Seb e la conchiglia

“Un amico immaginario, un fratello volato via, un amico partito per un posto lontano: tutto questo è, o potrebbe essere, Seb”. Così si apre la scheda che l’editore, Verbavolant, ha ideato per Seb e la conchiglia, e io concordo, ma credo anche che Seb sia un bambino (una bambina) che incontra se stesso, che dialoga con se stesso. Un sé altro da sé che è frutto di un bisogno, di un distacco, di una mancanza, di una ricerca. Che incontra con slancio, allegria, lasciando la propria ombra a tenergli il letto al calduccio ed esplorando invece luoghi meravigliosi, con posti sicuri, al riparo dagli sguardi altrui, un poco magici. Posti nei quali andare, saper andare riconoscendo la strada per arrivare esattamente lì e poi quella per ritornare, con un sorriso in più, nuove parole silenziose apprese.

Seb e la conchiglia, di Claudia Mencaroni, Luisa Montalto - 2018, Verbavolant
Seb e la conchiglia, di Claudia Mencaroni, Luisa Montalto – 2018, Verbavolant

Porta con sé un oggetto altrettanto magico, la bambina, una conchiglia, e quella conchiglia le parla di mare, di vento, di libertà che pure raschia un poco la pelle e anche il cuore. Così come il ricordo di Seb fatto di sabbia e odore di mare che al mattino resta con lei sotto al cuscino, quando il posto al riparo sotto ai noccioli rimane deputato alla lucentezza della notte.

Mi resta la sabbia tra le dita.
Seb l’annusa,
la sfrega contro una guancia.
Poi mi afferra per un polso,
mi guarda profondo.
E mi dice non ci perdiamo.
Io gli dico non ci perdiamo.

Il tono lirico e il lessico accogliente del testo di Claudia Mencaroni ben si coniugano con le illustrazioni di Luisa Montalto, realizzate con la tecnica della pittura cinese tradizionale a pennello di bambù, arte antica che induce la piena consapevolezza di sé attraverso lo strumento raffinato della delicatezza, della bellezza.

Seb e la conchiglia, di Claudia Mencaroni, Luisa Montalto - 2018, Verbavolant
Seb e la conchiglia, di Claudia Mencaroni, Luisa Montalto – 2018, Verbavolant

Il formato è quello classico della collana libri da parati che in questa occasione si presta alla narrazione alla perfezione. Ogni apertura un nuovo respiro, una pausa, un momento per sfogliare, utile a riprendere il filo o a trovarne uno nuovo da seguire, con leggerezza.

71Hp91fCtDLTitolo: Seb e la conchiglia
Autore: Claudia Mencaroni, Luisa Montalto
Editore: Verbavolant
Dati: 2018, pagina unica (libro da parati), 12 €

 

 

Il cuore e la bottiglia

I libri di Oliver Jeffers sono sempre belli.

Il cuore e la bottiglia oltre ad essere bello è anche struggente, malinconico.

Il cuore e la bottiglia, di Oliver Jeffers - 2019, Zoolibri
Il cuore e la bottiglia, di Oliver Jeffers – 2019, Zoolibri

Per raccontarlo parto, come molto spesso ho fatto negli ultimi mesi, dalle risguardie. Quelle d’apertura, di un bell’azzurro su fondo panna, raccontano del legame tra nipoti e nonni, tra i bambini e certi adulti capaci di porgere un orecchio attento (e giocoforza ancora un poco acerbo) alle domande dei piccoli: quelle esclamate per la meraviglia, quelle sussurrate, quelle del quotidiano, quelle del surreale.

C’era una volta una ragazza più o meno come tante altre

Comincia così, preludendo a molto altro, ma io ho indugiato su quel “più o meno”, che dice tanto negando tutto ma su una base comune, che scopriremo pagina dopo pagina: con gusti diversi, diverse inclinazionei, diversi interessi tutti i bambini si interrogano, interrogano; pongono domande esplicite, ad altre girano attorno. Ciò che fa la differenza è l’interlocutore che incontrano. E lo dicevano già le risguardie che oltre a svolgere la funzione loro propria, oltre quindi a proteggere il libro affinché non si sciupi, protegge anche l’orecchio di chi ascolta, affinché non maturi, una volta smarrita l’infanzia. Affinché conservi la disponibilità del cuore all’ascolto.

Il cuore e la bottiglia, Oliver Jeffers - 2019, Zoolibri
Il cuore e la bottiglia, Oliver Jeffers – 2019, Zoolibri

Oliver Jeffers usa con molta consapevolezza la luce e l’ombra, la densità del colore, la texture anche, in maniera sorprendente e un poco spiazzante, per mettere accenti, per cambiare tono. Sul davanzale della finestra sta un girasole che, come tutti i girasoli usano fare, investito dal pieno sole gli volta le spalle. Il sole entra dalla finestra e investe di luce un nonno e una bambina, l’uno in poltrona, composto, l’altra in piedi, con una gamba a terra e l’altra pronta a partire; e le tante domande e le tante risposte che si scambiano sono così concrete, così presenti, da far ombra anch’esse, assieme a tutto quanto abbia un corpo solido. Sullo scaffale una bottiglia con dentro un veliero.

Ogni nuova scoperta la incantava…

…finché un giorno, trovò una sedia vuota.

Il sole non splende più. La luce è quella flebile della luna. Persino il girasole pare testimone attonito di quel vuoto e della sua pesantissima ombra.

A questo punto, la ragazza decide di preservare il proprio cuore da quel dolore così potente e lo infila in una bottiglia, che appende al collo. E sta bene così, al riparo. È una scelta profonda che nasce dall’essere avventati. Forse spaventati. Chi non lo è del dolore imprevedibile, quello che investe e annienta? Chi non lo è della perdita, del distacco che è per sempre, dell’amore che non c’è più, della cura che svanisce?

E da quel giorno, col cuore in bottiglia, la ragazza non si pose più domande e scoprì di non essere più capace di dare delle risposte.

Questo è forse il momento più intenso di tutto l’albo. Lo sguardo smarrito, alla ricerca di un senso che è fatto di due soli puntini eppure racconta di una presa d’atto, di una svolta, un climax. Da qui in poi bisogna esporre il proprio cuore al vento, alle intemperie, alla gioia sferzante del mare in tempesta, alla burrasca, al refolo leggero, alla pioggerella impalpabile e fresca dell’amore, alla luce calda del sole, a quella fredda della luna.

Le risguardie di chiusura, tornano al cuore. Quello anatomico, con tanto di sezione. Semmai nel frattempo vi foste posti la domanda.

Ah!, c’era un vascello in una bottiglia. Così come per il cuore, ci auguriamo per lui il mare aperto.

Il cuore e la bottiglia, di Oliver Jeffers - 2019, Zoolibri
Il cuore e la bottiglia, di Oliver Jeffers – 2019, Zoolibri

 

 

Il cuore e la bottiglia

Il cuore e la bottiglia, di Oliver Jeffers

Zoolibri  2019, 32 pp., 16,00 €

Racconti della giungla. Le nuove avventure di Mowgli

Lo scorso primo aprile, nella libreria Trame di Bologna, ho ascoltato Katherine Rundell raccontare dei suoi libri. C’erano tutti nella pila dinanzi a questa autrice così solare e sorridente: Capriole sotto al temporale, Sophie sui tetti di ParigiLa ragazza dei lupi, Il Natale di Teo. Ma io ero lì per uno in particolare: Racconti della giungla. Le nuove avventure di Mowgli.

Racconti della giungla di Katherine Rundell, illustrato da Kristjana S. Williams - 2019 Rizzoli
Racconti della giungla di Katherine Rundell, illustrato da Kristjana S. Williams – 2019 Rizzoli

Katherine Rundell ha trascorso la sua infanzia in Zimbabwe, la sua famiglia viaggiava molto per luoghi selvaggi e, racconta, Il libro della giungla era il collante che teneva assieme lei, i suoi fratelli e i bambini che i genitori prendevano in affido, ed era anche l’unico modo per far scendere in casa un po’ di silenzio… Da qui l’amore per questo classico e il bisogno di continuarlo, ricordando ciò che da bambina amava ascoltare, avrebbe voluto sentire, e raccontando esattamente quello.

“Raccontami una storia” disse Mowgli.
Era una giornata piovosa sulle colline di Seoni.
La pioggia tamburellava fuori dalla caverna, tramutando in fango la terra della foresta, ma dentro era caldo e asciutto.
Il tempo perfetto per raccontare storie.

Raccontare storie è sempre un momento intimo, di connessione profonda tra chi parla, legge, e chi ascolta. Il segreto di questo libro è che se ascolti ciò che gli altri dicono, se presti attenzione alle cose che ciascuno fa, quello che avrai ascoltato resterà in te e poi tornerà a sorprenderti al momento giusto.  Grazie a quanto ascoltato e raccolto nelle avventure che precedono quella di cui è protagonista, la conclusiva, Mowgli è un bambino con qualche possibilità in più, qualche nuovo strumento da poter usare nella propria.

Racconti della giungla di Katherine Rundell, illustrato da Kristjana S. Williams - 2019 Rizzoli
Racconti della giungla di Katherine Rundell, illustrato da Kristjana S. Williams – 2019 Rizzoli

“Le storie formano ciascuno di noi. Sono un’arma che ognuno può usare per risolvere situazioni difficili”

Scrivendo per bambini si ha l’opportunità di dire qualcosa ed essere ascoltati, ma si deve farlo con onestà, senza pudori, senza edulcorazioni. Nelle cinque storie che compongono questo libro corposo e denso,  Con le illustrazioni dell’artista inglese Kristjana S. Williams, di straordinaria forza e impatto visivo, c’è molta verità ed anche alcune menzogne (scopro proprio dalla voce dell’autrice che anche gli animali sono capaci di mentire per il proprio tornaconto) che della verità sono il contraltare utile e necessario per rafforzare la propria capacità di smascherarle e batterle.

4374927-9788817108522-285x367Titolo: Racconti della giungla
Autore: Katherine Rundell, illustrato da Kristjana S. Williams (traduzione di Mara Pace)
Editore: Rizzoli
Dati: 2019, 237 pp., 23,50 €

Bella e il Gorilla

Bella e il Gorilla, Anthony Browne - 2019, Camelozampa

Dai primi di aprile la fiaba de La bella e la bestia può annoverare tra le sue fila un’altra, bellissima, variante. Le radici del cespuglio di rose i cui petali restano tra gli elementi più fermi nella memoria di ciascuno la ascolti, affondano nella storia di Amore e Psiche, cui si ispirò  Madame Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve, che nel 1740 la pubblicò per la prima volta in La jeune américaine, et les contes marins.

Bella e il Gorilla, Anthony Browne - 2019, Camelozampa
Bella e il Gorilla, Anthony Browne – 2019, Camelozampa

Naturalmente nel momento in cui ho letto Bella e il Gorilla la prima cosa che ho notato è stato il gorilla. Il suo bel muso grigio, il nasone espressivo quasi quanto gli occhi ambrati o proprio grazie ad essi. Anthony Browne ci ha abituati alla sua umana presenza, seppure questa volta il Gorilla sia propriamente tale. Non indossa giacconi, tacchi, non si protegge con un ombrello. La storia è ambientata in uno zoo ed è vera.

Quindi la prima cosa è stato il gorilla. Ma Bella e la Bestia erano sempre tra le pieghe della lettura di questa che invece, dicevo, è una storia vera. Quasi del tutto vera. È il racconto di un’amicizia nata tra un gorilla in grado di parlare la lingua dei segni e una gattina. Grazie alla sua capacità di parlare con gli uomini e di farsi comprendere, il Gorilla poteva avere tutto, qualsiasi cosa desiderasse. Una cosa gli mancava: un amico. Allora, così come nella storia vera di Koko, la gorilla che amava i gatti, lo chiede ai suoi custodi e loro gli portano Bella.

“Non mangiartela!”

Ma il Gorilla non aveva nessuna intenzione di mangiarla, le voleva bene.icarus

Anthony Browne ci ha abituati a citazioni, rimandi. In questa occasione ne dedica uno esplicito a Landscape with the Fall of Icarus, attribuito a Pieter Bruegel il vecchio (ca. 1555), il quadro racconta della caduta di Icaro, che troppo aveva osato avvicinarsi al sole. William Carlos Williams lo descrive così

Non lontano
dalla costa
c’era
un tuffo del tutto ignorato
era
Icaro che annegava.
(da “Immagini da Bruegel e altre poesie”, 1962)

Bella e il Gorilla, Anthony Browne - 2019, Camelozampa
Bella e il Gorilla, Anthony Browne – 2019, Camelozampa

Anthony Brown lo appende alla carta da parati del soggiorno mentre il Gorilla, con Bella sulle spalle, sta volando appeso a un lampadario. Pensando a Icaro, temo una  hýbris che però non colgo nella specifica scena: penso piuttosto a un richiamo alle abitudini selvagge del gorilla, a una memoria mai sopita del suo istinto e delle sue capacità animali. Volteggiando tra quelle selve intricate e fiorite di carta da parati temo che il contatto con Icaro stia nella caduta, nell’aver corso un rischio troppo grande, di aver sopravvalutato le proprie capacità. Ho paura, quindi, che cadano, che Bella possa farsi male.

Ma no, non accade. Anzi,

furono felici per moltissimo tempo.

Anthony Browne, Bella e il Gorilla - 2019, Camelozampa
in merito a questa immagine Anthony Brown ha detto: In Little Beauty, I was so pleased with the expressiveness I had achieved in the dummy drawing of the gorilla carrying Beauty that I was reluctant to recreate it in a more thorough, less spontaneous, less joyous form. I have drawn hundreds of gorillas in my lifetime, and, although it was produced without any visual reference or attention to detail, this was one of the most gorilla-like gorillas I had ever drawn. I had simply concentrated on what it was I was trying to communicate; not whether the drawing was any good or not. Concerns about the quality of a picture can detract from the clarity of its communicative attributes, and in the absence of these concerns I had produced an image that said everything I needed to say. Moreover, the flowing quality of the drawing effectively illustrated the first real instance of movement in the book. Even the emotion of the characters seemed to be enhanced .Photograph: Walker Books https://www.theguardian.com/ Anthony Browne, Bella e il Gorilla – 2019, Camelozampa

Poi una sera come tante, e qui si ritorna alla fiaba, il Gorilla guarda la scena di un film alla tv e ciò che vede lo scuote, lo agita. Non riesce a sopportare l’idea che un gorilla, come ciò che lui stesso è, possa mettere in pericolo un essere amatissimo, nonostante l’unica cosa che desideri su tutto sia di proteggerlo. E allora cede all’istinto “da bestia” e rompe la tv. E Bella, che gli vuole altrettanto bene e non desidera altro che proteggerlo, lo fa con grazia e mostrando i muscoli che non ha.

Bella e il Gorilla, Anthony Browne - 2019, Camelozampa
Bella e il Gorilla, Anthony Browne – 2019, Camelozampa

La storia si apre con una rosa bianca, e poi con una rosa rosa. A ciascuna di loro una pagina distinta, entrambe appena sotto i loro nomi, Bella e il Gorilla. E poi si chiude con due rose, quella del gorilla e quella di Bella, finalmente, per sempre, assieme.

Bella-e-il-gorilla-cover-web-1-600x701.jpgTitolo: Bella e il Gorilla
Autore: Anthony Browne (traduzione Sara Saorin)
Editore: Camelozampa
Dati: 2019, 36 pp., 13,00 €

Buonanotte, Gorilla!

Le risguardie blu notte del nuovo albo edito da LupoGuido di Peggy Rathmann sono puntellate di baloon grandi, più piccoli, piccoli. Corrispondono a vocione, vocine, vocette o si tratta invece di toni urlati, parlati, sussurrati?

Buonanotte, Gorilla!, si intitola, in corsivo sul bianco; nell’angolo in basso a sinistra un topolino fa la verticale su una zampa sola, reggendo il capo di un filo mentre, una banana, all’altro, pende dall’alto sulla pagina di destra.

Buonanotte, Gorilla!, di Peggy Rathmann - 2019, Lupoguido
Buonanotte, Gorilla!, di Peggy Rathmann – 2019, Lupoguido

“Buonanotte, Gorilla!”, dice il custode dopo aver verificato che la gabbia sia ben chiusa. Le spalle un poco curve per la stanchezza della giornata che volge al termine, il fascio di luce della torcia che illumina l’angolo in basso di una tavola doppia che è ricchissima dei colori vivaci e pieni che caratterizzano tutto il libro. La luce nell’angolo indica una strada, quella verso casa, verso la buonanotte. Ma il gorilla non è per nulla stanco, anzi, con un bel sorriso soddisfatto sfila di tasca le chiavi delle gabbie al custode.

Buonanotte, Gorilla!, di Peggy Rathmann - 2019, Lupoguido
Buonanotte, Gorilla!, di Peggy Rathmann – 2019, Lupoguido

E apre la sua, seguendo passo passo quelli del custode, mentre il topolino, che, previdente ha portato con sé una banana per un eventuale languorino notturno, lo segue a sua volta.

Buonanotte, Gorilla!, di Peggy Rathmann - 2019, Lupoguido
Buonanotte, Gorilla!, di Peggy Rathmann – 2019, Lupoguido

Ogni gabbia è un buonanotte, ogni gabbia il gorilla libera il proprio occupante che si accoda agli altri sereno, verso una meta che non conosce ma che ritiene a tal punto sicura da lasciare nella gabbia il proprio giocattolo del cuore (l’elefante possiede un peluche di Babar…).

Eccezion fatta per due tavole che sono sequenziali ma distinte, tutte le altre si svolgono su doppia pagina. Espediente narrativo utile a dare al bambino una visione completa della fila di animali selvaggi che si dipana alle spalle del custode.

Il custode e sua moglie si mettono a letto e, nel buio, al “Buonanotte” della signora rispondono sette voci che la sorprendono e che pazientemente riporta allo zoo. Tutte tranne una, anzi due, che la fanno anche a lei.

Buonanotte, Gorilla!, di Peggy Rathmann - 2019, Lupoguido
Buonanotte, Gorilla!, di Peggy Rathmann – 2019, Lupoguido

Buonanotte Gorilla! Parla ai bambini su più livelli, il più esplicito è quello in cui ci si fa coraggio a vicenda, o abbracciando il proprio pupazzo, restando nel proprio letto, o si sfida il buio con intraprendenza, raggiungendo quello dei genitori. Gli altri si sviluppano mentre si legge coi bambini e sono diversi, giacché stimolati dalla presenza minima di testo i bambini indugiano sulle tavole e aggiungono parti alla storia a seconda del proprio punto d’osservazione. Con una sola regola da seguire: commettere assieme una monelleria, mantenere il segreto. Shhh! fa segno sin dalla copertina il gorilla, e noi lettori siamo ben felici di assecondarlo, con il sorriso sulle labbra, complici.

buonanottegorilla-web_1Titolo: Buonanotte, Gorilla!
Autore: Peggy Rathmann
Editore: Lupoguido
Dati: 2019, 40 pp., 14.00 €

Mezzanotte: è Tempo di tornare a casa, Cenerentola!

Cinderella Crane, Walter, London: George Routledge and Sons, 1875.

Regolano, gli orologi, regolano il mio e il vostro tempo. Regolano, dando a noi tutti la patetica impressione di poterlo controllare. Ancor più perché sono oggetti metafisici creati dall’ingegno umano. Confortano, questi oggetti meccanici regolatori di tempo, e cullano con fermezza. Mettono fretta, gli orologi, e talvolta, a osservarli a lungo, pare che rallentino. Altra impressione fasulla, altro dispetto.

Quando un orologio va avanti o indietro condiziona l’esistenza di chi ad esso si affida. Si compiono azioni che altrimenti sarebbero compiute in un altro momento, quello più appropriato, quello preposto. Oppure ci si illude di fare qualcosa per tempo, quando invece è ormai troppo tardi.

Un orologio che si rispetti è puntuale. Altrimenti non è un orologio, ma il suo feticcio. È un inganno.

Gli orologi ticchettano incessantemente ma quando decidono di fermarsi, e capita che lo facciano, è per comunicare qualcosa. È per dire che c’è qualcosa che ne inceppa il meccanismo, perché hanno bisogno di essere ricaricati, o è per raccontare altro. Molto altro. È questo atto fortissimo di affermazione che regola il momento di congiunzione tra il regno dei vivi e quello dei morti. Tra il reale e il magico. Tra il certo e l’ignoto. Tra lo scorrere naturale degli eventi e il conturbante. Tra il tempo degli uomini e quello delle streghe.

Talvolta si fermano a una data ora, in un preciso istante, gli orologi. Altre volte misurano e parlano. Parlano la lingua dei rintocchi.

Méliès nel 1899 realizza il suo primo film strutturato sulla base della fiaba di Cenerentola. In esso gli orologi sovrastano la scena. Tutte le scene, a incominciare dalla prima in cui Cenerentola sta al proverbiale focolare, fino alla prova della scarpetta, sono caratterizzate dalla presenza incombente di un orologio. Cenerentola si dispera, vorrebbe andare al ballo; piange dopo essere stata maltrattata dalle sorelle quand’ecco che giunge la fata che, ponendosi proprio al di sotto al regolatore del tempo, comincia a manipolarlo, compiendo in un istante azioni che avrebbero richiesto ore, giocando con esso, per poi, però, ribadire a Cenerentola che ha un tempo determinato gestito da chi ne ha la forza, l’orologio meccanico, oltre il quale la sua di forza, quella magica, non ha più alcun potere. Lo indica, lo mostra. Non deve esserci alcun dubbio, nessuna variabile.

La variabile interviene, però, ed è potente: l’amore che sopraggiunge nella sala da ballo e annulla la percezione del tempo da parte di Cenerentola. Il tempo vola quando si danza. Ma l’orologio, enorme, ben in vista, continua a ticchettare e si fa presenza ingombrante. I rintocchi segnano la Mezzanotte, Cenerentola torna a essere la fanciulla dimessa che era prima e subisce lo scherno di tutti. Torna alla sua soffitta, perseguitata da orologi beffardi, crudeli che la scherniscono, si prendono gioco di lei che ha voluto loro disubbidire. C’è persino una sorta di satiro, il satiro del tempo che, assieme ai quadranti ticchettanti, diventa ossessione e rimpianto. [Georges Méliès, Cendrillon, 1899]

Ma in quale momento della storia della fiaba di Cenerentola entrano in fabula i rintocchi dell’orologio?Nel corso del tempo, e per Cenerentola si tratta di molto tempo (si ritiene che Cenerentola sia di origine cinese e sia stata raccontata per la prima volta nel IX sec.), così come percorrendo spazi immensi di bocca in bocca, le fiabe cambiano. È l’essenza delle fiabe il modificarsi nel tempo, ed è la trasmissione orale che porta a una fertilità di varianti straordinaria (basti per questo considerare, avvicinandosi di più al nostro tempo, alle varianti di questa fiaba raccolte da Calvino ne Fiabe italiane). La stessa tradizione può inciampare, dimenticare una parte, indugiare su un’altra; talvolta è un errore, una frase detta con più veemenza, una dimenticanza, una ridondanza, una tendenza del cantastorie all’iperbole. Ed ecco che nella fiaba entra un elemento. Ed ecco che quell’elemento diventa caratterizzante, diventa parte integrante, entra nella Storia della storia.

La versione di Perrault è quella che più si allontana dalla tradizione orale (per esempio non c’è più la madre, o meglio, la presenza della madre sotto forma animale) ed è quindi di sostanziale importanza sottolineare come il rintocco della Mezzanotte sia entrato invece in maniera fondante nella fiaba proprio con Perrault, sia divenuto mitopoietico.

Nel passaggio dalla tradizione orale a quella scritta la fiaba ha necessariamente perduto parte delle sue “funzioni” mitiche; si sono attenuati i risvolti simbolici, sono scomparsi i rituali.

L’orologio meccanico che scandisce le ore, i rintocchi che risuonano nella sala da ballo e la conseguente fuga della fanciulla introducono un’altra prospettiva, se non addirittura altre prospettive. Da Perrault in poi (nella Zezolla di Basile – 1634-36 – la Mezzanotte non c’è, né tantomeno ci sono i rintocchi che restano fuori anche dalla versione dei Grimm) quello dello scoccare della Mezzanotte diventa parte integrante della fiaba, rilevante quasi come la scarpetta di cristallo. Stigmatizzato nell’immaginario collettivo dal bel film d’animazione del 1950 prodotto dalla Disney.

Cenerentola è in compagnia del Principe; alle loro spalle un orologio. Partono i rintocchi e la scena si fa concitata, gli eventi precipitano e dalla quiete la ragazza passa alla fuga, con i rintocchi che continuano a segnare i suoi passi febbrili e il grande orologio che incombe minaccioso in dissolvenze ingombranti nella sequenza. [Cinderella, Walt Disney Studios, 1950, Lo scoccare della Mezzanotte]

Ma perché Charles Perrault ha arricchito la fiaba di questo dettaglio che diverrà elemento onnipresente, da allora in poi, in tutte le versioni letterarie, cinematografiche, teatrali e musicali?

La sua Cendrillon è del 1697, Cartesio aveva già fatto propria l’analogia dell’orologiaio, e inoltre Perrault era un sostenitore accanito dello statuto scientifico dell’arte tanto che ne scrisse polemicamente in seguito (Parallèle des Anciens et des Modernes, 1688); ecco, probabilmente questo anelare al rinnovare, alla modernità, potrebbe averlo indotto a inserire l’orologio, simbolo perfetto della capacità dell’uomo moderno di misurare l’incessante, il tempo.

In Cenerentola i rintocchi scandiscono l’infrazione di una regola, se non addirittura un tabù: i rintocchi parlano e suggeriscono, minacciosi, alla ragazza la gravità di quanto sta per commettere: sta per perdere il contatto con la realtà; paradossalmente, tentando di prolungare i termini del sovrannaturale, essa sta cercando il modo di radicarsi nel reale. Una realtà che la affrancherebbe dalla sua condizione miserevole e, al contempo, un reale, meccanico, preciso, che incombe impietoso e rintocca ossessivamente, che segna la fine di un sogno, interrompe la magia; è più potente delle arti di una fata/strega. Si tocca con mano nei balletti, nei film tratti da Perrault, laddove interviene il suono a sottolineare la forza dei rintocchi, ma si legge con molta chiarezza anche in tutte le illustrazioni che di quel momento sono state realizzate, in cui il ‘fermo immagine’ contribuisce ad appuntare la pregnanza narrativa del momento.

Walter Crane, siamo nel 1875, sceglie di illustrare il momento in cui i rintocchi della Mezzanotte sono già terminati; Cenerentola è tornata a vestire i suoi panni umili da serva, un piede è scalzo. Anche lo sguardo è dimesso e torna indietro carico di rimpianto rivolgendosi al principe che invece sembra voler intervenire sull’orologio, raggiungerlo nella direzione opposta alla realtà della fuga della ragazza, cercando un confronto impari con l’oggetto che ritiene essere causa della sua disperazione.

Cinderella Crane, Walter, London: George Routledge and Sons, 1875.
Cinderella Crane, Walter, London: George Routledge and Sons, 1875.

Dulac, nel 1910 sceglie di fermare l’immagine a un quarto d’ora prima che gli eventi precipitino. Cenerentola è ancora ben vestita, nel pieno del gioco amoroso, il principe si inchina al suo meraviglioso e fatato cospetto. L’orologio veglia sulla scena, memento.

Sir Arthur Quiller-Couch. The Sleeping Beauty and Other Tales From the Old French. Edmund Dulac, illustrator. New York: Hodder & Stoughton, 1910. [Cenerentola]
Sir Arthur Quiller-Couch. The Sleeping Beauty and Other Tales From the Old French. Edmund Dulac, illustrator. New York: Hodder & Stoughton, 1910. [Cenerentola]

Nel frontespizio per Cenerentola del suo Cruikshank Fairy book (1911), George Cruikshank  racconta tutta la fiaba in un’unica immagine: c’è la condizione misera della ragazza, c’è la fata madrina, c’è la scarpetta di cristallo mollemente adagiata su un cuscino e trionfante, incorniciato da tutti gli elementi magici della storia, c’è l’orologio. Le lucertole, la zucca, i topi, sono ancora bestiole e ortaggi, privi di magia, sebbene il topolino regga la propria coda come se maneggiasse una bacchetta magica pronta a intervenire sull’orologio, che, quieto, segna cinque minuti prima della Mezzanotte. Sovrasta centralmente e incornicia tutta la storia, ma non tornerà se non nell’ultima tavola, quella del matrimonio. Anche in questa occasione è incastonato sullo scranno del re e della regina, come a voler sottolineare la concretezza del sogno ormai divenuto parte del flusso reale del tempo.

Cruikshank fairy book 1911
Cruikshank fairy book 1911

Arthur Rackham coglie l’esatto momento del rintocco. Il principe è sorpreso dalla fuga repentina, la scarpetta si libera dalla silhouette nera mostrandosi nel suo trasparente cristallo.

"Arthur

Con Roberto Innocenti Cenerentola approda agli anni Venti del Novecento. E la scena dei rintocchi scende nei dettagli decadenti: il principe abbandonato sulle scale è disperato e frastornato dai bagordi assieme. I cavalli e i lacchè tornati ad essere topi e lucertole sono fuori contesto ai piedi di un palazzo nobiliare e segnano con la loro presenza il confine mobile tra ricchezza e povertà. Mentre Cenerentola si allontana rientrando nel suo status (e dovendo scostare un ubriacone sul marciapiedi) la torre dell’orologio svetta impietosa sovrastando tutti e regolando il destino degli uomini.

Cenerentola Roberto Innocenti, Charles Perrault – La Margherita edizioni, 2007
Cenerentola Roberto Innocenti, Charles Perrault – La Margherita edizioni, 2007

L’orologio, occhio del tempo, archetipo e specchio della vanitas umana si adatta alle vicende di Cenerentola perfettamente, connettendo tra loro tutti gli aspetti simbolici di una delle più celebri fiabe della tradizione europea e mondiale, permettendole di vivere il proprio tempo e di arrivare al nostro per tempo, prima che la carrozza torni a essere una zucca.


Una bibliografia completa delle fonti e dei testi di questo articolo su LibriCalzelunghe, dove questo mio pezzo è stato pubblicato per la prima volta nel 2017.

 

I treni della felicità e una nave di nome Mexique

Tre in tutto di Isabella Labate e Davide Calì - 2018, Orecchio acerbo

Tra il 1945 e il 1952 settantamila bambini del sud Italia vennero accolti da famiglie del nord per essere accuditi, sfamati, perché avessero le cure necessarie all’infanzia che il fascismo e la guerra avevano distrutto.

L’iniziativa si deve all’Unione Donne Italiane, che compì in pochissimo tempo, nell’arco di un paio di mesi, un’impresa che a stento si riuscirebbe a progettare con tutti gli strumenti di cui si è dotati nel nostro contemporaneo. Eppure, allora, da Roma, dalla Ciociaria, da Cassino e Napoli, e dalla Puglia partirono i treni della felicità, che portarono i bambini al nord, dove c’erano ad attenderli centinaia di famiglie di contadini, operai, impiegati, che li salvarono da un destino di fame, povertà, malattia.

Tre in tutto è Finalista Premio ORBIL 2019 sezione albi illustrati.


Il 27 maggio 1937, salpò da Bordeaux, in Francia, il Mexique, diretto in Messico. A bordo 456 bambini, tutti figli di repubblicani spagnoli. Per tre o quattro mesi, questo era il piano: allontanare i bambini dalla guerra per poi riabbracciarli al suo termine.

Sbarcarono a giugno a Veracrux, da lì in poi, diventarono “i bambini di Morelia”, luogo in cui furono accolti in un esilio che si rivelò definitivo. Nessuno dei bambini tornò mai in Spagna, se non qualcuno, da adulto. Il governo messicano se ne prese cura fino al 1948, da allora, furono abbandonati al proprio destino.


Tre in tutto, con le illustrazioni di Isabella Labate e il testo di Davide Calì, racconta una storia vera, dunque, e lo fa per mezzo della voce di un bambino, che assieme alla guerra, sentita più che vissuta, riporta un guazzabuglio di emozioni, di smarrimento, paura, gioia, mancanza, affetto, accoglienza; e fame.

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Le illustrazioni in grafite hanno il dono di raccontare una storia che è sempre in viaggio. Il tratto neorealista conduce per mano al cinema e di quel cinema ricorda la realtà, una realtà fatta di movimento: si spostano e viaggiano i bambini, si muovono impauriti e smarriti per sfuggire alla vasca da bagno; si muovono le mani operose delle mamme, delle zie, dei nonni che impastano, versano, infornano il pane, sul quale i bambini (il bambino che narra assieme a suo fratello) segnano con un ‘W’ per riconoscerlo.

Io e mio fratello facevamo la W che avevamo visto tante volte nelle scritte sui muri che dicevano W i partigiani.

Tre in tutto di Isabella Labate e Davide Calì - 2018, Orecchio acerbo
Tre in tutto di Isabella Labate e Davide Calì – 2018, Orecchio acerbo

E poi ritornano, alle loro case, dove ad aspettarli non trovano quattro pasti al giorno, o la cioccolata calda; li accoglie una miseria che avevano dimenticato, ma lo stesso affetto e la stessa forza che li aveva condotti, a costo della separazione e della lontananza, con coraggio e fiducia verso altre case, altre famiglie. Ecco, Tre in tutto, è, più di ogni altra cosa, una storia di coraggio e fiducia.  Che ci siano stati davvero da una parte e dall’altra, questa consapevolezza, sortisce lo stesso effetto, accogliente, di un abbraccio.


Una nave di nome Mexique, di Maria José Ferrada e Ana Penyas, scioglie invece quell’abbraccio, e lascia nella schiena un senso di amarezza.

una storia vera avvenuta molti anni fa che però ci parla della solitudine, della tristezza e della paura di chi affronta un viaggio, lasciando la propria terra e la propria famiglia con una speranza in tasca, quella di trovare un posto sicuro, e poi riabbracciare i propri cari, e invece non può far altro che sopravvivere.

Una nave di nome Mexique di Maria José Ferrada e Ana Penyas
Una nave di nome Mexique di Maria José Ferrada e Ana Penyas – 2019, Edizioni Clichy

A raccontarla la voce di una bambina, lei in tasca ha una canzone. Sbocciano come i fiori tra i bambini della nave, dice, le canzoni, portano consolazione e sostegno. Parla di Repubblica. Si chiede cosa sia, e la assimila a un essere che sopra ogni altra cosa è libero.

Che cos’è la Repubblica?
La Repubblica è un casa.
La Repubblica è un pugno che si alza. Un uccello.

Le illustrazioni si basano sulle foto dei “bambini di Morelia” e della nave che li portò in Messico. I volti dei bambini le ricordano e ne comunicano la tensione, la paura. Sembrano ritagliati, quegli sguardi, e incollati in un contesto, su una Storia, che non riconoscono e che li smarrisce. Ho desiderato per loro un finale diverso, senza fare i conti con la realtà.

tre_in_tutto_1.jpgTitolo: Tre in tutto
Autore: Isabella Labate e Davide Calì
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2018, 36 pp. 15,00 €

 

9788867995998_0_0_531_75.jpgTitolo: Una nave di nome Mexique
Autore: di Maria José Ferrada e Ana Penyas
Editore: Edizioni Clichy
Dati: 2019, 32 pp. 17,00 €

John Gattoni, le indagini più famose

John Gattoni. Le indagini più famose, di Yvan Pommaux - 2018, Babalibri

Pelo folto e nero, occhi ben spalancati a non perdere di vista i dettagli, trench tono su tono con pantaloni cachi e immancabile cravatta a completare il look da investigatore, passo felpato, John Gattoni si muove sulla copertina di un volume elegante (con tanto di fettuccia segnalibro e dorso in tela) che raccoglie tre delle sue indagini più famose.

Yvan Pommaux compie un lavoro autoriale straordinario nella commistione di generi: il poliziesco si intreccia con la fiaba e non solo nelle citazioni esplicite: la madre disperata che bussa alla porta di Gattoni perché la figlia è scomparsa è quella di Cappuccetto Rosso; l’arcolaio antico è quello di Rosaspina; Il gioiello a forma di cuore è quello di Biancaneve… La commistione autentica avviene nei momenti, perfetti, di sospensione dell’incredulità, durante i quali in un contesto urbano e cittadino si muove completamente a suo agio John Gattoni, facendo ricorso agli strumenti tradizionali dell’attività investigativa come alle grandi fiabe classiche (raccolte sotto al titolo di I più celebri casi criminali) che consulta per trovare la giusta chiave interpretativa.

John Gattoni. Le indagini più famose, di Yvan Pommaux - 2018, Babalibri
John Gattoni. Le indagini più famose, di Yvan Pommaux – 2018, Babalibri

Le indagini di John Gattoni sono a fumetti ma non alla maniera classica dei fumetti: hanno l’andatura del noir cinematografico, con campi lunghi, adatti a rendere il movimento sequenziale nella scena, che corrispondono a illustrazioni su doppia pagina o a pagina piena; il testo è libero da confini grafici, che sono di solo sostegno, e si muove nella pagina con ampio respiro; i protagonisti richiamano volti noti dell’immaginario dell’infanzia.

Tra le tre indagini, la perfezione per me sta nel mezzo: Il grande sonno, meraviglioso caso, meravigliosa avventurache parla all’immaginario dei bambini, come dicevo, ma parla anche al mio e mi induce a sovrapporre il fiuto di John Gattoni con quello di Philip Marlowe, il volto dell’nvestigatore felino con quello di Humphrey Bogart. Il contesto fiabesco nell’ambito metropolitano elegante e retrò e la conclusione riepilogativa nel cammeo finale.

<em>John Gattoni. Le indagini più famose</em>, di Yvan Pommaux - 2018, Babalibri
John Gattoni. Le indagini più famose, di Yvan Pommaux – 2018, Babalibri

Non svelo nulla sui tre finali, sarebbe poco elegante trattandosi di indagini con delitto, anzi, aggiungo un ulteriore interrogativo alla vostra immaginazione: saranno aderenti ai finali lieti delle tre fiabe? O molto meno piacevoli, come accade nei polizieschi?

pommaux_john_chatterton_compil_couv_HD-1Titolo: John Gattoni. Le indagini più famose
Autore: Yvan Pommaux (Traduzione di Tanguy Babled)
Editore: Babalibri
Dati: 2018,128 pp., 22,50 €

Ci si vede all’Obse

A Stoccolma nell’estate del 1981 Annika trascorre le vacanze estive più drammatiche della sua esistenza. La famiglia di Annika era sul punto di partire per la campagna quando il fratellino atteso per l’autunno nasce prematuramente. Dalla giornata in cui la madre e il fratellino arrivano in ospedale, Annika affronta da sola, a suo modo, la tragedia in cui si ritrova tutta la famiglia. Il padre e la madre la affidano alle cure di un nonno premuroso e buffo, buona forchetta e con una passione per le api e i ritornelli cantabili, ma lei preferisce la solitudine in cui inconsapevolmente anche i familiari, proteggendola dalla verità, la confinano.Ci si vede all'obse

Annika ha una caratteristica di cui va fiera: sa raccontate le bugie. Se ne inventa sempre di nuove e intricatissime e lo fa perché le bugie sono senza dubbio più intriganti e fantasiose della realtà. Anche per questa ragione non fatica a fare amicizia con un gruppo di ragazzi conosciuti per caso al parco dell’Osservatorio astronomico.  Un gruppetto di bambini e ragazzi varipinto: c’è il leader, una ragazza quattordicenne dal piglio brusco e dagli occhi verdi “da mostro”; c’è Foglia, un bambino di 9 anni, malnutrito e sudicio, c’è il ragazzo dai capelli vaporosi che ama il cucito e marina il campo scuola, c’è la ragazzina saggia e il figlio di metodisti che reagisce all’educazione ricevuta infilando un paio di bestemmie e qualche parolaccia in ogni frase che pronuncia.

E infine c’è Annika, ben lieta di tenere fede al patto che tiene unito il gruppo: non raccontarsi mai nulla della propria vita. Ciondolano nel parco e per le strade di Stoccolma giocando a obbligo o verità, ma mai nessuno propende per la verità, che tutti rifuggono anche a costo di compiere gesti pericolosi, rischiosissimi.

L’estate trascorre e Annika non riesce a ragranellare il coraggio per andare a far visita alla mamma e al fratellino. Si interroga e si mette alla prova ma non riesce a compiere il passo che la condurrebbe dritta alla realtà.

Quando l’estate è quasi finita lo è anche il romanzo e gli eventi sembrano essere sull’orlo di un precipizio. In ospedale le cose si complicano in maniera preoccupante, mentre un “obbligo” molto rischioso mette a repentaglio vita e amicizia. Con un lessico asciutto e diretto, uno stile senza fronzoli e una protagonista bugiarda, Cilla Jackert ci racconta una storia squisitamente vera che si può leggere o ascoltare, io l’ho ascoltata dalla voce di Eleonora Calamita (audiolibro disponibile in collaborazione con Il Narratore Audiolibri).

Ci si vede all'obseTitolo: Ci si vede all’ObseCi si vede all’Obse
Autore: Cilla Jackert (traduttrice Samanta K. Milton Knowles)
Editore: Camelozampa
Dati: 2018, 200 pp., 11,90 €

Premio Orbil, i 18 finalisti

Un paio di mesi fa ho preso una delle mie solite decisioni: elenco dei libri finalisti per il premio Orbil alla mano si legge e si scrive!

Perché? Perché considero l’Orbil uno dei premi più seri nel contesto della letteratura per l’infanzia in Italia e perché sono fatta così, mi imbarco subito sulla nave dei miei entusiasmi.

Qui di seguito i libri finalisti. Per ciascuno di essi la mia recensione; presto i titoli saranno tutti cliccabili.

Albi illustrati
Il sentiero, Marianne Dubuc, trad. Paolo Cesari, Orecchio Acerbo
Tre in tutto, Davide Calì, ill. Isabella Labate, Orecchio Acerbo
Tempestina, Lena Anderson, trad. Laura Cangemi, Lupoguido

Divulgazione
Alla scoperta delle immagini, David Hockney e Martin Gayford, ill. Rose Blake, trad. Angela Dal Gobbo, Babalibri
Lupinella. La vita di una lupa nei boschi delle Alpi, Giuseppe Festa, ill. Mariachiara Di Giorgio, Editoriale Scienza
Universi. Dai mondi greci ai multiuniversi, Guillaume Duprat, trad. Lucia Corradini, L’ippocampo

Balloon
Macaroni!, Zabous, ill. Thomas Scampi, trad. Emanuelle Caillat, Coconino Press
John Gattoni. Le indagini più famose, Yvan Pommaux, trad. Tanguy Bbled, Babalibri
Io sono mare, Cristina Portolano, Canicola

Narrativa 6/10
Katitzi, Katarina Taikon, ill. Joanna Hellgren, trad. Laura Cangemi e Samanta K. Milton Knowles, Iperborea
Il bambino dei baci, Ulf Stark, ill. Markus Majaluoma, trad. Laura Cangemi, Iperborea
Le avventure di Augusta Snorifass, Chiara Carminati, ill. Clementina Mingozzi, Mondadori

Narrativa 11/14
I figli del re, Sonya Hartnett, trad. Claudia Manzolelli, Rizzoli
Niente Paura Little Wood!, Jason Reynolds, trad. Giuseppe Iacobaci, Terre di mezzo
Ci si vede all’Obse, Cilla Jackert, trad. Samanta K. Milton Knowles, Camelozampa

Young Adult
Il pavee e la ragazza, Siobhan Dowd, ill. Emma Shoard, trad. Sante Bandirali, Uovonero
La stanza del lupo, Gabriele Cima, San Paolo
La canzone di Orfeo, David Almond, trad. Giuseppe Iacobaci e Wendell Ricketts, Salani