La mia estate indaco

L’estate concede troppo tempo. Ai pensieri, alla noia, alla notte, al sonno. Ce ne sono alcune, poi, che si frastagliano e sfrangiano in decine di piccole estati, ciascuna con la sua gioia, il suo dolore, la mancanza, la nostalgia, la gioia mai così grande. L’estate concede momenti lunghissimi, dilatati, in cui indugiare. Capita a volte di fermarsi a cercare d’afferrare l’aria morbida e vaporosa, alcolica, che si muove, bollente, sull’asfalto. E, riuscendoci per metà, avere il tempo di riprovare a farlo, senza contare se sia utile o meno.

Per questa ragione, a metà, credo che per Viola sia un momento di passaggio, una soglia, attraversando la quale qualsiasi cosa cambia; per la possibilità, cioè, di indugiare sui dolori, gli affetti, le mancanze, senza riuscire ad afferrarne l’oggettiva portata, il vero senso, senza riuscire a ingoiarli, metabolizzarli, farne passato, vissuto. È il tempo, troppo, che concede l’estate. E poi sono i tredici anni. Che arrivano e danno i brividi e gli mettono fretta, anche a quello più lento.

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Entrambe le cose, il tempo lento, trattato con cura, e le emozioni piene dell’estate, si ritrovano nel tono di Marco Magnone, che consegna alla sua protagonista un timbro di concerto diretto e lieve.

Viola si è appena trasferita in una città nuova, di provincia, ha lasciato i suoi amici e per la prima volta non trascorre le sue vacanze in montagna, coi nonni, amatissimi, in roulotte. La nonna è morta e il nonno non sta per niente bene. Viola subisce gli eventi ma non li accetta e lo mostra apertamente. Meno apertamente ma molto intensamente, gestisce le proprie emozioni, incanalandole con molta energia verso l’amore, gli affetti pieni. Vive nel ricordare spesso a se stessa il giorno in cui ha toccato il fondo, così lo definisce, un momento di esposizione completa allo sguardo e al giudizio altrui che non solo l’ha segnata ma che continua a zavorrarla senza che sembri possibile tagliare la fune e riemergere, respirando a pieni polmoni.

Viola non entra più in acqua, fino a quando qualcuno dagli occhi magnetici e dall’attitudine misteriosa, non libera il suo entusiasmo, la sua scattante energia. Con lui, Viola affronta se stessa, gli altri, un viaggio. Si chiama Indaco e nasconde un segreto che non sembra affatto una bugia.

Ci sono anche le bugie, in questo romanzo realistico di adolescenza piena. E meno male, perché altrimenti non sarebbe stato affatto vero.

978880471545HIG-628x965Titolo: La mia estate indaco
Autore: Marco Magnone
Editore: Mondadori
Dati: 2019, 280 pp., 17,00 €

Cosa saremo poi

La forza di questo libro si innesta nel titolo. Esso racchiude tutto quanto e racconta, racconta di qualcosa che è accaduto che si intende gravissima, di più persone coinvolte, di un confine superato e poi attraversato ancora per tornare indietro e, assieme, andare avanti.

Cosa siamo stai? Cosa siamo e cosa saremo poi, quando tutto, anche l’irrimediabile, sarà accaduto?

È un titolo drammatico ma che lascia presagire una crescita. È l’inizio di una storia.9788878745292_0_0_0_75

E la storia è questa: una ragazza adolescente ha tentato il suicidio, un gruppo di bulli, capeggiati da un ragazzino carismatico e opportunista, l’ha messa alla berlina, umiliandola online, prendendosi gioco delle sue debolezze, dileggiandola pubblicamente diffondendo in rete delle sue foto private. Lasciandola sola, in una solitudine completa e complessa fatta da un miscuglio venefico di indifferenza, superficialità, angoscia e vergogna.

Quando una ragazzina compie un atto così drammatico ed estremo, o tenta di compierlo, da adulti ci si sente ingabbiati in una sensazione che è soprattutto fatta di colpa. E di domande. Cosa avrebbero potuto fare i “grandi” per evitare che i “piccoli” fossero preda di una spirale così orribilmente adulta? Intervenire sugli strumenti, ponendo un divieto o delle condizioni d’uso, andando a ingerire dunque anche sulla libertà personale? Puntare all’educazione digitale? (ma quanto siano i media il problema è da definire) Porsi in ascolto?

C’è un divario, ben raccontato in questo romanzo, tra adulti e ragazzi. Un divario che non è solo generazionale ma anche di attitudine e consuetudine. Le famiglie non vedono, non colgono segnali più o meno evidenti, non ascoltano. E le distanze diventano difficili da percorrere, i piani del tutto inconciliabili.

Per fortuna c’è il poi. Il poi che ritrova il tempo del confronto e del conforto. Che ricuce la fiducia in se stessi. Che rinnova e rinsalda i rapporti d’amicizia.

Il romanzo è diviso in tre parti, nessuna delle quali ha un titolo. Tutte, invece, un’illustrazione, un’illlustrazione che dice di come la scuola non abbia saputo né prevenire, né gestire, il poi, un’illustrazione che parla di solitudine, un’illustrazione che ricompone e prende una penna e scrive, si esprime, racconta.

9788878745292_0_0_0_75Titolo: Cosa saremo poi
Autore: Luisa Mattia, Luigi Ballerini
Editore: Lapis
Dati: 2017, 229 pp., 12,50 €

The Big Swim, la grande prova

La copertina di The Big Swim è azzurra. E dentro tutto questo azzurro un ragazzo nuota, e dagli schizzi bianchi e netti pare che lo faccia piuttosto velocemente. Nuota proprio verso di noi che lo guardiamo, ed è buffo, ma leggiamo lui che compie uno sforzo molto prima di leggere ciò che ristà tra il titolo e l’acqua: La grande prova.

Cary Fagan lo esplicita sin dall’inizio: tra queste pagine c’è una prova memorabile da superare, ed è una gara di nuoto in un lago. Ma è solo questo? O piuttosto si tratta anche di conoscere e superare i propri limiti? O anche di affrontare qualche paura tra le tante che affollano i pensieri di un ragazzo alle prese col passaggio tra infanzia e adolescenza?

O forse tutte queste cose assieme.

Ethan è un ragazzo schivo, abitudinario, refrattario alle dinamiche che sempre si costituiscono nei campi scuola estivi, microcosmi con le proprie regole interne, la propria popolazione e il proprio, delimitato, spazio. Nonostante manifesti un certo disagio, Ethan decide di adattarsi con meno scossoni possibile:

I miei obiettivi per il campo estivo erano: primo, sopravvivere; secondo, non farmi odiare; terzo, non essere il peggiore in tutto.

A non essere il peggiore in tutto Ethan riesce piuttosto facilmente, ci pensa Leonard a rubargli il traguardo, condendo il tutto con una buona dose di antipatia; sopravvivere si può facilmente con le dovute accortezze, per tutto il resto, e noi che ci affezioniamo subito a lui lo sappiamo, Ethan non dovrà sforzarsi molto: che si possa odiare è fuori discussione. Ha un modo di fare naturale che lo rende simpatico a tutti e grazie al quale riesce ad attrarre le due personalità più originali e interessanti: Amber e Zachary.

La prima, Amber, è l’unico neo della storia, il suo comparire e poi ricomparire tra le pagine un po’ all’improvviso la rende sfuggente più che misteriosa, il suo non indugiare a lungo sugli altri, su Ethan soprattutto, la rende superficiale più che attenta o profonda come invece, si percepisce, la si vorrebbe raccontare. Zachary è invece ben strutturato nell’essere tutto quanto Ethan non è: sicuro di sé, ribelle, coraggioso.

Poi c’è l’estate, che amplifica, scopre, esaspera e scioglie. Scioglie nodi e libera il coraggio e l’intraprendenza di Ethan, che si lascerà coinvolgere nell’avventura più rischiosa e splendida della sua vita.

Questo libro è scritto con la nuova font biancoenero® e con i criteri dell’Alta Leggibilità ma, a parte le accortezze “tecniche” ce ne sono molte compositive: soprattutto la leggerezza e la freschezza del lessico oltre alla spontaneità della resa di emozioni complicate e profonde cui è difficile fare i conti, anche per gli autori più esperti.

BigSwim_fronteTitolo: The big Swim. La grande prova
Autore: Cary Fagan
Editore: Biancoenero
Dati: 2016, 96 pp., 11,00 €

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Ombre sulla sabbia, il primo romanzo di Aidan Chambers

Fossimo nel 1968 mi ritroverei tra le mani il romanzo di un autore esordiente, Tale Aidan Chambers. Lo leggerei, lo leggerei d’un fiato e poi cercherei di scriverne meglio che potrei. Perché questo romanzo, pur essendo un romanzo di esordio, ha una maturità alle spalle che si percepisce chiaramente, riga dopo riga e che ne sottintende di futura.

C’è una sorta di isola, Marle si chiama; non lo è del tutto ma nemmeno per niente. È un lembo di terra vicino a Newcastle. Paese di pescatori d’aragoste, poche case, poche anime, un pub.

E Kevin, 17 anni, è nato e cresciuto lì, in balia delle maree. Unica sua coetanea in paese è Susan, amica che ama riamato nel tacito assenso dell’amore tra adolescenti che non ha bisogno di parole per essere lì a tener loro compagnia, a nutrirsi di corse a perdifiato, di risate coi nasi arricciati, di confidenze sussurrate. Ma Susan non è Kevin, in quel lembo di terra sta stretta, cerca lo spazio per allargare le braccia, gli orizzonti; sente di dover attraversare  il mare e guardare Marle dalla prospettiva inversa. E Kevin non saprà starle lontano.

Lacerante lasciare il nonno, che Kevin ama profondamente, lacerante ritrovarsi e poi perdersi per poi ritrovarsi ancora. Lacerante svegliarsi in luoghi stranieri per quanto paradossalmente vicini, lasciarsi il proprio quotidiano alle spalle, sfuggire al controllo di sé stessi e dei propri cliqué. Lacerante in un’unica parola è crescere, e come Chambers a raccontarlo, lo capiremmo sin da subito se fossimo nel 1968, ma lo sappiamo bene visto che siamo qui oggi, nessuno mai.

Se fossimo nel 1968, però, non potremmo leggere una nota dell’autore che parla proprio di noi, i suoi lettori italiani. Non potrei dirvi sufficientemente bene quel che ci dice per cui godetevi queste parole e, se potete, andate a incontrarlo a Bologna, perché Dal 25 al 27 maggio Aidan Chambers è in giro a incontrare i suoi lettori e le sue lettrici grazie ad Hamelin e al progetto Xanadu (oggi peraltro si rivelano i vincitori!).

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Aidan Chambers, Nota dell’autore a Ombre sulla sabbia, traduzione di Beatrice Masini, Giunti 2016

81RjJsEj7KLTitolo: Ombre sulla sabbia
Autore: Aidan Chambers, Beatrice Masini (traduttrice)
Editore: Rizzoli
Dati: 2016, 155 pp., 15,00 €

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I fantasmi di Giulia – Intervista ad Anna Vivarelli

2739-Bro.inddHo letto I fantasmi di Giulia tutto d’un fiato, e sì, ho ben più di 11 anni (età a partire dalla quale è consigliato questo libro). La lettura è stata così piacevole perché, come meglio ci racconta di seguito l’autrice (Anna Vivarelli, con la quale avevamo avuto già modo di chiacchierare qualche anno fa), leggendo questo romanzo in realtà è come leggerne più d’uno, perché i protagonisti hanno tutti, specie Giulia, uno o più elementi caratterizzanti che li rendono originali ma non sui generis, quindi empatici; perché il mistero si confonde col quotidiano, e viceversa, non lasciando mai privo di interesse alcun accadimento. Ad Anna ho voluto chiedere anche un parere sullo stato della nostra letteratura per  ragazzi, e la fiducia che rinvigorisce il suo stile traspare anche dalle sue risposte.

D: Prima di entrare nel merito de  I fantasmi di Giulia, vorrei che tu raccontassi ai lettori di AtlantideKids qual è la lettura che una scrittrice di libri dedicati ai giovani lettori dà della forza della letteratura per l’infanzia (se effettivamente ritieni che di forza si tratti) nel panorama editoriale italiano.

R: A mio parere, la letteratura italiana per ragazzi gode di buona salute. Siamo tanti, siamo diversi per tematiche, generi, stili, ma il livello è buono, e da Rodari a oggi abbiamo creato tanto. Nonostante i problemi enormi, che sono evidenti. Rispetto ad altri Paesi, noi scrittori italiani per bambini e ragazzi siamo scarsamente considerati dalla stampa nazionale, dalle grandi manifestazioni letterarie, e spesso (e non è un paradosso) cominciamo a esistere solo quando ci mettiamo a fare altro, cioè letteratura per adulti. Ma noi siamo il primo tramite culturale dei giovani lettori, e spesso restiamo l’unico. Forse proprio qui sta l’origine di tutti i problemi: sono l’infanzia e la sua crescita spirituale ad essere scarsamente considerate, e noi di conseguenza. Per quanto mi riguarda, io ho compiuto un percorso inverso, dai grandi ai piccoli, e sto bene dove sono. Meravigliosamente bene.

D: Saresti disposta anche a svelare come nasce un libro, come sia nato questo tuo ultimo romanzo?

R: Certo che sono disposta a svelare come nasce una mia storia. Lo faccio spessissimo, con i ragazzi che incontro nelle scuole, e quindi non è un segreto! Il punto di partenza è un’idea forte (forte per me, ovviamente), su cui rimugino per settimane, mesi a volte. Questa idea può provenire da qualsiasi fonte: qualcosa di letto, di visto, di incontrato, o anche un nodo che mi porto dentro chissà da quanto. Nel frattempo scrivo altro, ma se l’idea continua a convincermi, finalmente inizio a lavorarci davvero. E allora inizia la prima stesura, che è solitamente enorme rispetto a ciò che rimarrà. Creo i personaggi principali, costruisco uno sfondo, geografico ed emotivo, e soprattutto compio la scelta principale, che è quella della “voce”: prima o terza persona? Più o meno dialogata? Più leggera o più pesante? Con quest’ultima opzione mi riferisco soprattutto all’aggettivazione. E poi accumulo pagine e capitoli, spesso alternativi fra loro. A questa prima stesura segue la revisione, una specie di “bella copia”, e questo è il lavoro più difficile. Sono un’artigiana, non un’artista, e quindi a furia di tagliare, limare, modificare e correggere, quel che ne viene fuori è quasi sempre lontanissimo da ciò che immaginavo…

D: I fantasmi di Giulia sembra avere al suo interno più romanzi che tra loro si intrecciano: da una parte il romanzo con protagonisti i vivi, dall’altro quello con protagonisti i morti. Le storie si evolvono prima parallelamente per poi convergere grazie a Giulia, suo malgrado punto di contatto tra i due mondi, in un unico intreccio. È complicato svolgere due narrazioni così diverse o è stato un processo naturale?

R: Ne I fantasmi di Giulia ci sono due registri, è vero. All’inizio, quando quest’idea ha preso forma, ero piena di dubbi. Temevo che ne venisse fuori un gran pasticcio, perché le scritture sono due, ben distinte. La parte dei vecchi fantasmi di casa è quasi tutta dialogata, molto più secca e asciutta, nonostante i personaggi siano quasi antichi. Per contrasto, la storia contemporanea contiene molte descrizioni e a volte ha un vero e proprio sapore di antico. Non è stato semplice, perché dovendo passare continuamente da un registro all’altro, e contemporaneamente tener d’occhio l’intreccio, la successione degli eventi e l’evoluzione dei caratteri dei personaggi, ho dovuto riscrivere parecchie volte gli stessi brani. Ma sono una persona paziente, e poi ho potuto contare su un grandissimo editor, che non mi stanco di ringraziare.

D: Ci presenti Giulia, la protagonista? Cosa ti piace di più di lei?

R: Giulia è un’adolescente per molti versi fuori dal comune. Intanto vive un rapporto meraviglioso e risolto con la sua famiglia. Vive una crisi del tutto normale per la sua età, ma contrariamente a ciò che succede di solito, non la scarica sui genitori o sul fratello minore, anzi: si sforza di interiorizzarla perché tiene immensamente alla serenità familiare, e sa che mostrarla ed esprimerla renderebbe infelice soprattutto sua madre, che Giulia adora. Insomma, conosce il grande segreto della convivenza, che consiste nel preoccuparsi costantemente del bene di chi ti sta accanto. Senza sentimentalismi e sdolcinature che proprio non mi appartengono, ho cercato di dire che una vita familiare piena e rispettosa delle varie individualità, è possibile. Credo sia un tema parecchio fuori moda, a ben pensarci, ma io sono cresciuta così, ed è così che cerco di vivere.

D: Racconti, anche con un certo realismo, di una crudeltà talmente profonda da sopravvivere alla morte. Come gestisci il tuo rapporto con personaggi così negativi?

R: Giulia conosce la crudeltà perché la sua vita interiore è tormentata, incerta, fratturata, e quindi vulnerabile. Ed è questa l’idea forte da cui sono partita: se qualcosa di sbagliato succede e non viene riparato, quella crepa resta tale, e si allarga, e le sue conseguenze ricadranno su chi viene dopo. Al di là della storia di Giulia e della sua famiglia, credo davvero che i torti non riparati, le ingiustizie non emendate, le colpe non espiate, le responsabilità non assunte, creino dei buchi neri nella storia di ognuno di noi. La chiamerei la memoria del male. Per gli storici, non è affatto un concetto originale, e appartiene alla mia formazione, che risale a decenni fa e ogni tanto affiora.

D: Definiresti I fantasmi di Giulia un romanzo di formazione?

R: L’autore non è mai la persona più adatta a definire il proprio lavoro, ma forse tutti i romanzi per ragazzi sono romanzi di formazione: seguono il protagonista per un tratto di strada, un tratto spesso accidentato, e raccontano il superamento degli ostacoli, e i suoi costi, le delusioni, i traguardi. Non sempre le mie storie terminano con una vittoria totale, perché nella realtà non succede mai. Ma con Giulia sono stata molto generosa…

Titolo: I fantasmi di Giulia
Autore: Anna Vivarelli
Editore: Piemme, Il Battello a vapore
Dati: 2013, 214 pp., 8,00 €

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Lo specchio dei desideri di Jonathan Coe

Ogni libro di Jonathan Coe è portatore di una certa sperimentazione. Questa volta la sperimentazione si spinge oltre la satira, oltre lo stile e si spinge oltre il genere: Lo specchio dei desideri, da poco edito da Feltrinelli, è infatti un libro per ragazzi.

Lo specchio dei desideri - Chiara Coccorese
Lo specchio dei desideri – Chiara Coccorese

A causa di un litigio fra i genitori la piccola Claire esce di casa per raggiungere un giardino segreto un po’ sopra le righe: la discarica. Passeggiando tra i rifiuti trova un pezzo di specchio dalla vaga forma di stella e ne è fortemente attratta: è un pezzo di vetro tagliente e sporco ma ha in sé una qualità magica: ha il potere di riflettere e rimandare una visione più rosea rispetto alla realtà. E Claire ne è stregata. Cerca nello specchio una tavola armoniosa, un cielo che non sia grigio, un viso senza acne. Mano a mano che Claire cresce lo specchio diviene una sorta di chiave/compagna interpretativa della realtà. Ne rimanda una consolatoria, illusoria. Lascia il fiabesco e il magico per insinuarsi nel campo della menzogna e questo a Claire non piace. Decide di buttar via lo specchio ma scopre che un suo vecchio compagno delle medie ne possiede un pezzo simile; e come lui altri.Ogni pezzo di specchio fa parte, con le proprie, personali visioni, di un puzzle più ampio che coinvolge le speranze e i sogni di molte persone.

Il romanzo di Coe è effettivamente ben costruito ma qualcosa non mi convince. A fine lettura permane la sensazione di una storia in sospeso in cui i protagonisti subiscono gli eventi, quelli reali così come quelli immaginari, con passività. Crescono ma non si evolvono, restano per sempre dei comprimari e fanno le spese dello specchio, potente come solo una fucina di sogni può esserlo. Nell’immaginario simbolico lo specchio, peraltro, ha sempre avuto valenze contraddittorie: oggetto fonte dell’inganno per Platone è anche fonte non solo di visione e rimando di un’immagine illusoria superando successivamente il limite del visivo per sconfinare in una conoscenza più  meditativa e meno narcisistica. “Un romanzo di trasformazione” dice la quarta di copertina, questa definizione mi piace; meno mi piace il suggerimento che sia una parabola politica per ragazzi e una fiaba contemporanea per adulti. Una parabola politica non può esserlo se non nel finale ma in maniera un po’ forzata insistendo sul concetto classico dell’unione che fa la forza. Per quanto riguarda l’universalità della lettura credo invece che in questo caso la frase logora “un romanzo per ragazzi che non dispiacerà agli adulti” non funziona per nulla. Credo sia un romanzo per ragazzi (che gli adulti potranno godibilmente leggere), impostato sui ragazzi, raccontato ai ragazzi da altri ragazzi. E lo specchio frastagliato e lucente in fondo alla storia lo conferma. Mi sono specchiata in esso e l’immagine che vi ho vista riflessa era esattamente quella che mi aspettavo: la mia.

Lo specchio dei desideri - Chiara Coccorese
Lo specchio dei desideri – Chiara Coccorese

Una trattazione a parte meritano le illustrazioni di Chiara Coccorese. Chiara Coccorese è una fotografa, ritrae dunque la realtà interpretandola ma sostanzialmente restandogli fedele. Dunque, quand’è che i suoi scatti divengono illustrazione? Io credo che il prodigio avvenga nell’istante stesso dello scatto, momento in cui l’immagine è già stata composta, il pensiero si fa concretezza e i dettagli divengono parte integrante della totalità, sostanza sine qua non. La fotografia si completa con l’allestimento scenografico e si nutre, acquisendo uno status sospeso tra visione e realtà, della postproduzione digitale. Chiara Coccorese fa un po’ quello che fa Claire: usa uno strumento per tingere la realtà e renderla altro purché resti al contempo se stessa; deformata, surreale o iperrealistica.

Titolo: Lo specchio dei desideri
Autore: Jonathan Coe
Editore: Feltrinelli
Dati: 2012, 96 pp., 12,00 €

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