Candido e gli altri

Candido e gli altri, di Fran Pintadera, Christian Inaraja - 2018 Kalandraka

Candido è un uomo elegante, col cappello. Veste d’azzurro e i suoi contorni sono pastosi, neri, a cera. Oltre a questo si sente strano, eccentrico, stravagante. Ma soprattutto incompreso. Talmente incompreso che sotto lo sguardo degli altri si fa più basso, si china, si piega, porta la testa all’ombelico pur di non incrociarne gli occhi.

Candido e gli altri, di Fran Pintadera, Christian Inaraja - 2018 Kalandraka
Candido e gli altri, di Fran Pintadera, Christian Inaraja – 2018 Kalandraka

Il disagio che prova all’idea di subire il giudizio altrui non lo esime dal non esprimerne lui stesso, braccio piegato sul fianco, mano a grattare il mento, punto interrogativo sul cappello. Se non ci si spiega il comportamento o i gusti degli altri vuol dire che si ha un’idea ben definita dei propri, ma no, Candido, nella maggior parte dei casi, si sente fuori posto e allora rinuncia al bell’azzurro dei suoi vestiti per indossare una cappa che lo mascheri, rendendolo uguale alle persone che lo circondano. A volte funziona, altre no.

Candido e gli altri, di Fran Pintadera, Christian Inaraja - 2018 Kalandraka
Candido e gli altri, di Fran Pintadera, Christian Inaraja – 2018 Kalandraka

Qualche pagina e Candido torna a mostrare sicurezza in sé nel sentirsi invisibile, ma è sensazione effimera, si contraddice. Il fatto è che Candido è combattuto tra il voler essere visto e il passare inosservato e ciò lo rende ancora più fragile e incapace di guardarsi attorno davvero, senza il filtro dell’insicurezza. Riuscirebbe a scorgere altre persone che molto hanno in comune con lui o nulla, e non curarsene. Per esempio, come tutti, ama l’estate. Come tutti, tranne me e, sicuramente, come qualcun altro.

Candido e gli altri, di Fran Pintadera, Christian Inaraja - 2018 Kalandraka
Candido e gli altri, di Fran Pintadera, Christian Inaraja – 2018 Kalandraka

Candido è un libro circolare del quale non vi svelo la fine ma da essa si può tornare all’inizio, decine di volte, cambiando protagonista e sostituendolo con un altro che allo stesso modo si senta fuori posto in una società multiforme ma tendente a uniformarsi. Le illustrazioni, di Christian Inaraja, dall’impianto astratto, con tutte le figure senza tridimensionalità, sono piane, sembrano scomponibili e adattabili a ciascuno di noi. Così come lo sfondo in cui si muovono meccanicamente i personaggi è sempre bianco, uniforme e piatto. Quel bianco può essere ovunque, qualsiasi posto.

Il tutto ha un sapore un po’ vintage, specie la palette di colori; mentre il timbro del testo di Fran Pintadera è più che moderno, essenziale, diretto e semplice.

Lui è Candido. È evidente che non è come gli altri.
A volte si sente strano. Incompreso.
Altre volte, invece, è lui a non capirci niente.

Nel suo insieme è un libro particolarmente complesso per quel che racconta, per come lo fa e per ciò che riesce a smuovere nel lettore. Complesso ma semplice, cosa che lo rende decisamente bello.

cuberta candido.inddTitolo: Candido e gli altri
Autore: Fran Pintadera, Christian Inaraja, Elena Rolla (traduzione)
Editore: Kalandraka
Dati: 2018, pp. 48, 15.00 €

La bambina di ghiaccio e altre fiabe

La bambina di ghiaccio e altre fiabe, di Mila Pavićević, Daniela Iride Murgia - 2019, Camelozampa

Senza sentirsi accolti è difficile porsi con serenità e comunione d’intenzioni all’ascolto. I primi passi all’interno di un libro, sono sempre speciali, perché determinano giocoforza il ritmo di quelli successivi. Ed ecco allora che mi accoglie una papera dallo sguardo diretto e fermo, come solo certi uccelli sanno mostrare, Sulla testa ha un uovo, con l’ala regge una gabbia nella quale sta una casetta a tre piani. Le zampe sono immote, non sembra voler muoversi ma suggerisce ugualmente l’intenzione di non voler star ferma, di fatto è libera, nulla la trattiene. Attorno al collo indossa un medaglione a forma di cuore che è un lucchetto. Brilla, prezioso. Davanti a sé un nano di Zucchero Filato (perché nell’ordine delle cose rilevanti, la surrealtà che diviene realtà si pone tra e prime), braccia incrociate dietro la schiena, ci da le spalle, per non spostare nemmeno un istante lo sguardo dalla sua papera e per mostrare a noi un copricapo che è corona e una chiave a mappa, grande quanto lui, che esplicita tutto quello che vorrebbe dirci e non ha tempo di fare, perché troppo impegnato a non perdere d’occhio quella papera che è sua.

La bambina di ghiaccio e altre fiabe, di Mila Pavićević, Daniela Iride Murgia - 2019, Camelozampa
La bambina di ghiaccio e altre fiabe, di Mila Pavićević, Daniela Iride Murgia – 2019, Camelozampa

La papera porta sul capo un trespolo, lo dicevo, sopra vi è poggiato un uovo che immagino protegga in nuce la consapevolezza di sé che manca al nano, la capacità di schiudersi agli altri nel momento in cui lo si è fatto con se stessi. E mentre le parole di Mila Pavićević raccontano di un nano che controlla la propria papera come un bene più che prezioso, l’ossessione, che è incertezza, si traduce nelle illustrazioni di Daniela Iride Murgia, che ci mostrano come l’oggetto del desiderio tenuto prigioniero sia divenuto carceriere egli stesso e detenga in sé gli strumenti utili al controllo.

La bambina di ghiaccio e altre fiabe, di Mila Pavićević, Daniela Iride Murgia - 2019, Camelozampa
La bambina di ghiaccio e altre fiabe, di Mila Pavićević, Daniela Iride Murgia – 2019, Camelozampa

La fiaba si chiude nello stile delle più classiche, giungendo a una risoluzione che lascia aperte tutte le possibilità, anche quella di ritornare allo stato iniziale delle cose che tutto ha messo in moto.

Ecco, è solo l’inizio. La fiaba d’apertura anticipata da un gatto nero e punteggiato di stelle la cui coda si fa serpente dalla lunga lingua sinuosa; Auror, sta nel frontespizio, il gatto di un Clown senza nome che vagava alla ricerca di qualcuno da far ridere con vere risate e il cui naso, per un casuale accidente, salì tra le stelle.

La bambina di ghiaccio e altre fiabe, di Mila Pavićević, Daniela Iride Murgia - 2019, Camelozampa
La bambina di ghiaccio e altre fiabe, di Mila Pavićević, Daniela Iride Murgia – 2019, Camelozampa

Sono amare, intense, surreali e ricche. Sono dolcissime queste fiabe che usano la surrealtà per ricondurre i desideri alla concretezza del reale, a governi che siano femministi o mulini che ritrovino il proprio vento. Sono fiabe che si radicano in quel tempo in cui ‘si diceva che…’ e germogliano poi sul terreno della concretezza, e infine tornare a muoversi nei sogni. O infrangerli in decine di pezzi, come se non fossero mai esistiti.

[…] la gente, passando, chiedeva: «Chi vive in quella casetta di neve in cima alla collina?»
Finché un giorno giunse un’eco: «Nessuno! È stato troppo tempo fa!»

Mila Pavićević usa con maestria il linguaggio delle fiabe, che Elisa Copetti traduce dalla sponda balcanica a quella italiana senza sbavature. Daniela Iride Murgia le illustra con accorgimenti raffinatissimi. Il tutto sulla strada morbida della meraviglia.

copertina bambina di neveTitolo: La bambina di ghiaccio e altre fiabe
Autore: Mila Pavićević, Daniela Iride Murgia (Traduzione di Elisa Copetti)
Editore: Camelozampa
Dati: 2009, pp. 72, 12,90 €

La rete

Ci sarebbero numerosi punti di partenza per dar luogo a delle considerazioni su La rete. Il più fruttuoso, anche nell’ordine della considerazione che diviene riflessione, è il nesso con la radice fiabesca che si esplicita nel topos del genitore che abbandona il proprio figlio nel bosco, lasciandolo solo a gestire la propria vita quotidiana e, conseguentemente, il proprio destino. La rete comincia a intrecciarsi in maniera drammatica quando ci si ritrova in macchina assieme a un padre e a un figlio insultante, sboccato, irrequieto. Il padre lo sta portando in un posto non ben definito, lo lascia in un bosco, da solo, senza alcuno strumento, senza nessuna spiegazione. E si allontana, va via. Le premesse sono certamente opposte, i genitori di Daniel, Maddalena ed Eliah compiono questa scelta per il bene dei propri figli, ma ciò che ne consegue è molto simile all’abbandono fiabesco e al valore simbolico che gli si attribuisce. I ragazzi, ciascuno deve affrontare una proprio momento buio, si ritrovano nel folto di un bosco, da soli, senza alcuna idea sul perché siano in quelle contingenze e in quel luogo. Dal momento dell’abbandono in poi non possono far altro che ricorrere alle proprie risorse per sopravvivere. Non hanno con sé il supporto della tecnologia o il sostegno degli adulti, così come dei coetanei. Nel momento in cui si addormentano o allentano l’attenzione, qualcuno interviene nel loro “nuovo” mondo, lasciando delle istruzioni perentorie su biglietti anonimi. Si mangia solo se si lavora, per esempio, ma anche istruzioni sul lavoro da compiere e dei tempi per farlo.

All’iniziale smarrimento dei ragazzi, ai loro tentativi di opporsi allo stato delle cose, di ribellarsi, di ignorare gli ordini, segue l’accettazione della loro nuova condizione. Si assiste al loro dolore, alla loro fatica, ai loro progressi quasi dimenticandosi del motivo per cui si ritrovano in quel faticoso isolamento e si entra in una profonda e dolorosa empatia che molto ricorda quella che si prova con sé stessi, da genitori, quando si spedisce il proprio figlio a rimuginare da solo in camera, in punizione, e lo si sente blaterare di quanto si sia crudeli e impietosi; e si vorrebbe cedere, offrire quello che pretende, tutto purché nemmeno un grammo di soddisfazione e gli sia negato. Eppure,  è doloroso e difficile ma poco a poco ci si abitua, si metabolizza. E loro con noi; o noi con loro…

La struttura dell’impianto narrativo è rispondente al gusto contemporaneo del cambio di voce e prospettiva. Lo stile è per ciascuna ugualmente lacerante ed empatico. Si intuisce che qualche nodo si scioglierà ma arriva come una lama la consapevolezza che qualcun altro rimarrà irrisolto. La disperazione si esaspera e acuisce e sta qui il merito maggiore di questo libro, nel non piallare il processo di crescita, nel raccontarlo anche nel momento in cui si inceppa, in cui rimane ruvido e sconnesso.

E si torna alla fiaba anche nel finale in cui qualcuno si trova, altri si perdono. Il passato si mescola al presente e lascia sperare nel futuro.

Un romanzo che avvince e la cui lettura consiglio dai 13 anni in su.

la rete.jpgTitolo: La rete
Autore: Sara Allegrini
Editore: Mondadori
Dati: 2019, 255 pp., 17,00 €

W kieszonce – Nella tasca

Impossibile parlarne solo, questo è un albo da descrivere, per alcune sue particolarità: è stampato su carta ma fotografato da tela, le illustrazioni sono sottili ricami, lavoro fine di cucito.

Illustrare su tela di lino con ago e filo sottile. Tratteggiare bambini che in fila, una mano sulla spalla di chi li precede, in un gioco che assomiglia a un indovinello, si apprestano a mostrare un segreto a un adulto o a un bambino che li attende. E farlo per punti minuti senza trascurare i dettagli di piccoli ricci di chiome ondulate, trattini come capelli perfettamente allineati, a disegnare una frangia, più irregolari, una sfumatura. A ognuno le proprie scarpe come a voler sottolinearne i passi, propri e sempre diversi: a chi stringate, a chi a pantofola, sandaletti con gli occhi, in ultima di copertina una bimbetta procede a lunghe falcate nelle scarpe della mamma, nei di lei passi. Iwona Chmielewska non trascura neppure il particolare del bottone che chiude sulle spalle il grembiule. Un piccolo tondo vuoto di qualche punto. Ad ogni bambino un grembiule e su ogni grembiule al centro, sulla pancia, una tasca ritagliata da scampoli di tessuto a motivi differenti e colorati, appoggiata sul quel disegno di filo blu. Le tasche colorate spiccano quasi a voler saltare fuori, balzare all’attenzione, sottolineare che si parla di loro.

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W kieszonce, Iwona Chmielewska – Media Rodzina, Pznan

Nella tasca è il titolo di quest’albo illustrato ricamando. Il dorso del libro è rifinito in una tela grigia con uno scozzese appena accennato da fili di colore in trama e ordito, la stessa tela che si ritrova in ultimo utilizzata come risguardo finale. Mentre in apertura del libro i risguardi sono di tela di lino tinta unita, di un colore neutro, a destra la bianca e la volta in tessuto Liberty dal minuto disegno, come quelli delle camiciole dei bambini e delle bambine quando ancora un piccolo può indossare indumenti fiorati o a piccole foglie di un ramage che si insegue. All’interno, sulla pagina di sinistra, che pare sempre di tela di lino neutra, il testo su una riga, in blu come fosse un ricamo, dice così: Cosa ha oggi Jaś nella tasca? La domanda rivolta all’infanzia sembra arrivare da un adulto che si pone in gioco.

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W kieszonce, Iwona Chmielewska – Media Rodzina, Pznan

Un gioco che scandisce il ritmo del libro e ne determina l’impaginato che si articola di quattro pagine in quattro pagine. Sempre sulla prima pagina di destra, in un colore che tende più al bianco, nel centro, è appoggiata una tasca, a volte quadrata, a volte stondata agli angoli, a volte invece con gli angoli tagliati di netto. A uno o due tessuti rifiniti con nastri o passamanerie, a volte patchwork. Da queste tasche appoggiate spunta un ricamo, sempre in sottile filo blu, una forma indefinita a cui bisogna dare un nome, pensarla come parte di un oggetto di uso quotidiano, come di chi, prima di uscire, cela in tasca qualcosa di casa per portarlo con sé. Solo tentando e ritentando, si avrà la possibilità di voltare pagina e di trovarsi all’interno della tasca, ora in tela bianca, con l’oggetto ben visibile all’interno sempre tratteggiato per piccoli punti in filo blu.

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W kieszonce, Iwona Chmielewska – Media Rodzina, Pznan

Quindici i bambini che vengono nominati. Quindici le taschine, sempre diverse e colorate, appoggiate al centro della pagina. Quindici gli oggetti da immaginare. Quindici le caratteristiche che li descrivono prima ancora di svelarli. E il semplice dialogo che si ripete: Cosa ha oggi Jaś nella tasca? Nella traduzione potrebbe anche essere cosa nasconde quel bambino o quella bambina nella sua tasca. Ha qualcosa di morbido. Anche Hania ha qualcosa di morbido? No, lei ha qualcosa che canta. Dove quel qualcosa di morbido è un coniglio e qualcosa che canta è un uccellino.

Sino ad arrivare all’ultima tasca, quella di Adam dove c’è… un regalo! E dal momento che è incartato proprio non si sa cosa sia.

All’interno del sito della casa editrice Iwona Chmielewska mette a disposizione, scaricabili gratuitamente, quattro tipi di tasca con quattro figure differenti per solleticare l’immaginazione dei bambini e portarli a nominare e disegnare all’interno della tasca l’oggetto immaginato.

W kieszonceTitolo: W kieszonce
Autore: Iwona Chmielewska
Editore: Media Rodzina, Pznan
Dati: 2015, lingua polacco, 64pp., copertina rigida, 16,90€

ELISA ATTRAVERSO LO SPECCHIO #17

Guus Kuijer
Madelief. Lanciare le bambole
Camelozampa, 2017

#ElisaAttraversoLoSpecchio #Camelozampa #Guus Kuijer #lettureautonome #foto_recensione #recensioni #MartaBaroni


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* pieno di sorprese
* emozionante, specie  alla fine
* si tratta di un’unica storia ma suddivisa in tante avventure, quasi quotidiane, ma ugualmente molto appassionanti
* la protagonista è tanto simpatica

…È tutto quello che vuoi tu!

Una scatola è una scatola è una scatola è una scatola… così diceva Gertrude Stein, mi pare. Ah no! Il discorso semantico era riferito alle rose (o alle promesse?)! E infatti questa Non è una scatola; sebbene sia di cartone, quadrata, sia ben evidenziato il suo peso (250 gr) e un bel timbro rosso sul retro specifichi che non si debba capovolgerla.

Non è una scatola - Antoinette Portis

Pagina dopo pagina si apre la scatola, si va oltre l’imballaggio e una scritta rossa grande e grossa lo ribadisce: Non è una scatola.

Una voce simile alla nostra chiede a un coniglietto seduto in una scatola: “Perché ti sei seduto in una scatola?” Il coniglietto drizza le orecchie che appena voltata la pagina si piegano perché investite dal vento: “Non è una scatola”! È una macchina da corsa rossa fiammante e poi scusami, non ti sento, ho il vento tra i capelli, nelle orecchie, sembra dire il coniglietto che prosegue la sua corsa.

Non è una scatola - Antoinette Portis
Non è una scatola – Antoinette Portis

Si continua così, con la voce, sempre più simile alla nostra, che chiede “Che cosa fai su quella scatola?” E perché te la sei messa addosso, e perché ci giri intorno… Non è una scatola, è il Monte Coniglio e io sono un robot, e un addestratore d’elefanti indiani. Una variazione sul tema che non stanca mai, piuttosto incuriosisce. Se non è una scatola allora cos’è? Facciamo finta che… è questo il gioco, naturale e spontaneo, che coinvolgerà certamente anche il genitore narrante.

Grafica e layout sono essenziali e fungono da guida: il coniglietto e la scatola sono il frutto di linee nere, senza ombra, e mostrano ciò che il genitore vede. Il rosso (che già ci aveva sgridati all’inizio quando ostinati continuavamo a parlare di scatole) manifesta invece la fantasia, la libertà dirompente dell’immaginazione: è grazie alle sue linee che vediamo la mongolfiera, il razzo spaziale, la nave dei pirati.

Non è una scatola - Antoinette Portis
Non è una scatola – Antoinette Portis

Antoinette Portis è un’autrice che non dovrebbe assolutamente mancare nella libreria dei vostri bambini, sarebbe come se mancasse Munari, se non proponeste loro mai Sendak. E Kalandraka a un prezzo equo, considerato l’allestimento complesso e raffinato, ci offre l’occasione di far loro un bel regalo. Sono certa che offrendo ai bambini prodotti di qualità, leggendoli assieme a loro, dando loro la possibilità di entrare in contatto con albi studiati, creati con intelligenza e affetto, essi avranno l’occasione di maturare un gusto personale e proprio, assolutamente distante dalla banale omologazione dai colori pacchiani, dalle linee banali e dalle parole urlate e mielose che affollano una (ahimè!) grande parte della produzione letteraria destinata ai piccoli lettori. Perché albi come questo fanno in modo che la lettura (e l’albo permette la lettura anche ai bimbi che non sanno leggere) diventi esperienza, gioco, confronto con la realtà, viaggio con l’immaginazione.

Non è una scatola - Antoinette Portis
Non è una scatola – Antoinette Portis

Infine la scelta del coniglietto piuttosto che del bambino: perché un animaletto? Perché non il bambino? Si tocca un punto fondamentale della narrazione ai bimbi: perché è un bambino? Potrebbe chiedere la bambina lettrice? Perché ha i capelli ricci questa bambina? Potrebbe chiedere la bimba coi capelli lisci; perché questo bambino è bianco? Potrebbe chiedere il bimbo nero Non sono io… non mi ci rivedo, è un altro bambino. Il coniglietto è un coniglietto è un coniglietto, è un coniglietto. E a furia di esserlo diviene ciascun bambino, simbolo di ciascuna bambina. Permette un’immedesimazione completa e perfetta.

No, questo libro non è affatto, affatto una scatola.

Titolo: Non è una scatola
Autore: Antoinette Portis
Editore: Kalandraka
Dati: 2011, 40 pp., 14,00 €

Ristampa, 2019

Lo trovi tra gli scaffali virtuali di Amazon.it

 

Io & Charlie

Un giorno senza sorriso è un giorno perso. Charlie Chaplin

Io & Charlie  è un libro dinamico, in fuga. Non c’è una sola pagina in cui non si legga di un piede pronto a prendere il via, di una zampa impegnata a balzare, grandi spinte, grandi, rocambolesche, frenate.

Io & Charlie, di Luca Tortolini, Giacomo Garelli - 2019 Orecchio acerbo
Io & Charlie, di Luca Tortolini, Giacomo Garelli – 2019 Orecchio acerbo

Procede come un film, come Il Monello, di Charlot, con una tensione che corre sul filo dell’imprevisto, dei cambi di rotta, degli incidenti buffi, delle pause di ampio respiro volte a prendersi cura della funzionalità del pathos.

Le illustrazioni di Giacomo Garelli sono scattanti, si muovono su sfondi dai colori ambrati, virato seppia, che ammiccano alle vecchie pellicole in bianco e nero ingiallite dal tempo. Eleganti, mai spigolose, dalle linee tonde, i margini netti e definiti.

Io & Charlie, di Luca Tortolini, Giacomo Garelli - 2019 Orecchio acerbo
Charlie e io, di Luca Tortolini, Giacomo Garelli – 2019 Orecchio acerbo

La narrazione sfrutta l’espediente, non nuovo, del sogno, per far diventare realtà un’avventura che dura il tempo di proiezione di un film e che vede come protagonista un bambino, che da spettatore diviene quindi attore, e Charlie Chaplin, che da attore resta tale, spostando soltanto il  palcoscenico della sua d’azione.

Charlie e io, di Luca Tortolini, Giacomo Garelli - 2019 Orecchio acerbo
Charlie e io, di Luca Tortolini, Giacomo Garelli – 2019 Orecchio acerbo

Il testo fa accomodare il lettore in una vecchia sala della New York degli anni Venti, di quell’epoca e di quel contesto ripropone i toni e il lessico, con un risultato vivave e colorito, enfatizzato dalla colonna sonora, che lo accompagna anche graficamente, riportandone lo spartito, e che è possibile scaricare usando i link in coda al libro.

Dopo solo tre ore, sette minuti e sedici lunghissimi secondi di fila, finalmente io, mamma e papà ci sediamo sulle comode sedie del cinema Roxy, a Times Square dove viene proiettato il film del grande Charlot! Ma, dopo le prime risate, improvvisamente nella sala si fanno strada fuoco fiamme e fumo. Sogno o son desto? Tutti si mettono a correre e incolpano… Charlot. E anche me che cerco di difenderlo. Inizia così la nostra rocambolesca fuga per le strade della città!

io e charlie.pngTitolo: Io & Charlie
Autore: Luca Tortolini, Giacomo Garelli
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2019, pp. 48, € 16,00

musica di Cesare Andrea Bixio, Luigi Avitabile, suonata al piano da Simona Marino

Il bianco e il nero: un dialogo tra spazio e limite

Il bianco è lo spazio e il nero è il tratto che lo contiene. Potrei dire anche che il bianco è lo spazio e il nero è il limes che ne determina il punto di fuga o la profondità. Nei testi a stampa della contemporanea editoria per bambini si danza attorno a questa semplicità; attorno a questo passo a due tra bianco e nero, si articolano albi meravigliosi e completi, carichi di senso e significanti. Con le ovvie eccezioni.

Passo concitato e trafelato quello del narratore preistorico che stampa in negativo sulla parete rupestre la propria impronta: un confine nero carbone a delimitare lo spazio di un palmo bianco. Non quello dell’esploratore precedente, non quello del guerriero, proprio il suo, a illustrare una storia diversa da ogni altra, in un’unica immagine.

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Photo credit: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/f4/SantaCruz-CuevaManos-P2210651b.jpg

 

 

Passo molle, cauto, quello che operava invece in una polka di colore. Schiena curva su codici impreziositi d’oro in cui l’immagine apriva le danze, per un testo che occupava gran parte dello spazio a disposizione sulla pagina, con lettere miniate (quindi in un rosso derivato dal piombo) ornate nei minimi dettagli, in cui l’illustrazione, colorata a mano, era imperiosa, rappresentava narrando investita di simboli, facendo da didascalia al testo, essendone corollario.

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Photo credit: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Bibba_di_borso_d%27este_01.jpg

Con l’invenzione della stampa il passo torna a due e l’immagine diventa dialogante: è il momento delle incisioni, il ritmo con le parole si fa teso, vibrante. Lo diceva Leonardo da Vinci: “La pittura è una poesia muta, e la poesia è una pittura cieca”, si comincia a comprendere l’importanza di una illustrazione che non sia un bene staccato dal contesto o puro ornamento. Immagine e testo cominciano a parlare tra loro in un discorso fitto e ritmato, consapevole.

L’inchiostro è nero seppia, è parola e tratto, è lo stesso, non vira, non sfuma, in due modi del tutto diversi illustra e racconta. Solo che mano a mano che il testo s’arricchisce di dettagli diventa più complesso, mentre l’illustrazione a furia di dettagli esplica: il pensiero leonardiano, così inteso da Bland, che nel suo A History of Book Illustration cita la celebre frase del maestro del XV sec. (Children’s Picturebooks, the art of visual storytelling, Salinsbury, Styles  pag. 11), si esplica e ben si compendia con le litografie di Thomas Bewick, con i suoi “tale-pieces”: illustrazioni naturalistiche in cui il bianco e il nero sembrano essere condizione necessaria e sufficiente a dare movimento narrativo all’immagine.

And you who wish to represent by words the form of man and all the aspects of his membrification, relinquish that idea. For the more minutely you describe the more you will confine the mind of the reader, and the more you will keep him from the knowledge of the thing described. And so it is necessary to draw and to describe.[/pullquote]
Tra tutte, ne ho scelte due “il cacciatore di volpi” e “il cervo”; sono consapevole che esse non abbiano un legame oggettivo ma mi piace immaginarle speculari. Nascono enciclopediche, come tutte le altre, fanno parte de “La storia naturale dei quadrupedi”, ed esattamente come tutte le altre si scoprono per nulla didascaliche, piuttosto racconti. Un cane da caccia sembra aver fiutato una pista, il suo slancio lascia pensare a un momento di stasi precedente, interrotto da moto istintivo elevato all’ennesima potenza dall’addestramento. Si muove, scatta, su due sfondi: il primo immediatamente dietro di lui, fisso roccioso e imponente, nasconde alla vista un bosco rappresentato alla maniera romantica (siamo alle porte del 1800) in parte rovina, in parte fiorente. Ogni piano è uno stampo a sé stante, che corrisponde a un livello a sé stante, e assieme contribuiscono a dare profondità, con il semplice utilizzo di linee dai versi opposti o speculari. Il nero opera in chiarezza dell’immagine, esse sono vive. Come vivo è l’occhio del cervo (anche qui i livelli sono tre, prima a sé stanti, poi all’unisono) che suggerisce il movimento all’orecchio, il quale sembra aver percepito l’arrivo del cane, del cacciatore, e sembra vibrare, trasferendo nelle linee oblique del manto una tensione pronta alla fuga. Il tronco dell’albero, che poteva dirsi morto e che invece si corona di nuovi e fitti germogli, attira il nostro sguardo su un altro piano narrativo e il cuore s’appesantisce, perché un altro cervo, meno guardingo, corre proprio verso sinistra e, lo temiamo, oltrepasserà il limite della pagina per andare verso la propria fine.
L’immagine non si limita a descrivere il dettaglio, ma suggerisce una narrazione – cioè una scansione temporale che permette il ritmo e la nascita della danza tra bianco e nero, tra testo e immagine.

Quando Arthur Rackham illustrava non lesinava nei dettagli: abiti da ballo, e qui il ballo è il valzer, in cui a ben guardare si scoprono i ricami più raffinati, tono su tono di colori tenui in dozzine di varianti e trasparenze; particolari che raccontano e che contribuiscono a rendere l’immagine capace di raccontare, anche se considerata a sé stante, una storia, un’altra storia o proprio quella che illustra.
Rackham il colore lo aggiungeva post stampa, a mano. In questo nodo tecnico si innesta lo sguardo autoriale, capace di scioglierlo per tradurlo in una scelta stilistica. Il limite del medium posto da ragioni tecniche o economiche determina la ricerca di soluzioni creative e induce l’autore a plasmare uno stile peculiare, legato al medium o al suo formato. Si parla una lingua che cambia e si trasforma in una variante, un dialetto. E a sentirli, certi dialetti, sono musica.

Per Cenerentola, ma anche per La bella addormentata nel bosco, nell’edizione del 1919, Rackham usa il bianco e nero, fatta eccezione per alcune tavole in tricromia. il nero di china s’adagia sul bianco immortalando movimenti e profondità: gli orli sfrangiati delle povere vesti di Cenerentola, i fili di paglia che pendono dalla sedia consunta; i ritagli si muovono come su di un palcoscenico: un quadro da solo, un’unica silhouette, basta a raccontare la fretta della ragazza mentre abbandona il castello, una scarpetta sì e una no: è tornata alla sua vita di sempre, la magia è terminata. Nel momento della magia fanno capolino degli ocra intensi, dei verdi argentei, dei rossi vittoriani a dare ancora più profondità e risalto agli istanti irripetibili, la magia colora ma è effimera, il bianco e nero suggellano con un inchino e un bacio la realtà dell’eterno amore.

È del 1919 l’italianissima Viperetta di Rubino che si distingue per i suoi tratti vittoriani, per l’art nouveau che serpeggia tra i suoi riccioli. Viperetta non è propriamente una bimba ribelle, è piuttosto simbolo di una fanciullezza che rientra nei canoni dell’epoca ma al contempo li rifugge. Il colore campeggia in tutte le tavole del suo formativo viaggio sulla luna, dal quale rientra matura da capricciosa qual era partita, mentre il bianco e nero è di tutte le 48 vignette al tratto che aprono ogni capitolo e che ne anticipano, in pochissimo spazio, la narrazione. Ciascuna ha una sua pregnanza e talvolta, sono dirompenti, cercano di travalicare lo spazio concesso loro dalla riquadratura a filetto, ci stanno strette.
Quella in cui, per esempio, Viperetta fa la linguaccia suggerisce una tensione al futuro, lo spazio bianco cui la linguaccia si rivolge, da affrontare con irriverenza. Nella copertina delle varie edizioni, invece, il bianco e nero convivono con il colore, con un rosso tipografico che marchia i vestiti di Viperetta e la sua bambola, mentre la luna e i suoi abitanti rimangono nel bianco e nero, come a voler sottolineare il carattere tutto terreno della bambina e dei suoi oggetti.

Nel Novecento i bambini entrano nel mercato e ne rappresentano una buona fetta: si rivolgono a loro i caroselli pubblicitari, si pubblicano i celebri giornalini (che divengono strumento di propaganda), sono insomma al centro dell’interesse di molti, editori compresi (I libri per ragazzi che hanno fatto l’Italia a cura di Hamelin). Nel 1920 si dà alle stampe la versione definitiva de Il Giornalino di Gian Burrasca (precedentemente edito a puntate su Il Giornalino della domenica), che nel bianco e nero delle sue illustrazioni rispetta la sua forma e la narrazione diaristica. Le illustrazioni intra e intertestuali supportano il testo e lo incrociano nel linguaggio in numerose occasioni; i​l gioco del bianco e del nero rinforza il “simulacro” diaristico, il gioco del libro scritto (e disegnato) da un bambino – la mancanza del colore rimanda con più forza a un diario leggero e semplice da realizzare.

Il linguaggio di un libro, di un albo illustrato nella fattispecie, può modificarsi, dicevo, per numerose ragioni. Accade spesso (tra gli anni 50 e 60) che per mero risparmio si debbano stampare alcune illustrazioni in bianco e nero. Ci sono autori che subiscono l’esigenza commerciale e semplicemente alternano i blocchetti di testo alla pagina illustrata, laddove sia possibile, altri che, invece, attorno al limite costruiscono un’occasione e inventano un altro linguaggio, una soluzione linguistica alternativa e originale.
Ne Il giorno in cui la mucca starnutì (ed. or. 1957) James Flora alterna alle pagine in bianco e nero (doppie pagine), quelle a colori (rosa, arancio, verde e nero), innescando una catena di causa (colori) effetto (bianco e nero) che è un vortice di ritmo, trasmette e comunica con la stessa efficacia sia quando può aggiungere sia quando deve necessariamente togliere senza mai smarrire la propria pista stilistica. (Per un bell’approfondimento sul mock-up rimando a questo articolo)

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Il giorno in cui la mucca starnutì, James Flora – Orecchio acerbo, 2011

Verrebbe da dire F​ortunatamente,​ lo stesso accidente capitò a Remy Charlip (ed. or. 1964) che alternando le tavole fortunate a quelle sfortunate permea l’intero albo di un ritmo efficacissimo. La fortuna di Ned, il protagonista, s’accompagna ai colori delle illustrazioni, alla sfortuna, invece, Charlip riserva il bianco e nero. Un’anticipazione di questa scelta sta proprio nelle pagine iniziali dell’albo che apre con due nuvole nere, che lì per lì non fanno molta impressione, fortunatamente, poi, nelle due pagine seguenti, su un letto d’arancione e giallo, risplende un sole sorridente… epperò il colophon trova spazio in un cielo grigio e pesto giacché le nuvole hanno, sfortunatamente, raggiunto e quasi del tutto coperto il sole che, inerme, non può che subirne il buio…

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Fortunatamente, Remy Charlip – Orecchio acerbo 2010

Da La biblioteca di Lavoro, sono ormai gli anni ‘70, quindicinale curato dal gruppo sperimentale coordinato da Mario Lodi, sono numerosi gli esempi che potrei trarre per comunicare un utilizzo del bianco e nero che prende le mosse dal condizionante limite tipografico per arrivare a un’utilissima impostazione pratico/didattica. I quaderni di lavoro prevedevano una parte molto attiva da parte del bambino cui spesso era proposto di replicarli in varianti e riletture. Molto più semplice era affrontare l’intero processo senza l’intervento del colore.
Lo zoo (nr. 37 del 1975, illustrato da Ivo Sedazzari) è una storia di sole immagini. A sinistra il disegno di un animale in gabbia che, sullo sfondo, malinconico sogna, mentre in primo piano le silhouette degli spettatori umani indicano o rimangono immoti. A destra il pensiero, il ricordo dell’animale in gabbia che è sogno di libertà riportato su carta con un’immagine fotografica ripresa in natura.

Così usato, il racconto figurato diventa una lettura del “reale” rappresentato che abitua il bambino a osservare, riflettere, collegare i fatti

Il bianco e nero dei quaderni di lavoro, letti soprattutto nelle scuole, parte dal presupposto che il bambino possa ri-fare, possa continuare quel quaderno con il proprio. È in questo contesto che la mancanza di colore è un invito esplicito al lettore a completare o continuare l’opera; è, ridotto all’osso, il pensiero di Freinet, della scuola del fare, che la attraversa in un rinnovamento pedagogico.

Il periodo di convivenza tra bianco e nero e colore è lunghissimo ma di fatto le soluzioni formali derivate da esigenze di tipo pratico sono state talmente tante e talmente tanto raffinate da riservare al bianco e nero il carattere dell’eleganza, del lineare. Questa convivenza non è ancora finita, è una danza perfetta in cui nulla è superfluo e tutto racconta.

Il Giorno in cui la mucca starnutì, James Flora, Orecchio Acerbo 2011
Viperetta, Antonio Rubino, a cura di Martino Negri, Scalpendi editore
Fortunatamente, Remy Charlip – Orecchio acerbo 2010
Biblioteca di Lavoro di Mario Lodi nr. 37, Lo zoo, Ivo Sedazzari – 1975
Il Fuso e la scarpetta, La bella addormenta e Cenerentola, Arthur Rackham, Charles Evans – Donzelli Editore, 2009
Il giornalino di Gian Burrasca, rivisto, corretto e completato da Vamba – Marzocco, Firenze 1953

Pubblicato il 9 dicembre 2015 su Libri calzelunghe

Emil, il polpo gentile

Emil, il polpo gentile, Tomi Ungerer - 2019 Lupoguido

Questa storia incomincia con un palombaro, che ha un titolo e un nome, capitano Samofar, che danza lieve sul fondo del mare. Un mare che è verde e del suo verde tinge anche le alghe, i pesci, lo squalo che stava passando oltre ma poi torna sulle sue nuotate e realizza che stava per farsi sfuggire un bel bocconcino. Non ha fatto i conti con Emil, il polpo gentile, però, che interviene in suo aiuto salvandogli la vita.

Emil, il polpo gentile, Tomi Ungerer - 2019 Lupoguido
Emil, il polpo gentile, Tomi Ungerer – 2019 Lupoguido

Il capitano, riconoscente, lo porta a casa sua e lo ospita in una vasca colma di acqua salata. Fuori dal mare domina il rosso, in molte delle sue sfumature. Sia dentro che fuori dall’acqua, invece, l’arguzia e la vena aspramente comica di Ungerer si spandono con naturalezza, così come naturalmente Emil si adatta alla vita sulla terraferma, al di fuori dal suo habitat naturale. Però sente la mancanza del mare e allora sceglie di lavorare in spiaggia, da bagnino.

Emil, il polpo gentile, Tomi Ungerer - 2019 Lupoguido
Emil, il polpo gentile, Tomi Ungerer – 2019 Lupoguido

Lì, una coppia di bambini lancia contro una signora dal costume a strisce un granchio inviperito, che prontamente le pizzica il didietro; e mentre un aereoplano trancia di netto il filo di un aquilone, Emil sorveglia tutto dalla cima della torretta di avvistamento, mentre al limite della piega della pagina, una bagnante sembra accorgersi del nostro sguardo indagatore e lo incrocia, con fare interrogativo. Ogni tanto, Emil salva anche quattro bambini alla volta, in un surplus di gentilezza, mentre qualcun altro, molto meno gentile, lascia un pesce a boccheggiare mezzo sepolto sotto la sabbia.

Emil, il polpo gentile, Tomi Ungerer - 2019 Lupoguido
Emil, il polpo gentile, Tomi Ungerer – 2019 Lupoguido

Oltre che gentile, Emil è un polpo straordinariamente versatile, riesce a cambiare persino forma, e da polpo in poche mosse diventare uccello o slitta, ma soprattutto non manca in coraggio: grazie al suo intervento sventa un colpo ordito da una banda di contrabbandieri e, quando la situazione si fa pericolosa e sembra che stiano per farla franca, ecco che interviene ancora una volta in maniera risolutiva. Per il suo coraggio gli intitolano una nave e organizzano un banchetto che Ungerer imbandisce di bevande e frutta e al termine del quale Emil decide di tornare sul fondo del mare. Lì il Capitano Samofar va a fargli visita ogni volta che gli è possibile, e assieme giocano placidamente a dama sotto lo sguardo implorante di un pesce in gabbia.

Emil, il polpo gentile, Tomi Ungerer - 2019 Lupoguido
Emil, il polpo gentile, Tomi Ungerer – 2019 Lupoguido

Questa ultima tavola mi riavvicina più di tutte le altre all’Ungerer dissacrante che molto amo. Quello che trova la radice più intima e vera dell’animo umano nelle sue contraddizioni, che riesce a far convivere con naturalezza virtù innegabili e altrettanto innegabili debolezze. Un filo sottile di crudeltà senza il quale nulla sarebbe la gentilezza, ignorando il quale probabilmente ci si adagerebbe in un’amaca gonfia, resa soffice dalla banalità della narrazione lineare, dei protagonisti senza inciampi.

emil-cop-web.jpgTitolo: Emil, il polpo gentile
Autore: Tomi Ungerer (traduzione Gabriella Tonoli)
Editore: Lupoguido
Dati: 2019, 32 pp., 15,00 €

La mia estate indaco

L’estate concede troppo tempo. Ai pensieri, alla noia, alla notte, al sonno. Ce ne sono alcune, poi, che si frastagliano e sfrangiano in decine di piccole estati, ciascuna con la sua gioia, il suo dolore, la mancanza, la nostalgia, la gioia mai così grande. L’estate concede momenti lunghissimi, dilatati, in cui indugiare. Capita a volte di fermarsi a cercare d’afferrare l’aria morbida e vaporosa, alcolica, che si muove, bollente, sull’asfalto. E, riuscendoci per metà, avere il tempo di riprovare a farlo, senza contare se sia utile o meno.

Per questa ragione, a metà, credo che per Viola sia un momento di passaggio, una soglia, attraversando la quale qualsiasi cosa cambia; per la possibilità, cioè, di indugiare sui dolori, gli affetti, le mancanze, senza riuscire ad afferrarne l’oggettiva portata, il vero senso, senza riuscire a ingoiarli, metabolizzarli, farne passato, vissuto. È il tempo, troppo, che concede l’estate. E poi sono i tredici anni. Che arrivano e danno i brividi e gli mettono fretta, anche a quello più lento.

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Entrambe le cose, il tempo lento, trattato con cura, e le emozioni piene dell’estate, si ritrovano nel tono di Marco Magnone, che consegna alla sua protagonista un timbro di concerto diretto e lieve.

Viola si è appena trasferita in una città nuova, di provincia, ha lasciato i suoi amici e per la prima volta non trascorre le sue vacanze in montagna, coi nonni, amatissimi, in roulotte. La nonna è morta e il nonno non sta per niente bene. Viola subisce gli eventi ma non li accetta e lo mostra apertamente. Meno apertamente ma molto intensamente, gestisce le proprie emozioni, incanalandole con molta energia verso l’amore, gli affetti pieni. Vive nel ricordare spesso a se stessa il giorno in cui ha toccato il fondo, così lo definisce, un momento di esposizione completa allo sguardo e al giudizio altrui che non solo l’ha segnata ma che continua a zavorrarla senza che sembri possibile tagliare la fune e riemergere, respirando a pieni polmoni.

Viola non entra più in acqua, fino a quando qualcuno dagli occhi magnetici e dall’attitudine misteriosa, non libera il suo entusiasmo, la sua scattante energia. Con lui, Viola affronta se stessa, gli altri, un viaggio. Si chiama Indaco e nasconde un segreto che non sembra affatto una bugia.

Ci sono anche le bugie, in questo romanzo realistico di adolescenza piena. E meno male, perché altrimenti non sarebbe stato affatto vero.

978880471545HIG-628x965Titolo: La mia estate indaco
Autore: Marco Magnone
Editore: Mondadori
Dati: 2019, 280 pp., 17,00 €