Il pianeta degli alberi di Natale

E se avessimo la possibilità di confrontarci con il nostro alter ego e, così facendo, affrontare la delusione e l’insoddisfazione e riconsiderare abitudini e consuetudini? E se questo confronto avvenisse su un pianeta del tutto diverso da quella Terra così familiare, così distante da quel quartiere (Testaccio) di Roma i cui abitanti (così si dice) a prima vista sembrano tutti antipatici ma poi a conoscerli meglio…?

Il pianeta degli alberi di Natale - Bruno Munari (G. Rodari)
Il pianeta degli alberi di Natale – Bruno Munari (G. Rodari)

Insomma, a Marco il nonno, in occasione del suo compleanno, regala un cavallo a dondolo; che delusione! Per quanto bello non è un gioco adatto alla sua età! A quel punto, con tutta la rabbia e la frustrazione, ritrovarsi per le strade del suo quartiere o su di un’astronave diretta chissà dove non fa differenza. Invece, della grossa differenza che intercorre tra le due situazioni, Marco s’accorge non appena messo piede su questo pianeta straniero: intanto l’aria sa di primavera, per il suo essere tiepida e deliziosamente profumata. Poi il tempo non è scandito da impegni incombenti, piuttosto placido e morbido, e la sua guida, Marcus, lo accompagna per strade e vie che sembrerebbero ordinarie se non fosse che in esse tutto è invece straordinario: intanto parole come “ammazzare” o “pagare” non hanno senso perché non hanno contesto, e poi ad ogni finestra, in ogni angolo, ovunque, tutto è addobbato con degli alberi di Natale. Il pianeta in effetti è proprio quello degli alberi di Natale e l’atmosfera è sempre quella natalizia, sebbene non altrettanto frenetica o consumistica come quella terrestre.

Il pianeta degli alberi di Natale - Bruno Munari (G. Rodari)
Il pianeta degli alberi di Natale – Bruno Munari (G. Rodari)

Questo racconto lungo di Gianni Rodari si incastona perfettamente nell’atmosfera dell’attesa natalizia e soprattutto ricorda e ribadisce che le strade della fantasia sono infinite, portano ovunque, cambiano destinazione a viaggio iniziato, o conducono esattamente laddove avevamo immaginato, persino su un pianeta in cui è sempre Natale.

“Le fiabe servono alla matematica come la matematica serve alle fiabe. Servono alla poesia, servono alla musica, all’utopia, all’impegno politico: insomma all’uomo intero e non solo al fantasticatore. Servono proprio perché in apparenza non servono a niente: come la poesia e la musica, come il teatro o lo sport (se non diventano un affare). Servono all’uomo completo

Servono dunque bambini, che dissacrino i luoghi comuni, che siano divertenti e portatori di un umorismo dell’assurdo che presuppone una coscienza alta e profonda della giustizia e della realtà, che conoscano e vivano con naturalezza l’amicizia e che rifuggano il conformismo; servono, dunque, bambini che siano bambini; specie a Natale. Non a caso

il libro, dalla prima pagina all’ultima (ma anche dall’ultima alla prima), è dedicato ai bambini di oggi, astronauti di domani”

Il pianeta degli alberi di Natale - Bruno Munari (G. Rodari)
Il pianeta degli alberi di Natale – Bruno Munari (G. Rodari)

L’edizione che ho scelto di consigliarvi è illustrata da Bruno Munari ed è divisa in due parti, la prima è costituita dal racconto, la seconda si chiama Cose di quel pianeta: filastrocche, avvisi e poesie. Ogni illustrazione si racconta con una efficace didascalia.

copertina - Il pianeta degli alberi di NataleTitolo: Il pianeta degli alberi di Natale
Autore: Gianni Rodari, ill. Bruno Munari
Editore: Einaudi ragazzi
Dati: 2011, 159 pp., 11,50 €

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Una matriosca a forma di scatola gialla

Una scatola gialla, Pieter Gaudesaboos - Sinnos 2014
Una scatola gialla, Pieter Gaudesaboos – Sinnos 2014

Un unico, lungo, lunghissimo disegno per una storia fatta di domande dall’unica risposta più una.
L’ho letto più volte questo albo di Pieter Gaudesaboos; all’inizio è stato il gioco dell’indovinare che cosa contenesse quella enorme, e via via sempre più piccola, scatola gialla. Poi è subentrata l’attenzione al formalismo netto, ai contorni precisi, ai colori pieni, ai due primari, il giallo e il blu, che assieme fanno il verde, e al vuoto fatto pieno del bianco. La storia incalza, il testo sempre concluso con un punto di domanda incita alla lettura ritmica ma piuttosto sostenuta.

Una scatola gialla, Pieter Gaudesaboos - Sinnos 2014
Una scatola gialla, Pieter Gaudesaboos – Sinnos 2014

Cosa c’è in quella scatola enorme e gialla che il comandante della nave sistema sul ponte? Ci sarà un elefante, suppone… è talmente grande che non potrebbe contenere altro. Ma la nave, si sa, in mare ballonzola e tra un’onda e l’altra la scatola scricchiola e scricchiola fino a rompersi e dentro… c’è un elefante? No, c’è un’altra scatola gialla che senz’altro conterrà un rinoceronte, si dice il macchinista che la sistema sul treno. E così via, scatola nella scatola, sempre più piccola, sempre più misteriosa.

Una scatola gialla, Pieter Gaudesaboos - Sinnos 2014
Una scatola gialla, Pieter Gaudesaboos – Sinnos 2014

Un lungo disegno, dicevo: perché a svolgerlo, a srotolarlo, questo libro già di per sé dalla lunga forma, si otterrebbe un’immagine unica e coerente, lineare, da seguire camminandovi di fianco, da accompagnare fino all’ultima pagina, l’ultima pagina della storia intendo, perché il libro non finisce con la storia, continua con l’invito ad aguzzare la vista e a cercare tra le pagine 1 pollo, per esempio, o, per chi amasse i grandi numeri e le grandi sfide, 119 uccellini; e ancora, munendosi di forbici e colla, con la possibilità di realizzare la propria scatola gialla, per mettere al suo interno qualsiasi cosa si desideri, escluso un elefante, credo, considerata la sua mole, ma magari il disegno di un elefante sì, per concluderla à la Magritte.

scatolagiallaTitolo: Una scatola gialla
Autore: Pieter Gaudesaboos
Editore: Sinnos
Dati: 2014, 40 pp., 11,00 €

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Si narra di cinque cosi malfatti (ma siamo molti, molti di più)

Ne parlo quando in rete ne hanno già parlato tutti; quando tutti già sanno quanto splendido, meravigliosamente splendido, sia “I cinque malfatti” di Beatrice Alemagna. Ma io ho bisogno di aver vissuto un albo prima di esprimermi e tradurlo nelle mie considerazioni. E questo l’ho vissuto (Ah! Se l’ho vissuto!) quest’estate. Ha conosciuto spiagge pietrose, altre candide e rilucenti al sole; si è macchiato d’erba, nell’angolo in basso, un po’ sbucciato, si è tinto di rosso sugo; e oggi nella mia casa di tanto in tanto risuona una vocina che rimanda a memoria: erano cinque. Cinque cosi malfatti. Per poi leggerlo tutto, dalla prima pagina all’ultima, pur senza saper leggere nulla se non il proprio nome.

Nel momento in cui ho letto per la prima volta questa storia ho capito che tra le pagine (quelle sì) ben distese, dalla cura editoriale e tipografica impeccabile, tutta quell’imperfezione mi avrebbe presa in un vortice di ammirazione e affetto. Ammirazione per chi, autore, riesce a rendere così profondamente il senso dello star bene al mondo e con sé stessi, ammirazione per questi cinque cosi tanto malfatti che nel mondo si muovono capovolti, molli, ingenui, disinvolti, sereni; affetto per i momenti, le ore, che mi avrebbe donato nel tempo a venire. Io sono sempre riconoscente verso coloro che mi regalano tempo sereno e intenso.

I cinque malfatti, Beatrice Alemagna - 2014, Topipittori
I cinque malfatti, Beatrice Alemagna – 2014, Topipittori

Beatrice Alemagna è un’autrice, nel senso pieno che questa abusata parola merita. Sue la narrazione per immagini, sua la narrazione per mezzo del testo. Impeccabile il secondo, ricco di colpi di scena, di momenti di stasi che paradossalmente divengono azione, di ironia, di dolcezza e candore; zeppo di attenzione e gioco, divertente e pieno. La prima, beh… tutto inizia con una doppia pagina di presentazione: i cinque malfatti dormono, ci accolgono nel più intimo dei loro momenti, così ci si presentano, inermi. E noi ne apprezziamo la semplicità, con riconoscenza lo sguardo si ingentilisce e pur nota il disordine, l’imperfezione sotto le coperte latente.

Il primo dei cinque era bucato, il secondo piegato, il terzo molle (e giù risate a pancia piena e nasi arricciati), il quarto capovolto e il quinto… lasciamo perdere! In cinque vivono in una casa sbilenca, cadente, anch’essa malfatta, ma non se ne preoccupano.

I cinque malfatti, Beatrice Alemagna - 2014, Topipittori
I cinque malfatti, Beatrice Alemagna – 2014, Topipittori

Tra i cinque malfatti due sono divenuti il mio ideale giacché nell’ambire ad avere le loro imperfezioni potrebbe risiedere la chiave di una me migliore. Il bucato (chissà perché senza buchi in copertina) che grazie ai suoi buchi si lascia passare attraverso la rabbia ma anche la delusione, credo, le aspettative disattese, i rimpianti, la tristezza, per vederli in tutta la loro grigia e fumosa consistenza, osservarli dissolversi e non pensarci più. Il piegato, che conserva mille e mille ricordi tra le sue pieghe e ogni volta che lo desidera li dispiega, li svolge tutti assieme e ne gusta ogni momento. Come me così i bambini trovano ciascuno il suo malfatto preferito (in casa nostra è il molle), ne considerano i difetti, ci riflettono, a volte rimuginano, poi ci ridono su, capaci di fare ironia anche su sé stessi.

I cinque malfatti, Beatrice Alemagna - 2014, Topipittori
I cinque malfatti, Beatrice Alemagna – 2014, Topipittori

I cinque piuttosto che rimediare, che raddrizzare, preferiscono ciondolare, sorridere di loro stessi e fare a gara su chi tra di loro possa essere quello più malfatto. Poi arriva l’eroico, il perfetto, la nota armonica e dissonante che tutto permea della propria immota perfezione. Tutto rischia di tradire e travisare. Si tratta di un essere bellissimo, liscio, con tutte le cose al posto giusto e una lunga, fulgente treccia rossa. Manco avesse un piano manageriale già pronto in tasca comincia a valutare competenze e attività dei cinque malfatti giungendo alla conclusione che no, non va affatto bene. Hanno bisogno di un progetto quei cinque, di un’idea soprattutto, che possa limare le loro macroscopiche imperfezioni.

I cinque però, e noi che così imperfetti li amiamo, lo sappiamo bene, si piacciono così. Non soffrono i propri difetti, con essi piuttosto convivono in piena consapevolezza e anzi, grazie ad essi vivono con più serenità e pienezza. E tanti saluti al perfetto, la cui fine è anche quella dell’albo e qui, chiaramente non vi svelo.

I cinque malfatti, Beatrice Alemagna - 2014, Topipittori
I cinque malfatti, Beatrice Alemagna – 2014, Topipittori

Malfatti-copTitolo: I cinque malfatti
Autore: beatrice Alemagna
Editore: Topipittori
Dati: 2014, 40 pp., 20,00 €

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Il sogno americano si infrange assieme alla letteratura edificante grazie a una bambino buono e a uno cattivo

Storia del bambino buono - Storia del bambino cattivo , Twain, Olmos - 2013 Logos edizioni
Storia del bambino buono – Storia del bambino cattivo , Twain, Olmos – 2013 Logos edizioni

Due grandi autori si muovono sullo stesso livello di interpretazione e danno luogo a due storie (o meglio tre) che, come prima cosa, mettono in evidenza quanto sia importante far pace con l’idea che bene e male, bontà e cattiveria, convivano in ciascuno di noi e adoperarsi, quindi, affinché trovino un equilibrio cosciente e scevro di ipocrisia.

La storia del Visconte dimezzato del quale la parte buona se ne va per campi e colline del tutto separata da quella cattiva, errante anch’essa ma per vie tutte sue, di Calvino ci è probabilmente più familiare, quella del secondo, dimezzata anch’essa ma in due parti distinte con due protagonisti speculari ma diversissimi, di  Twain, certamente un po’ meno, ma ancora per poco, spero. Si tratta della storia di un bambino buono, tanto innocentemente buono, e di un bambino cattivo, tanto coscientemente cattivo (Storia del bambino buono – Storia del bambino cattivo).

Storia del bambino buono - Storia del bambino cattivo , Twain, Olmos - 2013 Logos edizioni
Storia del bambino buono – Storia del bambino cattivo , Twain, Olmos – 2013 Logos edizioni

Incomincerei dal bambino cattivo che, assolutamente in linea con la storia, mi ha coinvolto molto più del bambino buono. Si chiama Jim e non è uno di quei monelli a noi familiari i quali, lo sappiamo, ne combinano di cotte e di crude ma alla fine, vuoi per crescita, vuoi a suon di schiaffoni, vuoi per qualche sfortunato, sfortunatissimo accidente, si ritrovano più o meno consapevolmente a concludere le loro storie buoni come giuggiole; davanti a Jim anche il più incorreggibile dei Tom Sawyer,  il più maleducato dei Gianburrasca se la darebbe a gambe levate, promettendo di fare ammenda per i guai combinati, presenti e futuri.

Jim è un bambino capace di fare dispetti crudeli, di rubare, di mostrarsi prepotente e irriconoscente quale è senza pagarne mai le conseguenze. “Questo Jim aveva una fortuna sfacciata – doveva essere quello il suo segreto. Non gli accadeva mai niente di male”. Sull’altro versante, in un contesto capovolto e capovolgendo contestualmente il libro, ecco Jacob. Buono, pio, disponibile e gentile, sempre alla ricerca di un modo nuovo per aiutare il prossimo, per raggiungere la perfezione del bambino modello. Però, “qualunque cosa facesse, questo bambino si metteva nei guai. Le stesse cose per cui i bambini dei libri venivano ricompensati per lui si rivelavano il peggiore degli affari”. E Twain non si ferma qui, porta i due bambini iperbolici verso due finali altrettanto iperbolici: il primo cresce e diventa un malvagio farabutto ricco e stimato da tutti, il secondo non cresce perché, prima che ne abbia la possibilità, muore. Il tutto non lesinando scene macabre, eventi crudeli. Si tratta di uno scherzo letterario, di una burla autoriale; non a caso non c’è una vera e propria trama, e i due protagonisti sono personaggi senza evoluzione, identici a sé stessi.

Storia del bambino buono - Storia del bambino cattivo , Twain, Olmos - 2013 Logos edizioni
Storia del bambino buono – Storia del bambino cattivo , Twain, Olmos – 2013 Logos edizioni

Ma questo è un libro del 1865; è partendo da qui che si scioglie sul nascere il dibattito che certamente si solleverebbe (e in me con me stessa ha naturalmente suscitato) se questo sia o meno un libro per bambini. Lo è o meglio, appunto, lo era nel suo contesto storico e sociale, nel contesto letterario americano infarcito e contaminato da libricini domenicali dai contenuti melensi ed edificanti. Sono questi i cardini su cui Twain si muove, oliati da un’ironia tagliente e senza filtri. Oggi io consiglierei la lettura di questi due racconti ai bambini di almeno 10 anni, capaci di riderci su senza farsi confondere o turbare dagli eventi, sebbene nessun bambino sia esente da empatia, a nessuna età.

Roger Olmos, infine, riserva all’ironia di Twain illustrazioni iperboliche anch’esse, surreali, sognanti. Evanescenti a tratti quelle che ritraggono Jacob, livide quelle dedicate a Jim. Olmos forza le prospettive, crea alberi dall’unico frutto, indugia sui dettagli per poi dar loro spazi macroscopici, traslando nella realtà concreta dell’illustrazione quella irreale dell’incubo.

copertina bambino cattivocopertina bambino buono

Titolo: Storia del bambino buono – Storia del bambino cattivo
Autore: Mark Twain
Illustratore: Roger Olmos
Editore: Logos
Dati: 2012, 48 pp., 18,00 €

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Giochi di parole, humour, poesia vivono assieme ne L’isola di Bestierare

L'isola di bestierare, Jack Prelutsky, Peter Sís, Giusi Quarenghi - 2012, Edt Giralangolo
L’isola di bestierare, Jack Prelutsky, Peter Sís, Giusi Quarenghi – 2012, Edt Giralangolo

Prima di qualsiasi altra osservazione in merito a L’isola di Bestierare devo necessariamente considerare la traduzione di Giusi Quarenghi, che, giustamente, viene definita “versione italiana”, giacché il lavoro fatto dalla traduttrice è effettivamente di riscrittura; una riscrittura che immagino faticosa e impegnativa il cui risultato, però, è raffinato e brillante.

Le poesie di Jack Prelutsky sono, infatti, complesse, per la realizzazione non per la fruizione, giacché nascono da giochi di parole, o meglio, dall’incrocio di due parole a crearne una nuova. Questa nuova parola, che nasce dall’incrocio di un animale con un vegetale, dà vita a una nuova specie vivente, a una bestia rara, per l’appunto, sulla quale si innesta di volta in volta una poesia che è una storia.

L'isola di bestierare, Jack Prelutsky, Peter Sís, Giusi Quarenghi - 2012, Edt Giralangolo
L’isola di bestierare, Jack Prelutsky, Peter Sís, Giusi Quarenghi – 2012, Edt Giralangolo

Alla volta dell’isola di Bestierare salpano due bambini, ma sul loro skateboard c’è posto per un altro passeggero. E qui, esattamente in questo invito palese, che ristà la profonda bellezza di questo albo illustrato: quell’incoraggiare a fantasticare e creare che è, o dovrebbe essere, fulcro e motore di qualsiasi libro destinato all’infanzia.

Ci sono le Pescammelle, eleganti nel passo pur sulla sabbia bruciante; ci sono gli Ippofunghi, piuttosto ingombranti che preferiscono stare sempre nello stesso posto, beati e in tranquillità; c’è la Rinocerosa, affascinante, profumata, meravigliosa. Alla regola animale/ortaggio o frutto sfuggono solo il Ghepastruzzo, le Pappalontre e il Cardinaltonno, maniaco della velocità il primo, chiacchierone le seconde e con seri problemi con l’umidità l’ultimo.

L'isola di bestierare, Jack Prelutsky, Peter Sís, Giusi Quarenghi - 2012, Edt Giralangolo
L’isola di bestierare, Jack Prelutsky, Peter Sís, Giusi Quarenghi – 2012, Edt Giralangolo

Le illustrazioni di Peter Sís sono ricche in dettagli: i cieli sono composti da centinaia di piccole linee e così i mari; la terra è un trionfo di punti; le piume e i manti delle bestierare un intreccio fitto di righe e quadretti in cui si direbbe che il nero la faccia da padrone. In realtà le tracce scure non fanno che sottolineare i colori tenui ma brillanti che rimangono tali anche quando le espressioni sono cupe o pensose. 

L'isola di bestierare, Jack Prelutsky, Peter Sís, Giusi Quarenghi - 2012, Edt Giralangolo
L’isola di bestierare, Jack Prelutsky, Peter Sís, Giusi Quarenghi – 2012, Edt Giralangolo

La quarta di copertina riassume per mezzo di icone tutte le bestierare dell’isola: un avocado più un dodo crea un avocadodo; un rinoceronte più una rosa crea una rinocerosa… e qui la parola passa ai piccoli lettori che potranno creare decine e decine di nuove bestierare (per non dire infinite) e con esse nuove storie, sempre diverse, stavolta non rare, bensì uniche. L’invito è chiaro ed è accolto con entusiasmo dai piccoli lettori ben felici di abbandonare la via prescritta dell’ordine razionale delle cose per perdersi in un’avventura (con tanto di mappa alla mano) che è fantastica ma paradossalmente arricchita da una logica profonda e scientifica che presume una conoscenza concreta degli esseri che si incrociano oltre a una capacità di astrazione profonda della quale i bambini sono abbondantemente provvisti.

Cover_BestierareTitolo: L’isola di bestierare
Autore: Jack Prelutsky, Peter Sís, Giusi Quarenghi
Editore: Edt Giralangolo
Dati: 2012, 32 pp., 13,50 €

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Orso, buco!

Che i minibombi sapessero ispirarsi ai grandi maestri alla maniera degli umanisti coi classici, l’avevamo ben intuito al solo scorrere superficialmente le pagine delle loro prime pubblicazioni, laddove Munari fa capolino e strizza l’occhio. Quando dalla superficie si passa alla lettura approfondita, questo trarre ispirazione diviene elegantissimo manifesto e naturale è, per chi legge Orso buco!, sentirsi in un luogo familiare, popolato di rimandi al celebre Piccolo giallo e piccolo blu di Leo Lionni o all’avvincente a Caccia dell’orso di Michael Rosen, e allo stesso tempo nuovo, brillante, originale.

Orso, Buco!, di Nicola Grossi - 2013, Minibombo
Orso, Buco!, di Nicola Grossi – 2013, Minibombo

Si tratta di un albo dal formato quadrato le cui pagine si susseguono in una semplicità che sorprende e riflette la complessità del pensiero editoriale che risiede in ciascuna di esse: per mezzo di qualche tondo colorato e di linee si costruisce passo passo (o saltello dopo saltello) una storia avvincente e buffa che diverte molto sia i bambini molto piccoli, cui essa è principalmente destinata, sia quelli più grandi, che colgono il gioco raffinato della stilizzazione e a loro volta giocano a stilizzare altri protagonisti per altre fiabe in una girandola pressappoco infinita di trovate e colori. Queste tra le cose che ho apprezzato di più; ce n’è un’altra che ne è naturale conseguenza e che dà all’albo quel qualcosa che lo colloca tra i libri che non possono mancare nella libreria di un bambino: la libertà di godere di una storia ben costruita e conclusa di reinventarla nel gioco munariano e rodariano del rinarrare riscrivendo e ridisegnando che è nutrimento e ragione di ogni mente bambina.

Orso, Buco!, di Nicola Grossi - 2013, Minibombo
Orso, Buco!, di Nicola Grossi – 2013, Minibombo

Orso si è perso e non trova più la sua tana. Decide quindi di mettersi in cammino. Mentre leggo i prima passi di questa storia, penso alla rotonda ricerca del pezzo perduto di Shel Silverstein che ugualmente per mezzo di tondi (stavolta imperfetti) e linee a illustrare strade e percorsi, ha un ritmo narrativo simile a livello illustrativo. Orso parte alla ricerca della sua tana, quindi, quando Badabum! casca in un buco che è la tana di volpe. Volpe si associa alla ricerca e questi due bei tondi colorati proseguono assieme il cammino e, novelli musicanti verso una casalinga Brema, fanno nuovi accoliti, stringono amicizia, esplorano luoghi diversi e vivono nuove avventure, fino ad andare assieme in buca in un finale divertentissimo.

Orso, Buco!, di Nicola Grossi - 2013, Minibombo
Orso, Buco!, di Nicola Grossi – 2013, Minibombo

Ideale da leggere ad alta voce, anche a più bambini alla volta, grazie ai suoni, alle parole onomatopeiche che vivificano la narrazione dandole, se possibile, colori in più.

orso buco copTitolo: Orso, buco!
Autore: Nicola Grossi
Editore: Minibombo
Dati: 2013, 40 pp., 11,00 €

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Il buco. Un libro da leggere attraverso.

Il Buco, Øyvind Torseter - 2013, Orecchio acerbo
Il Buco, Øyvind Torseter – 2013, Orecchio acerbo

Quando si è indaffarati è difficile riuscire a notare qualcosa che non sia l’impiccio che ci impegna. Specie se si è alle prese con un trasloco, non si hanno altri occhi che per i pacchi da svuotare, da organizzare. È quando ci si rilassa, ci si ferma per pranzare, per esempio, che ci si guarda attorno. A quel punto si nota di tutto, soprattutto un bel buco tondo tondo nel muro. Ci sarebbe da munirsi di stucco e cazzuola ma non è questo il caso e il protagonista non tarda a rendersene conto, noi peraltro, che il buco l’abbiamo notato sin dalla copertina, è da un pezzo che glielo stiamo indicando… Il buco non è un semplice buco, ma un vuoto dotato di piena autonomia, di vita propria, di un proprio carattere che non tarda a manifestarsi, anche dispettoso, quando dalla parete si sposta sull’oblò della lavatrice e poi, sfruttando la confusione del protagonista, sul pavimento a far da trappola per passi incauti e sbalorditi.

Il Buco, Øyvind Torseter - 2013, Orecchio acerbo
Il Buco, Øyvind Torseter – 2013, Orecchio acerbo

“…Sì, salve… ho trovato un buco… Nel mio appartamento… sì… no… si sposta… sì… potete venire a dare un’occhiata?… No… no, d’accordo… portarvelo? Come… pronto?”

Il Buco, Øyvind Torseter - 2013, Orecchio acerbo
Il Buco, Øyvind Torseter – 2013, Orecchio acerbo

La decisione è presa: bisogna solo catturare il buco. Impresa non semplice che impiega numerose pagine, fino a quando il buco, finalmente inscatolato, sembra rassegnarsi al suo destino e simbolicamente si adagia tra le labbra di un postino fischiettante, sostituisce il verde e poi il rosso di un semaforo, si stupisce assieme a una bambina che guarda all’insù diventando una narice, poi palloncino, poi lampione. Fino ad arrivare al laboratorio analisi… quale sarà l’origine di questo buco tanto profondo quanto divertente? Basteranno i sofisticati strumenti del laboratorio a decifrarne consistenza e origine?

Il Buco, Øyvind Torseter - 2013, Orecchio acerbo
Il Buco, Øyvind Torseter – 2013, Orecchio acerbo

Questo albo è un omaggio al minimalismo; minimalismo già evidente nel tratto di Torseter che si cristallizza e si completa nel togliere piuttosto che nell’aggiungere. Si toglie sin dalla copertina spessa di cartone grigio, si toglie da ogni pagina, fino alla quarta di copertina, per creare il delizioso e tondo mistero; attorno ad esso nascono le altre linee e gli altri spazi, colorati, poco, solo in giallo, ciano e magenta. Potrei dire che il tratto con il quale prende vita l’omino antagonista del buco dal volto un po’ cavallino mi ricorda quello di Ungerer, ma credo che questo protagonista mite, quasi sognante, oltre che il tratto di Ungerer conservi la capacità di rendere l’effimero pregnante, l’assurdo reale, il vuoto pieno.

Il Buco, Øyvind Torseter - 2013, Orecchio acerbo
Il Buco, Øyvind Torseter – 2013, Orecchio acerbo

copertina_hulletTitolo: Il buco
Autore: Øyvind Torseter
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2013, 64 pp., 21,00 €

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La rotonda perfezione della felicità sta nel ricercarla

Alla ricerca del pezzo perduto di Shel SilverStein - 2013, Orecchio acerbo
Alla ricerca del pezzo perduto di Shel SilverStein – 2013, Orecchio acerbo

Spesso si tende a considerare la doppia pagina di un albo illustrato un unico sfondo su cui si muovono i protagonisti di una stessa illustrazione, legati a doppio filo da quello della cucitura del libro. In realtà ciascuna pagina vive una propria indipendenza sebbene (anche a causa di una certa tradizione editoriale) faccia parte di un tutt’uno. Questa semplice “regola” trova la sua espressione più completa nell’albo di Shel SilverStein edito da pochi giorni da Orecchio acerbo.

Alla ricerca del pezzo perduto di Shel SilverStein - 2013, Orecchio acerbo
Alla ricerca del pezzo perduto di Shel SilverStein – 2013, Orecchio acerbo

L’albo si svolge in orizzontale e ogni immagine investe la doppia pagina; ciò che accade a destra, però, continua, si rivela, a sinistra e al contempo rimane compiuto restando a sé stante; così come leggibili singolarmente sono i tratti lineari che si muovono alla base delle pagine a sinistra. Il che è possibile grazie alla struttura della storia così come a un profondo lavoro autoriale di ideazione e costruzione (di sottrazione anelante alla leggerezza à la Calvino direi).

Alla ricerca del pezzo perduto di Shel SilverStein - 2013, Orecchio acerbo
Alla ricerca del pezzo perduto di Shel SilverStein – 2013, Orecchio acerbo

In generale trovo la perfezione noiosa, specie se applicata agli individui (specie se professata dagli individui). Trovo la perfezione immobile e l’immobilità stanca, spesso irrita, e mal si coniuga con la scoperta.

Molto più interessante è la ricerca della perfezione: alla maniera umanistica, essa è difficile, entusiasmante, faticosa, intelligente e uno di quegli atti destinati a rimanere, in molti e fortunati casi, non compiuto. Laddove si compia, dal dinamismo si passa alla staticità e il cerchio si chiude in un’irritante noia.

Alla ricerca del pezzo perduto di Shel SilverStein - 2013, Orecchio acerbo
Alla ricerca del pezzo perduto di Shel SilverStein – 2013, Orecchio acerbo

Protagonista di questa storia di ricerca della perfezione è quello che una volta, prima di perdere un pezzo, era un cerchio perfetto. Nonostante uno spicchio di sé rimanga vuoto lasciando spazio a un sorriso pieno, il tondo non è affatto contento della sua condizione e parte, quindi, alla ricerca del pezzo perduto. Cerca col caldo e con la neve, cerca tra l’erba alta, cerca in montagna e in pianura, cerca vagando per gli oceani e mentre cerca, rotola e vaga, canta. Canta la ricerca del suo pezzo perduto. E sembra felice; anche perché ha l’occasione di incontrare e superare un bacherozzo, così come di esserne sorpassato una volta diventato farfalla. Rotola di avventura in avventura e talvolta nel pezzo che potrebbe essere quello mancante si imbatte. Solo alla fine, però, trova davvero quello giusto. Sarà questa la conclusione della sua ricerca? La felicità risiede nella perfezione, che lo rende veloce, inespressivo e completo o altrove, nell’accettazione di quel sé cantante e felice?

Alla ricerca del pezzo perduto di Shel SilverStein - 2013, Orecchio acerbo
Alla ricerca del pezzo perduto di Shel SilverStein – 2013, Orecchio acerbo

Prima di incontrare il nostro tondo protagonista si percorrono numerose pagine, inclusi risguardi e colophon, che guidano per mezzo di un unico tratto lineare, che è una strada, e suggeriscono una ricerca, così come una lettura consapevole; suggeriscono la ricerca di un inizio che è già pieno della storia; fino alla comparsa, sulla pagina di destra, dell’imperfetto tondo, triste, senza un pezzo di sé.

Ritorniamo quindi al discorso iniziale, che prosegue fino alla quarta di copertina lasciando aperta la possibilità di nuovi sviluppi. La pagina di destra dialoga con quella di sinistra con una semplicità lineare, monocroma e narrativa, lasciando intendere altre e nuove storie: cosa pensa il pezzo mancante che si rivela sproporzionato, per esempio, mentre guarda allontanarsi il cerchio imperfetto? Gli augura forse di trovare presto quello giusto? È perplesso per essere stato un pezzo di passaggio, provato e poi scartato senza tanti giri di parole? Sta decidendo di unirsi a lui in una sua propria, personale, ricerca?

Una cosa è certa, questo libro sull’imperfezione è quasi perfetto.

Alla_ricerca_coverTitolo: Alla ricerca del pezzo perduto
Autore: Shel Silverstein
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2013, 108 pp., 19,00 €

Forte come un orso

Il rapporto tra testo e immagini è il cardine su cui si regge tutto l’impianto dell’albo illustrato, ne è la ragione stessa. Su questo punto mi sono spesso dilungata in precedenza ma mi sembra doveroso e coerente sottolinearlo ancora (e probabilmente altre volte lo ribadirò in futuro…): quando questo rapporto cardine non è equilibrato tutta la struttura, e la ragion d’essere, dell’albo ne risente, quando non, nei casi più disastrosi, ne paga con l’illeggibilità le spese. Essenziale è quindi la ricerca dell’armonia. Molti albi illustrati si nutrono e vivono attingendo a piene mani nel dolcissimo campo della retorica che diviene strumento di comunicazione e crescita intrecciando il potere immaginifico di parole e illustrazioni a una valenza semantica che supera il realismo, introducendo a un mondo che, per converso, è molto più comprensibile all’occhio e all’orecchio bambino.

Forte come un orso, Katrin Stangl - 2013, Topipittori
Forte come un orso, Katrin Stangl – 2013, Topipittori

Alcune delle figure retoriche più sfruttate negli albi illustrati e che meglio si prestano a questo gioco di scambi e integrazioni fra parola e immagine sono quelle della metafora o della similitudine, e, ancora più nello specifico, quelle della metafora, o della similitudine, iperbolica. Il rischio, come con tutto ciò che è semplice, è che si scada nella banalità della resa riducendo le illustrazioni a mera didascalia del testo o, facendo il percorso inverso, che si estremizzi in un risultato criptico che allontana piuttosto che avvicinare al senso, mai unico, che si auspica raggiunga il gioco letterario.

Forte come un orso, Katrin Stangl - 2013, Topipittori
Forte come un orso, Katrin Stangl – 2013, Topipittori

Gli approcci possibili sono dunque molteplici e tutti portatori di un proprio rischio. Per fortuna sono molti gli autori capaci di svicolare e trovare soluzioni narrative originali e composite, per nulla banali, affatto ermetiche. Comincerei col considerare Forte come un orso di Katrin Stangl. L’autrice sfrutta l’antico e sempre efficace parallelo tra uomo e animale che si coniuga sempre al meglio con la necessità, proverbiale, di rendere esplicite le emozioni, le attitudini e le sensazioni, chiamando in causa caratteristiche ancestrali e naturali che tratte dal mondo animale e poste in quello degli umani semplificano, avvicinando e allontanando al contempo il portatore di quella similitudine, la resa di queste ultime. A maggior ragione questi parallelismi, nei bambini, smorzano la timidezza, giustificano certe abitudini, esaltano alcuni pregi e confortano da quelli che alle volte si percepiscono come propri difetti. Leggendo l’albo ho subito pensato, per l’impostazione di ogni pagina, agli animali guida, talvolta inquietanti, de La bussola d’oro, in cui ogni bambino è indissolubilmente legato a un animale che cresce con lui e con lui si manifesta, portatore di capacità e caratteristiche che si riflettono nel bambino. Un animale guida che manifesta, e in un certo senso esplicita, l’intimo sentire del bambino che ne è compagno con cambiamenti repentini che si adattano ad ogni circostanza per poi fossilizzarsi in una sterile immobilità, nell’età adulta.

Forte come un orso, Katrin Stangl - 2013, Topipittori
Forte come un orso, Katrin Stangl – 2013, Topipittori

Anche nelle tavole della Stangl gli animali accompagnano i bambini, sono sempre al loro fianco, fungendo da supporto e specchio: “dispettoso come un tasso”, laddove il bimbo solletica i piedi di un adulto addormentato con la complicità del suo animale guida che pare addirittura voler intervenire nel gioco sfruttando i propri baffi; “furioso come un toro”, quando esplode la rabbia bambina e la torre costruita non è affatto come la si pensava, laddove il toro è supporto e spalla, affatto furioso, piuttosto robusto e comprensivo supporto; “libero come un uccello” quando si varca la soglia delle sbarre del lettino per conquistare un’agognata libertà, spesso foriera di bernoccoli, mentre un merlo soddisfatto e canterino quasi applaude con le ali al gesto di conquista del bambino. Le tavole sono molto colorate e frutto di un lavoro grafico che è insieme autoriale, tecnico e tipografico.

Orso-copTitolo: Forte come un orso
Autore: Katrin Stangl
Editore: Topipittori
Dati: 2013, 40 pp., 15,00 €

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