La bambina di vetro

Ho letto questa storia diversi giorni fa. Mi ha colpita, l’ho lasciata decantare. Oggi ne scrivo pienamente convinta che, paradossalmente, la sua forza stia nella fragilità della bambina protagonista, che non è solo della sostanza di cui è fatta, ma anche del suo porsi nei confronti di ciò che la circonda, incrina, ferisce.

La bambina di vetro, Beatrice Alemagna - 2020, Topipittori
La bambina di vetro, Beatrice Alemagna – 2020, Topipittori

Eppure proprio la consapevolezza di non essere infrangibile, la rende fortissima, le dà piena coscienza di sé, le conferisce la libertà di essere in nessun altro modo. Di lei sappiamo tutto, specie i suoi più intimi pensieri, le sue sensazioni, piacevoli o sgradevoli, tutte.

L’incipit è meravigliosamente rodariano:

Un giorno, in un villaggio vicino a Bilbao e a Firenze, nacque un bambino di vetro. Anzi una bambina

In un tempo non ben definito in un luogo che potrebbe essere ovunque, nasce un bambino. Anzi, una bambina che è senza nome ma della quale impareremo a conoscere, a vedere, ogni dettaglio. L’indefinito si mescola con l’indefinibile e con il concreto in una palpabile sfuggevolezza che è segno distintivo di tutte le storie di Rodari e di quelle che, come in questo caso dichiaratamente, ad esse si ispirano (La bambina di vetro si ispira a Giacomo di Cristallo, storia edita da Edizioni El,  con le illustrazioni di Vitali Konstantinov).

La bambina di vetro, Beatrice Alemagna - 2020, Topipittori
La bambina di vetro, Beatrice Alemagna – 2020, Topipittori

Quando non acquisisce le tinte delle cose cui si sovrappone, diventando finestra su ciò che la circonda oltre che su se stessa, la bambina è del colore dell’aria, dell’azzurro trasparente dell’acqua. A volte il suo corpo  è trapuntato, a volte si fa tappezzeria; sempre ben illustrati, in immagini o ritagli, i suoi pensieri. Sulle prime il fatto che fossero esposti non le dava fastidio, eccezion fatta per quei pensieri rabbiosi che le incrinavano il corpo, e facevano inorridire gli altri attorno. La difficoltà di stare in mezzo alla gente con il cuore scoperto, per la bambina si fa sempre più insostenibile, per cui decide di partire. Ma nessun posto la accoglie, da tutti si sente respinta, fino al momento in cui accoglie se stessa, si esplicita il suo nome, diventa Gisèle, trasparente, incrinata, perfetta.

La bambina di vetro, Beatrice Alemagna - 2020, Topipittori
La bambina di vetro, Beatrice Alemagna – 2020, Topipittori

Le pagine trasparenti che sono espediente narrativo, significanti, e che al contempo citano il Più e meno di Munari, con un soffio lieve di sovrapposizione o di sottrazione, raccontano, rendendo quasi palpabile la condizione di Gisèle, in una alternarsi di leggerezza dei materiali e profondità di senso.

Topipittori_La-bambina-di-vetro_CoverTitolo: La bambina di vetro
Autore: Beatrice Alemagna
Editore: Topipittori
Dati: 2020, 32 pp., 20,00 €

Si narra di cinque cosi malfatti (ma siamo molti, molti di più)

Ne parlo quando in rete ne hanno già parlato tutti; quando tutti già sanno quanto splendido, meravigliosamente splendido, sia “I cinque malfatti” di Beatrice Alemagna. Ma io ho bisogno di aver vissuto un albo prima di esprimermi e tradurlo nelle mie considerazioni. E questo l’ho vissuto (Ah! Se l’ho vissuto!) quest’estate. Ha conosciuto spiagge pietrose, altre candide e rilucenti al sole; si è macchiato d’erba, nell’angolo in basso, un po’ sbucciato, si è tinto di rosso sugo; e oggi nella mia casa di tanto in tanto risuona una vocina che rimanda a memoria: erano cinque. Cinque cosi malfatti. Per poi leggerlo tutto, dalla prima pagina all’ultima, pur senza saper leggere nulla se non il proprio nome.

Nel momento in cui ho letto per la prima volta questa storia ho capito che tra le pagine (quelle sì) ben distese, dalla cura editoriale e tipografica impeccabile, tutta quell’imperfezione mi avrebbe presa in un vortice di ammirazione e affetto. Ammirazione per chi, autore, riesce a rendere così profondamente il senso dello star bene al mondo e con sé stessi, ammirazione per questi cinque cosi tanto malfatti che nel mondo si muovono capovolti, molli, ingenui, disinvolti, sereni; affetto per i momenti, le ore, che mi avrebbe donato nel tempo a venire. Io sono sempre riconoscente verso coloro che mi regalano tempo sereno e intenso.

I cinque malfatti, Beatrice Alemagna - 2014, Topipittori
I cinque malfatti, Beatrice Alemagna – 2014, Topipittori

Beatrice Alemagna è un’autrice, nel senso pieno che questa abusata parola merita. Sue la narrazione per immagini, sua la narrazione per mezzo del testo. Impeccabile il secondo, ricco di colpi di scena, di momenti di stasi che paradossalmente divengono azione, di ironia, di dolcezza e candore; zeppo di attenzione e gioco, divertente e pieno. La prima, beh… tutto inizia con una doppia pagina di presentazione: i cinque malfatti dormono, ci accolgono nel più intimo dei loro momenti, così ci si presentano, inermi. E noi ne apprezziamo la semplicità, con riconoscenza lo sguardo si ingentilisce e pur nota il disordine, l’imperfezione sotto le coperte latente.

Il primo dei cinque era bucato, il secondo piegato, il terzo molle (e giù risate a pancia piena e nasi arricciati), il quarto capovolto e il quinto… lasciamo perdere! In cinque vivono in una casa sbilenca, cadente, anch’essa malfatta, ma non se ne preoccupano.

I cinque malfatti, Beatrice Alemagna - 2014, Topipittori
I cinque malfatti, Beatrice Alemagna – 2014, Topipittori

Tra i cinque malfatti due sono divenuti il mio ideale giacché nell’ambire ad avere le loro imperfezioni potrebbe risiedere la chiave di una me migliore. Il bucato (chissà perché senza buchi in copertina) che grazie ai suoi buchi si lascia passare attraverso la rabbia ma anche la delusione, credo, le aspettative disattese, i rimpianti, la tristezza, per vederli in tutta la loro grigia e fumosa consistenza, osservarli dissolversi e non pensarci più. Il piegato, che conserva mille e mille ricordi tra le sue pieghe e ogni volta che lo desidera li dispiega, li svolge tutti assieme e ne gusta ogni momento. Come me così i bambini trovano ciascuno il suo malfatto preferito (in casa nostra è il molle), ne considerano i difetti, ci riflettono, a volte rimuginano, poi ci ridono su, capaci di fare ironia anche su sé stessi.

I cinque malfatti, Beatrice Alemagna - 2014, Topipittori
I cinque malfatti, Beatrice Alemagna – 2014, Topipittori

I cinque piuttosto che rimediare, che raddrizzare, preferiscono ciondolare, sorridere di loro stessi e fare a gara su chi tra di loro possa essere quello più malfatto. Poi arriva l’eroico, il perfetto, la nota armonica e dissonante che tutto permea della propria immota perfezione. Tutto rischia di tradire e travisare. Si tratta di un essere bellissimo, liscio, con tutte le cose al posto giusto e una lunga, fulgente treccia rossa. Manco avesse un piano manageriale già pronto in tasca comincia a valutare competenze e attività dei cinque malfatti giungendo alla conclusione che no, non va affatto bene. Hanno bisogno di un progetto quei cinque, di un’idea soprattutto, che possa limare le loro macroscopiche imperfezioni.

I cinque però, e noi che così imperfetti li amiamo, lo sappiamo bene, si piacciono così. Non soffrono i propri difetti, con essi piuttosto convivono in piena consapevolezza e anzi, grazie ad essi vivono con più serenità e pienezza. E tanti saluti al perfetto, la cui fine è anche quella dell’albo e qui, chiaramente non vi svelo.

I cinque malfatti, Beatrice Alemagna - 2014, Topipittori
I cinque malfatti, Beatrice Alemagna – 2014, Topipittori

Malfatti-copTitolo: I cinque malfatti
Autore: beatrice Alemagna
Editore: Topipittori
Dati: 2014, 40 pp., 20,00 €

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Roarrr! Ruggì il leone e ci indicò la strada

Un leone a Parigi, Beatrice Alemagna - Donzelli

Lo sguardo malinconico e annoiato di un leone si sofferma su una fila di formiche, nell’assolata savana. È questa l’immagine raccontata nella tavola d’apertura di Un leone a Parigi, albo illustrato per bambini, che, raccontando una storia di sentimenti universali e facendolo con raffinatezza di tratto, di colori e tecnica, ben s’addice anche al gusto degli adulti.

Un leone a Parigi, di Beatrice Alemagna- Donzelli
Un leone a Parigi, di Beatrice Alemagna- Donzelli

Il leone non ha un nome ma già dalla prima immagine si scopre svestito della nomea dietro cui di solito si ripara e protegge: non è più la belva feroce e selvaggia, dall’atteggiamento regale e distaccato, temuta da tutti e da tutti ossequiata. È un essere sensibile, toccato dalla nostalgia, che, per sfuggirle, decide di partire alla volta di una terra straniera, di un posto nuovo. Sceglie Parigi e vi arriva in treno, senza alcun bagaglio. Alla stazione di questa grande città s’aspetta di seminare il terrore, in realtà con stupore e tristezza s’accorge di passare del tutto inosservato, nemmeno quando, in una tavola splendidamente resa, si abbandona a un tragico ruggito, riesce a occupare il centro dell’attenzione di qualche passante; nessuno lo nota, qualcuno lo guarda di sfuggita riportando poi gli occhi alla pagina del giornale in cui erano assorti o a incontrare i nostri colpendoci per l’intensità con la quale questo sguardo abbandona la pagina stampata per fissarsi nel nostro.

Un leone a Parigi, di Beatrice Alemagna- Donzelli
Un leone a Parigi, di Beatrice Alemagna- Donzelli

Il leone continua a passeggiare per le vie di Parigi, piove, tutto si fa grigio e balugina di tristezza. Poi s’imbatte in un fiume che taglia in due la città e nel suo specchio trova il conforto del proprio sorriso da Gioconda. Lo stesso che incrocia al Louvre e che lo seguirà donandogli un istante di tenera profondità.

Un leone a Parigi, Beatrice Alemagna - Donzelli
Un leone a Parigi, Beatrice Alemagna – Donzelli

Mentre si fa largo nel suo animo una nota di tintinnante serenità, la sera è sempre più dolce del giorno, giunge a un incrocio: un piedistallo vuoto sembra messo lì apposta perché lui possa balzarvi su e sciogliersi in un lungo ruggito di gioia. “«Questo è il mio posto » pensò il leone sorridendo. Guardò lontano e decise di restare. Immobile e felice”.

Proprio la felicità del leone della piazza Denfert-Rochereau ha ispirato Beatrice Alemagna, autrice e illustratrice di questa storia.

E fortunato questo leone che, dopo un coraggioso e difficile percorso di crescita, riesce ad approdare a un posto che riconosce come il proprio e nel quale riesce a vivere con serenità. È lo scopo di molti, raggiunto, forse, da pochi.

I collage eleganti e intensi con i quali Beatrice Alemagna arricchisce le tavole tinteggiate di colori freddi conferiscono al tono della storia una forza epica che grazie al caldo ocra del leone esplode lasciando tracce di un vigoroso senso di speranza. E per riuscirci c’è bisogno di fantasia e maestria; non a caso Beatrice Alemagna è stata premiata come migliore illustratrice col Premio Andersen “per essere una delle voci più alte e significative dell’illustrazione europea. Per la ininterrotta volontà di ricerca, di sperimentazione e di confronto. Per il fascino ora discreto ora intenso delle sue magnifiche illustrazioni”.

818q7qqmmnlTitolo: Un leone a Parigi
Autore: Beatrice Alemagna
Editore: Donzelli
Dati: 2009, 32 pp., ill., 24,00 €

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