tanti viaggi, i naufragi, e infine la rivalsa, quella vera, che libera e lo fa con consapevolezza, in barba al destino. Che è tale e mette un punto alla malasorte perché generosa e conscia.

La leggenda di Sally Jones, Jacob Wegelius - 2017, Orecchio Acerbo
La leggenda di Sally Jones, Jacob Wegelius – 2017, Orecchio Acerbo

Ma oltre la storia leggendaria, e l’eroina straordinaria (nel mio immaginario mancava una protagonista da affiancare a Severus Piton nel Pantheon degli eroi letterari) che sarebbero già di per sé bastanti, è il tono quello che caratterizza e connota: irriverente, spietato, tenero, ironico. Si comincia a leggere e ci si immagina seduti in poltrona a fumare la pipa, ascoltando una cronistoria via radio, balzando su al primo colpo di scena, ad ogni virata repentina. Il timbro permea ogni pagina di un velo di disincanto che proprio per essere tale incanta e avvolge.

La leggenda di Sally Jones, Jacob Wegelius - 2017, Orecchio Acerbo
La leggenda di Sally Jones, Jacob Wegelius – 2017, Orecchio Acerbo

I ritratti e le descrizioni dei più loschi figuri sono simili a quelle dei più devoti Santi, simili in maniera grottesca ai santini, s’intende iconograficamente. Incorniciati, in posa austera, con descrizione delle gesta e delle origini. Poi le mappe, per seguire Sally Brown nelle sue peripezie dall’Africa all’Asia, per le strade di Istanbul, quelle di New York, e nel Borneo. E i quadri, dall’andamento teatrale, per scene, ed epico. Puntini e linee a giocare con le ombre e la profondità, colori che rimandano a un passato di cammei invecchiati al collo di qualche nobildonna, di articoli di giornale conservati tra le pagine di un libro.

Mentre si congeda, Sally Jones, a poppa, saluta con la mano. Farei presto la sua conoscenza, ve lo consiglio vivamente.

Titolo: La leggenda di Sally Jones
Autore: Jacob Wegelius
Traduzione dallo svedese di Maria Valeria D’avino
Editore: Orecchio Acerbo
Dati: 2017, 108 pp., 16,50 €

Lo trovi tra gli scaffali virtuali di Amazon.it

Il maestro

Segnano un solco, le parole. Un padre contadino nell’alba tira una coppia di buoi che tirano un aratro e l’aratro solca, a destra e a sinistra crea monticelli di terra morbida, che è terra ma sono anche parole. E la terra, così come le parole, ristà, in attesa di ricoprire leggermente i semi. Semi di grano, di mais, di giustizia, di equità. Per le prime serve la terra, per le seconde le parole. Per questo è bene creare solchi profondi, perché il vento non disperda quanto seminato. Oppure, servono entrambe, terra e parole, per il mais e per la giustizia.

<em>Il maestro</em> di Fabrizio Silei e Simone Massi - 2017 Orecchio Acerbo
Il maestro di Fabrizio Silei e Simone Massi – 2017 Orecchio Acerbo

Segnano un confine, le parole. Il signor padrone è allo scrittoio, il padre contadino, col figlio, nel cortile. Guardano in alto alla finestra, prima di entrare e chiedere. Il signor padrone guarda in basso verso il cortile prima di sorridere e ingannare. Tra le parole un confine, segnato dalla distanza tra la voce del padrone che invita ad entrare, per poco, giusto il tempo dell’umiliazione, e la voce del padre che varcando la soglia, rispettoso, si toglie il cappello.

<em>Il maestro</em> di Fabrizio Silei e Simone Massi - 2017 Orecchio Acerbo
Il maestro di Fabrizio Silei e Simone Massi – 2017 Orecchio Acerbo

Segnano a dito l’ingiustizia, le parole. Quando con le stesse scarpe vecchie e rotte di sempre, Don Milani deve affrontare il processo, denunciato dalla Curia, dai fascisti, dagli ottusi. Segnano a dito, le parole, ma con le mani in tasca. Bastano gli occhi dei ragazzi di Barbiana a parlare. Dritti nei nostri che leggiamo, fermi, decisi a non abbandonare mai il loro maestro, fieri di gratitudine.

Tra questi solchi tipografici carichi di soprusi, ma anche di speranza (i semi di rivalsa più caparbi sono quelli generati dal sopruso), che raccontano tre storie, ce n’è un’altra. Quella in cui una presa di coscienza serve a smuovere il terreno seminato e lasciar spuntare i germogli. Perché il padre manda il figlio a scuola dal prete matto, il priore di Barbiana, a suon di schiaffoni, perché la scuola non piace a chi non ha idea di cosa possa essere. Quel prete matto che invece di dire le cose ai suoi bambini, lasciava che fossero loro a dirle a lui. Quel prete matto che insegnava a pensare ed era capace di dire dei “bravo” che riempivano le stanze e le teste. Quel prete che sosteneva che “l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni […] che bisogna che [i giovani] si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto”.

<em>Il maestro</em> di Fabrizio Silei e Simone Massi - 2017 Orecchio Acerbo
Il maestro di Fabrizio Silei e Simone Massi – 2017 Orecchio Acerbo

Si apre con Don Milani che parla ai suoi bambini, seduti assieme attorno a un tavolo. Ne frattempo il nero e il bianco raccontano in una lingua di cui nessun altro colore è capace. Il bianco e il nero tagliano, rimarcano, brillano e adombrano. Segnano i volti, li fanno rugosi, ne sottolineano certi cipigli ostinati, illuminano gli sguardi. Riempiono e danno respiro agli spazi.

Si apre con Don Milani che parla ai suoi bambini e si chiude, questo libro che si prende cura, con una scritta, a caratteri grandi e chiari, nero su bianco: I Care.


Titolo: Il maestro
Autore: Fabrizio Silei e Simone Massi
Editore: Orecchio Acerbo
Dati: 2017, 48 pp., 15,00 €

Lo trovi tra gli scaffali virtuali di Amazon.it

Muschio

Se mai dovessi avere un cane, lo chiamerò Muschio.

Perché il protagonista di questo romanzo mi ha toccata, ha smosso in me una lettura partecipe e commossa e lo ha fatto con una semplicità che non trovavo da tempo tra le pagine di un romanzo per bambini.

Muschio è un cane nero dal pelo riccio, ha molta empatia per ciò che succede agli esseri, umani o animali che siano, coi quali interagisce: coglie la paura, fiuta l’affetto, lecca con trasporto l’amore. Ma una cosa proprio non comprende: la guerra. E non la comprende mai, nemmeno quando gli strappa con una bomba la famiglia in cui viveva felice, compagno di giochi di due bambini; non la comprende quando si ritrova in un campo di concentramento a impedire, suo malgrado, che i prigionieri scappino; non la capisce coi morsi della fame; con la solitudine.

<em>Muschio</em>, di David Cirici, Federico Appel - 2016, Il Castoro
Muschio, di David Cirici, Federico Appel – 2016, Il Castoro

Muschio è un cane ostinato e caparbio. Una volta annusata la felicità non ne dimentica mai l’odore e la cerca e la cerca, deciso a ritrovarla. Questa sua ricerca, che si nutre d’affetto, lo porta a incontrare e farsi nuovi amici: un gruppo di cani bizzarri e fedeli. Assieme a loro percorre accidenti più o meno avventurosi, spaventosi, che li annientano lasciandoli meno numerosi ma sempre più compatti.

Muschio, assieme ai suoi amici, viene fatto prigioniero da una coppia di balordi, gestori di un “circo” che sfrutta la miseria e la paura della guerra mandando a morte animali innocenti, resi feroci dalle privazioni. In quel circo ci sono altri animali, ritratti con umanità magistrale. Nei boschi incappano in un cinghiale minaccioso, che trasuda pericolo e morte.

Muschio incontra anche un uomo, prigioniero, intelligente, sfinito dalla guerra ma ancora capace di reagirle. Con lui diventa artefice e protagonista di una fuga che lascia presagire la speranza. Grazie a lui e una fortunata casualità riuscirà laddove nessuno, tantomeno chi legge, pensava potesse riuscire allargando cuori e sorrisi.

Un ottimo romanzo illustrato per bambine e bambini dagli 8 anni, dalla composizione onesta e coinvolgente. Lo consiglio con trasporto.

Titolo: Muschio
Autore: David Cirici, Federico Appel, (trad. Francesco Ferrucci)
Editore: Il Castoro
Dati: 2016, 111 pp., 13,50 €

Lo trovi tra gli scaffali virtuali di Amazon.it

Maionese, Ketchup o latte di soia

“l’amore non è nel cuore, ma riconoscersi dall’odore…”, cantava così Eugenio Finardi e ai miei quattordici anni sembrava affermazione più che vera. Chissà se Gaia Guasti ha ascoltato anche lei Non è nel cuore, certo è che questo tascabile semplice da portare sempre con sé ne è pervaso, di odore che fa rima con amore.

Gli scienziati li chiamano feromoni.
Ci avviciniamo a qualcuno e, oplà, le nuvolette si incontrano.
Ci parliamo così, con il corpo, senza saperlo. Ci raccontiamo chi siamo. Andiamo subito d’accordo o proviamo subito antipatia.
Cosa mangia Éleanor?
Perché conosco il suo odore?
Che cosa mi racconta la sua nuvoletta quando le vado vicino?

Noah frequenta una scuola pubblica, la madre è un essere fragile, dolce, piuttosto fuori dalla realtà. Emana tristezza e Noah sente di doverla proteggere dalle delusioni. Éleanor ha cambiato quartiere, ha un padre guru di professione e si ritrova nella classe di Noah, magrissima, coi capelli lisci e neri a nasconderle il volto e un odore pungente e persistente. Gli odori delle persone sono anche nelle scale del palazzo di Noah, nei corridoi della scuola, alcuni sopportabili, altri meno. Ma perché quello di Éleanor è così forte? Da cosa dipende?

Noah sa che i profumi stucchevoli delle sue compagne di scuola lo disgustano perché troppo intensi, invadenti, sa che l’odore del signor Laudier è di sporcizia… quello della nuova arrivata non è chimico e non dipende dall’igiene. Da cosa allora? Noah incomincia una ricerca sugli odori e su cosa li causi e scopre che molto dipende da ciò che si mangia. Allora, cosa mangia Éleanor? Di certo non hamburger Ketchup e maionese. E tantomeno latte. Ma questo Noah non lo scopre documentandosi, piuttosto facendo amicizia con lei, superando l’ostacolo olfattivo.

Éleanor è una vegana convinta che ha fatto del veganesimo una scelta di vita non solo per la salute che, a sentir lei, ne consegue, ma anche per sentirsi più vicina alla madre che aveva lo stesso identico odore che l suo ricordo la lega e al quale non rinuncerebbe mai.

Districandosi tra stili di vita opposti, bulli, e incomprensioni, un’amicizia profonda e vera nasce tra i due ragazzi, nutrendosi di giorno in giorno di maionese, ketchup o latte di soia, raccontata con un lessico diretto e spontaneo, il cui merito va anche alla traduzione dal francese di Silvia Rogai, che non lava via l’odore schietto e talvolta crudele dei ragazzini e del loro registro linguistico.

Titolo: Maionese, ketchup o latte di soia
Autore: Gaia Guasti (trad. Silvia Rogai)
Editore: Camelozampa
Dati: 2016.112 pp., 10,90 €

Lo trovi tra gli scaffali virtuali di Amazon.it

Ultimo venne il verme. Favole

Ultimo venne il verme, di Nicola Cinquetti e Franco Matticchio - 2016, Bompiani

Quando spariva anche l’ultimo spicchio di sole, lui si chinava a sollevare un sasso, e sotto quel sasso c’era sempre una favola.

<em>Ultimo venne il verme</em>, di Nicola Cinquetti e Franco Matticchio - 2016, Bompiani
Ultimo venne il verme, di Nicola Cinquetti e Franco Matticchio – 2016, Bompiani

E oltre a una favola, con molta probabilità, chinandosi a sollevare un sasso, sotto ci sarebbe un verme. Che per un ineluttabile destino, in tutta umiltà, arriva sempre per ultimo.  Sulla copertina una immagine molto elegante di impermanenza, che inquieta per poi sciogliere l’inquietudine grazie al verme, che, come sdraiato comodamente tra le orbite, placido sorride come a rimarcare l’oggettiva necessità della sua presenza.

Promette bene.

<em>Ultimo venne il verme</em>, di Nicola Cinquetti e Franco Matticchio - 2016, Bompiani
Ultimo venne il verme, di Nicola Cinquetti e Franco Matticchio – 2016, Bompiani

Ultimo venne il verme è una raccolta di favole i cui protagonisti animali talvolta cedono il posto agli uomini. Sono favole pungenti, divertenti. La cui morale finale classica si trasforma in una conclusione bislacca e ferma, sulla quale si indugia non per porsi problemi di ordine morale, appunto, ma per sorridere sulle implicazioni paradossali della realtà, che resta frutto incontrovertibile di azioni, scelte o tempo.

Aurelio abbracciava la luna, non è da tutti. Aurelio compie un’azione straordinaria che molto ha a che vedere con la poesia, e poi, col tempo, Aurelio, come tutti, muore, sebbene anche n questa circostanza riesca a farlo da poeta.

C’è anche un bambino diverso dagli altri. Stessi occhi, stessi capelli ma diverso. Perché diversi ha i pensieri. La favola di questo bambino è precipitosa: i pensieri divergenti infastidiscono i bulli che lo puniscono, dimentichi del fatto che il loro pensiero omologato nulla ha a che vedere con quello libero del bambino diverso dagli altri. E il finale della favola indugia su quel sorridere del lettore di cui prima accennavo. Che torna, e ritorna.

<em>Ultimo venne il verme</em>, di Nicola Cinquetti e Franco Matticchio - 2016, Bompiani
Ultimo venne il verme, di Nicola Cinquetti e Franco Matticchio – 2016, Bompiani

Le favole, alcuni hanno la fortuna di trovarle sotto i sassi. Oppure raccontate da Nicola Cinquetti e illustrate da Franco Matticchio senza ridondanze, senza alcun intento didascalico, piuttosto libere. Il tono delle illustrazioni è surreale, a volte sottolinea esasperando, andando a braccetto col tono asciutto e diretto della narrazione per parole. L’insieme è molto riuscito, sin dalla copertina, che è una danza armonica fatta di riferimenti colti, filosofici. Sulla quale ancora oggi, e da molte settimane, mi interrogo dando a me stessa risposte tra loro diverse che si traducono in un impeto irrefrenabile alla lettura (a caso, come nella migliore tradizione favolistica) o a uno sfogliare distratto ma non troppo, alla ricerca di qualcosa che mi parli, di qualcuno che in quel giorno, in quell’esatto momento, sia in sintonia con il mio giorno, il mio momento, prima che, ultimo, venga il verme.

Titolo: Ultimo venne il verme
Autore: Nicola Cinquetti, Franco Matticchio
Editore: Bompiani
Dati: 2016, 154 pp., 12,00 €

Lo trovi tra gli scaffali virtuali di Amazon.it

Pulci nell’orecchio (acerbo)

Della propagazione della luce sappiamo tutti dalla fisica studiata al liceo; io un po’ più vagamente perché ho la tendenza a raccontarmi le teorie fisico/matematiche come se fossero fiabe, per cui la variante dell’oggi di solito è parecchio distante dall’originale di partenza, però ecco, con in mano le pulci nell’orecchio curate e illustrate da Fabian Negrin per Orecchio Acerbo ho ripensato alle sfere di cristallo e al loro restituire un’immagine capovolta della realtà, chè è proprio la stessa, vivida e brillante, ma sottosopra. E quindi uguale, perfette ma altro da sé. E dunque la quarta di copertina custodisce il titolo; il che è un sogno che si avvera, vale a dire trovare in quarta pochi elementi, tutti veri: l’autore, l’illustratore, il titolo della storia, l’editore. E in copertina una illustrazione piena piena, liscia. che racconta moltissimo e molto affascina.

Rex di D. H. Lawrence, Fabian Negrin - 2017, Orecchio acerbo
Rex di D. H. Lawrence, Fabian Negrin – 2017, Orecchio acerbo

La prima pulce che vorrei mettere nel vostro orecchio ha in copertina un cane dal muso fiero e dal pelo riccio, un bambino scalzo e biondo e una bimba, gonna rossa e capelli al vento. Tutti e tre solcano l’aria in un balzo che è assieme di amicizia, gioia, libertà, fanciullezza. Prima ancora che arrivi il frontespizio, una illustrazione su doppia pagina in cui il cane e il bambino si contendono un calzino e il cane tira e tira così tanto e così forte che tutta la stanza sembra pendere dalla sua parte. Pericolosamente, considerata la furia che tinge il volto della mamma che incede brandendo una scopa. A seguire un dettaglio di quanti guai possa causare in casa un cane che stringe amicizia coi bambini e quindi Rex di D. H. Lawrence, illustrato da Fabian Negrin nella traduzione di Damiano Abeni.

Digitalizzato_20170705
Lo zio del barbiere e la tigre che gli mangiò la testa di William Saroyan, Fabian Negrin – 2017, Orecchio acerbo

Sulla seconda sta adagiata su uno sfondo rosso sangue una tigre che di sottecchi si guarda alle spalle mentre sul suo manto il volto di un uomo si mostra pensoso, corrucciato. Probabilmente perché si tratta dello zio del barbiere cui quella stessa tigre mangiò la testa. Lo zio che si chiamava Misak e, novello San Francesco, amava tutte le creature, anche le più feroci, anche quelle cui ogni sera, lavorando al circo, s’arrischiava ad offrire il capo; Il bambino che ne ascoltò la storia, invece, coi suoi capelli offriva un nido agli uccelli; fino a quando il suo essere strampalato e capellone non gli valse rimproveri da destra e manca e non incappò nel barbiere cantastorie che forse aveva nome William e cognome Saroyan (Lo zio del barbiere e la tigre che gli mangiò la testa, con le illustrazioni di Fabian Negrin, nella traduzione di Elio Vittorini).

Canituccia di Matilde Serao, Fabian Negrin - 2017, Orecchio acerbo
Canituccia di Matilde Serao, Fabian Negrin – 2017, Orecchio acerbo

La terza, beh, la terza vi guarda negli occhi pur con lo sguardo basso. Gli occhi cerulei e tristi di Canituccia sono acquosi e fermi, i capelli che sfuggono al fazzoletto azzurro rossi e tagliati malamente. Il volto smunto, magro e coperto di lentiggini racconta di giornate a pascolare il maiale della padrona nelle campagne intorno a Capua, giornate di fatica, di botte, di fame ma anche di amicizia nata da un bisogno reciproco di vicinanza tra pastorella e maiale che si concluderà nel più triste e ineluttabile degli addii. Una lettura intensa e dolorosa che mette molta distanza tra l’innocenza dei bambini, che mai chiedono. Che muti, a capo chino, ristanno su scalini di pietra, negli angoli, affamati e soli a patire l’egoismo severo degli adulti (Canituccia di Matilde Serao).

Pulci nell’orecchio Storie che saltano di testa in testa, lasciando il prurito contagioso della lettura.

 

 

 

Smart

È un coraggio impavido, quello di Kieran; ingenuo, caparbio. Un coraggio che sa nutrirsi dell’ostinazione di un animo che in teoria dovrebbe avere difficoltà a essere empatico con le persone con cui ha a che fare e invece si rivela scevro di qualsiasi condizionamento. È un coraggio libero, che conosce e riconosce l’altrui coraggio, e ad esso si affida, esso sceglie come compagno d’avventura. Quei coraggiosi difende e protegge.

Kieran ha una maestra dedicata, partecipe e affabile; ha una mamma dalla vita complicata che il patrigno picchia ad ogni occasione, che lavora tutto il giorno; non ha il papà, morto mentre lui era molto piccolo; ha un amico ancora più emarginato di quanto Kieran stesso possa essere; un’amica barbona di nome Jane, che una volta era un’ostetrica e ora vive in strada piegata dal dolore per la morte del figlio. Kieran ha una nonna che lo ama e con la quale, per ordine del patrigno, né lui né la madre possono più interagire.

Infine Kieran ha due passioni: quella per il giornalismo, per le indagini, per la cronaca nera. Non perde una puntata di CSI, o meglio, non ne perderebbe nemmeno una se il figlio del patrigno non occupasse la tv tutto il giorno con videogiochi sanguinolenti. E quella per il disegno: realizza disegni straordinari, ricchissimi di dettagli, assolutamente originali.

Quando una mattina come tante si imbatte in Jane, disperata perché il suo amico Colin è stato ucciso, Kieran avrà le competenze e gli strumenti per risolvere il mistero che avvolge questa morte. E per cogliere le opportunità che l’intraprendenza e la pazienza che lo caratterizzano gli offriranno.

Molto mi hanno colpito le voci dei protagonisti, molto naturali, molto vere: quella della madre, così fragile e impotente, quella di Kieran decisa e sincera, quella di Jane, impastata di lacrime. Credo che proprio le voci, i timbri, siano le qualità migliori di Smart che è un romanzo d’esordio e dell’esordio conserva e sfrutta l’immediatezza e l’entusiasmo.

Finalista al PREMIO STREGA RAGAZZE E RAGAZZI 2016 – Categoria +11

Titolo: Smart
Autore: Kim Slater (trad. Anna Carbone)
Editore: Il Castoro
Dati: 2016, 240 pp., 15,50 €

Lo trovi tra gli scaffali virtuali di Amazon.it