Spegni le luci, accenderai la notte

Quando un mio amico mi ha suggerito di leggere Accendi la notte ho curiosato in rete alla ricerca di notizie su questo albo; mi sono quindi imbattuta nell’edizione illustrata da Leo Dillon (e sua moglie Diane) di questa storia di Ray Bradbury, il titolo originale era Switch on the Night, e due sono state le cose che ho pensato sfogliandone virtualmente quel poco disponibile in rete: la prima era quanto fosse sorprendente uno scritto per bambini nato dalla penna del fantascientifico Bradbury, la seconda è come alcune tavole citassero così propriamente le gabbie prospettiche esheriane. Nel momento in cui ricevo da Gallucci, nella traduzione di Carlo Fruttero e con i disegni di AntonGionata Ferrari, Accendi la notte, quindi, la mia curiosità e le mie aspettative sono molto alte.

Switch on the night, Dillon
Switch on the night, Dillon

 

Un bimbo è terrorizzato dal buio, in compenso adora lampade, torce, raggi e lanterne, e, a causa di questa paura, si perde tutto quello che la notte offre (inclusi i giochi nei bei prati notturni alla luce flebile dei lampioni) fino a quando non gli si palesa una bimba di nome Buia (con capelli bui, occhi e vestiti bui) che, senza troppi preamboli, gli fa notare quanto questa paura lo renda solo. Il bimbo si lascia convincere da Buia a scoprire la notte: basta un click, per spegnere stavolta e non per illuminare, affinché finalmente la notte si accenda e riveli decine di meraviglie.

Accendere la notte significa avere la possibilità di accendere i grilli, i ranocchi, le stelle, la luna tanto che il bimbo che aveva paura della notte scopre invece di adorarla.accendi_la_notte_ferrari11

La storia di Bradbury è quindi di stampo classico: un bambino che affronta le sue paure e lo fa in compagnia e con l’aiuto di un amico immaginario, trovando quindi le risorse per affrontarla in sé stesso e nella propria fantasia; l’approccio invece è originale e pieno; pieno di ritmo e di magia soprattutto; ci si precipita giù per le scale assieme al bimbo per correre incontro alla notte e a tutte le meraviglie in essa nascoste, ci affascinano le rane e le stelle, ne sentiamo il gracidare e ne ammiriamo i colori. Proprio nella tavola in cui i due bimbi corrono giù per le scale si rileva la citazione delle illustrazioni dell’edizione originale ma mentre le prime, bellissime, comunicavano un certo senso d’angoscia, queste, altrettanto belle, sembrano indirizzare verso la “luminosa scoperta” passo dopo passo, suggerendo l’alleggerirsi dello spirito del bimbo, il suo liberarsi da una paura per trasformarla in occasione di crescita.

Ray Bradbury scrisse questa storia (la sua unica storia destinata ai bambini) nel 1955; due anni dopo il suo celebre Fahrenheit 451. Difficile ravvisare una continuità tra i due lavori, anche il secondo, però, penso possa essere definito a pieno titolo un classico della letteratura del suo genere.

accendi_la_notte_cop_atlantidezine11Titolo: Accendi la notte
Autore: Ray Bradbury, AntonGionata Ferrari
Editore: Gallucci
Dati: 2011, 36 pp., 14,50 €

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Miti fantasiosi queste Storie proprio così: teneri, intensi e divertenti

Storie proprio così, Just so Story (com’è il titolo originale della prima edizione del 1902), storie che riescono a celare dietro alla propria semplicità la complessità del sofismo ad hoc, la capacità eccellente di dare a un fatto (la gobba del cammello, per esempio) una spiegazione che segue linee logiche in un contesto che di logico non ha nulla, piuttosto si nutre di fantasia. Le pourquoi stories sono le più antiche, le più familiari, le storie più intriganti che prevedono decine di varianti perché sono anche le più adatte a essere raccontate ad alta voce, esattamente come ha fatto (e traccia esplicita ne è l’intercalare Angelo mio, con il quale lo scrittore si rivolgeva alla figlioletta) Rudyard Kipling che le raccontava al momento di andare a letto alla figlia Effie.

Storie proprio così, di Rudyard Kipling, May Angeli - Donzelli
Storie proprio così, di Rudyard Kipling, May Angeli – Donzelli

Nella bella introduzione della curatrice e traduttrice è riportata una citazione da Kipling stesso che così scriveva a proposito delle prime tre storie che compongono questa raccolta e della quale mi sembra illuminante riproporre l’incipit “ci sono storie pensate per essere lette in silenzio e altre pensate per essere lette ad alta voce. Ci sono storie buone solo per le mattinate di pioggia, altre che vanno bene per i lunghi pomeriggi caldi da trascorrere sdraiati all’aria aperta, e altre ancora adatte a quando viene l’ora di andare a letto… Le prime si potevano cambiare a piacimento; ma la sera era il momento delle storie pensate per mettere Effie a letto, e quelle era assolutamente vietato toccarle, fosse anche una sola parola”. Storie dunque malleabili in numerose varianti al momento dell’ideazione ma che, per esigenze dettate dall’uditorio, una volta create non potevano essere modificate in alcun modo (tanto più se ciò comportava il destarsi dall’assopimento della bambina per la necessità urgente di correggere il narratore e farlo rientrare nei ranghi della storia).

Questa è un’esigenza antica, comune a tutti i bardi e cantori, i quali una volta generata la propria storia/variante la costruivano con moti, ritmo, rime, musicalità tale da favorirne il ricordo, da farle divenire familiari, da renderle note e originali.

Storie proprio così, di Rudyard Kipling, May Angeli - Donzelli
Storie proprio così, di Rudyard Kipling, May Angeli – Donzelli

E Kipling, novello cantastorie, non è da meno considerate le rime, le assonanze; considerato il ricorrere a parole inventate o a nomi di luoghi di fantasia in modo da investire una storia di magia o di richiamare in essa tratti ancestrali e misteriosi. Suggerisce la bellezza del ripetere ad alta voce, a volte esplicitamente (“Se provi a dirlo in fretta e a voce alta, vedrai quant’era ombrosa quella foresta!” p. 82) altre ricorrendo a escamotage capaci di indurre al canticchiare.

Leggo alcuni gruppi di parole unite da trattini che divengono nomi (“esserino-scostumato-che andrebbe-sculacciato”; “mondo tutto-bello-nuovo”…) per poi divenire, richiamando alla memoria uno strampalato enjambemant, cantilene e punti di raccordo per la musicalità della storia proprio così.

Queste storie sono state scritte per bambini di 5-6 anni e sono assolutamente adatte loro così come Il libro della giungla lo è per bambini più grandi; Perché la pelle del rinoceronte è grinzosa? Come mai una farfalla chiede una pedata? Come fu scritta la prima lettera?

Quesiti interessanti e curiosi, buffi, dalla spiegazione altrettanto buffa o magica o grottesca; caratterizzati dalle strabilianti invenzioni capaci di far chiudere gli occhi e immaginare di essere parte stessa di quei mondi fantastici, di quelle terre assolate, di assistere divertiti alla loro risoluzione; quesiti dalla spiegazione sempre e comunque profonda e sapientemente letteraria, cosa che rende piacevole e divertente la lettura anche agli adulti.

Storie proprio così, di Rudyard Kipling, May Angeli - Donzelli
Storie proprio così, di Rudyard Kipling, May Angeli – Donzelli

All’epoca Kipling stesso realizzò delle incisioni su legno in bianco e nero per illustrare le sue storie, oggi Donzelli le correda con 150 incisioni a colori di May Angeli; incisioni grazie alle quali questo libro da raccontare e da ascoltare diviene anche da guardare per avere riscontro dell’intensità del blu di certi mari in cui una balena si ritrova a poter mangiare, giocoforza, solo pesci piccolissimi, o della morbidezza della savana dopo le piogge, o della ferina ottusità di un grigio e imponente rinoceronte che cerca di togliersi di dosso le briciole. Ottima anche la traduzione della Lazzaro grazie alla quale nulla dell’intento originale e della musicalità si perde.

[leggi l’originale in inglese di Storie proprio così con le incisioni di Kipling]

41hmawvowvl-_bo1204203200_Titolo: Storie proprio così
Autore: Rudyard Kipling, May Angeli
Editore: Donzelli
Dati: 2010, 333 pp., 24,00 €

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Un mare salgariano che inghiotte e restituisce, un mare violato e stanco che genera un’isola di fuoco

Refrattaria ai riconoscimenti ufficiali, sin dalla prima guerra punica un’isola di fuoco emerge e s’inabissa al largo della costa tra Sciacca e Pantelleria. L’ultima volta il 5 luglio 1831, non per molto tempo, solo quello sufficiente ad assistere divertita alle dispute territoriali condotte in suo onore e di essere battezzata Isola Fernandea; giusto il tempo per nutrire di magia e mito la meraviglia degli sguardi che incontravano le sue lingue di fuoco, il suo respiro di vapore nel mare ribollente.

L'isola di fuoco, Emilio Salgari, Luca Caimmi - Orecchio acerbo
L’isola di fuoco, Emilio Salgari, Luca Caimmi –
Orecchio acerbo

Stessa meraviglia (e non riesco a immaginare la mole di lavoro) che necessariamente deve aver investito come un bagliore di fuoco, appunto, gli occhi e la visione immaginativa di Luca Caimmi che intride di sensazioni personali (smarrimento, paura, stupore, sgomento e attesa) le immagini, rendendole specchio oggettivo e non distorto di attitudini specificamente umane; le stesse che hanno toccato le corde della nostra emotività (e rabbia e disperazione) quando un’isola di fuoco, di ben altra natura rispetto all’ottocentesca insula in mari nata, ha irrimediabilmente preso vita dall’esplosione del Deepwater Horizon.

L'isola di fuoco, Emilio Salgari, Luca Caimmi - Orecchio acerbo
L’isola di fuoco, Emilio Salgari, Luca Caimmi –
Orecchio acerbo

Quel lontano evento, quell’Isola di fuoco ha ispirato questa di matrice salgariana ambientata in Nuova Zelanda che Orecchio Acerbo propone per ricordare sia l’anniversario dello scrittore italiano (morto il 25 aprile 1911) sia quello del disastro del Golfo del Messico.

Il colore misto all’acqua così come è steso, così come occupa lo spazio sembra in movimento, ricorda il movimento lento e morbido, ingannevole, che del petrolio sulla superficie del mare. L’immagine si stende sul foglio e lo investe di significanti che superano il limite della soggettività.

Raccontare in questo contesto come le parole di Salgari siano efficaci, taglienti, esse stesse lampi di voce frammista a immaginazione visionaria, incubo, sogno; come la narrazione proceda per quadri sempre più chiari e al contempo sempre più stringenti, come il lessico sia denso di naturalezza, di scientificità letteraria sarebbe quantomeno riduttivo considerata la mole di lavori critici ad esse destinata. Considerare piuttosto l’affinità col nostro tempo, il legame tra quelle righe sulfuree, tra quello sguardo stupefatto e le immagini del presente cui noi stessi (attoniti) abbiamo assistito e soffermarsi sull’efficacia dell’insieme; commuoversi nel crudele parallelo tra le mani dei pescatori che dopo la naturale apparizione dell’isola di fuoco raccolgono a piene mani i pesci da mangiare e quelle sporche di petrolio che cercano di dare sollievo alle creature imbrattate di grasso soffocante e nero. Questa è la chiave capace di annullare le distanze di tempo e spazio riducendole a una linea sottile cui guardare distrattamente mentre ci si immerge nell’inventiva, nella scrittura visionaria di uno degli autori più amati di sempre.

isoladifuococover21Titolo: L’isola di fuoco
Autore: Emilio Salgari, Luca Caimmi
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2011, 48 pp., 18,00 €

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È cosa molto interessante il contemplare una riva ridente

Nel 2010 il Bologna Ragazzi Award per la categoria “non fiction” è stato assegnato a In riva al fiume di Charles Darwin e Fabian Negrin come miglior libro a carattere informativo destinato ai giovani lettori.

In riva al fiume di Fabian Negrin, Charles Darwin - Gallucci
In riva al fiume di Fabian Negrin, Charles Darwin – Gallucci

Gli acquerelli di Fabian Negrin ci accompagnano, assieme a un bambino e al suo cane, in un breve viaggio in riva al fiume; una passeggiata piuttosto, alla scoperta di un mondo straordinario che, a uno sguardo superficiale e distratto potrebbe risultare semplice ma che, invece, illustra con una variopinta serie di elementi una varietà biologica che già, con grande sdegno di certi parrucconi, centinaia di anni fa Darwin aveva raccontato. Negrin considera l’ultimo paragrafo dell’Origine della specie (utilizzando il testo italiano tratto dalla prima traduzione dell’opera autorizzata da Darwin stesso) e con un gioco visivo fatto di splendide prospettive forzate illustra con sorprendente efficacia temi molto complessi quali l’ereditarietà, lo sviluppo con la riproduzione, la variabilità, la lotta per l’esistenza, l’elezione naturale, l’estinzione.

Come esplicitato nell’incipit da Darwin stesso “è cosa molto interessante il contemplare una riva ridente” giacché essa è ricca di vita: vita nell’acqua, vita sulla riva umida, vita di tutti gli esseri che grazie a essa e attorno a essa si nutrono e costruiscono la propria tana. La messa a fuoco spazia dai dettagli microscopici (evidenziati anche da tocchi di cera e matita) allo spazio ampio di veduta dai rami degli alberi. Le striature dei lombrichi scoperti sotto un sasso, tra la terra umida, i ciuffi di pelo ocra che punteggiano il manto grigio delle lepri, le nervature di una foglia che galleggia sull’acqua, le ciglia morbide degli organismi unicellulari nell’occhio di un microscopio sono dettagli che rendono gli esseri ritratti viventi.

In riva al fiume di Fabian Negrin, Charles Darwin - Gallucci
In riva al fiume di Fabian Negrin, Charles Darwin – Gallucci

Al tono austero del testo, che, come detto, risponde fedelmente all’originale dell’epoca, corrisponde nelle illustrazioni un uso magistrale del colore che tradisce una profonda conoscenza delle varianti esistenti in natura che ben s’accordano alla scientificità delle parole così come sono perfetto specchio della profondità filosofica e della minuziosa precisione naturalistica grazie alla quale la complessità della natura e della sua evoluzione chiudono il tratto in un cerchio perfetto generato in primis dalla meraviglia del bambino dinanzi alle sue manifestazioni. Un insieme armonico e elegante al quale peraltro Fabian Negrin ci ha abituato e che ben supplisce alle difficoltà oggettive che un bambino potrebbe incontrare leggendo i termini tecnici di Darwin, peraltro raccolti e spiegati in un glossario in chiusura dell’albo.

img436-g1Titolo: In riva al fiume
Autore: Fabian Negrin, Charles Darwin
Editore: Gallucci
Dati: 2010, 32 pp., 18,00 €

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Per la sezione “Miglior albo illustrato” In riva al fiume si è aggiudicato il Premio Andersen 2011. Questa la motivazione della giuria: “Per lo straordinario equilibrio di un albo capace di coniugare una ricostruzione esatta e paziente della natura con il fascino ineffabile delle immagini. Per una misura ora nitida e severa ora trepida e lirica, ricca di eleganza e meraviglie”.

“Vorrei avere…”

Per parte mia vorrei avere la distratta leggerezza delle ali di una farfalla in un mattino ventoso, ma se non avessi questo desiderio segreto (non più ormai) ne avrei senza dubbio trovato uno da condividere in questo splendido albo illustrato che porta le firme di Giovanna Zoboli, per quanto riguarda il testo, e Simona Mulazzani, per le illustrazioni.

Vorrei avere… è un albo che rapisce, letteralmente, specie per la struggente poesia che avvolge e strega ogni parola, ogni tratto. Anche quando si parla di una certa fame allegra che punge l’orso nel frutteto, anche quando si vorrebbe “il nero della pantera di notte a confonder[ci] nel buio”.

Le illustrazioni, curate in ogni dettaglio, in cui l’acquaforte e l’acquerello rendono perfettamente il connubio intensità/colore, nascondono sorprese e manifestano rinvii colti (quello più esplicito è a Henri Rousseau); il testo è snello e rotondo al contempo, si legge d’un fiato, senza compiacimenti si apre e si chiude nell’arco di un respiro.

Vorrei avere..., di Giovanna Zoboli, Simona Mulazzani - Topipittori
Vorrei avere…, di Giovanna Zoboli, Simona Mulazzani – Topipittori

Sembra di essere a teatro: gli animali sono in scena nella loro naturale perfezione fatta d’istinto e sensazioni. I colori sono sempre pieni e l’alternarsi di questa pienezza conferisce a ogni quadro un movimento che è visivo e morbido.

I bambini trovano in questo genere di arte la loro più naturale espressione: quando si parla senza orpelli, quando si riserva loro un lessico che è completo e chiaro nella sua elegante complessità non c’è dubbio che essi colgano il senso (non il messaggio) prima e meglio degli adulti. Non il messaggio perché trovarne uno è passatempo e cruccio dei grandi, ai bambini non interessa, i bambini sorridono delle corna del cervo divenute foresta di pensieri (“vorrei avere la foresta di pensieri del cervo quando ascolta il bosco”) e contano divertiti i luminosi uccelli e le altre creature che proprio tra quei rami/pensieri/palchi trovano casa e cibo.

Vorrei avere..., di Giovanna Zoboli, Simona Mulazzani - Topipittori
Vorrei avere…, di Giovanna Zoboli, Simona Mulazzani – Topipittori

Un “contenuto speciale” in coda all’albo: gli sketches in bianco e nero raccontano nell’arco di due pagine la storia delle illustrazioni: come nascono, come crescono, acquisiscono dettagli, ne tralasciano qualcuno, cambiano prospettiva. Personalmente mi colpisce la splendida evoluzione del quadro del cane e della sua malinconia; trovo assolutamente geniale, specie ora che scopro la prima intenzione, il rapporto prospettico e quello grande/piccolo che sottolineano l’umore malinconico degli occhi dell’animale in relazione agli arredi della stanza, giochi di bimbi, e alla stanza stessa ingombra della struggente dolcezza del momento.

La quarta di copertina è, infine, manifesto e senso di quanto sia importante restituire al lettore il proprio gusto e la propria autonomia. Niente suggerimenti, niente sussurri ammiccanti, solo un verso che è reale espressione di ciò che ritroveremo nel libro: “Vorrei avere… il collo ascensore della giraffa in una casa d’aria”.

vorreiavere_cop_topipittori1Titolo: Vorrei avere…
Autore: Giovanna Zoboli, Simona Mulazzani
Editore: Topipittori
Dati: 2010, 32 pp., 16,00 €

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Un galateo irriverente sembrerebbe stridere, se non fosse che lo firma Mark Twain

Quel che è utile quando si ha un fratellino insopportabile da riportare all’ordine è agire con oculatezza, quel che è utile quando si ha una voglia incontenibile di rispondere con una linguaccia alla maestra è che è bene farlo solo se davvero necessario.

Consigli alle bambine di Mark Twain, Vladimir Radunsky - Donzelli
Consigli alle bambine di Mark Twain, Vladimir Radunsky – Donzelli

Ponderare le marachelle, insomma, questo è il principio di base della spassosa short story di Mark Twain illustrata da Vladimir Radunsky per Donzelli. Il packaging è assolutamente accattivante e le illustrazioni come in pochi altri casi così calzanti al testo. Twain è un mostro sacro della letteratura umoristica, ero curiosa di scoprire l’approccio scelto per le immagini e le scopro non di corredo ma complementari, bizzarre, scomposte, irriverenti. Come le parole di Twain che calibrano le birichinate descritte (consigliate direi, visto che si tratta di Consigli alle bambine) con un tono da manuale che fa il verso alle introduzioni ai vecchi ricettari di una volta diretti alle signorine a modo.

Consigli alle bambine di Mark Twain, Vladimir Radunsky - Donzelli
Consigli alle bambine di Mark Twain, Vladimir Radunsky – Donzelli

Il testo è nella sua semplicità e brevità (7 aforismi) pungente e accorto; si riconoscerebbe il marchio Twain anche al buio giacché nella loro diretta semplicità queste parole irriverenti auspicano un fine del tutto difficile da conquistare: la capacità di ciascuno di far valere il proprio punto di vista ritagliandosi in un mondo di regole borghesi il proprio spazio libero, la propria e personale indipendenza.

Questo vademecum, edito per la prima volta in Italia, è stato scritto da Twain nel 1906; validi a tutt’oggi i suoi consigli e la sua spinta a una sana e liberatoria ribellione alle regole, spesso sterili e figlie dei capricci e delle fobie degli adulti. Mi congedo con l’aforisma che ho trovato più divertente: «Le brave bambine mostrano sempre molto rispetto per le persone di una certa età. Mai essere insolenti con i grandi, a meno che non siano loro a cominciare».

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Autore: Mark Twain, Vladimir Radunsky
Traduzione: Bianca Lazzaro
Editore: Donzelli
Dati: 2010, 24 pp., 16,00 €

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La realtà è come un gioco buffo e misterioso: prende alla sprovvista, diverte, spaventa, sorprende

Jack è un coniglio, un coniglietto, e riceve in regalo una scatola che di per sé sembrerebbe una semplice scatola se non fosse che nasconde un clown a molla. Un gioco abbastanza inquietante per la sua imprevedibilità, per il suo essere contenuto in movimento di una rassicurante, silenziosa e immobile scatola decorata con stelle.

Jack e la scatola, Art Spiegelman - 2011 Orecchio acerbo
Jack e la scatola, Art Spiegelman – 2011 Orecchio acerbo

Prima di dire che l’autore di questo fumetto per piccoli lettori (di 5-6 anni) è Art Spiegelman, prima ancora di considerare l’idea brillante di orecchio acerbo di dare il via a questa collana (orecchio acerbo comics; grandi fumetti per piccoli lettori*), prima di tutto questo, vorrei soffermarmi proprio su questa scatola, sul suo contenuto, e sul rapporto in bilico tra il timore e la fascinazione tra il coniglietto e il suo giocattolo.

Jack riceve un nuovo gioco, sembra una semplice scatola, in effetti contiene un clown a molla e sulle prime il coniglietto, preso alla sprovvista dall’improvviso irrompere sulla scena del clown molleggiante, ne è intimorito. Rimasto solo, come naturale, comincia a intessere un dialogo col proprio giocattolo, si diverte, si offende, si arrabbia con lui. Un giocattolo che parla al suo piccolo proprietario (e viceversa) non è una novità nella letteratura per l’infanzia, originale è la surrealtà (la pop-surrealtà) con la quale il clown dialoga col bimbo/coniglio. Un dialogo che procede per assurdo e che nella sua semplice ripetitività si incastona di fatto nella memoria dei piccoli lettori con naturalezza.

Jack e la scatola, Art Spiegelman - 2011 Orecchio acerbo
Jack e la scatola, Art Spiegelman – 2011 Orecchio acerbo

Il clown compare e scompare, la sua molla gli permette di balzare verso l’alto e poi di accartocciarsi su se stesso verso il basso; ma credo che questi suggerimenti didascalici siano già ben masticati dai bimbi cui il fumetto è destinato. Ci sono stati dei momenti in cui il continuo insistere sul concetto di “buffo” mi ha fatto pensare alla possibilità che i lettori potessero trovarlo ridondante; in realtà credo sia proprio in questo tornare e ritornare sulle stesse frasi il nucleo letterario e narrativo del testo scritto che si affianca a quello illustrato, in linea con la semplicità e la nettezza del tratto di Spiegelman (raro esempio di  come un’illustrazione complessa possa nascere dal tratto semplice).

Jack e la scatola, Art Spiegelman - 2011 Orecchio acerbo
Jack e la scatola, Art Spiegelman – 2011 Orecchio acerbo

Insomma, il clown è buffo? Il coniglietto è buffo? Il nome “Jack” è buffo o lo è quello del giocattolo, “Zack”? Credo sia tutta la storia a essere buffa; è divertente e suggerisce, nemmeno troppo velatamente, che il gioco e la finzione, o il gioco della finzione che dir si voglia, è esattamente ciò che di più vicino possa esserci alla realtà. Una realtà buffa, o forse terrificante, di certo sorprendente.

Il fumetto, infine, per il suo essere tale, per il suo procedere passo passo, frase dopo frase, nuvoletta dopo nuvoletta, restringe il campo all’”ora”, al preciso istante in cui si parla, connettendo al contempo le frasi l’una con l’altra come avverrebbe in un dialogo faccia a faccia, come avverrebbe tra nuvolette bianche sospinte  dal vento l’una a connettersi in continuità con l’altra, e questo certamente invoglia e accompagna i bambini in età prescolare, così come quelli che incominciano a leggere, alla lettura, alla lettura narrativa, al ritmo epico e assolutamente affascinante di quella ad alta voce, che mai come nel fumetto accomuna la parola scritta a quella parlata.

Jack e la scatola, Art Spiegelman - 2011 Orecchio acerbo
Jack e la scatola, Art Spiegelman – 2011 Orecchio acerbo

Certamente un fumetto da leggere ma la prima lettura la consiglio “collettiva”. Una mamma o un papà, un coniglio grande insomma, potrà anche non capire quando un coniglio piccolo parla di lampade rotte che invece sono perfettamente integre, o di un intero stormo di anatre che dopo aver creato lo scompiglio scompare poi nella scatola, ma di certo saprà sorridere e rassicurare al momento giusto.

*“orecchioacerbocomics”, collana di fumetti dedicata ai lettori più piccoli. Ciascun albo illustrato (23×15) è in vendita a 7,50 € e si compone di 32 pagine a colori. L’altro titolo in collana è TopoLino si prepara di Jeff Smith.

jack_cover1Titolo: Jack e la scatola
Autore: Art Spiegelman
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2011, 32 pp., 7,50 €

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Unwind. La divisione

In un futuro non molto distante da quello in cui gli iPod saranno venduti dai rigattieri come oggetti d’antiquariato si consumano e rincorrono le vite di tre ragazzi: Connor, un adolescente difficile, Risa, una giovane pianista talentuosa ma non abbastanza da far presagire per lei vette elevate, e Lev, l’ultimo di dieci figli di una famiglia ricca e perbene. Poco male per Connor, se vivesse ai nostri giorni, qualche rimbrotto, qualche punizione e poi l’adolescenza passerebbe, poco male per Risa, poco male per Lev, che al massimo dovrebbe contendersi l’affetto dei genitori con gli altri fratelli. Peccato, però, che essi si ritrovino a vivere dopo la seconda guerra civile, passata alla storia (così come è stata inventata da Neal Shusterman) come Guerra Morale, combattuta solo tra due fronti nettamente contrapposti: quello abortista e quello antiabortista. La Guerra Morale si concluse con il varo di una serie di emendamenti costituzionali noti come Legge sulla Vita, che stabilisce ciò che darà corpo al romanzo, ci farà rabbrividire, ci muoverà con sdegno e ci farà ribrezzo, e che, di fatto, ci incollerà al libro: la vita umana è intoccabile dal momento del concepimento fino a quando un bambino non compia tredici anni. Fra i tredici e i diciotto anni, però, i genitori possono decidere di abortire in maniera retroattiva, a condizione che, tecnicamente, la vita dell’adolescente non finisca.

Il processo tramite cui i ragazzi sono allo stesso tempo eliminati e tenuti vivi si chiama “divisione”. I loro corpi vengono smembrati e ogni parte riutilizzata (rivenduta) per impianti e trapianti.

Connor, Risa e Lev sono tre ragazzi, lo dicevamo, e ciascuno di loro, per un motivo o per un altro, sta per essere diviso. Dovranno scappare dalle loro famiglie, dall’orfanotrofio (nel caso di Risa), dovranno battersi contro l’ottusità della GiovPol (il corpo di polizia che si occupa proprio dei dividendi fuggiaschi), dovranno lottare per restare interi, per restare vivi.

Unwind di Neal Shusterman (autore dell’altrettanto premiato Everlost) è un romanzo per ragazzi fantascientifico e drammatico che consiglio per la validità dell’impianto narrativo e per l’originalità dell’idea, ma esorto i genitori che vorranno acquistarlo a considerare la presenza (reiterata) di scene molto crude, efficaci e necessarie all’interno della storia, ma difficili da digerire per animi impressionabili.

È davvero notevole l’equilibrio con il quale Shusterman riesce a gestire l’impressione fastidiosa (e specie a inizio lettura è molto forte) che si voglia, in maniera nemmeno troppo velata, giustificare gli antiabortisti a sfavore degli abortisti (la solfa è la stessa del nostro contemporaneo, il preservare la vita) in realtà di fatto essi giustificano (al punto di farne una legge) la pena di morte e non si fanno scrupolo nel vendere e ricavare profitto dai corpi martoriati dei ragazzi divisi, mentre d’altra parte le parti divise contribuiranno a salvare altre vite. L’impianto narrativo è molto forte, non cade in contraddizione e ammicca sapientemente ai grandi classici (penso a Orwell e alla distopia di 1984) e l’equilibrio tra i due fronti ideologici è parte di questa forza.

I protagonisti di questo romanzo sono dei ragazzi e per loro soffriamo e con loro aspiriamo alla libertà, ma molto ben delineati e sfaccettati sono anche i personaggi adulti (almeno un paio di loro, per esempio la donna che per prima li ospita e protegge dalla GiovPol, o l’Ammiraglio del Cimitero, luogo in cui i ragazzi trovano scampo dalla divisione, sono degni della definizione di “protagonisti” per il loro carisma, per la loro autenticità e per l’efficacia con cui l’autore ne riporta i tratti ambivalenti).

Una nota doverosa è per la traduzione che gestisce con molta competenza ed efficacia l’originale lessico (slang direi) di Unwind.

41moplvfulTitolo: Unwind. La divisione
Autore: Neal Shusterman
Editore: Piemme
Dati: 2010, 409 pp., 19,00 €

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Le isole del tempo. Avventure nel mondo verde preistorico

Con un nome floreale e un cognome liliaceo, a bordo del brigantino Flora, assistito da due ragazzi – Pino e Viola – il celebre botanico Giacinto Salsapariglia non poteva che dirigersi verso isole lontane alla ricerca di piante dimenticate e straordinarie. Intorno alla metà del XVIII secolo per conto del Granduca di Toscana il professor Salsapariglia salpa infatti da Livorno “nell’ardimentosa impresa di reperire piante novissime e strabilianti”.

Di isola in isola (attraverso Le isole del tempo appunto) il professore e i suoi allievi scoprono piante mai viste prima sfuggendo ai pericoli di animali mostruosamente grandi o incredibilmente piccoli; specie curiose di cui però si è molto e certamente altre volte parlato; chi non conosce la tigre dai denti a sciabola? Chi non è affascinato dal Tirannosauro rex? Chi ha mai avuto modo, invece, di imbattersi nel fossile o nell’illustrazione di Archaeopteris e subirne lo stesso fascino? Quanti conoscono Lepidodendron o Rhynia? A causa di tradizione e media ampio spazio è stato dato ai dinosauri e alla loro evoluzione e poi estinzione, pochissimo invece alle piante e alla loro evoluzione; questo uno dei propositi di questo libro (che nella sua impostazione fiabesca della prima parte ricorda il Bestiario universale del Professor Revillod); Isole nel tempo con il supporto di illustrazioni meravigliose (strumento essenziale per i botanici che le definiscono “ricostruzioni”) riesce a creare un immaginario, supportato da dati scientifici e storici, altrettanto straordinario.

Ogni disegno rispetta le proporzioni tra fusti, rami e foglie, le dimensioni degli elementi che vi compaiono, il modo in cui le varie parti delle piante si aggregano, le più piccole spine, i tubercoli, tutto è ricostruito non in base alla fantasia dell’illustratore, in quel caso sarebbe davvero fervida!, ma sull’osservazione dei fossili giunti nel tempo fino ai nostri giorni e in questo caso è davvero entusiasmante come la realtà superi la fantasia!

isole del tempo

I bambini, così come gli adulti, saranno rapiti dagli immaginifici scenari e seguendo la struttura del testo potranno realmente comprendere e scoprire molto della storia di questi esseri straordinari sin da quando non avevano foglie, o assistere alla comparsa delle felci, prendere parte alla battaglia straordinaria tra giganti e nani persa dai giganti, fino a scoprire lo sbocciare del primo fiore: le Angiosperme sono le ultime arrivate nella famiglia delle piante.

Conclude il testo una tavola cronologica dell’evoluzione comparativa tra mondo animale e mondo vegetale, la scala è in “milioni di anni”.isole del tempo2

Le isole del tempo, il primo libro per ragazzi dedicato alla paleobotanica, sarà presentato da Editoriale Scienza il 28 marzo, alle 11, alla Fiera del libro per ragazzi di Bologna in un incontro aperto al pubblico. Interverranno le autrici Marta Mazzanti e Giovanna Bosi, assieme all’illustratore Riccardo Merlo; in occasione della fiera saranno esposte, da lunedì 28 marzo a domenica 3 aprile, le tavole originali del libro, ospitate nello Spazio Verde Granarolo del Parco della Montagnola.

Isole_cop_gTitolo: Le isole del tempo. Avventure nel mondo verde preistorico
Autore: Marta Mazzanti, Giovanna Bosi, Riccardo Merlo
Editore: Editoriale Scienza
Dati: 2010, 96 pp., 16,90 €

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Piccoli protagonisti alla corte di Napoleone III

Il romanzo per bambini La scala dorata di Lia Levi celebra l’Unità d’Italia e lo fa raccontando una storia i cui protagonisti, due bambini gemelli, Doriana e Alessandro, vivono ingenuamente alcuni tra i giorni più importanti della nostra storia e sono, spesso loro malgrado, coinvolti nei segreti e nei meccanismi dell’alta società.

Quando ho iniziato a leggere questo romanzo immaginavo qualcosa di diverso, forse più banalmente celebrativo, appunto, invece mi sono ritrovata immersa in una Parigi tinteggiata con freschezza e realismo in cui i due piani, quello pubblico (della politica, della società) e quello privato (la crescita intima e personale dei due bambini) proseguono prima parallelamente per poi intrecciarsi. Siamo nel 1858. Doriana e Alessandro sono figli di un diplomatico del regno di Sardegna convinto della necessità che Napoleone III appoggi la causa italiana contro gli austriaci; affinché questa ipotesi si concretizzi si trasferisce con tutta la famiglia nella capitale francese e comincia a intessere quella fitta ragnatela di rapporti che è sempre stata premessa necessaria ai fatti politici.

La moglie, donna molto bella, si occupa delle relazioni sociali con le dame parigine, lui, nominato primo segretario d’Ambasciata, di quelli prettamente politici; e i bambini? Beh, anche loro faranno la propria parte, una parte ben consistente, considerato che ai fatti già succosi di quegli anni si aggiungerà la fantasia e il gusto per il mistero dei due ragazzini.

Perché gli intrighi in questo romanzo non sono solo politici, anzi, direi che lo sono in minima parte, la densità e l’interesse degli eventi sono dati proprio dall’attitudine dei due ragazzini che di fatto assistono alla storia con quel protagonismo drammatico che è straordinario negli adolescenti  e quindi diventandone parte attiva. Sembra quasi che vivano quegli eventi come se fossero i personaggi di un quadro vivente, come era tanto di moda all’epoca: ognuno ha un suo ruolo simbolico e rappresenta qualcosa.

A due bambini intelligenti in quegli anni, in quella città, tutto può succedere, dallo scoprire che anche la mamma, così bella e perfetta, può essere fragile o addirittura nasconda un importante segreto; che anche così piccoli si possono fare promesse importanti (di sposarsi per esempio!), che la speranza che Torino diventi capitale del Regno d’Italia non è cosa così improbabile e che, anzi, questa ipotesi sia abbastanza fondata da resistere anche alle bombe (e alla strage) lanciate da Felice Orsini contro la carrozza di Napoleone III.

Lia Levi è stata a lungo giornalista prima di diventare una scrittrice e in questo suo romanzo si percepisce un tono immediato e esplicativo che probabilmente è dovuto proprio alle sue passate esperienze. Una lettura piacevole e densa di riferimenti alla storia, riferimenti che divengono delle vere e proprie informazioni, dei dati, in appendice al romanzo. La scheda storica di Luciano Tas racconta, infatti, del percorso del nostro paese verso l’unità, ci spiega chi fosse Napoleone III e anche come un’unica, avventata, azione da parte di un piccolo gruppetto di uomini capeggiati da Felice Orsini avrebbe potuto essere pericolosa per l’Italia intera.

Le illustrazioni di Barbara Bongini lineari e immediate sono assolutamente utili a ricondurre il lettore, distratto dalla contemporaneità dei pensieri dei bambini, in un mondo affascinante di pizzi, cuffiette e carrozze.

41qa4slvftl-_bo1204203200_Titolo: La scala dorata
Autore: Lia Levi
Editore: Piemme
Dati: 2010, 218 pp., 8,00 €
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