La voce delle ombre

A prescindere dalla impeccabile struttura narrativa, intrecciata da fili perfettamente in armonia gli uni con gli altri cui Frances Hardinge ci ha abituati, La voce delle ombre ha qualcosa di altrettanto complesso ed è una complessità che non ristà solo nella maestria autoriale, quanto anche in un’empatia nei confronti dei personaggi protagonisti che valica la premura autore/creazione, per spostarsi sul sentiero accidentato della narrazione con luogo nella mente umana, con le sue contraddizioni, forza, paure, istinti e coraggio. E del rimorso, dell’incertezza di un passato in cui si radica e fonda il presente.
Makepeace è una ragazzina abituata a fronteggiare se stessa e un drappello sempre nuovo, mutevole e minaccioso, di spiriti che tentano di insinuarsi nella sua mente, allo scopo non solo di cercare di manipolare i suoi pensieri, ma soprattutto di trovare un alloggio e un involucro giovane e sicuro per restare attaccati quanto più possibile alla vita terrena.
In un processo che sembra avere tutte le caratteristiche della persecuzione, distante dall’immagine ideale di cura materna e per questo disturbante, la madre di Makepeace la sottopone a lunghe notti nei cimiteri per rafforzare la propria capacità di resistenza a quegli spiriti ‘insinuanti’. Una madre che pare carnefice, sorda alle suppliche della ragazza, indifferente al suo terrore, incrollabile, crudele addestratrice di una figlia che soffre senza la consolazione di una luce in prospettiva, per il tormento cui è destinata e per l’intransigenza della madre in più larga misura.

Poi accade che nell’Inghilterra del Seicento, Londra sia in tumulto, come le contee attorno ad essa, confuse, anch’esse piene di spiriti in contrasto fra loro; la città un ventre puzzolente e pericoloso che dà nutrimento e vita e allo stesso tempo si mostra ostile e indomabile, contro il re, contro i ribelli, contro tutti assieme. Accade che Makepeace e sua madre siano stritolate dalla folla che lotta, da quella confusa, da quella violenta, da quella che si difende, e che la madre si perda ancora una volta, smarrisca il suo essere madre e poi muoia, restando aleggiante sulla coscienza della figlia, inerme, sola, alle prese con decine di spiriti in agguato. Più uno.

Non si è mai certi della direzione che prenderanno gli eventi, ma così procedendo, anche in un contingente che è di per sé straordinario, essi non perdono mai in efficacia nel sorprendere. Giungono inattesi come potrebbe essere la zampata di un orso nel sorprendere un viandante nella calma del bosco. Stanno in agguato tra le pagine, in ogni pagina di questo romanzo corposo e denso, pronte a sbucare dalle tane più impensabili, dagli anfratti più nascosti della selva o della mente umana.

Nel corso della narrazione Makepeace cambia molte volte nome ma mai voce. È sempre salda nella sua irrequietezza, coi suoi artigli da orso si aggrappa ostinatamente ai suoi affetti, al futuro, a se stessa. Ha in comune con gli animali che tanto ama un istinto che conserva ferino, primordiale; quell’istinto la porta a tentare di salvare un orso, a scagliarsi contro i suoi carnefici, a dimenticare la paura. Quell’orso sarà il suo compagno, fedelissimo, brutale, dolcissimo nella sua ingenuità. L’accompagnerà sempre, invisibile solo agli stolti. Presente agli occhi che a pieno diritto potrebbero leggerlo protagonista.

Oltre a tutto questo, che è veramente poco e frutto di una sola voce, la mia, ci sono poi l’eccellente traduzione di Giuseppe Iacobaci e attenzioni grafiche molto efficaci ed eleganti. Tra molto pensare ho scelto di citare un passo di congedo che, sono certa, anche a una seconda rilettura sarà per me sempre il più bello.

[…] Era un tasso, che gironzolava tranquillo per i fatti suoi, come se non ci fossero guerre da combattere. Makepeace lo guardò affascinata. Si ricordò tutto quel che aveva appreso sui tassi nel bestiario a Grizehayes. Il tasso, le cui zampe erano più lunghe su un lato, per facilitargli il movimento sul terreno scosceso…
… e invece no. Lo vide distintamente che zampettava tranquillo sotto una macchia di luce: tutte le zampette erano delle stesse, modeste, tozze dimensioni.
Forse nessuna delle antiche verità era più vera. Questo poteva essere un mondo interamente nuovo, con regole tutte diverse. Un mondo nel quale i tassi non erano sghembi […]

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Titolo: La voce delle ombre
Autore: Frances Hardinge
Traduzione: Giuseppe Iacobaci
Editore: Mondadori
Dati: 2018, 429 pp., 17,00 €

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La collina dei conigli

49946751_1988287817915599_3035528824335892480_n.jpgLa collina dei conigli di Richard Adams è uno dei miei romanzi preferiti. Un gruppo di conigli si sposta dalla conigliera che ha sempre conosciuto alla ricerca di una nuova casa, più sicura, lontana dalla minaccia dell’uomo. Le vicende dei conigli sono permeate da un’atmosfera umida, fatta di sottobosco, colline, ruscelli, tipica del paesaggio rurale dell’Inghilterra meridionale. Lo sparuto gruppo, guidato dal coraggioso Moscardo e dal mite e fragile Quintilio, fronteggia con alterni successi insidie e difficoltà rappresentate spesso dagli uomini ma altrettanto spesso, e più minacciosamente, dai propri simili. I conigli che desiderano arrivare alla loro collina però hanno uno strumento in più: le visioni di Quintilio.

Gli incubi di Quintilio che sono presagi, sono avvertimenti, si sfumano in bruma e permeano tutta la realtà; l’epica degli eventi che guida i passi dei conigli tutti; la mitologia che li condisce e ammanta di valenze mistiche e si traduce nelle regole ferree dell’Asla e dei rituali oliati dal tempo.

E da qui, da questa bruma fatta di visioni e miti prende il via il romanzo, così come la miniserie in quattro parti, prodotta da BBC e Netflix. Avevo già visto il film (e poi la serie successiva ad esso) del 1978, per la regia di Martin Rosen, e ne ero rimasta profondamente colpita per la sua crudezza. I conigli affrontano battaglie cruente e dolorose e nel film traspare vivamente la volontà di comunicarlo in maniera esplicita. Ci fu una grande polemica proprio perché fu spacciato come film per bambini quando invece non lo è affatto, per contenuti e modi. Del resto Il romanzo di Richard Adams non è un romanzo per bambini, molto più adatto a giovani adulti.

Mi sono avvicinata a questa miniserie, quindi, con molte aspettative, soprattutto per le possibilità di resa grafica che sono proprie di questi tempi, e l’inizio mi ha illuminata: straordinario, poetico, raffinato. Il seguito va senza infamia e senza lode, per quanto certamente non dello stesso livello di qualità dei primi fotogrammi. E sì, credo che sia adatto alla visione da parte di bambini e bambine dai 10 anni. Non ci sono i temibili scontri all’ultimo sangue (propriamente all’ultimo sangue) così cupi e disturbanti del film. Restano, ma l’angoscia e la crudeltà non sono esplicitamente mostrati. Mentre rimane la presenza del coniglio nero, reale e concreto nel suo essere rarefatto, di un altro mondo. E ci sono tante coniglie, con una loro bella personalità e non solo atte alla procreazione. E poi i conigli di Efrafa; senza di essi  né Moscardo-Ra né parruccone brillerebbero del coraggio di cui rilucono e grazie al quale fronteggiano e rompono le fila di una società crudele e dittatoriale, agli ordini del generale Vulneraria, antagonista dalla personalità complessa e imponente.

Spero che questa serie sia l’occasione per riprendere in mano il romanzo o per scoprirlo.

In questo trailer un assaggio del bell’incipit che vi raccontavo.

Watership Down, miniserie in 4 episodi, Netflix, BBC, direttore Noam Murro

La collina dei conigli, libro di Richard Adams, Rizzoli, prima edizione 1975
389 pp.

Una per i Murphy

Carley Connors è talmente vera da sembrare finta. Soffre di pene che ferirebbero anche il cuore più coriaceo, soffre di abbandoni che non sono solo fisici. Soffre anche di sé stessa, a causa di un cumulonembo di lacrime che rimane compatto, non si scioglie in pioggia, mentre disseterebbe la consolazione, la speranza. Ma Carley viene da Las Vegas e lì, a quanto pare, piangere è da idioti. Quindi non si piange, nemmeno quando ci si risveglia in ospedale ricoperte di lividi, nemmeno quando si ha un ricordo inquietante sul come ci si è procurati quei  lividi, nemmeno quando la propria madre naturale è in coma e si viene dati in affido a una famiglia che sembra candita. I Murphy sono impeccabili, profumati, gentili, organizzati. I Murphi sono talmente perfetti da sembrare costruiti.

L’incontro tra queste due finzioni apparenti sembrerebbe condurre su sentieri poco praticabili. E invece, con una maturità più consapevole da parte dell’autrice rispetto a Un pesce sull’albero, le due strade trovano diversi punti di intersezione sebbene continuino a mantenersi sempre indipendenti  tra loro. Leggendo si percepisce una cura molto attenta proprio al non lasciare che la corsa della storia, che è quella di un’adolescente, quindi va veloce di per sé, subisse il passare del tempo, l’immediatezza dei sentimenti, il loro evolversi. Si arriva sempre come se si passeggiasse lentamente; di tanto in tanto per inciampi, qualche salto repentino, qualche sosta, per recuperare l’affanno di certe emozioni.

Carley è caparbia, intelligente, generosa. E ha una qualità tra le più belle e salvifiche: si pone sempre delle domande e non si ferma mai alla prima risposta. Sa stupirsi nel vedere disattesi i propri pregiudizi e cresce, e crescendo cambia, e mentre tutto questo accade, attorno a lei anche gli altri crescono e cambiano, fino a un finale che è forse il più giusto ma anche tremendamente doloroso.

Anche in questo secondo romanzo di Lynda Mullay Hunt ho avuto lo stesso timore che avevo rischiato nel primo: che a un certo punto il rapporto tra Carley e il figlio maggiore dei Murphy, Daniel, potesse risolversi nel classico contrasto tra caratteri forti che si scontrano duramente per poi imparare ad amarsi nel riconoscersi simili. Ma ho sciolto il nodo così come era avvenuto con Un pesce sull’albero, modificando solo il contingente: non è piuttosto vero che in un contesto come quello familiare, le dinamiche di aggregazione rispondono a determinati principi, si muovono su binari piuttosto definiti?

E infatti mi sono dovuta ricredere, in un certo senso l’incedere della storia mi ha rassicurata. Non c’è niente di scontato, specie quando si tratta di considerare e raccontare il rapporto tra una figlia e la propria madre, o, meglio, tra una figlia e le due madri che ha avuto occasione di conoscere e amare.

Più volte è citato un celebre albo di Shel Silverstein, L’albero. In quell’albo si racconta di un bambino che gioca con un albero, e passa il tempo assieme a lui, il tempo della sua crescita, e ad esso confida i suoi segreti, entrambi si innamorano l‘uno dell’altro, l’albero regala al bambino i suoi frutti e il bambino li accetta con naturalezza, come se fosse scontato – perché lo è tra una bambino e la propria madre -, fino a chiedere qualsiasi cosa, e a riceverla, fino a chiedere tutto, e ad essere, comunque, inconsapevoli nel ricevere e felici nel dare.

“L’albero è proprio scemo”.

[…]

“Carley, tesoro. È un libro sull’amore incondizionato”. Prima di finire esita un istante. “L’albero è un libro sull’amore di una madre per il proprio figlio”.

Faccio un passo indietro e mi appoggio di nuovo alla parete.

Una per i Murphy è un libro sull’amore incondizionato; anch’esso, come L’albero, smarrisce, pone domande, mette con le spalle alla parete.

one-for-the-murphy.jpgTitolo: Una per i Murphy
Autore: Lynda Mullaly Hunt
Traduzione: Sante Bandirali
Editore: Uovonero
Dati: 2018, 270 pp., 14,00 €

Thornhill

Thornhill è un libro con un peso molto consistente. Lo si prende in mano attratti dalla sua eleganza e lo si sente compatto, se ne accarezza la copertina e si percepiscono i vuoti e i pieni del rilievo. È un libro che comunica ancor prima della lettura, al tatto.

L’ho letto diversi mesi fa. Poi l’ho riletto, perché ero certa di avere altro da ricercare oltre a tutto quanto avevo già ricevuto, ed era molto. Avevo intensità; protagonisti complessi e senza stereotipi; tensione narrativa senza cadute o interruzioni. Una straordinaria aria nebbiosa, grigia l’atmosfera tra tanto nero e bianco. Un limbo della narrazione in cui si muovono da una parte Ella, dall’altra Mary, in mezzo un fantasma, un corvo, una antagonista psicotica e crudelissima. E in questo muoversi ciascuno per sé, tutti si incontrano, nella nebbia cozzano l’uno con l’altro e nello scontrarsi dei protagonisti le storie si intrecciano e anche i pensieri di chi legge.

Thornhill, Pam Smy - 2017 Uovonero
Thornhill, Pam Smy – 2017 Uovonero

La storia procede alternando testo e immagini. la narrazione prende le mosse con le immagini nonostante esse siano interrotte da colophon e frontespizio. Sulle sguardie uno steccato con il filo spinato e un chiaro divieto d’accesso che suggerisce un pericolo, un pericolo molto grave che viene alleggerito da dei rampicanti dalle foglie strette e piccole che gli si abbarbicano. Sembrano dare un tocco di leggerezza, di natura che abbellisce e rasserena. O nasconde? O si allea con il pericolo e lo rende ancora più infido nascondendolo alla vista con l’aiuto della bellezza e del tempo?

Poi fa capolino il corvo e su quello steccato troneggia, un po’ sentinella un po’ spauracchio. Quindi il buio e dunque le parole. Si tratta di un diario, e comincia l’8 febbraio 1982. Nelle parole, poche, angoscia, paura, solitudine e disperazione. Lo sappiamo già, c’è una vittima e un’aguzzina, e fa paura. E la vittima si chiama Mary, è una bambina sola, bullizzata, fragile, che vive a Thornhill, un orfanotrofio femminile sul quale grava lo spettro della chiusura.

Dalle parole si passa alle immagini, ritorna il corvo, appollaiato sul filo spinato, con la schiena al lettore, come indifferente, e di nuovo le piante con pampini che diventano artigli a mano  a mano che s’allontanano dalla luce. E una ragnatela tesa e bianca tra di essi, con un ragno enorme che non si precipita sulla sua piccola vittima, piuttosto ristà, in agguato, sottoponendo la sua vittima al terrore di quello che certamente accadrà, più a lungo possibile.

Thornhill, Pam Smy - 2017 Uovonero
Thornhill, Pam Smy – 2017 Uovonero

Si sfogliano le pagine ed esse tagliano l’aria grigia, come le ali del corvo che si alza in volo e lascia il filo spinato per arrivare sulla finestra della stanza di una bambina, nel 2017. Una bambina di nome Ella, che ha appena cambiato casa, trasferendosi vicino a un edificio abbandonato e lugubre, e che ha perso la mamma.

Thornhill, Pam Smy - 2017 Uovonero
Thornhill, Pam Smy – 2017 Uovonero

Attorno all’orfanotrofio, di fianco alla nuova casa incombono un giardino incolto e un edificio abbandonato. questo, oltre al grigio, al bianco e al nero, è il filo conduttore, almeno quello apparente, tra le due storie, e su quel filo vola e si appollaia il corvo. Varcarne i confini potrebbe portare al precipitare degli eventi o scoprire luoghi che si rivelino un rifugio. Ma ci muoviamo tra le pagine di una storia, che definirei dal realismo horror, e si cammina verso un finale che smuove paure profonde e insiste su un senso di impotenza che angoscia.

ThornhillTitolo: Thornhill
Autore: Pam Smy
Traduttore: Sante Bandirali
Editore: Uovonero
Dati: 2017, 538 pp., 18,50 euro

Cosa saremo poi

La forza di questo libro si innesta nel titolo. Esso racchiude tutto quanto e racconta, racconta di qualcosa che è accaduto che si intende gravissima, di più persone coinvolte, di un confine superato e poi attraversato ancora per tornare indietro e, assieme, andare avanti.

Cosa siamo stai? Cosa siamo e cosa saremo poi, quando tutto, anche l’irrimediabile, sarà accaduto?

È un titolo drammatico ma che lascia presagire una crescita. È l’inizio di una storia.9788878745292_0_0_0_75

E la storia è questa: una ragazza adolescente ha tentato il suicidio, un gruppo di bulli, capeggiati da un ragazzino carismatico e opportunista, l’ha messa alla berlina, umiliandola online, prendendosi gioco delle sue debolezze, dileggiandola pubblicamente diffondendo in rete delle sue foto private. Lasciandola sola, in una solitudine completa e complessa fatta da un miscuglio venefico di indifferenza, superficialità, angoscia e vergogna.

Quando una ragazzina compie un atto così drammatico ed estremo, o tenta di compierlo, da adulti ci si sente ingabbiati in una sensazione che è soprattutto fatta di colpa. E di domande. Cosa avrebbero potuto fare i “grandi” per evitare che i “piccoli” fossero preda di una spirale così orribilmente adulta? Intervenire sugli strumenti, ponendo un divieto o delle condizioni d’uso, andando a ingerire dunque anche sulla libertà personale? Puntare all’educazione digitale? (ma quanto siano i media il problema è da definire) Porsi in ascolto?

C’è un divario, ben raccontato in questo romanzo, tra adulti e ragazzi. Un divario che non è solo generazionale ma anche di attitudine e consuetudine. Le famiglie non vedono, non colgono segnali più o meno evidenti, non ascoltano. E le distanze diventano difficili da percorrere, i piani del tutto inconciliabili.

Per fortuna c’è il poi. Il poi che ritrova il tempo del confronto e del conforto. Che ricuce la fiducia in se stessi. Che rinnova e rinsalda i rapporti d’amicizia.

Il romanzo è diviso in tre parti, nessuna delle quali ha un titolo. Tutte, invece, un’illustrazione, un’illlustrazione che dice di come la scuola non abbia saputo né prevenire, né gestire, il poi, un’illustrazione che parla di solitudine, un’illustrazione che ricompone e prende una penna e scrive, si esprime, racconta.

9788878745292_0_0_0_75Titolo: Cosa saremo poi
Autore: Luisa Mattia, Luigi Ballerini
Editore: Lapis
Dati: 2017, 229 pp., 12,50 €

Un bambino chiamato Natale

Ormai è chiaro, ho una passione per il Natale e per le storie natalizie. Il che per un’atea incallita come me è quantomeno poco coerente, ma tant’è. Adoro questa atmosfera tintinnante o, più probabilmente, sono io stessa che pervado ogni cosa intorno di un senso magico e la percepisco anche laddove non c’è. Sta di fatto che rispondo ogni sera alle domande che i miei bambini gli pongono a nome di Albus il folletto di Babbo Natale e, alla mattina, quella sua grafia tutta piena di ghirigori mi intenerisce, come se fosse davvero, davvero, stato qui, avesse toccato con le sue manine fatate da elfo quel pastello.

Un bambino chiamato Natale, di Matt Haig e Chris Mould - Salani
Un bambino chiamato Natale, di Matt Haig e Chris Mould – Salani

È la magia del Natale che mi solleva dagli accidenti quotidiani; è la stessa magia che, se ci credi, non tradisce mai e offre vie di fuga dai luoghi e dai momenti più bui, dalle grinfie di un troll feroce, dalle frecce di uomini avidi e senza cuore.

Nikolas è un bambino povero, molto povero. Vive nella seconda casa più piccola di tutta la Finlandia, la sua mamma è morta scappando da un orso, il suo papà è un taglialegna con poche prospettive ma affettuoso e premuroso; ha per amico un topolino e come compagna di giochi una bambola intagliata da una rapa.

Un bambino chiamato Natale, di Matt Haig e Chris Mould - Salani
Un bambino chiamato Natale, di Matt Haig e Chris Mould – Salani

Nikolas è preda del turbinio degli eventi, del tempo, della meschinità delle persone ma crede, crede fermamente nella magia, non del Natale perché è esso stesso il Natale, o perlomeno lo sarà.

Abbandonato dal padre, partito con altri compagni di ventura alla ricerca del paese degli elfi, decide di salvarsi dalle angherie di una ziaccia e parte. Parte alla ricerca del padre, parte alla ricerca di un futuro che possa essere migliore, per sé, per il suo papà, per il suo topino. Lungo la strada incrocerà la fame, la morte, una renna amabilmente scontrosa, elfi che hanno smarrito la propria natura e neve, tanta neve.

Un bambino chiamato Natale, di Matt Haig e Chris Mould - Salani
Un bambino chiamato Natale, di Matt Haig e Chris Mould – Salani

Matt Haig colpisce per la sua scrittura diretta e che non trascura il buio dell’animo umano, affrontandolo con una schiettezza che è la forza di questo romanzo, amplificata dalle illustrazioni di Chris Mould che indugiano sui tratti spigolosi, che tradiscono stenti e fame, ben lungi dalla prospera gioia del Babbo Natale che sarà, su occhi enormi e tondi, aperti e accoglienti, magici.

9788869187919_un_bambino_chiamato_nataleTitolo: Un bambino chiamato Natale
Autori: Matt Haig e Chris Mould (trad. V. Daniele)
Editore: Salani
Dati: 2016, 278 pp., 14,90 €

Miracolo in una notte d’inverno

Ad aprire la prima finestra si viene investiti dall’aria dell’estate, due bambini giocano e ritrovano per caso una scatola intagliata, molto preziosa, il cui aspetto fa presagire un contenuto altrettanto prezioso. Non riuscendo ad aprirla la portano al nonno, che riconosce in essa i nomi di due persone a lui familiari per averne sentito raccontata la storia più volte: Ada e Nikolas.

unnamedIncomincia allora a raccontare ai due nipoti la storia di un miracolo in una notte d’inverno, storia che, lo precisa, dovrebbe essere letta a dicembre, un capitolo alla volta fino alla vigilia. Ventiquattro finestre su un mondo semplice, denso d’amore e d’affetto, povero, dal fato affilato come il vento freddo dell’inverno in Lapponia.

Sin dalle prime pagine la percezione che stia per accadere qualcosa di irreparabile è forte, tutto porta nella direzione del dramma: dall’atmosfera familiare idilliaca e dolce, dai discorsi sul futuro, dl lessico rassicurante entro cui fanno di tanto in tanto capolino parole che smarriscono, mettono in allarme.

Nikolas è a casa con la sua sorellina mentre il padre e la madre, sulla spiaggia, puliscono le reti. L’inverno è inoltrato e l’isola su cui vivono è deserta, spazzata dal vento. Ada scotta, è malata. Mentre Nikolas intaglia il legno per realizzarle un regalo di compleanno i suoi pensieri sono cupi, tesi. Sente il pericolo in agguato ma non può immaginare, bimbo di cinque anni, quanto possa essere dolorosa e impietosa la realtà: il padre e la madre devono portare Ada dal medico sulla terraferma. Nikolas rimane a casa, a tenerla calda per il loro ritorno, ma loro non torneranno mai.

Si chiude qui una finestra della vita di Nikolas, dolorosissima. Ma al villaggio tutti l’hanno a cuore, non sarà mai solo e, pur soffrendo, non si sentirà mai solo… a volte la differenza è sottile.

La narrazione prosegue con un’attenzione magistrale alla crescita del bambino, al disseminare indizi dell’uomo che diventerà. Una storia incantevole, che commuove, che meraviglia che induce a riflessioni molto profonde sul’amore, e su come solo amando e lasciandosi amare senza paura di perdersi si possa vivere pienamente.

Per leggere questo libro non è necessario essere amanti del Natale e nemmeno credere nella leggenda di Babbo Natale. Questo libro è per tutti coloro che credono, trecentosessantacinque giorni all’anno, all’esistenza dell’amore puro. (Marko Leino)

81MLeMURQgLTitolo: Miracolo in una notte d’inverno
Autore: Marko Leino (Rosario Fina trad.)
Editore: Feltrinelli Kids
Dati: 2012, 15,00 €, 268 pp.

Nella pancia della balena

Quando l’angoscia investe ogni angolo del proprio presente è il momento in cui è semplice perdere la propria dimensione. Meglio, perdere del tutto una dimensione, quella che ci dà corpo, profondità, sostanza. Ci si appiattisce nell’essere bidimensionali e si spera di passare inosservati, o che quell’accidente che ci ha investito non si accorga più di noi, passi oltre. Così, appiattiti, è più semplice accovacciarsi nella pancia della balena che troneggia su un muretto, graffito imponente.

È nel tempo di realizzare un graffito, che si svolge questa storia struggente di Alice Keller.

Sono le 14.00 di un giorno qualunque, il giorno in cui tutto ha inizio. Quando il ragazzo della balena comincia a disegnarla. E lei all’inizio è solo un occhio, seppur enorme, che guarda ai palazzoni, così come all’inizio è solo una sensazione, seppur pressante, che qualcosa si sia rotto nel quotidiano del ragazzo.

D’altra parte il ragazzo e sua madre sono bravi a fare i conti coi cocci.

Perché, oltre alla disperazione, di questa storia sono protagonisti in tre: un ragazzo dai vestiti fuori moda e dalla caparbietà ingenua; una madre piccola, sola e fragile; una balena, che, formandosi pezzo dopo pezzo, tutto osserva, vede e ristà, immobile.

La madre sparisce, il ragazzo manda avanti le ore e i giorni, sperando che torni, rigettando l’idea che possa essere rimasto completamente solo. Anche quando tutto gli suggerisce il contrario, anche quando il graffito/balena è terminato e la mamma ancora non c’è.

Anche la storia incombe, s’affretta verso la fine, per inseguire la tensione dell’animo del ragazzo, i suoi passi e le sue corse, grazie anche al lessico, al ritmo che non cede, che parla con il tono di chi sta raccontando una brutta avventura a un amico.

La abbraccio. È fredda. Di porcellana.
Ho paura di romperla.
Mi guardo le mani.
Non romperti, mamma.
Parlo da solo. Lei mi si appoggia e basta.
Non torniamo a casa.

Lo so che non torniamo.

E arrivando in fondo si ritorna all’inizio, che ce lo anticipava. Purtroppo. Perché spesso a rendere belle le storie non è affatto il lieto fine.

Titolo: Nella pancia della balena
Autore: Alice Keller
Editore: Camelozampa
Dati: 2017, 80 pp., 9,90 €

 

 

Stati d’animo

È una novità partita in estate questa che porta a spasso, vestita di uno splendido punto di rosso ciliegia, gli stati d’animo. Stati d’animo assolutamente poco universali, per il loro essere di ciascuno, dall’ispirazione di Beniamino Sidoti. Buffo che dal soggettivo si riesca piuttosto coerentemente ad arrivare all’empatia, la comune intesa, da esplorare con percorsi geograficamente interiori.

Perché è la scelta del percorso che è personale, infatti, attraverso stati d’animo che lo sono altrettanto.

Il formato è quadrato ed elegante; è quello de Il Grande Vetro, collana che nasce per lettori adulti, dai 18 anni in poi, ma credo che siano Stati d’animo visitabili anche da ragazze e ragazzi più giovani, anche semplicemente per ricevere una cartolina da animi che hanno avuto più tempo per scriverle.

Stati d'animo, Beniamino Sidoti, Paolo Rinaldi - 2017 Rrose Sélavy Silenzio
Stati d’animo, Beniamino Sidoti, Paolo Rinaldi – 2017 Rrose Sélavy Silenzio

Il mio percorso inizia esattamente dove comincia il libro, col silenzio per poi proseguire, superando rapidamente i confini di rabbia e fantasia e arrivare alla purificazione e sentirmi percorsa, così come la mia casa, di spifferi e sbuffi.

È il paese del vento, e il vento entra in ogni punto del suo paese, e le case sono percorse da spifferi e sbuffi, le fiamme vanno protette, gli aquiloni tenuti stretti.

Indugio dolcemente nello stato della generosità per poi crogiolarmi nella durezza che tanto mi rende coriacea alle delusioni subito crettata (che a bel leggere ladurezza è davvero fragile) dall’errore che riconosco tale e mi serve per ripartire e arrivare, felice, nello stato della libertà. E da qui non mi sposto, ma se volete, vi invio tante, libere, cartoline.

Stati d'animo, Beniamino Sidoti, Paolo Rinaldi - 2017 Rrose Sélavy
Stati d’animo, Beniamino Sidoti, Paolo Rinaldi – 2017 Rrose Sélavy Purificazione

Gli Stati d’animo sono illustrati dai collage di Paolo Rinaldi, a volte essenziali, a volte traboccanti ritagli, come i collage dietro alle testiere dei letti delle nonne creative e passionarie.

Stati d'animo, Beniamino Sidoti, Paolo Rinaldi - 2017 Rrose Sélavy Passione
Stati d’animo, Beniamino Sidoti, Paolo Rinaldi – 2017 Rrose Sélavy Passione

stati animoTitolo: Stati d’animo
Autore: Beniamino Sidoti, Paolo Rinaldi
Editore: Rrose Sélavy
Dati: 2017, 120 pp., 13,00 €

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