Le illustrazioni di Luca De Luise: luoghi reali e immaginari

D: Sfogliando un albo illustrato è difficile non immaginare le mani dell’artista al lavoro: pervase da una frenesia creativa, danzanti sul foglio bianco, lievi, o attente e caute nel perfezionare i dettagli. Ma cosa c’è dietro a questa naturale danza, come nasce un’illustrazione? Quanto conta l’ispirazione e quanto il talento?

Il mio Kenya, Luca de Luise - Sinnos
Il mio Kenya, Luca de Luise – Sinnos

Lo chiediamo a Luca De Luise, illustratore e grafico.
R: L’ispirazione per me è quel meccanismo magico e istintivo che trasforma il testo in immagini, che si aggrappa ad una o più parole per dargli forma e colore. Subito dopo interviene la capacità di ricostruire sulla carta quell’immagine che si è formata nella mente. In questa fase entra in gioco il talento, ovvero le doti e l’esperienza che ogni illustratore ha accumulato. Capita di lavorare con estremo slancio e naturalezza, così come possono presentarsi ostacoli inaspettati e limiti da valicare. Per arrivare all’immagine che si ha in mente può capitare quindi di dover ricorrere a soluzioni sorprendenti e fino ad allora mai prese in considerazione: nuovi barlumi di ispirazione che alimentano il talento in un costante circolo virtuoso. Ma esistono anche aspetti più tecnici e meno “romantici” nel lavoro dell’illustratore: la documentazione iconografica, lo studio e la coerenza dei personaggi, l’equilibrio tra immagine e testo nella pagina, l’attenzione al ritmo della narrazione che deve essere presente anche nella sequenza delle illustrazioni… Potrei continuare a lungo…

Il mio Kenya, Luca de Luise - Sinnos
Il mio Kenya, Luca de Luise – Sinnos

D: Che differenza c’è tra il raccontare con parole e il raccontare per immagini? Spesso scrivendo si cerca di suggerire proprio delle immagini, si prova a fare in modo che il lettore “veda” ciò che si racconta. Illustrando avviene il processo inverso?
R: A mio parere l’illustratore ha una grandissima responsabilità, perché è come se avesse il compito di “vedere per gli altri”. Quello che sceglie di rappresentare si fisserà inevitabilmente nella mente del lettore come rimando visivo del testo. Delle belle illustrazioni sicuramente rendono più piacevole un testo, ma si rischia anche di rovinare un buon testo con delle brutte immagini. Quel che a me piace fare è utilizzare l’illustrazione come un trampolino per la fantasia del lettore, lasciando spazio alla creatività di ognuno per completare l’immagine che ha davanti agli occhi. Non cerco quindi di rappresentare il testo in maniera esaustiva e pedissequa ma piuttosto di selezionare alcuni elementi, stilizzare e suggerire un percorso aperto all’interno dell’illustrazione stessa.

Il mio Kenya, Luca de Luise - Sinnos
Il mio Kenya, Luca de Luise – Sinnos

D: Il mio Kenya racconta di un viaggio immaginario in un luogo splendido e complesso per natura, cultura e contraddizioni. Quanto conta per un artista il viaggio, l’incontro e lo scambio culturale?
R: L’incontro con ciò che è diverso da noi e lo scambio culturale contano moltissimo nella vita di ogni essere umano. Chi ha una capacità artistica ovviamente non può far a meno di trasformare e fissare tutta quella quantità incredibile di stimoli e novità che sono caratteristiche della dimensione del viaggio. Quando ho iniziato a lavorare a Il mio Kenya sono andato a riaprire il quaderno con gli schizzi che avevo fatto durante un viaggio in Africa per recuperare l’immediatezza e l’urgenza di raccontare per immagini che sentivo in quelle settimane. Inevitabilmente nelle illustrazioni del libro ci sono idee e soluzioni che non sarebbero nate se non avessi potuto attingere a quell’esperienza personale.

Il mio Kenya, Luca de Luise - Sinnos
Il mio Kenya, Luca de Luise – Sinnos

D: Tra le storie che hai illustrato ci sono dei classici della letteratura italiana (Fanta-Ghirò), classici dell’opera (Il Barbiere di Siviglia), storie tradizionali (La Bella formichella); C’è una tecnica che associ a dei temi? Ci sono degli artisti cui ti ispiri?
R: Come dicevo prima, ogni testo può suggerirti delle idee e metterti davanti a delle nuove sfide, tra cui quella della tecnica da utilizzare. Per i tre libri che hai citato ho utilizzato più o meno la stessa tecnica, un misto di acrilico, tempera e matita. È la tecnica che ho appreso da uno dei miei maestri, Svjetlan Junakovic. Con Il mio Kenya ho iniziato un percorso di sperimentazione su cui intendo proseguire. Si tratta di collage di disegni fatti con le matite colorate su carta colorata o riciclata. È una tecnica che sicuramente si avvicina a quella di alcuni artisti che mi piacciono moltissimo, come Chiara Carrer, Guido Scarabottolo e Wolf Erlbruch.

Il mio Kenya, Luca de Luise - Sinnos
Il mio Kenya, Luca de Luise – Sinnos

D: Fantasia, candore, ingenuità e stupore. Sono queste le parole che mi vengono in mente pensando ai bambini. Che ruolo ha la lettura, che ruolo hanno le fiabe, le storie, i colori nella crescita di un bambino e quanto possono contribuire (se possono) allo sviluppo di una coscienza propria?
R: Sicuramente le letture dell’infanzia hanno un ruolo fondamentale nella nostra vita e sopravvivono in qualche modo negli adulti che diventiamo. Personalmente posso dirti che ancora oggi, quando disegno, attingo in maniera quasi inconscia alle immagini dei libri che ho sfogliato da bambino. Pur non avendoli fisicamente con me, sento di aver fatto intimamente miei quei libri. Le emozioni che provavo nel leggerli allora sono probabilmente quelle che tento di rivivere e restituire oggi con il mio lavoro di illustratore. In questo mi riconosco perfettamente in quello che poche settimane fa a Londra ho sentito dire al noto illustratore Oliver Jeffers: “Quando disegno un libro per bambini, il primo bambino che voglio sia entusiasta del mio lavoro sono io!”

Luca De Luise: è nato nel 1974 a Tricase, in Salento, ed è cresciuto a Massafra, in provincia di Taranto, in una casa di campagna, tra ulivi e pini. Ha iniziato a scarabocchiare e a colorare molto presto ma, nonostante questa passione spiccata e prematura, ha seguito un percorso piuttosto inconsueto prima di capire che il disegno sarebbe diventato il suo lavoro… [lucadeluise.com]

il libro: scritto da Carolina D’Angelo è inserito nella collana Intercultura della Sinnos editrice. La vendita del libro sostiene l’attività della onlus “Giacomogiacomo” nella costruzione di una scuola a Ongata Rongai in Kenya.

ilmiokenya_copertina1-960x960Titolo: Il mio Kenya
Autore: Carolina D’Angelo
Illustratore: Luca De Luise
Editore: Sinnos
Dati: 2009, 48 pp., ill., € 12,00

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Bimbi solitari che parlano agli animali

E l’eternità cominciava a mezzogiorno, nel caldo che luccicava, quando ce ne stavamo l’una accanto all’altro e io gli spiegavo sottovoce le parole che avevo imparato a scuola la mattina. Tu sei un gatto impertinente, gli sussurrai una volta, e io una bambina impertinente, e la verità è che siamo stregati, noi due, e vivremo settantasette vite.

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Jutta Richter

Ho incontrato Jutta Richter (tra le più note autrici tedesche per l’infanzia degli ultimi dieci anni) in occasione dell’uscita de Il Gatto Venerdì (Beisler editore). In quella circostanza ha risposto per me ad alcune domande.

D: Quando la storia de Il Gatto Venerdì ancora muove i suoi primi passi ci si trova posti di fronte ad una delle più oscure verità della nostra esistenza: “Essere vittima vuol dire farsi del male”. È un concetto complesso che Lei riporta quasi con leggerezza. Chiaramente sono scelte consapevoli: come si accosta a temi di questa profondità e qual è il processo che riesce a semplificarli e renderli così diretti e naturali?
R: Questo processo è molto semplice: cerco di mettermi nei panni di un bambino e di ricordare come mi sentivo e come pensavo io stessa da bambina.
Quando scrivo mi infilo nella protagonista e immagino di pungermi con una spilla. Sono solo gli esempi che riescono, in un bambino, a far intuire che la sofferenza che non ha senso fa di lui una vittima. Un’affermazione del genere è difficile/problematica solo per gli adulti.
Il dono più grande che io ho come autrice è quello di ricordare benissimo la mia infanzia e posso trattare questi argomenti potendo godere della mia intuizione infantile. Non ricorro al pensiero filosofico o analitico, perché sono convinta che le cose profonde, cosi dette “complicate” sono invece semplicissime.

D: I protagonisti dei suoi libri sono spesso soli o isolati o ancora, e forse meglio, indipendenti da un gruppo, ma stringono indissolubili e profondi legami d’amicizia con gli animali. Animali che sono essi stessi capaci di spiegare, risolvere, tremare, amare. Qual è il suo personale rapporto con gli animali e cosa La induce a sceglierli come effettivi protagonisti delle sue storie?
R: Io vivo con gli animali e sono cresciuta con gli animali. Hanno un ruolo importante nella mia vita. Perlopiù il genere della Fiaba mi permette di usare animali parlanti per semplificare la storia che altrimenti potrebbe risultare veramente complicata.

D: La bambina protagonista immagina di ritrovare in un gatto spelacchiato e randagio il supporto e l’appoggio che in casa le mancano. È una via d’uscita cui molti bambini solitari ricorrono ed una splendida scelta narrativa: come nascono le Sue storie?
R: Mi interessano i bambini solitari ed emarginati perché ciò riflette il mio carattere da bambina solitaria. Anch’io parlavo con gli animali. E del resto non so esattamente neanche io come nascono le mie storie. È un dono oppure l’intuizione di cui parlavo prima: all’improvviso trovo nella mia testa una frase e mi accorgo che era sempre stata lì: “Nella nostra strada c’era un gatto, un vecchio gatto bianco.” È la prima frase, il filo rosso, che guida e determina tutta la storia.
Sono convinta che un autore non possa interpretare le sue storie, ma le storie buone permettono infinite interpretazioni.

D: Sta lavorando ad un nuovo progetto?
R: Non parlo mai dei miei progetti, perché una storia che è stata raccontata troppe volte non può essere più scritta.

31zx-gz1wllTitolo: Il gatto venerdì
Autore: Jutta Richter
Illustratore: Susanne Berner Rotrau
Dati: 2006, 50 pp., ill., € 8,90

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Io ho incominciato una favola, voi dovreste aiutarmi a completarla

Gianni Rodari, un pifferaio magico che, senza inganno, sapeva incantare i bambini con fiabe e filastrocche strambe, bouleversement, costruite assieme ai bimbi e per i bimbi. Diceva alle bambine e ai bambini: “Io ho incominciato una favola […]. Voi dovreste aiutarmi a completarla”.

Emme edizioni, in occasione di questo 2010 che non è solo l’anno dell’anniversario della nascita ma anche il trentennale della morte e il quarantennale dell’assegnazione dell’H. C. Andersen Award, il più prestigioso riconoscimento per scrittori di libri per ragazzi, rinnova la biblioteca Gianni Rodari e ripropone, tra gli altri, con le illustrazioni ormai celebri, leggibili, semplici e coloratissime di Nicoletta Costa, Le favole a rovescio.
L’effetto della filastrocca che procede per assurdo è certo straniante ma al contempo buffo e sembra suggerire che: ehi! Forse possiamo noi stessi cambiare l’ordine delle cose, e se il lupo ci spaventa allora perché non farlo diventare un’allegra e zelante bestiola tanto affezionata alla sua nonna? E se ci diverte l’idea di una Biancaneve che bastona i nani sulla testa perché non raccontarla così la sua storia?cipollino_rodari_i_edizione1

I piccoli ascoltatori avevano un ruolo importante da svolgere, non si limitavano ad ascoltare, ma erano incoraggiati dall’incedere originale e ritmico a intervenire essi stessi nelle storie.
Interviene la fantasia e con leggerezza trasforma fiabe già bell’e  confezionate, conservandone però la struttura narrativa in modo da modificarla rendendola classica e nuova al contempo.

Le avventure di Cipollino, per esempio (il primo autentico capolavoro di Gianni Rodari, anch’esso in veste rinnovata per Einaudi Ragazzi con illustrazioni a colori di Manuela Santini) non è la classica fiaba in cui un eroe, inconsapevole del suo ruolo eroico, si ritrova a fronteggiare situazioni pericolose e avventurose e deve far ricorso a tutte le sue qualità e il suo coraggio?cipollino_rodari21
Però, ed è uno splendido “però”, in questo caso l’eroe non è vestito d’azzurro e non trotta su un fiero destriero bianco ma si lascia dietro un pungente odore di ortaggio bulboso… è una cipolla! Cipollino, capace di indignarsi per il trattamento ingiusto cui è soggetto il povero sor zucchina, o di prendere parte a singolari proteste civili, o di sostenere la causa di un orso ballerino rifuggendo dai luoghi comuni, dai pregiudizi, dal conformismo; indicando ai più piccoli la via per la tolleranza, il luogo della fantasia e della lettura creativa per riuscire a guardare lontano, liberi.

“Per il Pioniere, insieme a Raul Verdini, avevamo inventato certi buffi personaggi, tutto un mondo di frutta e verdura: Cipollino, Pomodoro, il Principe Limone, eccetera. Quei personaggi mi piacevano: mi ricordavano i miei primi anni all’Unità, quando lavoravo in cronaca, e mi occupavo di questioni alimentari, e ogni giorno facevo il giro dei mercati, guardavo i prezzi, e parlavo con commercianti e massaie, e scoprivo tanti problemi nella borsa della spesa della gente.
Presi un mese di vacanza, trovai ospitalità in casa di un bravo contadino di Gaggio di Piano, presso Modena, che sgombrò una stanza-granaio per mettermi un letto, la sezione del PCI mi prestò la sua macchina da scrivere, e cominciai a scrivere Le avventure di Cipollino. Fu un mese bellissimo. Le figlie di Armando Malagodi – il contadino che mi ospitava – mi chiamavano la mattina presto:
– Su, Gianni, che sei qua per lavorare, mica per dormire!rodari1
Scrivevo quasi tutto il giorno, in camera, in cortile, o in cucina, con la macchina su una sedia, e intorno sempre un po’ di bambini a guardare quello che facevo. Quando arrivai a pagina cento, la moglie di Armando fece la “crescente” (la chiamano anche “il gnocco fritto”), Armando stappò delle belle bottiglie, insomma, festa per tutti”.
G. Rodari – da Storia delle mie storie – in «Il Pioniere dell’Unità».

rodari_cipollino1Titolo: Le avventure di Cipollino
Autore: Gianni Rodari
Editore: Einaudi ragazzi, EL (La biblioteca di Gianni Rodari)
Dati: 2010, 224 pp., ill. € 12,00

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rodari_avole_rovescio1-960x1288Titolo: Favole a rovescio
Autore: Gianni Rodari
Editore: Emme edizioni (La biblioteca di Gianni Rodari)
Dati: 32 pp.,ill., € 13,50

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Buia la fiaba, nero il colore

Hansel e Gretel, Lorenzo Mattotti - 2009, Orecchio acerbo
Hansel e Gretel, Lorenzo Mattotti – 2009, Orecchio acerbo

Si apre con un’inquietante illustrazione a doppia pagina, in cui il bianco del bianco e nero non serve ad altro se non a sottolineare la densa inquietudine che innerva tutta la storia di nsel e Gretel, questo splendido albo (che è anche una galleria di dipinti) edito da Orecchio Acerbo.

Pennellate ampie e sconnesse, certamente in linea con un disegno mentale e allegorico ben congegnato, si fluidificano in un fiume di nero che lascia al bianco solo il tempo di disvelare un sentiero che diventa (a ben guardare o grazie alla suggestione) un volto deforme e sorridente di un sorriso che si allarga fino a varcarne i confini e tornare a diventare ancora una stradina nel sottobosco fitto che, materno, pare ben disposto ad accogliere i bambini abbandonati dai genitori.

Hansel e Gretel, Lorenzo Mattotti - 2009, Orecchio acerbo
Hansel e Gretel, Lorenzo Mattotti – 2009, Orecchio acerbo

Lorenzo Mattotti, maestro del colore, sceglie il nero per rendere tutti i momenti di questa fiaba crudele e magnifica i cui orrori sono talmente tali e tanti da passare per consuetudini ammesse e obbligate.

La casina di zucchero e marzapane che, ripescando nella memoria, ricordo glassata di lusinghe rosa, candita di soffici sbuffi color panna, mi sorprende ora e m’attrae irresistibilmente nella sua veste nera, specchio buio della sua orrorifica sostanza.

I due poveri bambini, come me, ne sentono il profumo e non gli resistono, s’avvicinano e “rodi, rodi, mordicchia, la casina chi rosicchia?”

Lusinghiera e ingannevole come certa televisione, ingabbia, indora e indottrina: è troppo difficile allontanarsi da tanta lucente dolcezza, ma la strega, così abilmente mascherata da vecchina accogliente e premurosa, non tarderà a rivelarsi il mostro orrido e malvagio che in realtà è.

E allora il nero aiuta e soccorre: se da un lato tocca nervi scoperti e rende manifesti e palpabili i momenti di terrore vissuti dai due bambini, dall’altro mette al sicuro e ripara dallo sguardo miope della vecchia il piano di fuga e rivalsa della bimba; così come aveva protetto i due fratellini nel buio della loro stanza quando cercavano di congegnare un piano per difendersi dall’egoismo e dalla pavida trascuratezza dei genitori.

Buio è il momento del dramma, buio è l’abbandono, buia la mente offuscata della matrigna, buia la paura: una paura in bianco e nero che richiama l’inferno di Dante inciso da Doré in un nero catrame di marcescenza che qui diviene dolce liquirizia.

Un albo elegante, prezioso e raffinato, in un formato importante e snello. Un pezzo d’arte che ben ripaga il valore di una delle più riuscite (e attuali) fiabe di sempre.

Hansel e Gretel, Lorenzo Mattotti - 2009, Orecchio acerbo
Hansel e Gretel, Lorenzo Mattotti – 2009, Orecchio acerbo

88-hansel-e-gretelTitolo: Hänsel e Gretel
Autore: Jacob e Wilhelm Grimm con le
illustrazioni di Lorenzo Mattotti
Dati: 2009, pp. 48, ill.,€ 20,00

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Hansel e Gretel illustrato da Lorenzo Mattotti si è aggiudicato il Premio Andersen 2010 quale miglior albo illustrato “per essere un albo illustrato veramente “per tutti”, di splendida, originalissima e vigorosa fattura. Per la capacità di ritornare al fondo antico e tragico delle fiabe, alle loro remote origini di “catalogo dei destini”. Per le continue emozioni e sorprese che ci colgono nell’inesauribile gioco del guardare le figure”.

I colori di Chagall per le favole di La Fontaine

Era il 1923. Chagall era al culmine del suo successo: il suo stile era  ormai riconoscibile e unico, i suoi dipinti ricercati e apprezzati dalla critica; un editore lungimirante e dal finissimo gusto, Vollard, gli commissionava delle tavole per illustrare il testo a stampa dei racconti di Gogol.

Il lupo travestito da pastore, Marc Chagall
Il lupo travestito da pastore, Marc Chagall

Come sempre accadeva, Chagall si tuffò a capofitto nella realizzazione delle tavole dando vita a capolavori straordinari: non aveva ancora portato a termine il lavoro che già Vollard gliene commissionava uno nuovo, se possibile anche più esaltante: illustrare le favole di La Fontaine.
E il compito non era semplice, giacché le tavole avrebbero subito il confronto con le ben celebri illustrazioni di Dorè. Nonostante ciò, al bianco e nero delle splendide litografie di Dorè si avvicendarono le gouaches di Chagall. Tra il 1926 e il 1927 a Berlino, Bruxelles e Parigi, le tre mostre dedicate ai “favolosi” animali, alle ironiche favole di La Fontaine, ebbero un successo straordinario; tanto che solo grazie a un lavoro minuzioso e lungo, alcune istituzioni museali riuscirono a recuperare, soprattutto da collezioni private, poco più di quaranta gouaches originali per le quali erano state tirate le incisioni.

Vollard sapeva quanto fosse necessario “dare una interpretazione meno letterale dell’opera di La Fontaine: qualcosa che sia insieme più espressivo e più sintetico”.
Tra l’altro la sintesi tra le diverse fonti e ispirazioni classiche (Esopo, le storie indiane di Kalila e Dimna) di La Fontaine non poteva trovare espressione migliore che nella qualità onirica dei colori chagalliani che, sempre nell’opinione di Vollard, potevano più di altri evocare quell’Oriente cui si ispiravano.

La Donzelli, per la prima volta in Italia, si cimenta con la stessa avventurosa impresa dell’editore francese, dando alle stampe, in una nuova traduzione di Maria Vidale, una selezione (43 delle 100 acqueforti) delle favole di La Fontaine: Favole a colori.

“L’uomo sa trasformare in realtà tutte le sue chimere…”, afferma La Fontaine alla fine de Lo scultore e la statua di Giove “…Resta di ghiaccio davanti a verità e si infiamma per cose menzognere”.

L'asino carico di spugne e l'asino carico di sale, Marc Chagall
L’asino carico di spugne e l’asino carico di sale, Marc Chagall

Poche affermazioni sono più condivisibili di questa, ma per una volta possiamo smentirla e sottolineare come un editore si sia finalmente “infiammato” dinanzi alla essenziale necessità di riportare all’attenzione di un pubblico che cerca “verità”, e spesso s’imbatte in “cose menzognere”, delle opere realmente valide e “vere.

La volpe e l'uva, Marc Chagall
La volpe e l’uva, Marc Chagall

Raffinata e moderna la traduzione, elegante l’impaginazione che a ogni favola accosta due immagini: la prima è un dettaglio che lascia nell’attesa del quadro completo che viene disvelato, nella sua interezza, solo sulla pagina successiva.
I colori sono netti e intensi, i soggetti, specie quelli animali, riportano alle Stadt, ai villaggi, ai cieli della tradizione pittorica e personale del pittore bielorusso. Dominano i colori: la scena è del blu, del giallo, del verde, del rosso. Colori intensi e densi. Tutto è nuovo e, al contempo, fitto di tradizioni, rimandi, sogni.

thumbs1Titolo: Favole a colori
Autore: Marc Chagall, Jean De La Fontaine
Editore: Donzelli
Dati: 2009, pp. X-184, ill. € 21,00

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L’albero di Anne

QUARELLO - Albero di Anne

QUARELLO - Albero di AnneSi può credere o meno a una fiaba; si può soffrire o non soffrire per le vicissitudini dei personaggi protagonisti. Si può perfino far finta di ascoltare, per leggerezza o noia. Ma non si può non dare ascolto alle parole di un saggio che parla molto raramente, se non mai. Non si può non dar credito alla sua voce, specie se ogni sua parola è circostanziata, è vera. Questa storia che ho letto, poi, non è una fiaba; e questa voce che ho ascoltato non è la voce di un uomo, di un essere qualunque. È un albero che parla; un ippocastano centenario, a onor del vero.  È L’albero di Anne che Orecchio acerbo ha mandato in libreria in occasione del giorno della memoria. E se la memoria degli adulti ha bisogno di  un giorno dedicato per rinfrescarsi, così non è per i bambini, che leggeranno con la coscienza propria dell’inesperienza, saranno colpiti dalle splendide tavole a matita di Maurizio A. C. Quarello, e ascolteranno le parole di un vecchio ippocastano messe per iscritto e raccontate con profondità da Irène Cohen-Janca. Ricordando per sempre.

QUARELLO - Albero di Anne

Un albero ormai vecchio e malato, cosciente che il proprio tronco non reggerà ancora a lungo, che presto gli uomini interverrano a tagliarlo, decide che altro può fare oltre a ciò che gentilmente ha fatto per gli uomini durante la propria esistenza. Lo si può immaginare mentre abbassa leggermente i suoi rami per la gravità delle parole che sta per liberare. La sua voce è greve perché  l’albero ha paura che i tarli che lo consumano possano intaccare anche i suoi ricordi; e anche perché la storia che vuol raccontare è greve. La storia di Anne, Anne Frank, vissuta per due anni, nascosta agli occhi delle SS assieme alla sua famiglia, in una soffitta di Amsterdam, al numero 263 di Canal de l’Empereur.

Ai ricordi dell’ippocastano si alternano stralci del diario di Anne, le parole della ragazza s’incuneano nel cuore, così come farebbero nella corteccia più coriacea, e scorrono via via fino alla tragica fine della ragazza nel campo di concentramento di Auschwitz. L’albero muta stagione dopo stagione e regala ad Anne una parvenza di normalità; per mezzo delle foglie verdi e brillanti, dei fiori, Anne può sentire la primavera e immaginare di tornare in strada, libera di passeggiare, di giocare, di sentire l’aria fresca accarezzarle il volto. “Con la forza dei miei germogli, io le infondevo fiducia. Non dubitò mai che tutto sarebbe di nuovo fiorito attorno a lei”.

Ce ne fossero di più, di germogli simili a questo splendido libro, sugli scaffali delle librerie!

Titolo: L’albero di Anne
Autore: Cohen-Janca Irène; Quarello Maurizio (illustrazioni di)
Editore: Orecchio acerbo
Anno di pubblicazione: 2013
Prezzo: 11,50 euro
Pagine: 36 pp., ill.

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Ogni creatura vivente è grande proprio così

Può un libro che parla di geometria, leggi che regolano l’universo, misure e dati, essere divertente?
È possibile pensare di imparare qualcosa di utile e complesso senza nemmeno farci caso?
È vero che, in confronto a una formica, noi esseri umani siamo delle vere e proprie schiappe?

La risposta a tutte e tre queste domande è “sì”, specie se si sta leggendo Grande proprio così di Nicola Davies.
Un albo illustrato da Neal Layton di dimensioni rettangolari, più piccolo di un essere umano (più piccolo di me) ma certo più grande della formica spaccona di cui sopra, che ci spiega, tra le altre cose, perché gli animali grandi sono grandi e gli animali piccoli sono piccoli.grande-proprio-cosi

Certo, sin dalle prime pagine capiremo che molti supereroi, Uomo Ragno incluso, cui eravamo abituati a pensare come esseri dalle innumerevoli capacità sovrumane e dalla forza straordinaria, in realtà (ahinoi!) non esistono, ma, in compenso, scopriremo come in natura ci siano delle creature davvero sorprendenti.

Si parte con l’asserire, dunque,  ciò che è impossibile, ciò che non esiste (perché non ci saranno i supereroi, ma perlomeno non ci sono nemmeno enormi giganti o i temibili ragni giganti suoi amici), per poi stabilire, grazie a una semplice regola, ciò che, al contrario, è reale e vero.96781za

Questa regola (la famosa e universalmente valida CGCP) altro non è se non il rapporto Cosa Grande-Cosa Piccola.
Essere grandi o essere piccoli implica diverse capacità: quella di volare, quella di danzare sull’acqua, come fanno i famosi insetti pattinatori, o quella di passeggiare sul soffitto, come sono capaci di fare i gechi.
Ma oltre a stabilire che imprese gli esseri viventi siano capaci di compiere o meno, questa semplice regola ci aiuta a comprendere le leggi che regolano l’universo e la biodiversità delle creature che lo abitano; addirittura come quest’ultime si siano evolute e perché, considerato come alcuni “piccoli” siano dotati di capacità straordinarie ci si sia, pian piano, trasformati in “grandi”.

Le illustrazioni brillanti e vivaci sono fondamentali alla comprensione del testo e di immediato impatto per la loro semplicità e chiarezza.
Grazie a esse ci renderemo conto del perché le balenottere azzurre non hanno le gambe, del perché un uomo non può sollevare una macchina (a meno che non si tratti di un modellino!), della straordinaria complessità del corpo umano.

Dopo il grande successo ottenuto con Cacca. Storia naturale dell’innominabile, Nicola Davies, zoologo ed esperto di Storia Naturale, ritorna con questo albo offrendoci una prospettiva originale e divertente da cui considerare e comprendere l’evoluzione.

Il libro si inserisce nell’interessante e divertente collana che Editoriale Scienza dedica alle scienze “Storie Naturali”.

51byczc9cll-_sy320_bo1204203200_Titolo: Grande proprio così
Autore: Nicola Davies, illustrato da Neal Layton
Editore: Editoriale Scienza
Dati: 2012, pp. 64, 12,90 €

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Con Lella costa in Cina sulle tracce del panda

Sulle tracce del panda, Yu Rong, Editoriale la Scienza

Di rado mi sono imbattuta in acquerelli così raffinati, così eleganti, così intensi. Yu Rong, illustratore di questa toccante storia, mi ha presa per mano, coinvolta, accompagnata in un mondo che, fino ad oggi, mi sembrava di conoscere e che invece mi era del tutto estraneo. E dire che egli stesso afferma: “Non ho mai visto un panda, ma conosco le montagne in cui ama vivere”. Un intreccio ben riuscito di esperienza e immaginazione. Anch’io, da bambina, ho ascoltato storie sul panda, su questo orso bianco e nero così misterioso e così diverso dagli altri orsi. Un orso solitario, molto burbero, così lo immaginavo, golosissimo di bambù. Ecco quello che sapevo.

Poi leggo questo albo illustrato, e mi sento coinvolta, mi sento in Cina; i miei piedi nudi lasciano tracce sulla neve fresca, le mie mani sfiorano le foglie dei bambù, mi riposo su letti di felci.

Nick Dowson racconta la storia di una mamma panda e del suo cucciolo; questa piccola famigliola attraversa le stagioni, valica montagne, supera torrenti alla ricerca di un posto tranquillo in cui poter vivere, in cui poter sfamarsi.

Sulle tracce del panda, Yu Rong, Editoriale la Scienza
Sulle tracce del panda, Yu Rong, Editoriale la Scienza

Il piccolo panda all’inizio piagnucola, come tutti i neonati, si accoccola nella calda pelliccia della mamma, è “piccolo come una pigna”…

Poi cresce, ma rimane con la madre per quattro lunghi anni.

Viene spontaneo chiedersi se è per questo che i panda sono così pochi (soltanto 2500 esemplari vivono ancora liberi in natura). Scopriamo, grazie alle parole abbracciate da due linee rosse (sono veri e propri box divulgativi, con informazioni accurate, scritte con un carattere diverso per differenziarle dalla storia) che è anche perché non dividono il loro territorio con altri panda, né tantomeno con gli uomini; e che, sebbene il bambù sia una pianta molto diffusa e che cresce molto in fretta, i panda non mangiano tutti i tipi di bambù, ma solo una particolare specie.

Così grandi, così imponenti, i panda sono fragili: la natura li ha creati fieri, ma l’uomo ne sta arginando la fierezza. Senza patetismi e retorica, questo libro velatamente pone delle domande impegnative: quali siano le responsabilità dell’uomo; quale impatto abbia il progresso sull’ambiente.

Allegato all’albo un cd audio. Anch’esso coinvolge e strega. La voce di Lella Costa racconta, morbida e calda, la storia di questo panda e del suo cucciolo. Serena Finatti (su musica di Nina Perry) canta “la canzone del panda”.

Per proteggere i panda sono state istituite delle riserve. Penso che anche questo libro possa essere considerato tale. Una splendida e sicura riserva, che i bambini possono visitare ogni volta che lo desiderino, dedicata a un panda e al suo cucciolo.

Qui il testo originale in inglese: Tracks of a Panda

61s-uiuonsl-_sx450_bo1204203200_Titolo: Sulle tracce del panda
Autore: Nick Dowson, con le illustrazioni di Yu Rong
Editore: Editoriale Scienza
Dati: 2009, pp. 32, ill., Prezzo: € 16.90 – con cd audio: voce narrante Lella Costa, cantato da Serena Finatti (su musica di Nina Perry)

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Nel paese dei mostri selvaggi

Che cosa succede quando ci si arrabbia al punto di digrignare i denti?
Certo si vorrebbe strappare i libri di scuola, lanciare in aria tutti i vestiti stirati dalla mamma e in bell’ordine sul comò, sedersi a gambe incrociate sul pavimento e rimanere per sempre lì a intralciare tutti.
Oppure si potrebbe trovare rifugio nel paese dei mostri selvaggi, dove creature molto meno educate di noi potrebbero farci sentire a nostro agio, liberi di essere arrabbiati con noi stessi, con gli altri.

Where the Wild Things are - Nel Paese dei mostri selvaggi - Maurice Sendak
Where the Wild Things are – Nel Paese dei mostri selvaggi – Maurice Sendak

Dopo un litigio con la mamma, che gli rimprovera di essere una creatura selvaggia, Max, il protagonista di questa storia, si rifugia nella propria stanza da letto. Il profumo della cena arriva dal piano di sotto e s’insinua nella camera come a volergli ricordare come sia ingiusta la mamma. “E io ti sbrano!” così le aveva risposto.

Max è un bimbo in conflitto con sé stesso, con la propria madre, con la sua stessa rabbia, ma, e qui sta l’originalità della storia, invece di pentirsi delle sue malefatte dà loro libero sfogo per mezzo della propria fantasia. Costruisce per sé stesso e per la propria rabbia un mondo fantastico popolato da mostri selvaggi, all’interno del quale si muoverà con confidenza e nel quale troverà lo stimolo per scendere a patti con le proprie emozioni e conciliare la parte selvaggia del suo carattere con la gioia di stare serenamente con coloro che ama e che lo amano.

Where the Wild Things are - Nel Paese dei mostri selvaggi - Maurice Sendak
Where the Wild Things are – Nel Paese dei mostri selvaggi – Maurice Sendak

Max indossa un costume da lupo, balza dentro una barca, viaggia per un anno e più fino ad approdare in un paese dove lo accolgono enormi creature dagli occhi gialli e dai tremendi artigli che subito dichiarano di volerlo mangiare. “A cuccia!” li apostrofa strabuzzando gli occhi e quelli si convincono del suo essere più forte, più minaccioso, più selvaggio: il re dei mostri! Re dei mostri, Max dovrà imparare a fare i conti con la rabbia e le emozioni (tanto simili alla sue) di quelle creature selvagge: a governarle.

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Nel paese dei mostri selvaggi, Maurice Sendak – Babalibri

Tutte le emozioni di Max sono vere, non ne cela nessuna; d’altra parte quale bambino dell’età di Max si preoccuperebbe di farlo?
La sua fantasia crea un mondo intero con le sue regole, i suoi protagonisti, un suo tempo, semplicemente traendo spunto da un’emozione.
Le tavole di Maurice Sendak ne illustrano mano mano l’evolversi: le pareti della stanza di Max diventano pagina dopo pagina una foresta che poi si popola di mostri. Un Paese pieno di vita sfrenata, di ridde selvagge. Un Paese che sembra vivere tra le pagine e che congeda Max cresciuto.

Where the Wild Things are - Nel Paese dei mostri selvaggi - Maurice Sendak
Where the Wild Things are – Nel Paese dei mostri selvaggi – Maurice Sendak

Dal 1963, anno in cui fu pubblicato per la prima volta, Nel paese dei mostri selvaggi (Where the Wild Things are) è diventato uno dei libri illustrati per bambini più amati nel mondo. Dimenticato e scomparso dagli scaffali per qualche anno è, finalmente, ricomparso grazie all’uscita del film a esso ispirato diretto da Spike Jonze.
Maurice Sendak, statunitense (1928), è uno scrittore e illustratore di libri per bambini. Nel paese dei mostri selvaggi (settima ristampa 2009 per Babalibri) è la sua storia più celebre ma, tradotti in Italia sempre da Babalibri, altrettanto belli sono Il lupo ballerino (2000) e Luca, la luna e il latte (2001).

615bzks-q2l-_sy459_bo1204203200_Titolo: Nel paese dei mostri selvaggi
Autore: Maurice Sendak
Editore: Babalibri
Anno di pubblicazione: 2009 (settima ristampa)
Prezzo: 12,50 euro
Pagine: 44, ill.

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Pik Badaluk e il leone: Cappuccetto rosso in Africa

Che cos’è “diverso” da noi? Cosa significa “diverso”? Forse è diverso da me un bambino africano, monello e disubbidiente, che sfugge alle fauci di un feroce leone rifugiandosi su un albero di mele? Ed in cosa sarebbe diverso?

In Africa non ci sono alberi di mele; eppure, ne La storia di Pik Badaluk che ci racconta Meuche Grete ce ne sono tanti che sembra di essere nel nostro Trentino, e questo bimbo della famiglia dei Badaluk, nero come un carboncino e col sorriso bianco color gessetto, potrebbe essere molto simile alla nostra Cappuccetto Rosso. Non fosse che nel Nord dell’Europa non esistono i leoni… ma si può incorrere facilmente nei lupi.

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La storia di Pik Badaluk, Meuche Grete – Emme edizioni 2010

Che cosa c’è di diverso tra la mamma di Pik Badaluk e le nostre mamme premurose? Tra il suo e il nostro papà?
Nulla direi. Assolutamente nulla.

Quello di Pik è un mondo che appare piccolo, in cui l’Africa, l’enorme Africa, non si coglie, perlomeno nelle pagine iniziali. Ed è un mondo che effettivamente sta stretto al bimbo Pik, curioso di esplorare, di andare oltre, sebbene nella sua casa, in quel rifugio dove la mamma lo esorta a restare, egli sia protetto, al sicuro.
Quando Pik apre il cancello, si volta pagina: i luminosi raggi di un sole che sembra caldissimo ci accompagnano nella selva di una foresta, dove un pericoloso leone già agogna l’arrivo di Pik.

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La storia di Pik Badaluk, Meuche Grete – Emme edizioni 2010

Ma se Pik non fosse sveglio e curioso che ci farebbe nella foresta? E infatti sfugge al leone arrampicandosi sull’albero di mele, che sembra un albero del Ténéré, solo con succosi frutti rossi al posto delle spine.

In questo albo dai colori decisi, illustrato con semplicità, tutto sembra pervaso da un senso di spontaneità che prende l’avvio con la naturale tendenza alla disobbedienza del bimbo Pik, che esce dal cancello non mantenendo fede alla promessa fatta alla mamma, e si evolve con il tenero e ingenuo tentativo di allontanare la belva a colpi di mela, concludendosi con la caccia e l’uccisione del leone.
Triste dazio affinché Pik Badaluk possa tornare all’abbraccio della sua mamma sano e salvo.
E forse più buono: “come il più buon cioccolato”.

71R8ESdrrRLTitolo: La storia di Pik Badaluk
Autore: Meuche Grete
Editore: Emme Edizioni
Dati: 2010, 30 pp., 14,90 €

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