Il bambino dei baci

Ah, se fossi in grado di leggere a testa in giù, con il maglione che cade fino al petto lasciando scoperto l’ombelico e i piedi scalzi e scomposti a far da puntello!

Potrei leggere Il bambino dei baci per benino, col giusto approccio. A testa in giù, vagheggiando di baci al sapore di fragola o di pasta di uova di merluzzo, di corse sfrenate coi sacchi, di gambe penzoloni sul pontile.

Il bambino dei baci è Ulf; vorrebbe tanto baciare la bambina più bella, Katarina, ma mancando di pratica decide di esercitarsi prima, per non far brutta figura, e quindi chiede aiuto a Berit, meglio e splendidamente detta Armata Rossa per i suoi capelli rossi e per la tendenza a metter tutti al tappeto, che volentieri e di rimando sbaciucchia. Tra un bacio e l’altro, Ulf scopre che Berit è una bambina simpatica e intelligente, che è uno spasso stare assieme a lei e che una volta scoperto quanto sia straordinaria, Katarina perde di colpo tutto il suo fascino. Tzè.

<em>Il bambino dei baci</em>, di Ulf Stark, Markus Majaluoma - 2018, Iperborea
Il bambino dei baci, di Ulf Stark, Markus Majaluoma – 2018, Iperborea

Che meraviglia la semplicità dei bambini che si incontrano tra queste pagine, che spiano i didietro delle signore nudiste in spiaggia, che masticano fili d’erba per mascherare l’imbarazzo, che nella stessa frase, nell astessa pagina, per ben due volte, sono capaci di essere sprezzanti e premurosi, mostrandosi esattamente per quello che sono.

“È che mi chiedevo una cosa. Com’è baciarsi?”
“Fa un pochino di solletico”, rispose lui dopo un po’. “Adesso però chiudi il becco.”
“Solo un’altra domanda”, dissi. “Di cosa sa?”
“Di gelato alla fragola”, rispose. “Ma ti avverto: ancora una parola e ti do un morso dell’asino che vedi!”

Uno stile immediato che va a braccetto col lessico e si muove con brio, danza di un ballo che immagino salterino, con ballerini dagli occhi ridenti che sono puntini, fessure, limpidi. Che schiacciano mosche e tafani prima di andare a nanna.

<em>Il bambino dei baci</em>, di Ulf Stark, Markus Majaluoma - 2018, Iperborea
Il bambino dei baci, di Ulf Stark, Markus Majaluoma – 2018, Iperborea

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Oppure danzano sulle note di uno dei consigli musicali in coda al libro. Chissà se rispondono al gusto di Ulf Stark o del suo alterego Ulf. Io per un bacio alla fragola sceglierei “Love me tender”.

20180302112732_ULF_stark_ilbambinodeibaci2-2Titolo: Il bambino dei baci
Autore: Ulf Stark, Markus Majaluoma
Editore: Iperborea
Dati: 2018, 64 pp., 9 €

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Il pavee e la ragazza

Il pavee e la ragazza, di Siobhan Dowd, Emma Shoard - 2018 Uovonero

Può la lettura rivelarsi il collante primo tra un ragazzo e una ragazza, considerato che il primo non sa leggere e pare che non abbia alcuna intenzione di imparare a farlo?

Pare, così sembra. Così come pare, così sembra, che gli zingari rubino e pare, così sembra, che lancino maledizioni.

Il pavee e la ragazza, di Siobhan Dowd, Emma Shoard - 2018 Uovonero
Il pavee e la ragazza, di Siobhan Dowd, Emma Shoard – 2018 Uovonero

Jim un po’ coccola e un po’ risente delle parole ripetute dalla madre come un mantra

“Non ti invischiare con nessuno dei buffer. Sono tutti uguali. A noi pavee ci odiano. Con loro fai quello che devi fare e poi vattene”.

Jim deve imparare a leggere e scrivere, tenere d’occhio Declan, che soffre di asma ed è molto fragile, e stare alla larga dai buffer. Tre dettami volti allo stesso risultato: proteggersi dai guai.

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Il pavee e la ragazza, di Siobhan Dowd, Emma Shoard – 2018 Uovonero

Siobhan Dowd ha lavorato a lungo per la protezione delle persone emarginate, in particolare per le comunità nomadi in Irlanda e in Inghilterra. In questa, che è la sua prima storia, Jim, il ragazzo protagonista viene definito “zingaro”, “rom”, per rendere appieno il tono dispregiativo cui i “non zingari” si riferiscono a lui o gli si rivolgono. Siobhan Dowd per definire Jim non sceglie né i termini di uso dispregiativo, né quelli convenzionali della stampa (“nomade”, “gitano”), opta per “pavee” che non è termine usuale né atipico. È di questa storia, suo proprio.  Jim è un pavee e i non-pavee sono buffer (termine che Sante Bandirali ha lasciato originale per conservarne la specificità).

In queste pagine abitano quindi Jim, parecchi pregiudizi, i genitori e i suoi amici pavee, i buffer, molto odio e Kit. La ragazza del titolo,che non è che sé stessa, sa leggere e ama cantare.

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Il pavee e la ragazza, di Siobhan Dowd, Emma Shoard – 2018 Uovonero

Parola dopo parola si ha la sensazione che si renderà necessario prima o poi andare altrove, cambiare, crescere. Che arriverà il momento in cui si renderà necessario farsi forza. Le illustrazioni ad acquerello di Emma Shoard insistono su questo: le pennellate non restano nei margini, valicano il confine in volute a volte piene, altre sfrangiate; raccontano i tentativi sghembi del pavee e della ragazza di liberarsi, andare oltre, cercare un cantuccio che sia solo loro in cui non aver timore di leggere una parola per un’altra, di cantare a squarciagola, di fermare la corsa della biglia della maldicenza che a furia di rotolare senza freno, finisce per imbrattare anche il vetro più brillante di polvere e fango.

È una storia dolorosa in cui i più fragili sono sconfitti dalle contingenze, in cui gli ultimi, però, conservano il coraggio di essere sé stessi, in un incrollabile equilibrio tra il perdere e conquistare la libertà. </p

51riklc7bhl._sx344_bo1,204,203,200_Titolo: Il pavee e la ragazza
Autore: Siobhan Dowd, Emma Shoard
Traduzione: Sante Bandirali
Editore: Uovonero
Dati: 2018, 101 pp., 15,00 €

Se vivi a Roma cercalo in libreria, al Giardino Incartato, in via del Pigneto 180, se invece vivi in un paesino sperduto delle Langhe o dei monti calabri Lo trovi anche sugli scaffali virtuali di Amazon.it

Miracolo in una notte d’inverno

Ad aprire la prima finestra si viene investiti dall’aria dell’estate, due bambini giocano e ritrovano per caso una scatola intagliata, molto preziosa, il cui aspetto fa presagire un contenuto altrettanto prezioso. Non riuscendo ad aprirla la portano al nonno, che riconosce in essa i nomi di due persone a lui familiari per averne sentito raccontata la storia più volte: Ada e Nikolas.

unnamedIncomincia allora a raccontare ai due nipoti la storia di un miracolo in una notte d’inverno, storia che, lo precisa, dovrebbe essere letta a dicembre, un capitolo alla volta fino alla vigilia. Ventiquattro finestre su un mondo semplice, denso d’amore e d’affetto, povero, dal fato affilato come il vento freddo dell’inverno in Lapponia.

Sin dalle prime pagine la percezione che stia per accadere qualcosa di irreparabile è forte, tutto porta nella direzione del dramma: dall’atmosfera familiare idilliaca e dolce, dai discorsi sul futuro, dl lessico rassicurante entro cui fanno di tanto in tanto capolino parole che smarriscono, mettono in allarme.

Nikolas è a casa con la sua sorellina mentre il padre e la madre, sulla spiaggia, puliscono le reti. L’inverno è inoltrato e l’isola su cui vivono è deserta, spazzata dal vento. Ada scotta, è malata. Mentre Nikolas intaglia il legno per realizzarle un regalo di compleanno i suoi pensieri sono cupi, tesi. Sente il pericolo in agguato ma non può immaginare, bimbo di cinque anni, quanto possa essere dolorosa e impietosa la realtà: il padre e la madre devono portare Ada dal medico sulla terraferma. Nikolas rimane a casa, a tenerla calda per il loro ritorno, ma loro non torneranno mai.

Si chiude qui una finestra della vita di Nikolas, dolorosissima. Ma al villaggio tutti l’hanno a cuore, non sarà mai solo e, pur soffrendo, non si sentirà mai solo… a volte la differenza è sottile.

La narrazione prosegue con un’attenzione magistrale alla crescita del bambino, al disseminare indizi dell’uomo che diventerà. Una storia incantevole, che commuove, che meraviglia che induce a riflessioni molto profonde sul’amore, e su come solo amando e lasciandosi amare senza paura di perdersi si possa vivere pienamente.

Per leggere questo libro non è necessario essere amanti del Natale e nemmeno credere nella leggenda di Babbo Natale. Questo libro è per tutti coloro che credono, trecentosessantacinque giorni all’anno, all’esistenza dell’amore puro. (Marko Leino)

81MLeMURQgLTitolo: Miracolo in una notte d’inverno
Autore: Marko Leino (Rosario Fina trad.)
Editore: Feltrinelli Kids
Dati: 2012, 15,00 €, 268 pp.

La leggenda di Sally Jones

La leggenda di Sally Jones, Jacob Wegelius - 2017, Orecchio Acerbo
La leggenda di Sally Jones, Jacob Wegelius - 2017, Orecchio Acerbo
La leggenda di Sally Jones, Jacob Wegelius – 2017, Orecchio Acerbo

È una notte senza luna e senza stelle quella in cui nasce Sally Jones. È cupo l’avvertimento: la neonata sarà colpita da molte disgrazie nel corso della vita. È indomito lo spirito selvaggio di questa gorilla in cattività. Uno spirito ingenuo e coraggioso che ama e si spende senza risparmiarsi, che corre rischi, che è colmo, e poi stracolmo, di sofferenza, delusione, tristezza e sempre capace di sollevarsi con uno strumento intelligente e forte: la speranza.

Il primo a tradire Sally Jones è il destino, che, invece di essere roseo per una gorilla deliziosa come Sally è, si prospetta tetro e senza scrupoli. Poi colei che l’accoglie dopo una traversata sotto falso nome e tempo di stenti. Quindi l’amore, che se affidato ad anime molli spesso è effimero. E di nuovo la sorte, e ancora.

La leggenda di Sally Jones, Jacob Wegelius - 2017, Orecchio Acerbo
La leggenda di Sally Jones, Jacob Wegelius – 2017, Orecchio Acerbo

Tutti questi straordinari accidenti rendono la vita di Sally Jones leggendaria, per cui mi correggo: il destino non è stato poi così crudele, probabilmente lungimirante, giacché ha permesso che un’eroina così forte e fragile avesse il proprio spazio, il proprio tempo.

Dunque Sally Jones è una gorilla, e come tutti i gorilla non avrebbe avuto nome se non fosse stata rapita da un bracconiere e poi venduta a un mercante turco senza alcuno scrupolo che la battezza alla schiavitù con questo nome per poterla far viaggiare su un cargo da passeggera, sotto mentite spoglie. Dopo essere stata “adottata” da una ricca signora con il vizio del fumo e del furto, Sally Jones diventa un’abilissima ladra, capace di raggiungere le casseforti più nascoste, di scassinare quelle blindate. Ma un malvivente, sebbene inconsapevole, deve far i conti con la giustizia prima o poi, e Sally Jones paga per tutti. Dai cornicioni di palazzi prestigiosi allo zoo la via è breve. Corde, catene, malattie, per anni. Poi l’amore, il tradimento e la fuga e il salvataggio e poi l’amicizia, di nuovo la solitudine, la malattia, la delusione. In mezzo i viaggi, tanti viaggi, i naufragi, e infine la rivalsa, quella vera, che libera e lo fa con consapevolezza, in barba al destino. Che è tale e mette un punto alla malasorte perché generosa e conscia.

La leggenda di Sally Jones, Jacob Wegelius - 2017, Orecchio Acerbo
La leggenda di Sally Jones, Jacob Wegelius – 2017, Orecchio Acerbo

Ma oltre la storia leggendaria, e l’eroina straordinaria (nel mio immaginario mancava una protagonista da affiancare a Severus Piton nel Pantheon degli eroi letterari) che sarebbero già di per sé bastanti, è il tono quello che caratterizza e connota: irriverente, spietato, tenero, ironico. Si comincia a leggere e ci si immagina seduti in poltrona a fumare la pipa, ascoltando una cronistoria via radio, balzando su al primo colpo di scena, ad ogni virata repentina. Il timbro permea ogni pagina di un velo di disincanto che proprio per essere tale incanta e avvolge.

La leggenda di Sally Jones, Jacob Wegelius - 2017, Orecchio Acerbo
La leggenda di Sally Jones, Jacob Wegelius – 2017, Orecchio Acerbo

I ritratti e le descrizioni dei più loschi figuri sono simili a quelle dei più devoti Santi, simili in maniera grottesca ai santini, s’intende iconograficamente. Incorniciati, in posa austera, con descrizione delle gesta e delle origini. Poi le mappe, per seguire Sally Brown nelle sue peripezie dall’Africa all’Asia, per le strade di Istanbul, quelle di New York, e nel Borneo. E i quadri, dall’andamento teatrale, per scene, ed epico. Puntini e linee a giocare con le ombre e la profondità, colori che rimandano a un passato di cammei invecchiati al collo di qualche nobildonna, di articoli di giornale conservati tra le pagine di un libro.

Mentre si congeda, Sally Jones, a poppa, saluta con la mano. Farei presto la sua conoscenza, ve lo consiglio vivamente.

Titolo: La leggenda di Sally Jones
Autore: Jacob Wegelius
Traduzione dallo svedese di Maria Valeria D’avino
Editore: Orecchio Acerbo
Dati: 2017, 108 pp., 16,50 €

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L’estate è dei lupi

L’estate sempre arriva e sempre mi coglie assetata di letture lunghe, seriali, che mi avvincano, che liberino i pomeriggi assolati dalle pennichelle che, sempre, mi lasciano frastornata. Per questa ho messo da parte diversi libri dei quali in parte vi ho raccontato e di cui nei giorni a venire vi racconterò, tra cui la trilogia di Maggie Stiefvater (Shiver, Deeper, Forever).

Sono letture, e scritture, che seguono determinate correnti; ci sono i momenti dei futuri distopici che sempre affascinano e coinvolgono, ci sono quelli dei vampiri, ci sono quelli dei fantasy (sempre meno, ahimè) e poi ci sono anche i lupi. I licantropi.

Preferisco i licantropi ai vampiri, da sempre, sebbene da ragazzina, quando i romanzi per giovani adulti ancora si cercavano nello scaffale dedicato al gotico, il nickname dei miei diari fosse Carmilla. Li preferisco perché adoro il momento in cui si svestono dai panni umani per divenire lupi, mi piace essere immersa in un altro punto di vista e giocare a capire se lo scrittore che me ne da la possibilità sia capace o meno di coinvolgermi.

3458902-9788817084772Ebbene, ho appena concluso il terzo e già mi pento di non avere tra le mani l’ultimo, il quarto, Sinner.

Perché c’è tutto quello cui siamo abituati: la tensione, la storia d’amore (le storie d’amore), i protagonisti eroici così come i coprotagonisti dannati. C’è davvero tutto, e inizialmente è questo, la consuetudine, la familiarità dell’appassionato del genere, che avvince, ma la visione lupesca è unica e la prospettiva pure. Poi ci si muove nei boschi di Mercy Falls.

C’è l’odore ammuffito del sottobosco, il sapore dei conigli selvatici, i cespugli che feriscono nella corsa, il fango sul quale anche gli artigli più affilati perdono la presa. Ci sono occhi gialli, verdi, marroni che non cambiano mai, che mai si spogliano della ferinità che li contraddistingue.

Il lessico è peculiare sebbene da un volume all’altro si familiarizzi molto con esso. L’unico neo, non so se sia dovuto alla traduzione o se fossero così banali già in origine, sono le canzoni. Perché il protagonista ha un talento per la chitarra. Intervengono come nei film da programmazione estiva a sospendere la narrazione, non le ho gradite.

Sam e Grace sono protagonisti assoluti della vicenda, Stiefvater ci offre la prospettiva di entrambi sui medesimi eventi, e applica la stessa tecnica anche agli altri con la stessa efficacia. Difficile non affezionarsi almeno ad uno di loro. Io non vedevo l’ora che arrivassero i momenti di Cole.

Non posso dire molto perché ogni mio accenno darebbe indizi al lettore attento e non ho intenzione di rovinare la sorpresa a nessuno, quello che consiglio è la lettura. Le vacanze sono davvero alle porte ma il tempo per aggiungere al bagaglio una bella avventura senz’altro c’è!

Shiver, Deeper, Forever e Sinner

Ombre sulla sabbia, il primo romanzo di Aidan Chambers

Fossimo nel 1968 mi ritroverei tra le mani il romanzo di un autore esordiente, Tale Aidan Chambers. Lo leggerei, lo leggerei d’un fiato e poi cercherei di scriverne meglio che potrei. Perché questo romanzo, pur essendo un romanzo di esordio, ha una maturità alle spalle che si percepisce chiaramente, riga dopo riga e che ne sottintende di futura.

C’è una sorta di isola, Marle si chiama; non lo è del tutto ma nemmeno per niente. È un lembo di terra vicino a Newcastle. Paese di pescatori d’aragoste, poche case, poche anime, un pub.

E Kevin, 17 anni, è nato e cresciuto lì, in balia delle maree. Unica sua coetanea in paese è Susan, amica che ama riamato nel tacito assenso dell’amore tra adolescenti che non ha bisogno di parole per essere lì a tener loro compagnia, a nutrirsi di corse a perdifiato, di risate coi nasi arricciati, di confidenze sussurrate. Ma Susan non è Kevin, in quel lembo di terra sta stretta, cerca lo spazio per allargare le braccia, gli orizzonti; sente di dover attraversare  il mare e guardare Marle dalla prospettiva inversa. E Kevin non saprà starle lontano.

Lacerante lasciare il nonno, che Kevin ama profondamente, lacerante ritrovarsi e poi perdersi per poi ritrovarsi ancora. Lacerante svegliarsi in luoghi stranieri per quanto paradossalmente vicini, lasciarsi il proprio quotidiano alle spalle, sfuggire al controllo di sé stessi e dei propri cliqué. Lacerante in un’unica parola è crescere, e come Chambers a raccontarlo, lo capiremmo sin da subito se fossimo nel 1968, ma lo sappiamo bene visto che siamo qui oggi, nessuno mai.

Se fossimo nel 1968, però, non potremmo leggere una nota dell’autore che parla proprio di noi, i suoi lettori italiani. Non potrei dirvi sufficientemente bene quel che ci dice per cui godetevi queste parole e, se potete, andate a incontrarlo a Bologna, perché Dal 25 al 27 maggio Aidan Chambers è in giro a incontrare i suoi lettori e le sue lettrici grazie ad Hamelin e al progetto Xanadu (oggi peraltro si rivelano i vincitori!).

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Aidan Chambers, Nota dell’autore a Ombre sulla sabbia, traduzione di Beatrice Masini, Giunti 2016

81RjJsEj7KLTitolo: Ombre sulla sabbia
Autore: Aidan Chambers, Beatrice Masini (traduttrice)
Editore: Rizzoli
Dati: 2016, 155 pp., 15,00 €

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Batte il mio cuore al ritmo del tuo passo

Questa è una storia vera, l’ho ascoltata dalla viva voce di una contastorie a me cara: Carla Ghisalberti e credo che lei ne sia venuta a conoscenza, di questa storia vera e d’amore, dalla fonte primaria, dalla protagonista. Perché, dovete sapere che, c’era una volta un corridore esperto e allenato che, per mantenere il passo della moglie, ha rallentato anche il suo, rinunciando a competere come avrebbe potuto, a una corsa lunga 5 km. Chissà se Amy Nielander conosce un verso di Camillo Sbarbaro… io l’ho visto in queste pagine silenziose, senza parole: “batte il mio cuore al ritmo del tuo passo”.

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La gara delle coccinelle, Amy Nielander – 2016, Terre di Mezzo editore

Anche questa è una storia vera: leggo La gara delle coccinelle ai miei bambini e lo sguardo furbetto della sorella maggiore, che già aveva ascoltato questa storia di battiti d’ali lievissimi e passi maldestri, si fa curioso nell’osservare la reazione del fratellino ad ogni voltar di pagina. Lui trattiene il fiato, “stop!” dice, mettendo la sua manina tra un gruppo compatto di coccinelle e un baratro, che è una piega, che è il punto in cui le pagine si incontrano. “Stop!”, dice. E poi: “Vola! Vola! Salta!”.

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La gara delle coccinelle, Amy Nielander – 2016, Terre di Mezzo editore

Suggerisce vie di fuga, gira le pagine per capire se qualcuno le aiuterà queste “tante” coccinelle.

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La gara delle coccinelle, Amy Nielander – 2016, Terre di Mezzo editore

Questa è la storia: c’è una linea di partenza, e tutto comincia lì, con ali che emergono dalla livrea quel tanto che basta a frusciare nella frenesia della gara, le coccinelle sono centinaia, ciascuna il suo colore, ciascuna la propria, perfetta, dimensione. C’è un traguardo e lì tutto finisce, la gara e la storia. In mezzo c’è un grave pericolo, un po’ di coleottera incoscienza, una corsa a perdifiato, una storia d’amore e dedizione. E questo basta, serve altro?, a comporre una storia straordinaria, emozionante, raffinata. Che io, fossi in voi, non mi perderei.

La-gara-delle-coccinelleTitolo: La gara delle coccinelle
Autore: Amy Nielander
Editore: Terre di Mezzo
Dati: 2016, 40pp., 12,90 €

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Piccola orsa, Grande Orsa è con te.

Piccola Orsa, Jo Weaver - 2016, Orecchio acerbo
Piccola Orsa, Jo Weaver – 2016, Orecchio acerbo

Il muso di Grande Orsa è illuminato dal sole e del sole di Primavera gode, occhi chiusi e naso teso verso il cielo, ad assaporarne il tepore. Grande Orsa e Piccola Orsa guardano il cielo e del cielo sembrano conservare la lucentezza di quando erano costellazioni. Grande Orsa e Piccola Orsa, che le zampetta di fianco, si muovono brillanti in terra, tra le fronde, sui prati, tra i tronchi, come se avessero, per una stagione, scelto di abbandonare il firmamento e godersi il tepore e la luce del cielo piuttosto che illuminarlo esse stesse.

Piccola Orsa, Jo Weaver - 2016, Orecchio acerbo
Piccola Orsa, Jo Weaver – 2016, Orecchio acerbo

Ogni volta che Grande Orsa deve orientarsi nel tempo guarda in su. Cerca la stella Polare mi dico, cerca conferme e conforto, un segno chiaro e familiare. Gli orsi annusano l’aria, tutti gli animali selvaggi lo fanno, ma Grande Orsa lo fa con un piglio che è unico: deciso e morbido, sapiente.

Oppure, Grande Orsa lo sguardo lo porta a terra e, sì, insegna alla sua Piccola Orsa, ma pare imparare anch’essa. Indica con gli occhi stupefatti delle api ronzanti sui fiori, con gli occhi una famiglia di ricci. Con le zampe dialoga con gli uccelli, tra i rami d’autunno carichi di frutti maturi, con una sospesa a mezz’aria ristà, in attesa che Piccola Orsa si decida a rinunciare al proprio gioco, per raggiungerla e sfuggire all’inverno.

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Piccola Orsa, Jo Weaver – 2016, Orecchio acerbo

Piccola Orsa segue, osserva, pare sorridere. Lungo una strada costellata di meraviglia. Luminescente come solo il bianco sul nero può essere, chiara come solo il nero sul bianco.

Bianco che si pone in primo piano sui fianchi delle pagine: è un soffione, sono spighe lunghe e strette, fronde sparute di cespugli, uccellini notturni. Nero che fa lo stesso e sottolinea il legame tra la madre e il suo cucciolo evidenziando le ombre, sempre distinte ma vicine, e le impronte, della madre, della figlia, assieme. In attesa che il cielo si lasci annusare e sappia di Primavera.

Piccola Orsa, Jo Weaver - 2016, Orecchio acerbo
Piccola Orsa, Jo Weaver – 2016, Orecchio acerbo

È da molto tempo che non lo affermavo con tanta certezza: questo è un albo che non può mancare nella libreria dei vostri bambini. È un libro urgente, che muove con intensa calma, che svela intimità profonde, che le rende universali e fortissime. Di rara raffinatezza e cura editoriale. Splendido.

Su Lettura Candita di Carla Ghisalberti, che peraltro è autrice della traduzione, scopro un po’ della storia di Grande Orsa e Piccola Orsa quando ancora erano Big Bear e Little One. Andate ad annusare, l’aria da quelle parti è deliziosa.

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Autore: Jo Weaver
Editore: Orecchio Acerbo
Dati: 2016, 32 pp., 16,00 €
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Chissà dove sta la libertà?

La prima cosa che ho pensato, leggendo Chissadove, è che fosse la storia di un genitore (nella fattispecie di un padre) e di un figlio. La storia di un papà che vede andar via verso chissà dove i suoi bambini. Tutti, tranne uno. Più fragile, forse, meno coraggioso, forse, più pigro, anche… forse. E verso quel bambino si sente nella posizione, ben radicata, di dover proteggere, di dover indirizzare, di dover guidare.

Chissadove, Cristiana Valentini, Philip Giordano - 2015, Zoolibri
Chissadove, Cristiana Valentini, Philip Giordano – 2015, Zoolibri

Il padre in questione sarebbe stato, ovviamente, l’albero, il figlio un seme. Ebbene, continuerò a parlare di padri e di figli, di alberi e di semi, sebbene ritenga che la tenera, e un po’ prevaricante, dinamica instaurata tra i due si ramifichi e sbocci in tanti e diversi contesti: quello dell’amicizia, per esempio, quello della scuola.

Chissadove, Cristiana Valentini, Philip Giordano - 2015, Zoolibri
Chissadove, Cristiana Valentini, Philip Giordano – 2015, Zoolibri

C’è dunque un albero, dalla chioma folta e dal tronco ben piantato chissà dove. In un posto che per quello specifico albero frondoso si chiama “casa”. Tra i suoi rami crescevano tanti semi impazienti soprattutto di crescere per poter parlare di parole bislacche e cortesi. Un giorno in cui il vento è un po’ più frizzante del solito i semi si staccano dall’albero e partono, alla ricerca di un posto in cui mettere radici. Chi con la sciarpa, chi col cappello, chi come madre natura l’ha fatto. Tutti sorridenti. Tutti, incluso uno che resta ben saldo sul suo ramo, guardando gli altri allontanarsi verso chissadove, perdendo il vento. Forse stava semplicemente pisolando in quel preciso momento del distacco, forse era un seme meditabondo,  forse era distratto, o forse non amava seguire il vento percorso da tutti gli altri. Il fatto è che il suo tergiversare induce l’albero a porsi tante domande e a darsi delle risposte non richieste, in una parola a intromettersi. Un po’ amando il fatto di non essere solo, un po’ egoisticamente, l’albero

che aveva il cuore di tenero ciliegio, e poca memoria, pensò che sarebbe stato bello avere compagnia, su quella collina deserta e gli disse: solo un giorno!

Di giorno in giorno, passa il tempo e il seme rimane, immobile, fermo. Fino a che uno sfortunato accidente pone fine agli indugi e, sciarpa o non sciarpa, calzini o scalzo (che poi i semi i piedi nemmeno li hanno), il piccolo seme parte da solo per crescere chissadove.

L’albero è fatto da linee e punti, e così i semi. Tratti leggeri che circoscrivono lo spazio bianco, lo contengono, dando luogo a immagini ariose e ricche di luce. Predominano il bianco e il nero, dunque, con venature rosse. Ma i nasi, no. Quelli, forse per lasciar intendere di futuri e intensi profumi, li conoscono tutti. Pronti ad annusarli ad uno ad uno, i colori di chissadove.

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Autore: Cristiana Valentini, Philip Giordano
Editore: Zoolibri
dati: 2015, 32 pp., 15,00 €

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