Avvicinatevi signore e signori, venite tutti! Guardate tutti, guardate tutti, Guardate!

C’era una volta un grande tendone rosso, e un lungo, lunghissimo cappello rosso che stava sulla testa di un omino dal costume giallo e questo omino, senza prendere fiato nemmeno una volta, stava proprio dinanzi a quel grande tendone rosso che, sì, era il tendone di un circo, e l’omino – non conosciamo il suo nome – , dunque, che di quel circo e di quel tendone era il proprietario, tanto che tutti lo chiamavano “L’uomo del circo”, tutto d’un fiato chiama a viva voce gli spettatori e, con convincente insistenza, promette cose straordinarie, rivelazioni incredibili, visioni improbabili per mezzo di una mini, minuscola scatolina gialla.

 Apri la scatola! di Dorothy Kunhardt - Orecchio acerbo
Apri la scatola! di Dorothy Kunhardt – Orecchio acerbo

Pipìui! No, non è il nome dell’uomo del circo, e nemmeno un suono di curiosità e impazienza per significare: su! Apri la scatola! Pipìui è il nome del cane. Ma non un cane qualunque e nemmeno un cane capace di fare cose straordinarie (posto che farsi amare da tutti non lo sia), un cane piccolo, talmente minuscolo da essere contenuto in una scatolina piccola, talmente piccola da stare comoda sul palmo di una mano.

 Apri la scatola! di Dorothy Kunhardt - Orecchio acerbo
Apri la scatola! di Dorothy Kunhardt – Orecchio acerbo

Pipìui non sa fare capriole, non sa stringere la mano, non sa fare nulla ma nell’istante in cui salta fuori dalla sua custodia gialla tutti se ne innamorano; e non a caso lo ama la donna che sta in equilibrio con la testa sulla punta di un ombrello e intanto con un piede regge una tazza di latte e con l’altro un paio di forbici, lo ama l’enorme gigante, lo ama il bambino forzuto… insomma, tutti amano Pipìui e tutto va meravigliosamente sotto il grande tendone rosso dell’uomo del circo, fino a quando non accade qualcosa di imprevisto: Pipìui incomincia a crescere e crescere e a crescere ancora di più, fino a divenire straordinariamente normale.

 Apri la scatola! di Dorothy Kunhardt - Orecchio acerbo
Apri la scatola! di Dorothy Kunhardt – Orecchio acerbo

La storia di Pipìui non finisce qui e per tutte le pagine a seguire è assolutamente e altrettanto esilarante e toccante giacché crescere è difficile, ancora più complicato lo è quando l’essere piccolo è tutto quel che ci contraddistingue. Però crescere può rivelarsi interessante, specie se sei un cane che una volta era minuscolo, se sei un cane rosso che una volta era minuscolo e se sei il protagonista di una storia, anch’essa tutta morbide linee nere che acchiappano e contengono tutto il giallo e il rosso che c’è, surreale, spiritosa e buffa.

 Apri la scatola! di Dorothy Kunhardt - Orecchio acerbo
Apri la scatola! di Dorothy Kunhardt – Orecchio acerbo

Apri la scatola! È illustrato e scritto da Dorothy Kunhardt e tradotto da Elena Fantasia; non segue nessun tracciato prestabilito, è precipitoso, è disarmante, ha un suo ritmo interno perfetto che scombina il concetto stesso di ritmo (testi fitti s’alternano e inseguono testi brevi, che lasciano il posto a testi brevissimi per tornare a crescere e crescere e crescere). È uno degli albi più divertenti in cui io mi sia imbattuta quest’anno.

apri la scatola copTitolo: Apri la scatola!
Autore: Dorothy Kunhardt
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2012, 64 pp., 15,00 €

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Gli Ughi e la maglia nuova di Oliver Jeffers

Gli Ughi - Oliver Jeffers - Zoolibri
Gli Ughi – Oliver Jeffers – Zoolibri

Oliver Jeffers sceglie il bianco e nero per i suoi Ughi. Non a caso. Gli Ughi infatti si distinguono nel non distinguersi: sono tutti uguali tra loro e non solo nell’aspetto esteriore ma anche in ciò che pensano, nei modi di fare, nelle passioni.

Molto tranquillo, tiepido e bigio è dunque il mondo popolato dagli Ughi. Fino a quando a uno di loro non viene un’idea: realizzare e indossare un maglione colorato, e anche di un bella foggia sgargiante, un arancione con zig zag di rosso e bianco. E qui, assieme a Ruperto, si fa strada tra la folla di Ughi in bianco e nero il gossip, la facoltà di giudizio: gli Ughi sono quindi coscienti della loro neutra uniformità se tanto trovano fuori luogo Ruperto e il suo maglione arancione…

Gli Ughi - Oliver Jeffers - Zoolibri
Gli Ughi – Oliver Jeffers – Zoolibri
Gli Ughi - Oliver Jeffers - Zoolibri
Gli Ughi – Oliver Jeffers – Zoolibri

Viene da chiedersi quanta consapevolezza ci sia dietro a quello che sembra il piattume di una società, però, considerato che di domande questo albo ne ispira molte proseguiamo e spalleggiamo Ruperto, coraggioso “ugho” dai gusti personali e stravaganti. Unici.

Gli Ughi - Oliver Jeffers - Zoolibri
Gli Ughi – Oliver Jeffers – Zoolibri

Unici fino a quando Gilberto non decide che il maglione di Ruperto è molto bello e quindi vuole farsene uno anche per sé. Due Ughi con un maglione arancione non sono più così strani come quando Ruperto era da solo. Da questa considerazione al normalizzare la diversità della diversità il passo è breve, e si torna ad essere tutti uguali, sebbene, forse, più protetti dal raffredore rispetto a prima. Fino a quando A Ruperto non verrà qualche altra idea e a un altro Gilberto non verrà in mente di imitarlo e così via fino… fino a cosa? viene da chiedersi, e la risposta non c’è, perché alloggia nella nostra vita di tutti i giorni dove pochi sono immuni alla omologazione o alla diversità, o meglio, all’omologarsi o al sentirsi diversi per sfuggire all’omologazione e tornare in un certo senso ad esserlo, omologati, e così via fino… Argh! È un discorso tondo, anzi, ovale come gli Ughi. Un discorso con due puntini per occhi, un bel nasone e una bocca da aprire poco e poco spesso.

Quando disegno un libro per bambini, il primo bambino che voglio sia entusiasta del mio lavoro sono io!” ha detto Oliver Jeffers a Londra qualche tempo fa. Avrà fatto bene ad esserlo pienamente di questo, giacché in esso si sposano perfettamente ironia, divertimento e intelligenza.

  • Se volete sentirvi un po’ Ruperto potete farlo qui
  • Se volete leggere altro su Oliver Jeffers ne ho parlato qui

Titolo: Gli Ughi e la maglia nuova
Autore: Oliver Jeffers
Editore: Zoolibri
Dati: 2012, 32 pp., 15,00 €

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Le bugie hanno zampe corte o cappelli appuntiti

Jon Klassen - Voglio il mio cappello
Jon Klassen – Voglio il mio cappello – Zoolibri

Pungente questo albo illustrato e raccontato da Jon Klassen, pungente e molto, molto divertente. Divertente da risate larghe e mani sui pancini. Pungente per la sua spiazzante inclemenza.

Voglio il mio cappello!, l’orso non ci sta ad averlo smarrito, d’altra parte, per quanto vi è affezionato doveva essere proprio un bel cappello, e poi, anche se così non fosse si tratta comunque del suo cappello! L’orso chiede in giro, è determinato e gentile: chiede alla ranocchia, chiede alla volpe… nulla. Quando incontra un coniglio dalle risposte agitate (rosse) e iperinformative, si insinua nel lettore il sospetto e il fatto che il coniglio indossi un cappello (anch’esso rosso) non depone a suo favore e ne fa il principale indiziato; ma l’orso ingenuamente passa oltre e continua la paziente ricerca; fino a quando non incontra un cervo che gli pone una domanda interessante la quale gli fa tornare alla mente qualcosa…

Jon Klassen - Voglio il mio cappello - Zoolibri
Jon Klassen – Voglio il mio cappello – Zoolibri

L’orso fino a questo primo climax ha dimostrato pazienza, determinazione, capacità di chiedere aiuto e di trovare delle soluzioni. Cosa avverrà dopo l’illuminazione? Beh, quel che voglio dirvi è che ciò che avverrà è assolutamente divertente, elegantemente umoristico. Forse ho rovinato fin troppo una ben costruita suspense  ma vi divertirà, e molto, leggere questo albo ai vostri bambini o leggerlo con loro (Zoolibri, la casa editrice di Reggio Emilia che lo pubblica, ne consiglia la lettura dai 5 anni) perché è raffinato in tutto anche nella gestione dei tempi, delle scene, soprattutto nel lessico, assolutamente adatto a rendere viva e vivace la storia.

Jon Klassen - Voglio il mio cappello - Zoolibri
Jon Klassen – Voglio il mio cappello – Zoolibri

Sui toni del bruno, grigio e dell’ocra spicca il rosso che è solo del cappello. Le illustrazioni nella loro raffinata sobrietà colpiscono e divertono per l’espressività dei protagonisti, resa in maniera realistica e straordinaria.

Ho trovato il booktrailer in rete, è in inglese ma gli sguardi sono un linguaggio universale. Oltre al blog dell’autore, peraltro, potete fare una capatina qui: scoprirete che c’è qualcun altro alle prese con un cappello.

copertina voglio il mio cappelloTitolo: Voglio il mio cappello!
Autore: Jon Klassen
Editore:  Zoolibri
Dati: 2012, 40 pp., 15,00 €

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Jabberwocky. Il nonsense aldiquà e aldilà dello specchio

Raphael Urwiller - JabberWocky
Raphael Urwiller – JabberWocky

‎”Ahi ahi ahi! Ma questo Jabberwocky non è un libro per bambini!”
Ad avere la possibilità di utilizzare nel corpo di una recensione qualche emoticon tra le più funzionali userei quella che mima uno sguardo tra l’attonito e il perplesso. Non è un libro per bambini? Mi chiedo, mentre sosto in pensier bellici, ipercritica verso me stessa e verso l’albo illustrato che continuo a soppesare e rigirare tra le mani; e siccome una emoticon, a meno che non sia sublime e renda il mio contestuale occhidibragia, non avrebbe senso per esplicare il mio disappunto (e in generale esse non hanno mai molto senso se non uno sbrigativo) mi lancio in una immediata quanto naif difesa a spada tratta. Che poi a dover difendere Lewis Carroll mi sento inadeguata e anche un po’ ridicola. E visto che di materiale ridicolo mi ritrovo spesso circondata decido di fermarmi. Non lasciarmi invischiare e considerare la questione sollevata (sempre annosa) da un’altra prospettiva.Oltre lo specchio.

Raphaël Urwiller - Jabberwocky
Raphael Urwiller – JabberWocky

“Inibmab rep orbil nu è non oste uq ma! Iha iha iha!”
Meraviglioso e leonardiano! Orbil, poi, credo sia divertente, ciarlestrone e brillosto.
Ora, a parte il nonsense e i sorrisi quello che c’è da considerare, e seriamente, è il pensiero che ristà dietro a un libro, il pensiero d’opera, intendo, quello che una volta messo in pratica continua la sua placida e composta esistenza ben comodo tra ciascuna pagina. I nostri bambini meritano delle opere complete, perché hanno una tendenza, naturale e innata, a considerare le cose per quello che sono e poi a rileggerle e interpretarle a proprio modo; qualità invidiabile che in pochi hanno la fortuna di nutrire e coltivare fino all’età adulta. Quindi se un bambino incontra un libro dietro al quale c’è il pensiero dell’opera dell’autore dei versi, dell’illustratore, del traduttore e del grafico e dell’editore, egli lo afferra al volo tra altri cento e mentre legge o ascolta ride e ride a crepapelle, ripete, aggiunge, attraversa il famoso specchio senza porre di mezzo cautele di nessun tipo. Fruisce e gioisce dell’arte che si trova dinanzi giacché è dotato di tutte le qualità necessarie a riconoscerla.

Un ragazzo fiero e accorto parte per sconfiggere un mostro feroce; il padre lo mette in guardia, “con fauci e denti ti rinserra”, ma il ragazzo è deciso a non tornare sui propri passi e parte all’avventura. Sembra rocambolesco e difficile da comprendere, forse qualcosa sfugge, ma è previsto che lo faccia. Le parole sono libere.

Raphaël Urwiller - Jabberwocky
Raphael Urwiller – JabberWocky

E del resto, la prima lettrice stessa lo dice: «Davvero grazioso, mi pare», disse quando ebbe terminato. «ma non ci si capisce molto». (Vedete, non voleva confessare, neanche a sé stessa, di non averci capito un accidenti). Mi sembra di avere la testa piena di idee – è solo che non capisco bene quali siano! Ad ogni modo, qualcuno ha ucciso qualcosa: questo, perlomeno, è lampante.

Le illustrazioni di Raphael Urwiller sono argute e accattivanti, si compongono della sovrapposizione e dell’incastro di due soli colori: il rosso e il turchese. Alla radice, scrittura e immagine sono una cosa sola, diceva P. Klee, e in questo albo la radice comune a testo e immagine è evidente. Così due immagini si sovrappongono o uniscono in un portmanteau*, due colori si fondono tra loro per dar vita a un neologismo, dalla radice di un segno si evolve un nonsense; un bambino con una spada, o brando vòrpido, sulla spalla, con la sua espressione e il suo passo deciso racconta in una sola immagine un intero modo di dire; il mostro feroce che in agguato attende mentre la propria lunga coda si insinua e attorciglia tra i tronchi dei rami è uno scioglilingua complesso e divertente, un’immagine capace di trasformarsi e rivivere in un altro contesto raccontando storie d’aquiloni e gioia.

Masolino d’Amico rispetta tutte le stramberie e i dettagli che rendono queste rime uniche, complicatissime e al contempo semplici da memorizzare, spiritose, argute e divertenti. Rime bambine, direi e direi bene.

Titolo: Jabberwocky
Autore: Lewis Carroll, Raphaël Urwiller
Traduttore: Masolino D’Amico
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2012, 26 pp., 18,00 €

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La traduzione della citazione da Attraverso lo specchio è di Alessandra Spirito

*Well, “Slithy” means “lithe and slimy.” “Lithe” is the same as “active.” You see it’s like a portmanteau—there are two meanings packed up into one word (è la spiegazione di Humpty Dumpty ad Alice

“Jabberwocky”
‘Twas brillig, and the slithy toves
Did gyre and gimble in the wabe;
All mimsy were the borogoves,
And the mome raths outgrabe.
“Beware the Jabberwock, my son!
The jaws that bite, the claws that catch!
Beware the Jubjub bird, and shun
The frumious Bandersnatch!”
He took his vorpal sword in hand:
Long time the manxome foe he sought—
So rested he by the Tumtum tree,
And stood awhile in thought.
And as in uffish thought he stood,
The Jabberwock, with eyes of flame,
Came whiffling through the tulgey wood,
And burbled as it came!
One, two! One, two! and through and through
The vorpal blade went snicker-snack!
He left it dead, and with its head
He went galumphing back.
“And hast thou slain the Jabberwock?
Come to my arms, my beamish boy!
O frabjous day! Callooh! Callay!”
He chortled in his joy.
‘Twas brillig, and the slithy toves
Did gyre and gimble in the wabe;
All mimsy were the borogoves,
And the mome raths outgrabe.
“”
from Through the Looking-Glass, and What Alice Found There (1872).

Viva la scuola!

Ma è una storia della Principessa? Mi chiede mia figlia dopo la lettura di Viva la scuola (di Zoë e Tony Ross). No, non è una storia della Principessa però che la piccola protagonista ricordi quella che rai Yoyo trasmette trasmetteva nel pomeriggio (Ciao Principessa!) è naturale, giacché il tratto spigoloso, i colori tratteggiati, sovrapposti e vivaci sono dello stesso autore, Tony Ross, appunto.

E del tanto familiare e animato Ciao Principessa,  Viva la scuola! conserva anche l’allegro disordine dei protagonisti, l’ironia talmente lieve che pare non esserci, la naturalezza piuttosto che la perfezione.Viva la scuola! Tony Ross

Il primo giorno di scuola di andarci non va a nessuno e la nostra protagonista dai capelli rossi non si smentisce: alle porte della sua nuova scuola fa resistenza. Non ha voglia di lasciare la mamma, di mangiare alla mensa scolastica, di ritrovarsi tra bambini che non conosce. Ma all’uscita le cose sono diverse e la piccola racconta di un’amica incontrata a scuola, di quanto sia colorata, di quanto siano belli i suoi capelli: può venire a casa a dormire?, domanda la piccola, e la madre risponde che certamente.Viva la scuola! Tony Ross

Qui il nodo della questione: la bimba con cui ha fatto amicizia è reale? Chi si chiama Nicky? La rossa protagonista della storia o l’amica incontrata a scuola? Il sofisticato umorismo dell’autore che ad ogni descrizione che la piccola fa all’uscita da scuola della sua amica ci propone una rappresentazione di come la madre la immagini (sempre lei in diverse e buffe vesti) ci complica le cose. Perlomeno le complica a noi adulti, ai piccoli, Nicky, che sia la protagonista, che sia l’amica, immaginaria o meno, infonderà certamente sicurezza e allegria.

Titolo: Viva la scuola!
Autore: Zoë Ross, Tony Ross
Editore: Piemme
Dati: 2011, 34 pp., 7,50 €

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Gu gu ga ga: il motto di Super Charlie!

Tutti i bambini, […] essendo stati uccelli prima di trasformarsi in esseri umani, sono ovviamente un po’ selvaggi durante le prime settimane di vita e hanno un certo prurito sulle spalle, dove un tempo c’erano un paio di ali. (James M. Barrie, Peter Pan nei giardini di Kensington). Alcuni di loro, poi, almeno fino a quando non smettono di crederci, riescono a volare, sempre a detta di Peter Pan.

Super Charlie - Feltrinelli Kids

Potrebbe trattarsi di una qualità innata in ogni bambino, potremmo noi stessi aver volato qualche volta (magari non per andare nei Giardini di Kensington, di notte, da soli). Potrebbe trattarsi di qualità ereditaria (ad averceli dei genitori supereroi!). Potrebbe trattarsi di accidentale, fortuita, evenienza: lo starnuto di una fata, il battito d’ali di una farfalla, lo scontro tra due stelle.

Super Charlie - Feltrinelli Kids

“In una città normalissima, in un ospedale normalissimo, nacque un bambino normalissimo. La sua mamma e il suo papà avevano deciso di chiamarlo Charlie. E così fecero”. In tutta questa dolce normalità all’improvviso interviene un accidente: due stelle nello spazio si scontrano esplodendo e trasformandosi in polvere stellare. Un pizzico di quella polvere si posa su Charlie che da quel momento diventerà straordinario.

Super Charlie - Feltrinelli Kids

Straordinario perchè, neonato, è capace di parlare, si nutre di cibi complessi, detesta fare la cacca nel pannolino e, naturalmente, riesce a volare (sebbene debba ricorrere all’aiuto della nonna per farlo con assetto stabile). Super Charlie è molto amato da bambini e genitori in Svezia e di questa passione si individuano facilmente i motivi (sostenuti anche da illustrazioni, di Millis Sarri, divertenti e genuine rappresentazioni di una disordinata e rasserenante quotidianetà): Charlie usa i suoi poteri per rendere giustizia al fratello maggiore vittima di bullismo, ama i suoi genitori, i suoi nonni e la sorella; è un bimbo che conserva la delicatezza di essere un bimbo, appunto, pur essendo “magico” la qual cosa infonde sicurezza nel genitore che legge; al contempo i bambini sono letteralmente affascinati dal vedere concretizzarsi sulle pagine di un libro dei poteri che sanno di possedere, delle capacità soprannaturali che ogni giorno riescono a utilizzare, per esempio, per salvare dalle grinfie del malvagio orco mangione gatti neri (di cui è goloso), leprotte imbranate, orsetti di pezza: si vola, dunque, non tanto con le ali, quanto piuttosto mossi da un senso di generosità, tendente all’eroico, che è realmente magico e sprezzante del pericolo.

Questo almeno fino a quando non smettono di crederci.

Titolo: Super Charlie!
Autore: Camilla Läckberg, Millis Sarri
Editore: Feltrinelli Kids
Dati: 2012, 32 pp., 15,00 €

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Un vuoto bisogno di Niente

Ci sono autori che non sono specificamente tali; che prima di esserlo erano altro, che mentre lo sono, sono anche e specificamente altro. Raro che qualcuno faccia bene un mestiere, quando l’eccellenza, poi, invade due campi d’azione, allora ci si ritrova nell’ambito della meraviglia: è il caso di Remy Charlip, ballerino prima che illustratore e narratore assieme ballerino. Si tratta probabilmente di possedere un unico talento, quello di riuscire a non curarsi dei confini, quello di riuscire a scavalcare i muri e agire trasversalmente col corpo, con la matita, con la penna.

E qualcosa della danza rimane sempre nei libri di Charlip. A volte essa è manifesta; lo era in Mio Miao. Il mio unico specialissimo gatto, lo era in egual misura in Fortunatamente. Meno esplicita in Niente (illustrato da Eric Dekker) sebbene la gestione dello spazio e la misura del testo siano in equilibrio rispetto al rapporto del lettore con lo spazio sia fisico che mentale.

C’è un’unica traccia di colore, in una pagina soltanto, in questo Niente. Il resto sono linee di nero che si incontrano, intersecano e allineano sul bianco per dare forma a tutto il resto e a Niente.

Smarrisce tutto questo bianco e nero, il luogo è piccolo (cm. 19 x 14,5) ma l’impressione è che sia senza limiti, immenso. Che è la stessa sensazione di smarrimento che s’avverte quando si legge Cappuccetto Bianco di Munari, che peraltro proprio a Charlip è dedicato: In tutto quel bianco c’è Cappuccetto Bianco, lo si sa,  c’è una panchina di pietra nel piccolo giardino coperto dalla neve, c’è la cuccia del cane ma non si vede niente. Qui c’è il niente, invece, ma è un niente talmente vasto e ampio che si compra.

La sala di montaggio su doppia pagina iniziale ci da l’impressione che ogni istante di questo Niente possa essere spostato nello spazio di un altro. Il risultato non cambia. D’altra parte si tratta di Niente, prodotto multifunzione, efficace per davvero nei campi più diversi, da quello dell’igiene orale a quello affettivo, a quello della salute. Niente vive della sua pubblicità, e dall’essere Niente diviene l’unica cosa capace di guarire il piccolo Zero, malato da tempo.

Il sottotitolo lo esplicita, Niente è Pubblicità. Quando è stato edito da Orecchio acerbo, nel 2007, questo albo di Remy Charlip e Eric Dekker avrà fatto sorridere per il contingente messaggio inneggiante alla vera anima del commercio, capace di tutto e fatta proprio di niente.

Titolo: Niente
Autori: Remy Charlip, Eric Dekker
Traduttore: Paolo Cesari
Editore: Orecchio Acerbo
Dati: 2007, 48 pp., 10,00 €

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La scienza delle soluzioni immaginarie

Fiabla-bla, Fausta Orecchio, Olivier Douzou
Fiabla-bla, Fausta Orecchio, Olivier Douzou

Il bacio senza un tempo si travestì da rospo.

Una nave affondava ballerina mentre il giovane Salvo, un soldato in gamba – liberò un re – cercava una moglie d’oro.
Il principe mangiò un uovo e una gallina.

La sirena, il pesce-principessa, trasformò la sua nonna in anatroccolo. Il risveglio: la bambina cresceva e diventò un cigno con dentro nascosto un lupo; si mise in un materasso; col passare del pescatore là sotto trovò un pisello, sì!

Fiabla-bla, Fausta Orecchio, Olivier Douzou
Fiabla-bla, Fausta Orecchio, Olivier Douzou

Ho giocato, perché se c’è una cosa che mi piace fare è giocare e se c’è una cosa che mi piace fare ancora di più di giocare è giocare con le parole. Ho giocato perché oltre alle radici colte, oltre ai riferimenti classici, oltre al movimento logico e a quello illogico, oltre all’esercizio di stile (di cui comunque non mancheremo di parlare) quello che ho trovato in questo albo illustrato di Fausta Orecchio e Olivier Douzou o Fausta Oreille e Olivier Dodici (tanto a cambiare l’ordine, o la lingua, degli addendi il prodotto non cambia) è l’invito al gioco di fantasia. Impegnativo per la mia mente adulta, molto impegnativo, ma certamente leggero e strampalato, e divertente, per una mente bambina.

Fiabla-bla, Fausta Orecchio, Olivier Douzou
Fiabla-bla, Fausta Orecchio, Olivier Douzou

Fiabla-bla è il risultato del felice incontro tra 77 parole, 7 colori e 12 forme. Immaginiamo le pagine come una pista da ballo, non quelli di gruppo standardizzati e sempre uguali, uno di quei balli che basta cogliere il ritmo e poi il partner non conta, il tempo non conta, nemmeno lo spazio; uno di quei balli in cui una “principessa” non è detto che si trovi a ballare con il suo “re”, ma anche sì, in cui un “rospo” non è detto che incontri il suo “bacio”, in cui una “gamba” può finire “sotto” a un “materasso” (argh!). Le parole si incontrano, si pestano un po’ i piedi, si scostano, si rincontrano. Ballano e ridono e ridono.

Fiabla-bla, Fausta Orecchio, Olivier Douzou
Fiabla-bla, Fausta Orecchio, Olivier Douzou

L’idea della verità è la più immaginaria tra le soluzioni” è dà luogo a novità mai udite, mai lette prime, mai viste rappresentate in questo modo libero e selvaggio. La struttura si destruttura, le forme si combinano con un piglio assolutamente rigoroso per cui un pisello diviene re, diviene albero.

L’aveva già fatto Queneau, e noi amiamo il gioco delle varianti, lo amiamo in Rodari, l’abbiamo ritrovato grazie a Fabian Negrin, lo ritroviamo qui, tra le pagine di Fiabla-bla. Non è un libro (e per fortuna!) che incontrerà il gusto di tutti, del resto, come diceva un altro meraviglioso giocoliere di parole: a ognuno la sua platea.

Titolo: Fiabla-bla
Autore: Fausta Orecchio, Olivier Douzou
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 32 pp., 11,50 €

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Si gioca con caleidoscopici pezzetti a scomporre e ricomporre

Due sono le cose che non mi hanno convinta di questo albo e preferisco partire da esse, giacché desidero che alla fine della lettura il sapore sia dolce, ne vale la pena.

La prima è il titolo, Ti faccio a pezzetti: sebbene non riesca a immaginarne uno più adatto, davvero troppe volte ho sentito questa frase in alcuni cartoni animati e poi i bambini ripeterla in toni più o meno minacciosi e temo che vederla nobilitata e troneggiante a titolo di un libro ne incoraggi l’uso.

La seconda sono i testi: sebbene sia il testo che le illustrazioni siano opera di un’unica autrice (Chiara Armellini) non li ho trovati sempre ritmici, calzanti. In alcune occasioni, al contrario, un po’ forzati.

Dall’altra parte, sulla riva della meraviglia, ci sono invece le illustrazioni: la tecnica utilizzata, quella degli stampini, ha consentito il gioco creativo della scomposizione e della composizione (la storia della nascita di questo albo la trovate qui). Pezzetti di immagini si pongono scomposti e danzanti; i pezzetti colorati sembrano appena mescolati da una mano bambina, e questo succede sulla pagina di destra mentre sulla pagina a sinistra scorre un indovinello che con assonanze e rime suggerisce la soluzione al bambino/lettore che la scopre e riconosce come tale vedendo comparire dinanzi ai propri occhi, voltando pagina, un leone, un gallo, una zebra.

È un albo che si presta al gioco, a diversi giochi, e restituisce rivisitato il metodo di Munari: i bambini potranno anche cimentarsi nell’imitazione, ritagliare colori, comporli e ricomporli alla ricerca di nuove figure, nuove rime, nuovi animali.

Titolo: Ti faccio a pezzetti
Autore: Chiara Armellini
Editore: Topipittori
Dati: 32 pp., 11,50 €

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