La bambina di ghiaccio e altre fiabe

La bambina di ghiaccio e altre fiabe, di Mila Pavićević, Daniela Iride Murgia - 2019, Camelozampa

Senza sentirsi accolti è difficile porsi con serenità e comunione d’intenzioni all’ascolto. I primi passi all’interno di un libro, sono sempre speciali, perché determinano giocoforza il ritmo di quelli successivi. Ed ecco allora che mi accoglie una papera dallo sguardo diretto e fermo, come solo certi uccelli sanno mostrare, Sulla testa ha un uovo, con l’ala regge una gabbia nella quale sta una casetta a tre piani. Le zampe sono immote, non sembra voler muoversi ma suggerisce ugualmente l’intenzione di non voler star ferma, di fatto è libera, nulla la trattiene. Attorno al collo indossa un medaglione a forma di cuore che è un lucchetto. Brilla, prezioso. Davanti a sé un nano di Zucchero Filato (perché nell’ordine delle cose rilevanti, la surrealtà che diviene realtà si pone tra e prime), braccia incrociate dietro la schiena, ci da le spalle, per non spostare nemmeno un istante lo sguardo dalla sua papera e per mostrare a noi un copricapo che è corona e una chiave a mappa, grande quanto lui, che esplicita tutto quello che vorrebbe dirci e non ha tempo di fare, perché troppo impegnato a non perdere d’occhio quella papera che è sua.

La bambina di ghiaccio e altre fiabe, di Mila Pavićević, Daniela Iride Murgia - 2019, Camelozampa
La bambina di ghiaccio e altre fiabe, di Mila Pavićević, Daniela Iride Murgia – 2019, Camelozampa

La papera porta sul capo un trespolo, lo dicevo, sopra vi è poggiato un uovo che immagino protegga in nuce la consapevolezza di sé che manca al nano, la capacità di schiudersi agli altri nel momento in cui lo si è fatto con se stessi. E mentre le parole di Mila Pavićević raccontano di un nano che controlla la propria papera come un bene più che prezioso, l’ossessione, che è incertezza, si traduce nelle illustrazioni di Daniela Iride Murgia, che ci mostrano come l’oggetto del desiderio tenuto prigioniero sia divenuto carceriere egli stesso e detenga in sé gli strumenti utili al controllo.

La bambina di ghiaccio e altre fiabe, di Mila Pavićević, Daniela Iride Murgia - 2019, Camelozampa
La bambina di ghiaccio e altre fiabe, di Mila Pavićević, Daniela Iride Murgia – 2019, Camelozampa

La fiaba si chiude nello stile delle più classiche, giungendo a una risoluzione che lascia aperte tutte le possibilità, anche quella di ritornare allo stato iniziale delle cose che tutto ha messo in moto.

Ecco, è solo l’inizio. La fiaba d’apertura anticipata da un gatto nero e punteggiato di stelle la cui coda si fa serpente dalla lunga lingua sinuosa; Auror, sta nel frontespizio, il gatto di un Clown senza nome che vagava alla ricerca di qualcuno da far ridere con vere risate e il cui naso, per un casuale accidente, salì tra le stelle.

La bambina di ghiaccio e altre fiabe, di Mila Pavićević, Daniela Iride Murgia - 2019, Camelozampa
La bambina di ghiaccio e altre fiabe, di Mila Pavićević, Daniela Iride Murgia – 2019, Camelozampa

Sono amare, intense, surreali e ricche. Sono dolcissime queste fiabe che usano la surrealtà per ricondurre i desideri alla concretezza del reale, a governi che siano femministi o mulini che ritrovino il proprio vento. Sono fiabe che si radicano in quel tempo in cui ‘si diceva che…’ e germogliano poi sul terreno della concretezza, e infine tornare a muoversi nei sogni. O infrangerli in decine di pezzi, come se non fossero mai esistiti.

[…] la gente, passando, chiedeva: «Chi vive in quella casetta di neve in cima alla collina?»
Finché un giorno giunse un’eco: «Nessuno! È stato troppo tempo fa!»

Mila Pavićević usa con maestria il linguaggio delle fiabe, che Elisa Copetti traduce dalla sponda balcanica a quella italiana senza sbavature. Daniela Iride Murgia le illustra con accorgimenti raffinatissimi. Il tutto sulla strada morbida della meraviglia.

copertina bambina di neveTitolo: La bambina di ghiaccio e altre fiabe
Autore: Mila Pavićević, Daniela Iride Murgia (Traduzione di Elisa Copetti)
Editore: Camelozampa
Dati: 2009, pp. 72, 12,90 €

La rete

Ci sarebbero numerosi punti di partenza per dar luogo a delle considerazioni su La rete. Il più fruttuoso, anche nell’ordine della considerazione che diviene riflessione, è il nesso con la radice fiabesca che si esplicita nel topos del genitore che abbandona il proprio figlio nel bosco, lasciandolo solo a gestire la propria vita quotidiana e, conseguentemente, il proprio destino. La rete comincia a intrecciarsi in maniera drammatica quando ci si ritrova in macchina assieme a un padre e a un figlio insultante, sboccato, irrequieto. Il padre lo sta portando in un posto non ben definito, lo lascia in un bosco, da solo, senza alcuno strumento, senza nessuna spiegazione. E si allontana, va via. Le premesse sono certamente opposte, i genitori di Daniel, Maddalena ed Eliah compiono questa scelta per il bene dei propri figli, ma ciò che ne consegue è molto simile all’abbandono fiabesco e al valore simbolico che gli si attribuisce. I ragazzi, ciascuno deve affrontare una proprio momento buio, si ritrovano nel folto di un bosco, da soli, senza alcuna idea sul perché siano in quelle contingenze e in quel luogo. Dal momento dell’abbandono in poi non possono far altro che ricorrere alle proprie risorse per sopravvivere. Non hanno con sé il supporto della tecnologia o il sostegno degli adulti, così come dei coetanei. Nel momento in cui si addormentano o allentano l’attenzione, qualcuno interviene nel loro “nuovo” mondo, lasciando delle istruzioni perentorie su biglietti anonimi. Si mangia solo se si lavora, per esempio, ma anche istruzioni sul lavoro da compiere e dei tempi per farlo.

All’iniziale smarrimento dei ragazzi, ai loro tentativi di opporsi allo stato delle cose, di ribellarsi, di ignorare gli ordini, segue l’accettazione della loro nuova condizione. Si assiste al loro dolore, alla loro fatica, ai loro progressi quasi dimenticandosi del motivo per cui si ritrovano in quel faticoso isolamento e si entra in una profonda e dolorosa empatia che molto ricorda quella che si prova con sé stessi, da genitori, quando si spedisce il proprio figlio a rimuginare da solo in camera, in punizione, e lo si sente blaterare di quanto si sia crudeli e impietosi; e si vorrebbe cedere, offrire quello che pretende, tutto purché nemmeno un grammo di soddisfazione e gli sia negato. Eppure,  è doloroso e difficile ma poco a poco ci si abitua, si metabolizza. E loro con noi; o noi con loro…

La struttura dell’impianto narrativo è rispondente al gusto contemporaneo del cambio di voce e prospettiva. Lo stile è per ciascuna ugualmente lacerante ed empatico. Si intuisce che qualche nodo si scioglierà ma arriva come una lama la consapevolezza che qualcun altro rimarrà irrisolto. La disperazione si esaspera e acuisce e sta qui il merito maggiore di questo libro, nel non piallare il processo di crescita, nel raccontarlo anche nel momento in cui si inceppa, in cui rimane ruvido e sconnesso.

E si torna alla fiaba anche nel finale in cui qualcuno si trova, altri si perdono. Il passato si mescola al presente e lascia sperare nel futuro.

Un romanzo che avvince e la cui lettura consiglio dai 13 anni in su.

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Autore: Sara Allegrini
Editore: Mondadori
Dati: 2019, 255 pp., 17,00 €

La mia estate indaco

L’estate concede troppo tempo. Ai pensieri, alla noia, alla notte, al sonno. Ce ne sono alcune, poi, che si frastagliano e sfrangiano in decine di piccole estati, ciascuna con la sua gioia, il suo dolore, la mancanza, la nostalgia, la gioia mai così grande. L’estate concede momenti lunghissimi, dilatati, in cui indugiare. Capita a volte di fermarsi a cercare d’afferrare l’aria morbida e vaporosa, alcolica, che si muove, bollente, sull’asfalto. E, riuscendoci per metà, avere il tempo di riprovare a farlo, senza contare se sia utile o meno.

Per questa ragione, a metà, credo che per Viola sia un momento di passaggio, una soglia, attraversando la quale qualsiasi cosa cambia; per la possibilità, cioè, di indugiare sui dolori, gli affetti, le mancanze, senza riuscire ad afferrarne l’oggettiva portata, il vero senso, senza riuscire a ingoiarli, metabolizzarli, farne passato, vissuto. È il tempo, troppo, che concede l’estate. E poi sono i tredici anni. Che arrivano e danno i brividi e gli mettono fretta, anche a quello più lento.

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Entrambe le cose, il tempo lento, trattato con cura, e le emozioni piene dell’estate, si ritrovano nel tono di Marco Magnone, che consegna alla sua protagonista un timbro di concerto diretto e lieve.

Viola si è appena trasferita in una città nuova, di provincia, ha lasciato i suoi amici e per la prima volta non trascorre le sue vacanze in montagna, coi nonni, amatissimi, in roulotte. La nonna è morta e il nonno non sta per niente bene. Viola subisce gli eventi ma non li accetta e lo mostra apertamente. Meno apertamente ma molto intensamente, gestisce le proprie emozioni, incanalandole con molta energia verso l’amore, gli affetti pieni. Vive nel ricordare spesso a se stessa il giorno in cui ha toccato il fondo, così lo definisce, un momento di esposizione completa allo sguardo e al giudizio altrui che non solo l’ha segnata ma che continua a zavorrarla senza che sembri possibile tagliare la fune e riemergere, respirando a pieni polmoni.

Viola non entra più in acqua, fino a quando qualcuno dagli occhi magnetici e dall’attitudine misteriosa, non libera il suo entusiasmo, la sua scattante energia. Con lui, Viola affronta se stessa, gli altri, un viaggio. Si chiama Indaco e nasconde un segreto che non sembra affatto una bugia.

Ci sono anche le bugie, in questo romanzo realistico di adolescenza piena. E meno male, perché altrimenti non sarebbe stato affatto vero.

978880471545HIG-628x965Titolo: La mia estate indaco
Autore: Marco Magnone
Editore: Mondadori
Dati: 2019, 280 pp., 17,00 €

Miss Comedy Queen

Talvolta mettersi a tavolino e redigere una lista aiuta. Mette ordine nei pensieri, stabilisce degli obiettivi da raggiungere passo passo, da la sensazione rasserenante di essere perlomeno a un buon punto dell’opera.
Talvolta però, e mi pare che sia il caso di Sasha e della sua lista per svicolare dal dolore, mettere nero su bianco i propri obiettivi può costringerci a fronteggiarli con più sofferenza di quanta ne proveremmo lasciando che gli eventi percorrano il proprio corso.

Sasha è una ragazza di 12 anni. Un anno prima, la madre, gravemente depressa, si è suicidata. Dal momento in cui il padre le ha telefonato per dirle quanto avvenuto, Sasha, che ha le funny bones, si impone di reagire mettendo a frutto il proprio talento naturale e dedicare tutta se stessa, trascurando anche la scuola per riuscirci, a diventare Miss Comedy Queen. Ridere è la risposta alle lacrime, ridere potrà cambiare il suo mondo. Forse.

Occhi che si riempiono di lacrime. Facendo grande attenzione, mi distendo sul pavimento, per impedire loro di uscire. Guardo il soffitto, dove l’intonaco sta cominciando a staccarsi. Non voglio sbattere le palpebre perché altrimenti le lacrime potrebbero scendere, e io mi rifiuto di piangere. E se le lacrime rimangono negli occhi senza scendere sulle guance, non è pianto. Per distrarmi penso alla lista.

Ma per farlo ha bisogno di un metodo e il suo metodo parte proprio dalla lista, una lista che ha come fondamento il capovolgere tutto quanto la leghi alla madre o al ricordo della madre, a partire dai capelli (lunghi e castani per entrambe) da tagliare, per finire con prese di posizione capaci di irrigidire la mordidezza dei ricordi, cristallizzare ancor più la sofferenza: “La mamma cercava di prendersi cura di una bambina (me). Ed è andata malissimo. 2. Evitare di prendersi cura di esseri viventi”. Che per una ragazza empatica come Sasha, nonostante il suo desiderio di nasconderlo, è diventa una imposizione crudele e limitante.

Sasha vive con il padre, attento e premuroso, sebbene egli stesso provato e sofferente, e ha dei forti rapporti d’affetto con un’amica, anch’essa attenta e piena di cure, e uno zio, buffo, chiassoso, che si fa complice, la coccola e protegge.

Nel testo, che scorre molto agilmente, si scorgono le radici della letteratura nordica contemporanea per ragazzi, permeata da un realismo che riesce a rendere avvincente il quotidiano, il contingente, un semplice pomeriggio trascorso a mangiare un dolce casalingo, una mattinata in classe, un viaggio in auto.
Apprezzo questo da sempre e sempre di più: la capacità straordinaria degli autori contemporanei di matrice nordica di rendere meraviglioso il quotidiano senza valicare mai il confine del realismo, senza che esso diventi prettamente magico, il quotidiano diviene straordinario e capace di creare un legame forte con il lettore che legge, e legge, volendo leggere ancora, e, senza sospendere la credulità, fruire di momenti incantati.

Con le proprie ossa, comunque, bisogna fare i conti: esse ci sostengono, fuor di dubbio. Se  poi sono funny, è meglio. Se sono proprio come quelle di un genitore che ci ha lasciati, che non riusciamo a perdonare, che amiamo, bisogna imparare ad amarle anch’esse, oltre che usarle per sopravvivere, come se fossero la nostra armatura.

380586a7-cbf0-407c-b163-ddbcf4a04df3.jpgTitolo: Miss Comedy Queen
Autore: Jenny Jägerfeld
Editore: De Agostini
Dati: 2019, 255 pp.,  14,90 €

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Come in un film

Come un film davvero, di quelli in cui ci si ritrova spesso alle prese con il dubbio che possa esserci un lieto fine, che tutto possa risolversi. Perché Maite Carranza struttura la narrazione con crescendo sapienti, i quali raggiungono climax che paiono risolutivi, nel bene e nel male, per poi ripiegarsi nella normalità ormai filmica del quotidiano e far abituare il lettore a un nuovo ritmo, che a sua volta prende di nuovo inaspettatamente a crescere. E così via, fino a un finale che sì, è dolce, ma porta con sé un carico pesante di sofferenza e amarezza che, pur risolte, richiedono fermamente di decantare, negli animi come nei pensieri di chi legge.

Olivia ha tredici anni, vive con la madre, un’attrice che ha conosciuto un momento di celebrità per il ruolo da protagonista in una telenovela molto seguita, e il fratello, Tim, bambino insicuro un po’ pauroso, che, con tutta la forza e l’ingenuità dei suoi sette anni, sarà la chiave di volta di tutte le loro vicende.

Manca il papà, quello che solo Olivia ha conosciuto, un uomo che Olivia ricorda sorridente e premuroso, italiano, di nome Filippo, partito in guerra quando la madre aspettava Tim e mai più tornato, e quello che lo è stato per entrambi, Sergi, giocherellone e cuoco provetto, fino a quando per ragioni a loro incomprensibili, li aveva lasciati. Mancano i papà, dunque, ma mancano anche i nonni, i parenti, mentre c’è, forte, l’amicizia, così come la generosità di alcuni adulti sconosciuti, che si contrappone, con sollievo, all’arida indifferenza di altri.

Quando la produzione decide di eliminare Eva, il personaggio interpretato dalla mamma, la famiglia di Olivia piomba nella povertà più assoluta. Quella in cui non si ha nulla da mettere nel piatto, per intenderci, e la mamma orgogliosa e allegra svanisce sotto al peso delle preoccupazioni per far spazio a un’altra, che soffre e soffre fino ad ammalarsi di depressione.

Ci sono delle sere in cui mangiamo un pezzo di pane e basta. Lo tagliamo in tre pezzi e diamo quello più grosso a Tim. È il più piccolo e deve crescere.

So che siamo poveri, ma questa parola mi risulta molto strana e non so dirla ad alta voce.

Senza nemmeno averne piena coscienza, Olivia si fa carico di ogni cosa: di proteggere tutto soprattutto; e tutti. Una parvenza di vita normale che tenga lontani i brutti pensieri e gli assistenti sociali; il fratello, la madre. Con lo slancio e l’amore di un’adolescente, con la stessa ingenua caparbietà.

Tim ha paura, non si spiega il perché non abbiano il frigo pieno, il perché non abbiano nemmeno il frigo, l’elettricità, il riscaldamento. Fa molte domande. Le risposte avrebbero un tono e un impatto devastante, per cui Olivia s’inventa un copione, un copione scritto da ‘produttori segreti’ e la loro vita diventa un film. E loro attori in piena parte. E tutto sembra più semplice, sebbene ogni cosa si complichi.

Ciò che colpisce in questo romanzo è il realismo dell’approccio, del tono e dei fatti, che irrompono pagina dopo pagina con una naturalezza che non potrebbe essere tale se non fosse vera. Come vera è la sofferenza patita da certe famiglie nel silenzio e nell’ombra, come vera è la malattia della mamma, che soverchiata dalle difficoltà economiche e dal muro della burocrazia pare perduta, ma è solo smarrita; come vera è la dolcissima testardaggine, la cura, il coraggio di questa ragazzina come tante altre ragazzine.

Sebbene la copertina racconti tutto questo in parte, scegliete di leggere questo libro, intenso, doloroso e brillante. Come la realtà.

71uEcCPWk0LTitolo: Come in un film
Autore: Maite Carranza (Traduzione di Francesco Ferrucci)
Editore: Il Castoro
Dati: 2019, 186 pp., 13,50 €

Le avventure di Pinocchio

Le avventure di Pinocchio, Carlo Collodi, Illustrazioni Luca Caimmi - 2018, Orecchio acerbo

Le avventure di Pinocchio: testo integrale di Carlo Collodi; illustrazioni di Luca Caimmi; personaggi dal mare, nostrum ed esotico; ambientazioni marchigiane e un formato (con cofanetto) elegante, da sera.

Le avventure di Pinocchio, Carlo Collodi, Illustrazioni Luca Caimmi - 2018, Orecchio acerbo
Le avventure di Pinocchio, Carlo Collodi, Illustrazioni Luca Caimmi – 2018, Orecchio acerbo

Nella postfazione di Faeti si scoprono dei legami incredibili tra questo Pinocchio acquatico e il Pinocchio classico così come siamo abituati a immaginarlo. Allo stesso modo le ambientazioni, dichiaratamente marchigiane, così come marchigiano è Luca Caimmi, si coniugano alla perfezione con il tono della storia. Molte le notti infernali, molta la luce, netto il contrasto tra l’uno e l’altro opposto. In entrambi i casi nelle tavole in acrilico dominano i blu, che si muovono assieme in un ritmo che ricorda quello della risacca: creano un unico racconto coerente e ritmico, ma sono ciascuna anche un quadro a sé stante, con una propria funzione e un proprio effetto, tassello di una corrente marina comune.

Le avventure di Pinocchio, Carlo Collodi, Illustrazioni Luca Caimmi - 2018, Orecchio acerbo
Le avventure di Pinocchio, Carlo Collodi, Illustrazioni Luca Caimmi – 2018, Orecchio acerbo

La sensazione prima che comunica Pinocchio/narvalo, uscito dal mare per diventare burattino, marinare la scuola, farsi infinocchiare dal Gatto e la Volpe, mettersi seduto sulle ginocchia del temibile, e sempre terrificante, Mangiafoco è che nonostante sia fuori dal suo elemento naturale, continui a muoversi in esso. In molte illustrazioni i protagonisti sembrano essere come in un acquario: contenuti tra pareti blu si muovono in quel blu, vi nuotano.

Anche in Rondinella. Storia di un pesce volante (Rondinella, di Luca Caimmi, Nuages) la protagonista abbandona il suo habitat naturale per sperimentarne un altro del tutto diverso, completamente differente. Si annullano tutte le limitazioni fisiche e queste creature fuori contesto invadono gioisamente mondi che non sono i loro vivendoli appieno, colorandoli di vitalità, di azione, di avventura.

Un libro magico che ci ricorda che tutte le storie nascono dal buio e che ogni infanzia è fatta di finzione visionaria.

Le avventure di Pinocchio, Carlo Collodi, Illustrazioni Luca Caimmi - 2018, Orecchio acerbo
Le avventure di Pinocchio, Carlo Collodi, Illustrazioni Luca Caimmi – 2018, Orecchio acerbo

E sta qui, nella finzione visonaria e nel buio, il legame fortissimo che il Pinocchio reinventato (ma con solide radici) da Caimmi costruisce con quello di Collodi. Le bugie del resto sono più semplici se non dette in piena luce.

Pinocchio, CaimmiTitolo: Le avventure di Pinocchio
Autore: Carlo Collodi, Illustrazioni Luca Caimmi, postfazione Antonio Faeti
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2018, 168 pp., 28,00 €

L’amore sconosciuto

Rebecca Stead ha una qualità che avevo apprezzato anche leggendo Segreti e bugie: riesce a mettersi in un angolino con il suo bagaglio di esperienza e di adulto, e osservare i ragazzi, non vista. Senza intervenire mai, senza mettere in guardia, senza porsi mai in maniera giudicante.

E queste sono qualità che si apprezzano specie quando si applicano anche alla narrazione, che è limpida, non interventista, appunto, che riesce a comunicare tutta la complessità dei rapporti tra ragazzi dodici/tredicenni, tutto l’impasto ingarbugliato di passioni, paure, sentimenti. Rebecca Stead li mette sulla pagina così come sono, o sarebbero, se li si osservasse da un angolino, non visti.

L'amore sconosciuto. Dettaglio della copertina, ill. di Marcos Chin
L’amore sconosciuto. Dettaglio della copertina, ill. di Marcos Chin

Bridge è sopravvissuta a un incidente stradale gravissimo: andava sui pattini quando è stata investita. Ricorda poco e niente di quel momento ma un’infermiera, durante la lunga degenza che l’ha tenuta lontana da scuola per un anno intero, le confida che se è sopravvissuta a quell’incidente terribile è perché la sua esistenza ha uno scopo.

Bridge è inquieta, talvolta, per questo suo “scopo”, altre volte vi si aggrappa, specie quando si sfilacciano, e poi si ricuciono e poi cambiano ancora, i rapporti di fiducia e amore con le sue due amiche di sempre, Tab ed Emily, che ha ritrovato come se nulla fosse cambiato durante la sua assenza e con le quali ha stretto un patto: non litigare mai. Eppure qualcosa è successo e non è solo l’incidente, si tratta anche del naturale processo di crescita che giocoforza interviene a limare, ammorbidendo, o ad appuntire, esacerbando.

Bridge, conosce poi un ragazzo, Sherm, al quale è affidata una narrazione parallela, dal proprio punto di vista, parlata per mezzo delle lettere scritte, e mai spedite, al nonno che li ha abbandonati per cambiare vita. Con lui, amatissimo, Sherm aveva un rapporto di intimità equilibrata e bella. Ora che non c’è più, che ha lasciato dietro di sé la sua vita com’era e una scia di dolore in chi è rimasto, gli rivolge con la stessa schiettezza dell’affetto domande complesse e dal senso profondo che pone a lui, come a se stesso.

Ma la mia domanda è: lo sconosciuto è il nuovo te, o la persona che ti sei lasciato alle spalle?

C’è una ragazza che parla in seconda persona, a San Valentino, che si percepisce, che è, più matura rispetto alle altre. Il cui essere “più grande” implica un altro tono, una prospettiva diversa, con tanti substrati. E infine c’è un ragazzo, Patrick, che entra in questa complessità quotidiana e narrativa con un cellulare, un amore acerbo e delle foto intime che finiscono nella rete del pubblico, utili allo sguardo crudele e superficiale di tutti.

Un romanzo che definirei composto da veli su altri veli, come una cipolla. Si sfoglia, strato dopo strato, fino a un nucleo profumato e pungente, intensissimo.

CL252x168_12150Titolo: L’amore sconosciuto
Autore: Rebecca Stead, (Traduzione Claudia Valentini)
Editore: Terre di mezzo
Dati: 2019, 313 pp., 14,90 €

Racconti della giungla. Le nuove avventure di Mowgli

Lo scorso primo aprile, nella libreria Trame di Bologna, ho ascoltato Katherine Rundell raccontare dei suoi libri. C’erano tutti nella pila dinanzi a questa autrice così solare e sorridente: Capriole sotto al temporale, Sophie sui tetti di ParigiLa ragazza dei lupi, Il Natale di Teo. Ma io ero lì per uno in particolare: Racconti della giungla. Le nuove avventure di Mowgli.

Racconti della giungla di Katherine Rundell, illustrato da Kristjana S. Williams - 2019 Rizzoli
Racconti della giungla di Katherine Rundell, illustrato da Kristjana S. Williams – 2019 Rizzoli

Katherine Rundell ha trascorso la sua infanzia in Zimbabwe, la sua famiglia viaggiava molto per luoghi selvaggi e, racconta, Il libro della giungla era il collante che teneva assieme lei, i suoi fratelli e i bambini che i genitori prendevano in affido, ed era anche l’unico modo per far scendere in casa un po’ di silenzio… Da qui l’amore per questo classico e il bisogno di continuarlo, ricordando ciò che da bambina amava ascoltare, avrebbe voluto sentire, e raccontando esattamente quello.

“Raccontami una storia” disse Mowgli.
Era una giornata piovosa sulle colline di Seoni.
La pioggia tamburellava fuori dalla caverna, tramutando in fango la terra della foresta, ma dentro era caldo e asciutto.
Il tempo perfetto per raccontare storie.

Raccontare storie è sempre un momento intimo, di connessione profonda tra chi parla, legge, e chi ascolta. Il segreto di questo libro è che se ascolti ciò che gli altri dicono, se presti attenzione alle cose che ciascuno fa, quello che avrai ascoltato resterà in te e poi tornerà a sorprenderti al momento giusto.  Grazie a quanto ascoltato e raccolto nelle avventure che precedono quella di cui è protagonista, la conclusiva, Mowgli è un bambino con qualche possibilità in più, qualche nuovo strumento da poter usare nella propria.

Racconti della giungla di Katherine Rundell, illustrato da Kristjana S. Williams - 2019 Rizzoli
Racconti della giungla di Katherine Rundell, illustrato da Kristjana S. Williams – 2019 Rizzoli

“Le storie formano ciascuno di noi. Sono un’arma che ognuno può usare per risolvere situazioni difficili”

Scrivendo per bambini si ha l’opportunità di dire qualcosa ed essere ascoltati, ma si deve farlo con onestà, senza pudori, senza edulcorazioni. Nelle cinque storie che compongono questo libro corposo e denso,  Con le illustrazioni dell’artista inglese Kristjana S. Williams, di straordinaria forza e impatto visivo, c’è molta verità ed anche alcune menzogne (scopro proprio dalla voce dell’autrice che anche gli animali sono capaci di mentire per il proprio tornaconto) che della verità sono il contraltare utile e necessario per rafforzare la propria capacità di smascherarle e batterle.

4374927-9788817108522-285x367Titolo: Racconti della giungla
Autore: Katherine Rundell, illustrato da Kristjana S. Williams (traduzione di Mara Pace)
Editore: Rizzoli
Dati: 2019, 237 pp., 23,50 €

Ci si vede all’Obse

A Stoccolma nell’estate del 1981 Annika trascorre le vacanze estive più drammatiche della sua esistenza. La famiglia di Annika era sul punto di partire per la campagna quando il fratellino atteso per l’autunno nasce prematuramente. Dalla giornata in cui la madre e il fratellino arrivano in ospedale, Annika affronta da sola, a suo modo, la tragedia in cui si ritrova tutta la famiglia. Il padre e la madre la affidano alle cure di un nonno premuroso e buffo, buona forchetta e con una passione per le api e i ritornelli cantabili, ma lei preferisce la solitudine in cui inconsapevolmente anche i familiari, proteggendola dalla verità, la confinano.Ci si vede all'obse

Annika ha una caratteristica di cui va fiera: sa raccontate le bugie. Se ne inventa sempre di nuove e intricatissime e lo fa perché le bugie sono senza dubbio più intriganti e fantasiose della realtà. Anche per questa ragione non fatica a fare amicizia con un gruppo di ragazzi conosciuti per caso al parco dell’Osservatorio astronomico.  Un gruppetto di bambini e ragazzi varipinto: c’è il leader, una ragazza quattordicenne dal piglio brusco e dagli occhi verdi “da mostro”; c’è Foglia, un bambino di 9 anni, malnutrito e sudicio, c’è il ragazzo dai capelli vaporosi che ama il cucito e marina il campo scuola, c’è la ragazzina saggia e il figlio di metodisti che reagisce all’educazione ricevuta infilando un paio di bestemmie e qualche parolaccia in ogni frase che pronuncia.

E infine c’è Annika, ben lieta di tenere fede al patto che tiene unito il gruppo: non raccontarsi mai nulla della propria vita. Ciondolano nel parco e per le strade di Stoccolma giocando a obbligo o verità, ma mai nessuno propende per la verità, che tutti rifuggono anche a costo di compiere gesti pericolosi, rischiosissimi.

L’estate trascorre e Annika non riesce a ragranellare il coraggio per andare a far visita alla mamma e al fratellino. Si interroga e si mette alla prova ma non riesce a compiere il passo che la condurrebbe dritta alla realtà.

Quando l’estate è quasi finita lo è anche il romanzo e gli eventi sembrano essere sull’orlo di un precipizio. In ospedale le cose si complicano in maniera preoccupante, mentre un “obbligo” molto rischioso mette a repentaglio vita e amicizia. Con un lessico asciutto e diretto, uno stile senza fronzoli e una protagonista bugiarda, Cilla Jackert ci racconta una storia squisitamente vera che si può leggere o ascoltare, io l’ho ascoltata dalla voce di Eleonora Calamita (audiolibro disponibile in collaborazione con Il Narratore Audiolibri).

Ci si vede all'obseTitolo: Ci si vede all’ObseCi si vede all’Obse
Autore: Cilla Jackert (traduttrice Samanta K. Milton Knowles)
Editore: Camelozampa
Dati: 2018, 200 pp., 11,90 €