La dolcezza di essere una “sorellina tuttamia”

Mari-lù ed io abbiamo inventato una lingua segreta, che sappiamo solo noi. Il cespuglio di rose non si chiama così nella nostra lingua, si chiama Salikon. Ieri mattina ero seduta vicino a Salikon, quando ho sentito la lingua di Mari-lù che mi chiamava: «Viani-que!» “Vieni qua” si dice così nella nostra lingua.

Giacché tutti i bambini prima di nascere bambini sono stati uccelli, durante le prime settimane di vita sono ancora un po’ selvaggi; perciò cercano spesso di fuggire e far di testa loro, magari volando. Peter fece proprio questo quando aveva appena sette giorni, perché desiderava tantissimo tornare ai giardini di Kensington, nell’isola degli uccelli. Anche da solo, anche di notte se necessario!

Sorellina Tuttamia Copyright © Hans Harnold - Il gioco di leggere Edizioni
Sorellina Tuttamia Copyright © Hans Harnold – Il gioco di leggere Edizioni

E forse Lisa, la bimba protagonista di questa delicata storia di Astrid Lindgren (creatrice della celebre Pippicalzelunghe e vincitrice del Premio Andersen nel 1958), pensa proprio a questa storia quando incomincia a raccontarci della sua sorellina gemella Mari-lù che la chiama “Sorellina Tuttamia” e che appena nata, così rapidamente che nessuno ma proprio nessuno se ne accorse, scappò a rifugiarsi in giardino dietro a un bel cespuglio di rose.

Ancora oggi, dopo sette anni, Lisa dietro quel cespuglio trova il proprio accesso segreto e personale a un mondo fantastico, popolato da esseri straordinari. In casa di Lisa è arrivato da poco un fratellino e a lei pare che la mamma non abbia più interesse a prendersi cura di nessun altro se non di lui; invece per Mari-Lù lei è “Sorellina Tuttamia”, giocano e vivono assieme, l’una per l’altra; nel loro mondo segreto e speciale incontrano esseri incantati e ospitali, attraversano ruscelli che mormorano lievi melodie, sfuggono agli occhi verdognoli e alle lunghe braccia dei Cattivi e gustano dolcissime frittelle. Purtroppo però Mari-Lù confida a Lisa che quando le rose di Salikon appassiranno lei morirà; Lisa, che nel suo mondo immaginario, straordinario e completo, viveva la gioia di sentirsi protagonista e trovava riparo dalla pungente sensazione di paura e d’abbandono che la affliggeva, si sente perduta. Torna mestamente a casa e lì una mamma amorevole e una splendida sorpresa tuttasua l’attendono; consapevolmente e un po’ cresciuta, quindi, accetta la realtà che la circonda.

Sorellina Tuttamia Copyright © Hans Harnold - Il gioco di leggere Edizioni
Sorellina Tuttamia Copyright © Hans Harnold – Il gioco di leggere Edizioni

Una storia intensa quella che Lisa ci racconta in prima persona che richiama alla mente quella di un altro bimbo capace di creare da sé e per sé un mondo straordinario in cui trovare rifugio da una realtà scomoda ma insostituibile e preziosa: Max del Paese dei mostri selvaggi di Maurice Sendak che torna in mente anche grazie a un paio tra le tavole di Hans Arnold (artista nato in Svizzera ma sempre vissuto in Svezia) nelle quali domina il nero della china in un accostamento con un giallo che avvolge gli elementi cardine delle scene, che sembra d’oro e che illumina, per contrasto, tutto l’ambiente in cui si svolge e prende vita l’intera immagine (immagini che evocano  certi classici illustrati dai colori di Walter Crane).

Sorellina Tuttamia, nell’ottima traduzione di Roberta Colonna Dahlman, a distanza di decenni (è stata pubblicata nel 1949), edita in italiano per la prima volta grazie al progetto de I classici moderni per bambini de Il gioco di Leggere, vive nutrendosi della propria di originalità e sensibilità e parla (anche con l’ausilio di una lingua inventata e dolce) al variegato immaginario dei bambini.

97888610302991Titolo: Sorellina tuttamia
Autore: Astrid Lindgren, con le illustrazioni di Hans Arold
Editore: Il gioco di leggere
Dati: 2010, 32 pp., ill., 14,70 €

Lo trovi tra gli scaffali virtuali di Amazon.it

La ragazza Chissachì che sa come affrontare la verità

“Chi sono?” ricordo di avere chiesto a Bernardette un giorno che eravamo in cucina.
“Tu sei il mio Zuccherino dolce. La mia dolcissima bambina”, cinguettò in risposta.
“Sul serio, Bernie: chi sono io veramente?”
“Tu sei Heidi. Heidi Chi.”
“Tutto qui?”
“Questo sei ora. Non ti basta?”
“Una persona non dovrebbe avere una storia?” Chiesi.

Ciò che resta tra le dita, finito di leggere queste intense pagine, è il ricordo di un consunto maglione di lana rosso e di una caparbietà fuori dal comune. Quella lana e quel denso colore rivestono e ammorbidiscono una mente all’apparenza decisa e priva di paure rendendola quello che realmente è: la mente di una bambina.

C’è qualcosa in questo libro di indecifrabile come certi sorrisi; indecifrabile come quella sensazione a metà strada tra la tristezza e la gioia. Le ultime pagine, e non solo quelle, di questa tenera storia sortiscono lo stesso effetto nell’animo di chi legge dello sguardo docile di un animale in gabbia: una indicibile tenerezza.

La ragazza Chissachì narra la storia di più bambine: Heidi, sua madre e Bernie. Heidi bambina per l’età, la madre per malattia e Bernie per paura.

Quando Heidi aveva solo pochi giorni, una signora di nome Bernadette, schiava di una grave agorafobia, la trova tra le braccia di sua madre, sul proprio pianerottolo. Da quel momento Heidi e la giovane madre, che da sola non riesce nemmeno ad allacciarsi le scarpe, vivranno con lei, con Bernie, fino a quando, dopo tredici anni, Heidi ritrova in un cassetto un vecchio rullino fotografico e lo fa sviluppare.
Tra le foto diversi volti, un luogo e una parola “suff” che la madre ripete spesso e alla quale né Heidi, né Bernie sono mai riuscite ad attribuire un significato.

Da questo momento in poi la narrazione sembra voler correre a perdifiato verso una soluzione, verso qualcosa o qualcuno capace di dissipare i dubbi e fornire qualche certezza a una ragazzina che di sé e della propria madre non conosce nemmeno il nome.
Chi Sa Chi, questo il nome della madre e Heidi, Heidi Chi.

Anche solo questo nome e questo cognome sarebbero sufficienti a smarrire e commuovere, ma non si tratta solo di questo.
Heidi scrive tante liste, è un’abitudine, e la maggior parte di esse sono domande, punti interrogativi.
Heidi possiede una dote naturale e straordinaria: vince sempre nei giochi d’azzardo.
Heidi non ha amici, fatta eccezione per un ragazzino vicino di casa, e non si è mai spinta al di là del proprio quartiere. Nonostante ciò parte, da sola, protetta solo da un maglione rosso, e viaggia per giorni, per arrivare laddove l’istinto e gli indizi la conducono: verso il proprio passato, verso la propria identità.

Sarah Weeks è una musicista, una cantautrice e una scrittrice di libri per ragazzi. Non a caso una sorta di musica si percepisce tra le righe.
Non capita di frequente di leggere un libro così raffinato e allo stesso tempo così semplice. La ragazza Chissachì è soprattutto un libro per ragazzi, ma anche per adulti. A qualsiasi età lo si incontrasse sarebbe, comunque, difficile separarsene.

41naxpxsmilTitolo: La ragazza Chissachì
Autore: Sarah Weeks
Editore: Beisler Editore
Dati: 2005, 197 pp., 10,90 €

Lo trovi tra gli scaffali virtuali di Amazon.it

Un’estate di quelle che non finiscono. Afosa, lunga, struggente

Quando si è ragazzini non ci si pensa; si vive pienamente. Si vive ogni momento della propria vita con un’intensità che solo il disincanto (spietato) attenua anno dopo anno. Si scoprono altezze incantate, luoghi magici; si sperimentano rituali scaramantici e riti audaci. Si rivestono di significati profondi anche le cose (gli attimi, le immagini, gli oggetti e i sogni) che all’apparenza ne hanno ben poco e le si rendono indimenticabili. E, come in questo caso, indimenticabili, dolorose, necessarie.

Ci sono tre bambini, tre genitori e un luccio. Ostinati i bambini, fragili i genitori, sfuggente il luccio.

È un’estate di quelle che non finiscono. Afosa, lunga, struggente.

Non c’è un modo per introdurre questa storia che è di quelle che non si dimenticano (proprio come certe estati), che nella sua semplicità e linearità rimane sotto la pelle come quando da bimbi si cade e ci si sbucciano le ginocchia. A volte non si racconta alla mamma della disavventura e allora sotto pelle rimangono minuscoli sassolini, pezzetti di terra che per qualche tempo stanno lì, a farci compagnia, a ricordarci quella caduta.

Non c’è modo di allontanarsi da questo libro una volta incontrato. Si legge e ci si ritrova su un pontile coi piedi nell’acqua a pescare scardole dai magnifici riflessi argentei.

Tempo fa ho intervistato Jutta Richter. Le sue risposte erano senza fronzoli, senza slogan, senza retorica. Esattamente come le pagine di questo libro assolutamente prezioso e dolce.

31j58aaf40lTitolo:  Un’ estate di quelle che non finiscono mai
Autore: Richter Jutta
Editore: Salani
Dati: 2006, 108 pp., 9,00 €

Lo trovi tra gli scaffali virtuali di Amazon.it

La vera storia del principe azzurro

Il verbo “leggere” non prevede l’imperativo; è una massima di Gianni Rodari che Roberto Denti ricorda a chiusura di un’intervista al Sole 24 Ore di un anno fa. In effetti, lo sostiene Denti stesso e noi siamo concordi, imporre a un bambino un particolare libro perché noi un tempo l’abbiamo amato, perché c’è tra le righe un intento didattico che riteniamo necessario, perché le illustrazioni sono splendide o per altre decine di motivi, è assolutamente controproducente: un libro deve essere scelto da chi lo leggerà, o, in caso contrario, selezionato in linea coi gusti del bambino e non degli adulti.

La vera storia del principe azzurro
La vera storia del principe azzurro

In ogni caso, leggere di fiabe arricchisce il linguaggio in maniera naturale, stimola il pensiero e le facoltà d’associazione, aiuta il bambino a orientarsi nella realtà partendo da presupposti che con quest’ultima non hanno nulla a che vedere. Potrebbe rivelarsi utile, al fine di stimolare l’interesse per i libri e la lettura, che questo processo sia inteso come un mezzo, familiare e inconsueto al tempo stesso, per comunicare, verbalmente e affettivamente, tra genitori e figli. Nutrirsi a vicenda di fantasia, dolcezza, umorismo, avventura, sempre rispettando i gusti del destinatario principale: il bambino.

Difficile fare i conti con le scarpe con le zeppe e gli atteggiamenti frivoli di qualche novella eroina contemporanea se il nostro termine di paragone è il Capitano Nemo ma tant’è. I gusti cambiano e, purtroppo, lo fanno in linea coi tempi.

Questa storia, però, potrebbe accontentare i gusti di grandi e piccini. Piacerebbe agli adulti alla ricerca di una fiaba strutturata in maniera classica, riletta e rinarrata con un linguaggio semplice ma ricco al contempo, e dotata di quello humour e di quell’estro narrativo tanto bistrattati nelle storie usa e getta cui sono abituati i nostri bambini. Allo stesso modo potrebbe incontrare i gusti dei bambini alla ricerca di un tocco di irriverenza nei confronti di certi mostri sacri dell’immaginario di mamma e papà.

Il principe azzurro, ad esempio. Diciamocela tutta, si può credere al “…e vissero felici e contenti” una volta, ci si vuole e deve credere, ma le altre? Con chi visse felice e contento il Principe Azzurro? Con Biancaneve? Con Cenerentola? Con la Bella Addormentata nel bosco? Ebbene, da quello che si legge ne La vera storia del Principe Azzurro pare con nessuna di queste tre e, in verità, con nessun’altra, perché un po’ per il suo essere un ragazzo dai sentimenti un po’ effimeri, un po’ perché sottoposto allo stress dell’etichetta reale, un po’ per, evidentemente, non essere fatto per il matrimonio, preferì dedicarsi, da solo, a fare il mestiere del re che, specie nei regni di fiaba, non è certo semplice.

Tra le colorate illustrazioni di AntonGionata Ferrari i bimbi potranno assistere divertiti ai continui cambiamenti di rotta (amorosa) del Principe Azzurro e dopo il suo balletto tra le varie principesse (da lui comunque salvate, questo glielo dobbiamo) assaporare il gusto agrodolce e buffo del finale.

Roberto Denti è autore di molti libri per ragazzi e adulti e dal 1972 gestisce, insieme alla moglie Gianna, la Libreria dei Ragazzi a Milano.

419qhuwwwbl-_bo1204203200_Titolo: La vera storia del Principe Azzurro
Autore: Roberto Denti
Editore: Piemme Junior
Dati: 2010, 48 pp., ill., 7,50 €

Lo trovi tra gli scaffali virtuali di Amazon.it

Un sms da favola!

Io credo che le fiabe, quelle vecchie e quelle nuove, possano contribuire a educare la mente. La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi: essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo.

Questo diceva Rodari in occasione della consegna del Premio Andersen, e ben si adatta a ciò che afferma Fabian Negrin quando dice che

Con la loro estrema malleabilità e capacità di trasformazione, le fiabe trasportano da una generazione all’altra, dall’adulto al bambino, un nucleo narrativo immortale la cui origine si perde nella notte dei tempi, fino a confondersi con l’origine dell’uomo.

Non è un caso che due narratori di fiabe, l’uno, Rodari – ormai faro, leggenda – l’altro, Negrin, giovane alle prese con la sperimentazione, alla scoperta di strade nuove ma con un bagaglio di radici classiche ben calibrato, si incontrino nel comune rispetto per la fiaba intesa come veicolo per comunicare in maniera semplice e diretta sentimenti universali.

Favole al telefonino, Fabian Negrin - 2010, Orecchio Acerbo
Favole al telefonino, Fabian Negrin – 2010, Orecchio Acerbo

Le Favole al telefonino di Fabian Negrin certo richiamano le Favole al telefono di Gianni Rodari. Mentre il papà viaggiatore di commercio aveva lo spazio, seppur breve, di una telefonata alla sua bambina per raccontarle una fiaba, qui lo spazio narrativo si riduce ai 160 caratteri che un sms concede alla comunicazione testuale e al vecchio telefono a rotella si sostituisce la tastiera del telefonino.

Un esercizio narrativo, a tratti surrealista, ben riuscito e assolutamente fedele al proposito di giocare con le fiabe e aiutare i bambini nel loro percorso tutto proiettato verso il futuro.

Favole al telefonino, Fabian Negrin - 2010, Orecchio Acerbo
Favole al telefonino, Fabian Negrin – 2010, Orecchio Acerbo

Ogni favola sembra nascere per una casualità: lo scontro di due parole simili, lo scambio di qualche lettera, il capovolgimento ardito di prospettiva di fiabe antiche (impensabile avrei detto, nello spazio di un sms, e invece realizzato con naturalezza) magari per dare ai buoni una chance in più o per sorprendere i cattivi con qualche nonsense, qualche evento strampalato.

E il concetto che sembra tornare a ogni pagina (stigmatizzato nell’ultima) è ancora quello suggerito da Rodari: si possono creare fiabe da piccole invenzioni, da giochi verbali, dagli errori di ortografia. Chiunque potrebbe farlo, tutti dovremmo cimentarci. Basta sentirne il desiderio e tra queste pagine ce n’è di profondo.

Le illustrazioni ricordano quelle in negativo di Arthur Rackham per Cenerentola o La Bella addormentata nel bosco: il nero delle figure centrali si stacca con linee dolci e nette su sfondi arricchiti di colori densi; il giallo ocra, il bruno, gli azzurri e i verdi conferiscono profondità e incorniciano di magia.

Favole al telefonino, Fabian Negrin - 2010, Orecchio Acerbo
Favole al telefonino, Fabian Negrin – 2010, Orecchio Acerbo

Proviamo a seguire l’esortazione e ad assecondare la richiesta che, in chiusura del libro, Fabian Negrin e Orecchio Acerbo ci fanno: inventare una fiaba di 160 caratteri. Noi ci proviamo qui, voi tutti potrete farlo inviando il vostro sms fiabesco al numero della redazione; in cambio avrete la quattordicesima favola di “Favole al telefonino”.

“Della fiaba non trovo l’attacco, volevo narrare del gatto nel sacco. Ci penso e ripenso, l’inizio mi manca. Il gatto si stanca d’aspettare e torna a ronfare”.

51ki5hfq9sl-_sx376_bo1204203200_Titolo: Favole al telefonino
Autore: Fabian Negrin
Editore: Orecchio Acerbo
Dati: giugno 2010, pp. 28, ill., 13,50 €

Lo trovi tra gli scaffali virtuali di Amazon.it

Se Darwin ha ragione, io sono migliore del mio papà?

Piccole teste, molto toste: le vostre! Sempre in fermento, sempre avide di risposte, sempre curiose; fucine di domande alle quali solo delle teste altrettanto toste potrebbero rispondere, teste di donne e uomini che dedicano la loro vita allo studio, alla ricerca e al sapere. Da questo incontro di cervelli nasce “Teste Toste”, una collana ideata da Editoriale Scienza che coniuga la scienza al divertimento e, anche per mezzo di simpatiche illustrazioni, svela molti dei misteri dell’universo o dell’evoluzione (come nel caso di questo volume dal titolo Perché siamo parenti delle galline? E tante altre domande sull’evoluzione).1045694859

Durante il pranzo della domenica tra zie e nonne che chiacchierano senza sosta dando luogo a un cicaleccio fastidioso, magari mentre si cerca di rimanere concentrati sulla lettura di una bella fiaba, ecco, quello potrebbe essere il momento giusto per mostrare le nostre conoscenze nel campo dell’evoluzione della specie: “ma lo sapete che siamo parenti delle galline?”

Forse in seguito a questa nostra affermazione saremmo fulminati da qualche occhiataccia, ma non c’è assolutamente ragione d’offendersi! Tutte le forme di vita, infatti, sono imparentate; certo, per trovare il legame di parentela proprio con gli uccelli bisogna andare molto a ritroso nell’albero genealogico e arrivare a circa 310 milioni d’anni fa, centinaio di anni in più, centinaio di anni in meno, ma il legame c’è, e si vede chiaramente non solo nei pranzi domenicali ma anche in certi uffici pomposi dove si fa a gara a fare i galletti o a pavoneggiarsi, o per il fatto, tutto scientifico, di essere bipedi esattamente come lo sono loro.

Spesso si dà per scontato (ma se solo andassimo un po’ indietro nel tempo non bisognerebbe dirlo ad alta voce) che si discenda dalle scimmie, forse perché sono gli esseri a noi più simili, ma l’evoluzione riserva davvero tante sorprese, e questo libro illustrato, grazie al filosofo evoluzionista Telmo Pievani, ce ne svela alcune curiosissime: pensate, infatti, che tutti i dinosauri siano estinti? Perché per capire l’uomo bisogna capire i piselli? Perché l’uomo non discende dalla mucca? Che animale è il dodo e che fine ha fatto? E ancora, esistono animali che non si sono mai evoluti?

Le domande sono tante, alcune impertinenti ma gli autori (Telmo Pievani, come dicevamo, e Federico Taddia, che oltre a intervistare gli scienziati ha anche avuto l’idea delle “Teste toste”) rispondono a tutte, in maniera scientifica, divertente, inattesa.

Nel caso aveste qualche domanda da fare in merito all’evoluzione e da un po’ di tempo vi frulla in testa ma non sapreste a chi rivolgerla, ebbene, in fondo al libro c’è una pagina bianca dedicata proprio a questo da ritagliare e spedire. La risposta è assicurata e sarà di certo sorprendente!

51btpqtnl1l-_sx384_bo1204203200_Titolo: Perché siamo parenti delle galline?
Autore: Telmo Pievani e Federico Taddia,
con le illustrazioni di Roberto Luciani
Editore: Editoriale Scienza
Dati: 2010, 96 pp., ill. 11,90 €

Lo trovi tra gli scaffali virtuali di Amazon.it

Un asinello d’argento e la forza dell’innocenza

Due bambine, una infagottata nei vestiti dismessi del fratello maggiore, l’altra riccioluta e piccina, “sgualcita come un monello di strada”, fissano curiose un giovane uomo che, ai piedi di un albero ristà immobile; sembra morto ma non lo è. Si tira sulle braccia e tra le mani stringe un asinello d’argento, le guarda senza vederle, è cieco.

Siamo in Francia, in un piccolo paesino nel Nord della Francia, e l’uomo cieco è un soldato inglese in fuga dalla guerra. Le bambine, con l’aiuto del fratello Pascal, lo proteggeranno e se ne prenderanno cura come solo uno sparuto gruppo di bimbi potrebbe fare e lui li ricambierà raccontando loro delle storie il cui protagonista è sempre il più umile tra gli animali: l’asinello. Storie universali che rivelano il potere dell’innocenza e della semplicità capaci di racchiudere in sé coraggio, generosità, dolcezza.

Il soldato aprì la mano. L’oggetto che teneva nascosto nel palmo catturò la luce del mattino. Le bambine trasalirono e i loro cuori fecero una capriola. Lì, nel palmo del soldato, brillava un asinello d’argento. Era grande come un topolino, e semplicemente perfetto.

Da un incontro fortuito nascerà un legame intenso e profondo d’amicizia che regalerà alle bambine delle storie antiche e bellissime (oltre che la sensazione di essere coraggiose ed estremamente fortunate nell’aver ritrovato nel bosco un soldato ferito e nel prendersene cura) e al soldato l’occasione di sgombrare la propria mente dai rumori martellanti della guerra che incessanti lo ossessionano giorno e notte.asinello-argento1

Non a caso questo romanzo illustrato, che è anche una raccolta di racconti, si è aggiudicato il Premio Andersen (miglior libro 9/12 anni) “per l’alta, forte e calibratissima misura narrativa. Per aver dato con netta efficacia una rappresentazione intensa e dolente degli orrori della guerra. Per l’umanissimo ritratto che offre dei protagonisti e delle loro infanzie”.

Ogni singola pagina, se non ogni singolo periodo, è un momento lirico. I disegni di Laura Cardin accompagnano con eleganza la traduzione efficace, dolce e potente al contempo, di Claudia Manzolelli che rende con realismo una storia che è di vita, d’amicizia, lealtà e coraggio.

3193hs823slTitolo: L’asinello d’argento
Autore: Sonya Hartnett
Editore: Rizzoli
Dati: 2009, 216 pp., 16,00 €

Lo trovi tra gli scaffali virtuali di Amazon.it

 

Parlare, senza parole, di coraggio, terra, futuro

Un libro senza parole, Migrando, che pur parla di coraggio, terra, futuro. Che per il suo essere aperto alle interpretazioni, senza un finale, o con un finale che è lecito capovolgere e mutare, cambiando prospettiva e verso, s’avvicina alle sensazioni e ai ricordi di chiunque abbia dovuto allontanarsi dal proprio paese e migrare.

Migrando, Mariana Chiesa Mateos - Orecchio Acerbo
Migrando, Mariana Chiesa Mateos – Orecchio Acerbo

Quando vivevo in Calabria con i miei genitori, passeggiando per i sentieri stretti delle montagne silane il mio sguardo si fermava e indugiava sulle distese di stipa delle fate che sempre, in primavera, s’adagiano morbide sulla schiena delle colline. Si muovono come farebbe il mare, in ondate costanti di profumo e verde. Se hai curiosità e t’avvicini, puoi affondare le mani in quella soffice acqua e scoprirla ruvida al tatto: tradisce il senso che aveva sussurrato agli occhi e si rivela salata.

Migrando, Mariana Chiesa Mateos - Orecchio Acerbo
Migrando, Mariana Chiesa Mateos – Orecchio Acerbo

Così il mare di questo libro che separa e unisce che accompagna o tradisce. E allora “mare”, come certi ricordi, “diventa una parola amara”, non più legame, non più ventre fecondo.

Questo libro è fatto di alberi, uccelli e persone tratteggiati nettamente, senza sfumature, piuttosto con sovrapposizioni che non confondono ma uniscono e mescolano con efficacia volti, acqua, rami, case.

Uccelli migratori dai volti umani lasciano di fretta foreste percorse dagli uomini in guerra; donne dalle lacrime consistenti di cuore partono senza avere lo spazio per portarne alcuna con sé. E allora migliaia di cuori languiscono abbandonati sul pavimento delle sale d’aspetto.

Migrando, Mariana Chiesa Mateos - Orecchio Acerbo
Migrando, Mariana Chiesa Mateos – Orecchio Acerbo

Raccontare ai bambini lo strazio che si sostituisce alla speranza quando invece di essere accolti si è ingabbiati è difficile. Altrettanto difficile dire dello strazio di trovare ad attenderci sulla riva del mare non braccia amiche ma ufficiali con le sirene; sempre che il mare stesso, inconsapevole carnefice, restituisca in vita qualche migrante arrivato a bordo di noci senza gheriglio, fatte navi, fatte carro merci.
Forse la difficoltà s’attenua suggerendo il pensiero che arrivare in un luogo diverso da quello in cui siamo nati può significare rinascere e che ad ogni partenza corrisponde sempre un arrivo.

Sì, sarebbe bello se potessimo considerarci tutti figli di uno stesso mare e sì, questo libro è davvero dedicato a tutti coloro “che lasciarono il proprio luogo di nascita per re-esistere da un’altra parte”, non si fa per dire quando le fiabe implicano cuori, ali, radici.

migrando-copertina1Titolo: Migrando
Autore: Mariana Chiesa Mateos
Editore: Orecchio Acerbo
Dati: 2010, 68 pp., ill., 13,00 €

Lo trovi tra gli scaffali virtuali di Amazon.it

A spasso nel bosco

Nel sottobosco ogni passo profuma di muschio; foglie secche, in autunno, scricchiolano sotto alle suole delle nostre scarpe, sussurrano suoni morbidi, in primavera e in estate. E ogni passo ha il sapore della terra, dell’aria fresca.

“Nel sottobosco tutto sembra uguale, ma tutto è differente…”, così si apre A spasso nel bosco di Sonia Goldie (illustrato da Anne Weiss), ed è vero, perché protetto dalle fronde, nella penombra riparata dal vento, ha più l’aspetto di un posto adatto a nascondersi (e molti animaletti lo usano per questo) che non a raccontare.

Invece racconta mille storie, il sottobosco; di insetti, funghi, foglie e tane. Quella nel sottobosco è un’avventura da vivere in silenzio, a piccoli passi, al limite sussurrando con stupore la bellezza di certe gocce di resina sulla corteccia degli alberi, di certe ragnatele brillanti tra i sottili rami degli arbusti.immagine1

E a piccoli passi procede anche questo albo illustrato; si parte da dove tutto ha inizio, dalla terra, dall’humus e si scopre come questa preziosissima risorsa, questa culla fertile, altro non sia se non quello che una volta erano foglie, legno secco, aghi di pino. Ospita decine di insetti, lumache, chiocciole che dovrebbero prestare molta attenzione alle piccole salamandre che s’acquattano negli angoli umidi e aspettano, o alle guizzanti lucertole!

E continua insegnandoci a riconoscere le bacche che crescono sui cespugli e sugli arbusti, e i funghi e poi i fiori.

A volte mentre si cammina nel bosco si sentono degli strani rumori, allora bisogna tendere l’orecchio e aguzzare la vista perché potremmo scorgere ai piedi di un albero uno scoiattolo che rosicchia una ghianda, o far in tempo a intravedere la coda a pon pon di una lepre, che, impaurita dalla nostra presenza, scappa a nascondersi nella sua tana. Ma se non dovessimo riuscire a vederli possiamo certo cercare le loro tracce: le illustrazioni ce le mostrano; quelle della volpe, del cervo, del daino, del cinghiale.

“Bellodasapere” davvero!

92355xTitolo: A spasso nel bosco
Autore: Sonia Goldie, illustrato da Anne Weiss
collana “Bellodasapere”
Editore: Editoriale Scienza
Dati: 2005, 32 pp., ill., 9,90 €

Lo trovi tra gli scaffali virtuali di Amazon.it

Al Salone internazionale del libro di Torino (il 14 e il 15 maggio) la scienza si colora di ironia e di un pizzico di irriverenza: in due appuntamenti per grandi e piccini debutterà, infatti, la collana per bambini “Teste toste”, della casa editrice Editoriale Scienza. I volumi raccolgono le domande spiritose e appassionate di Federico Taddia a importanti studiosi italiani: i giovani lettori scoprono così le materie che hanno visto affermarsi sul palcoscenico internazionale delle vere “teste toste” della scienza. A firmare i primi due libri della collana sono rispettivamente, assieme allo stesso Taddia, l’evoluzionista Telmo Pievani e l’astrofisica Margherita Hack. Gli autori incontreranno il pubblico in due appuntamenti organizzati dalla casa editrice e dal Salone del libro: venerdì 14 maggio, alle 13.30 nella sala Book, Pievani presenterà il suo Perché siamo parenti delle galline? E tante altre domande sull’evoluzione, svelando a genitori e figli dove affonda le radici il loro albero genealogico; sabato 15 maggio, alle 15.30 nell’Arena bookstock, sarà poi la volta di Hack e di Taddia con Perché le stelle non ci cadono in testa? E tante altre domande sull’astronomia: l’occasione giusta per scoprire i segreti degli astri.

Un delicato tulipano per raccontare, onestamente, la morte

Un impermeabile a quadretti, le braccia spesso morbidamente dietro la schiena, un tulipano nero tra le mani. Un essere pensoso e strambo si direbbe, e invece è la Morte, almeno così come Wolf Erlbruch ha deciso di rappresentarla nel suo L’anatra, la morte e il tulipano.

Mi sono sempre chiesta, e purtroppo molto più insistentemente in questi giorni, come si possa affrontare un tema così delicato con i bambini. E il risultato è stato sempre lo stesso: il solo pensarci mi rende smarrita, inerme, misera. Non trovo le parole, sono muta.

L'anatra, la morte e il tulipano Autore: Wolf Erlbruch
L’anatra, la morte e il tulipano Autore: Wolf Erlbruch

Eppure affrontarlo è necessario. Questa storia fatta di immagini delicate e poche, semplici parole, aiuta senz’altro a farlo.

È la storia di un’anatra bianca dal collo lungo e con una spiccata passione per i tuffi nel lago che incontra la Morte e, dopo la fastidiosa sensazione iniziale del trovarsela alle spalle, impara ad accettarne la presenza, a condividere con lei le proprie gioie e le proprie paure e persino a diventarne amica.

Sembrerebbe assurdo divenire amici della Morte ma tra queste pagine essa non è minacciosa e orribile, non spaventa, non induce a fuggire. Piuttosto è tenera, e non fa altro se non seguire il corso degli eventi e del tempo. Non ha nemmeno le risposte che l’anatra vorrebbe: non sa se esiste il paradiso, non sa se ci si ritrovi assieme a star seduti sulle nuvole. Conosce e dice solo la verità che è che nessuno, proprio nessuno, la sa.

L'anatra, la morte e il tulipano Autore: Wolf Erlbruch
L’anatra, la morte e il tulipano Autore: Wolf Erlbruch

“Certe anatre dicono che si diventa angeli e si sta seduti sulle nuvole e si può guardare la terra dall’alto” – “Possibile” dice la morte e si mette seduta.

Questo è un albo per bambini certamente difficile da proporre e raccontare. Questo è un libro per adulti, altrettanto difficile da affrontare. La morte è seria, anche nel suo buffo impermeabile a quadri, e con serietà ci induce a comprendere la finitezza della vita; il suo essere ciclica, difficoltosa, bellissima.

31wqcbyft-l-_sx402_bo1204203200_Titolo: L’anatra, la morte e il tulipano
Autore: Wolf Erlbruch
Editore: E/O
Dati: 2007, 32 pp., ill., 13,00 €

Lo trovi tra gli scaffali virtuali di Amazon.it