La collina dei conigli

49946751_1988287817915599_3035528824335892480_n.jpgLa collina dei conigli di Richard Adams è uno dei miei romanzi preferiti. Un gruppo di conigli si sposta dalla conigliera che ha sempre conosciuto alla ricerca di una nuova casa, più sicura, lontana dalla minaccia dell’uomo. Le vicende dei conigli sono permeate da un’atmosfera umida, fatta di sottobosco, colline, ruscelli, tipica del paesaggio rurale dell’Inghilterra meridionale. Lo sparuto gruppo, guidato dal coraggioso Moscardo e dal mite e fragile Quintilio, fronteggia con alterni successi insidie e difficoltà rappresentate spesso dagli uomini ma altrettanto spesso, e più minacciosamente, dai propri simili. I conigli che desiderano arrivare alla loro collina però hanno uno strumento in più: le visioni di Quintilio.

Gli incubi di Quintilio che sono presagi, sono avvertimenti, si sfumano in bruma e permeano tutta la realtà; l’epica degli eventi che guida i passi dei conigli tutti; la mitologia che li condisce e ammanta di valenze mistiche e si traduce nelle regole ferree dell’Asla e dei rituali oliati dal tempo.

E da qui, da questa bruma fatta di visioni e miti prende il via il romanzo, così come la miniserie in quattro parti, prodotta da BBC e Netflix. Avevo già visto il film (e poi la serie successiva ad esso) del 1978, per la regia di Martin Rosen, e ne ero rimasta profondamente colpita per la sua crudezza. I conigli affrontano battaglie cruente e dolorose e nel film traspare vivamente la volontà di comunicarlo in maniera esplicita. Ci fu una grande polemica proprio perché fu spacciato come film per bambini quando invece non lo è affatto, per contenuti e modi. Del resto Il romanzo di Richard Adams non è un romanzo per bambini, molto più adatto a giovani adulti.

Mi sono avvicinata a questa miniserie, quindi, con molte aspettative, soprattutto per le possibilità di resa grafica che sono proprie di questi tempi, e l’inizio mi ha illuminata: straordinario, poetico, raffinato. Il seguito va senza infamia e senza lode, per quanto certamente non dello stesso livello di qualità dei primi fotogrammi. E sì, credo che sia adatto alla visione da parte di bambini e bambine dai 10 anni. Non ci sono i temibili scontri all’ultimo sangue (propriamente all’ultimo sangue) così cupi e disturbanti del film. Restano, ma l’angoscia e la crudeltà non sono esplicitamente mostrati. Mentre rimane la presenza del coniglio nero, reale e concreto nel suo essere rarefatto, di un altro mondo. E ci sono tante coniglie, con una loro bella personalità e non solo atte alla procreazione. E poi i conigli di Efrafa; senza di essi  né Moscardo-Ra né parruccone brillerebbero del coraggio di cui rilucono e grazie al quale fronteggiano e rompono le fila di una società crudele e dittatoriale, agli ordini del generale Vulneraria, antagonista dalla personalità complessa e imponente.

Spero che questa serie sia l’occasione per riprendere in mano il romanzo o per scoprirlo.

In questo trailer un assaggio del bell’incipit che vi raccontavo.

Watership Down, miniserie in 4 episodi, Netflix, BBC, direttore Noam Murro

La collina dei conigli, libro di Richard Adams, Rizzoli, prima edizione 1975
389 pp.

Tucano il tucano

C’era una volta un uccello che non aveva un nome ma aveva un peso.

Quanto pesa esattamente un uccello tutto nero, ad eccezione degli occhi, bianchi, non saprei dirlo; certo è che la sua rappresentazione in mezzo alla natura è tutta volta a sottolineare che esso esiste, c’è, a dispetto dell’essere senza nome.

Sin dalla copertina, che replica esattamente colori e consistenze originali del 1964, anno in cui questo che è il primo libro di David McKee è stato edito per la prima volta, il nostro protagonista sta appollaiato sullo stelo di un fiore e quest’ultimo si piega quasi ad angolo retto, segnando i confini di uno spazio separato quasi esattamente a metà: una occupata dai fiori, l’altra dal fiore trespolo e dal nostro protagonista dal becco imponente. Ma soprattutto si piega, segnando una condizione che è quella di un essere con un peso e una grande, consistente, solitudine.

Tucano il tucano, di David McKee - 2017 Lapis edizioni
Tucano il tucano, di David McKee – 2017 Lapis edizioni

L’uccello, dalla copertina percorre le risguardie a passo deciso ma meccanico, attraversa un frontespizio fatto di un sole rosso che è tagliato a listarelle dalla consistenza di tronchi dalla corteccia a motivi geometrici, per poi appollaiarsi su quello che sembra il ramo di un banano, piegandolo a semicerchio e posizionandosi nel mezzo della pagina, artigli ben ancorati al ramo, sguardo piuttosto fisso, becco che si staglia imponente, nessun nome.

Gli altri animali, che invece un nome ce l’avevano, ridevano di lui. E questo lo faceva soffrire molto.

Lasciandosi le risate di scherno alle spalle, parte. Perché del proprio fato prima o poi ciascuno deve prendere le briglie. Perché ha bisogno di una storia. Di scrivere la propria.

Tucano il tucano, di David McKee - 2017 Lapis edizioni
Tucano il tucano, di David McKee – 2017 Lapis edizioni

Con l’aiuto delle parole che tipograficamente l’aiutano a scalare una montagna, con il becco di nuovo ben puntato in avanti (nelle pagine prima s’era decisamente abbassato per la mortificazione), che si avvicina, temerario, al confine della pagina, al suo taglio, impavido. Arrivato in città, prova con ostinazione e scarta con consapevolezza tutto quanto per competenza e attitudine non gli si confà, e trova infine un lavoro che svolge con entusiasmo, che gli si addice.

L’entusiasmo sarà la carta vincente che segnerà il passaggio tra il passato e il presente, tra la cattiva e la buona sorte, tra la rigidità dei movimenti e la libertà di questi ultimi. Tra l’avere e il non avere un nome.

Tucano il tucano, di David McKee - 2017 Lapis edizioni
Tucano il tucano, di David McKee – 2017 Lapis edizioni

Portava le lattine di vernice da un posto all’altro con il becco, questo il suo lavoro. Two can, due lattine, impresa non da poco, possibile solo grazie al suo lungo becco.

Fu così che diventò Two Can

E con un nome – finalmente! – si sente capace di tutto, anche di portarne tre, di lattine.

Finalmente si scioglie in ruzzoloni che innescano un fortunato accidente: la vernice gli si versa addosso tingendo indelebilmente le sue piume. Non realizza, sulle prime, la fortuna che gli è capitata, teme di aver fallito è ancora rigido. E torna indietro, ripercorre i suoi passi, e stavolta le parole ,che all’andata l’avevano spinto per dargli forza, lo abbracciano, lui nel mezzo, loro ai lati, a sostenerlo mentre scala, di nuovo, la montagna.

Tucano il tucano, di David McKee - 2017 Lapis edizioni
Tucano il tucano, di David McKee – 2017 Lapis edizioni

Al ritorno, però, ha un carico d’esperienza su di sè, e un nome. Two can.

Non svelo nulla di come nel concludersi si apra questo albo. Vi racconto solo di un uccello con un nome, e un peso che piega gli steli e i rami, che ride con gli altri animali a becco aperto e alto.

Titolo: Tucano il tucano
Autore: David McKee
Traduzione: Alessandra Valtieri
Editore: Lapis edizioni
Dati: 2017, 28 pp., 13,50 €

Alla libreria Il Giardino Incartato in via del Pigneto a Roma o

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Olly va a sciare

14 dicembre 2016. #AkAdvent

C’è una cosa che in questi ultimi mesi mi è mancata, nel panorama della letteratura per l’infanzia destinata a bambine e bambine tra i 7 e i 9 anni, ed è una cosa decisamente pregnante: le storie. Anzi, probabilmente si tratta di anni e non di mesi.

Per questo quando ne trovo di belle e che rispondano alla mia sete come farebbe un bel bicchiere d’acqua fresca (e non una bibita zuccherosa e piena di coloranti) mi affretto a scriverne. Quella di oggi lo è, una storia, una storia dissetante, intendo.

<em>Olly va a sciare</em>, Elsa Beskow, LO editions
Olly va a sciare, Elsa Beskow, LO editions

Si tratta di una fiaba di Elsa Beskow che il prossimo anno compirà 100 anni, ed è buffo che una fiaba centenaria sia oggi molto più fresca di altre tanto piùgiovani di lei: Olly va a sciare, si chiama.

Prima di raccontarvi di Olly e della sua avventura è necessario, però, che io vi dica che Elsa Beskow (1874-1953) è la più celebre autrice svedese di libri per bambini, è la Rodari di Svezia, la sua Beatrix Potter. Generazioni di bambini si sono nutrite con la sua penna e la sua matita, sempre attente alla natura, alla bellezza, all’armonia. E infatti questo albo è intriso di un realismo magico che vive della fantasia pura, quella dei bambini, e in essa si cura e rinnova.

Olly è un bimbo che in inverno desidera andare sugli sci, un bel paio di sci ricevuti in regalo e non ancora provati, perché l’inverno tarda ad arrivare.

Alla fine l’inverno arrivò. Un paio di settimane prima di Natale la neve iniziò a cadere a grandi fiocchi e nevicò per due giorni e due notti di fila così che tutto venne avvolto da una pesante coltre bianca.

E, c’è bisogno di dirlo?, Olly indossa i propri sci e va, va verso il bosco. Cappello di lana rosso e giacchetta blu, spessi calzettoni e guanti caldi, Olly si addentra nel bosco e mano a mano che cammina, che scia, il bosco diventa più bello; un luogo reale in mezzo al quale sciare diventa per Olly talmente splendido da sembrare una fiaba, da dargli l’impressione di aver varcato la soglia del giardino del Re dell’Inverno. La fantasia si nutre di bellezza, lo dicevamo, e in quel bosco innevato, che è il giardino del Re d’Inverno, Mastro Gelo Olly lo incontra davvero.

E così s’incamminarono attraverso il bosco, Mastro Gelo davanti e Olly dietro.

Alla volta del castello del Re. Sulla strada, però, Olly comincia a starnutire, la neve si fa acquosa, dai rami cadono goccioline. Si aggira da quelle parti una vecchina che Mastro Gelo s’affretta a scacciar via, in malo modo; è la Signora Sgelo, piuttosto in anticipo sui tempi.

Mentre Olly continua a sciare, lo immagino, sovrapensiero, con lo sguardo rivolto a tutto e nulla; immagina bambine attorno al focolare intente a ricamare guanti, anziani lapponi che cuciono stivali di cuoio e poi immagina loro e lui, il bimbo Olly, giocare assieme nella neve. Infine, al momento di tornare a casa, Mastro Gelo riaccompagna Olly al margine del bosco, e lì rimane a salutarlo da lontano, senza varcare la soglia del sogno e affidandolo ai nostri occhi di lettori grati.

51vfptgcfdl-_sx383_bo1204203200_Titolo: Olly va a sciare
Autore: Elsa Beskow (Caroline Kocjancic Trad.)
Editore: LO editions
Dati: 2016, 26 pp., 14,00 €

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Furbo, il Signor Volpe

In una vallata ci sono tre fattorie; Olio alleva polli, Lupino oche e anatre, Pertica tacchini e mele. Cattivi nella media degli allevatori, ricchi. Molto.

Furbo Signor Volpe, Roald Dahl, Quentin Blake, Nord Sud
Furbo Signor Volpe, Roald Dahl, Quentin Blake, Nord Sud

Poco distante, su una collinetta, un albero;  sotto all’albero una famiglia di volpi, papà volpe, mamma volpe e i loro quattro volpacchiotti, avevano scavato la propria tana, perché le volpi, questo tenetelo a mente perché servirà dopo, sanno scavare benissimo.

Furbo Signor Volpe, Roald Dahl, Quentin Blake, Nord Sud
Furbo Signor Volpe, Roald Dahl, Quentin Blake, Nord Sud

Quotidianamente il Signor Volpe, col suo bagaglio volpino di furbizia e intelligenza, fa un’incursione in una delle tre fattorie, a seconda di quello che il menù della Signora Volpe prevede. Ma la pacchia dura fino a quando i tre fattori non decidono di dargli la caccia, di sterminarlo. Intanto il Signor Volpe ci rimette la bellissima coda, poi… beh… l’avventura è rocambolesca, ironica e divertente. Fossi in voi non me la perderei. Illustrato in bianco e nero da Quentin Blake, da questo libro di Roald Dahl è stato tratto il film Fantastic Mr. Fox di Wes Anderson.

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Titolo: Furbo, il Signor Volpe
Autore: Roald Dahl, Quentin Blake
Editore: Nord Sud
Dati: 87 pp., 2007

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Il Natale di Pippi

Quando ho parlato di Astrid Lindgren su questo blog ho sempre considerato altro, non ho mai parlato di Pippi, Pippi Calzelunghe; probabilmente perché troppo invaghita della lentigginosa bimba dalle calze spaiate o forse perché tanto si è detto di Pippi da temere di aggiungere al già detto del già sentito, appunto. Non lo so, so soltanto che oggi, Natale alle porte, non posso trascurare la pubblicazione da parte de La Nuova Frontiera Junior della storia del Natale di Pippi.

il natale di pippi - Ingrid Nyman, Astrid Lindgren

Ricordo chiaramente la malinconia dell’episodio natalizio del telefilm e mi aspettavo che questo albo conservasse la stessa sensazione, sebbene ricordi anche che proprio quella sensazione mi intristì moltissimo da bambina per la scoperta della solitudine in cui la strampalata Pippi, magica, ricchissima, e forzuta ma comunque bambina, si ritrovava a vivere.il natale di pippi - Ingrid Nyman, Astrid Lindgren

Invece questo albo non è affatto permeato da quella triste malinconica che era nella mia memoria: Pippi organizza per i suoi amici una festa del Dopo-Natale. Una festa piena di dolciumi, con un bellissimo albero e luminose candele in perfetto stile Pippi Calzelunghe. In questa festosa macrostoria si innestano cinque avventure: la prima, molto intensa, ha per protagonista un bimbo che, nuovo nel quartiere, risente dello spaesamento del non conoscere nessuno. Pippi, naturalmente, saprà come farlo sentire a proprio agio. E poi alla festa di Pippi arriverà un cagnolino, una slitta e persino la scorbutica signora che non ama i bambini ma adora le torte alla panna.

Un albo che racchiude in sé la magia delle feste natalizie, l’irresistibile tenerezza di Pippi e lo stile inconfondibile di Astrid Lindgren.

Titolo: Il Natale di Pippi
Autori: Astrid Lindgren, Ingrid Nyman
Editore: La nuova Frontiera Junior
Dati: 2012, 36 pp., 14,00 €

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Il tondo

Il tondo, Iela Mari - 2014, Babalibri
Il tondo, Iela Mari – 2014, Babalibri

Tondo: Di forma circolare, cilindrica, sferica, o tendente a tale forma; è quindi lo stesso che rotondo, ma più pop., e può esprimere minore regolarità di contorni.

Che a dirla così, procedendo per definizioni, una cosa così compiuta, equilibrata, piena come il tondo assume un senso piuttosto noioso. Sarebbe un peccato descrivere un tondo. Sarebbe riduttivo star a parlarne. Meglio illustrarlo, illustrare il tondo e tutte le cose tonde. Dando a ciascuna un proprio spazio, l’importanza di una pagina intera, la sottolineatura del testo coinciso, la voce dei colori netti, come i tondi contorni.

Il tondo, Iela Mari - 2014, Babalibri
Il tondo, Iela Mari – 2014, Babalibri

Io la riporto, l’idea. Ma non è mia, purtroppo. È piuttosto di Iela Mari. Il Tondo, assieme a C’era una volta un riccio di mare (editi entrambi nel 1974 da Emme Edizioni di Rosellina Archinto), sono gli unici due libri in cui questa straordinaria autrice ha voluto regalare un po’ di spazio alle parole. I suoi libri ne sono privi, si tratta di una scelta programmatica di ricerca di un linguaggio immediato e universale dai molteplici toni e dalle molteplici interpretazioni. Qui ne Il tondo, invece, si sottolinea, si puntualizza: è evidente, la palla è tonda; così come tonda è la luna, quando ci si concede agli occhi, anch’essi tondi, piena. Tondo è il bottone, tonda è la ruota. Via via le immagini si susseguono, il bimbo lettore le scorre, le segna col dito. Poi ritorna sui suoi passi, nota che oltre ad essere tonde alcune cose hanno altre affinità (la ruota e la fetta di limone, per esempio, hanno entrambe i raggi…) e infatti stanno assieme, si mostrano tonde e brillanti nella loro geniale semplicità, e i bimbi la colgono, e ne vanno fieri. Partecipano a questo rotolare lieve di idee che dagli astri distanti via via attraversano la realtà per mezzo di oggetti comuni per poi concludere con il simbolico, l’astrazione del cerchio, della lettera “o”.

Il tondo, Iela Mari - 2014, Babalibri
Il tondo, Iela Mari – 2014, Babalibri

Altri tondi qui.

IlTondo copTitolo: Il tondo
Autore: Iela mari
Editore: Babalibri
Dati:2014, 20 pp., 8,00 €

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Nel bosco dei classici della letteratura per l’infanzia

Nel Bosco, ancora una volta mano nella mano con Anthony Browne. E stavolta questa è l’eccezione che conferma la mia personale regola: non c’è nulla, ma proprio nulla, che in questo albo non mi sia piaciuto. Anzi, senza timore di esagerare, mi sento di anticiparvi che questo è uno di quegli albi che non può assolutamente mancare nella libreria dei vostri bambini. E per svariate ragioni. La prima è certamente che è un prodotto autoriale, completo, sfaccettato, profondo come certi sottoboschi, e, come certi sottoboschi, profumato, fresco, ombreggiato e al contempo freddo, buio, umido. La sua completezza ristà proprio in questa duplice lettura che diviene duplice voce e duplice visione.

Nel bosco c’è un bambino che no, non si è perso, ma ha smarrito la propria serenità a causa del fatto che il suo papà non è più a casa. Una notte ha fatto un incubo, un incubo dal senso vago ma spaventoso, e l’indomani a colazione il papà non c’era e la mamma, triste, non era capace di spiegazioni. Il bimbo allora mette su carta la propria ansia: “papà, torna a casa”, scrive su decine di bigliettini che appende un po’ ovunque in casa, manifestando la propria apprensione. Fino a quando la mamma non gli chiede di portare una torta alla nonna malata; “Non andare nel bosco”, si raccomanda la mamma, invitandolo piuttosto a prendere la strada lunga. Ma per una volta il bambino disobbedisce, e nel bosco si infila e anche di fretta, deve far presto a tornare a casa, non si sa mai, il papà potrebbe tornare.

E mentre attraversa il bosco, il bambino immagina e dà un luogo concreto alla propria immaginazione, trasponendo sul sentiero che sta percorrendo fiabe e personaggi fantastici, con i quali dialoga, di fretta; ai quali sfugge; con i quali non si intrattiene a lungo, preda com’è della propria paura: il papà potrebbe tornare e non lo troverebbe a casa. Si tratta di Jack, e tra i tronchi degli alberi come armati di spine intravediamo una pianta di fagiolo, una mazza chiodata da gigante; si tratta di Riccioli d’oro, bambina egoista e affamata, e tra gli alberi del bosco passano una dietro l’altra le ombre dei tre orsi che lasciano incustodita la loro casetta; si tratta di Hansel e Gretel, con un’ascia da boscaiolo ancora piantata in un tronco e in lontananza, tra il fitto dei rami, una casetta di pan di zucchero e una gabbia. Ma il momento più profondo, quello in cui il bimbo deve fare i conti con se stesso e le proprie preoccupazioni e decidere se restare in questo mondo fiabesco e metaforico o affrontare la realtà (un po’ come avviene per Max Nel Paese dei mostri selvaggi di Sendak, del quale peraltro tracce e ispirazioni questo albo è disseminato come ghiande nel bosco): appeso a un albero trova un cappottino rosso che spicca nel grigio spettrale del bosco; alla sua vista il bimbo ha come un’illuminazione: comincia a passare al setaccio tutti i ricordi, tutte le tracce lasciate dalle fiabe nella propria memoria, alla ricerca di quella giusta che potrebbe salvarlo dalla presenza angosciante che sente alle sue calcagna. Si tratta del lupo di Cappuccetto Rosso, e per noi che leggiamo è evidente. Ma il terrore e l’ansia, la premura, appannano la mente del bambino e la affollano di altri elementi che complicano i passi: scarpette perdute e abbandonate, fusi, torri altissime, gatti con gli stivali e, in lontananza, un principe a cavallo. Si tratterà del principe azzurro destinato a svegliare col suo bacio qualche principessa o piuttosto è il suo papà che torna (torna dalla guerra? La tavola iniziale con il soldatino di piombo è un indizio di questa mia supposizione o introduce l’elemento fiabesco che permea la storia?) ad abbracciare lui, ad abbracciare la mamma?

Il bimbo si scuote e fugge, tremante arriva a casa della nonna e, in un’atmosfera surreale e carica di tensione, bussa. Dall’altra parte della porta potrebbe esserci la nonna, o il lupo, oppure un lieto fine che non si spiega, non avrebbe ragione di esserci e invece c’è; sta lì, tra le ultime pagine, è fatto dei colori pieni e brillanti cui Anthony Browne ci ha abituati, di quelle poltrone rivestite di stoffa fiorita, di sorrisi larghi e braccia tese; sta lì a dissetare l’animo bambino, e il cuore del protagonista e di chi legge.

nel-bosco-It_01Titolo: Nel bosco
Autore: Anthony Browne
Editore: Kalandraka
Dati: 2014, 26 pp., 16,00 €

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Di chi è quell’uovo meraviglioso?

L'uovo meraviglioso, Dahlov Ipcar - 2014, Orecchio acerbo
L’uovo meraviglioso, Dahlov Ipcar – 2014, Orecchio acerbo

Ricordate l’illustrazione di John Tenniel per Alice che dialoga con il Dodo? Ebbene, nel momento in cui ho letto il nuovo albo orecchio acerbo di Dahlov Ipcar, L’uovo meraviglioso, ho subito pensato a quante cose in comune avessero le illustrazioni di Ipcar con quella specifica tavola di Tenniel. L’uovo meraviglioso potrebbe essere un uovo di dinosauro: sta comodamente adagiato in un nido di muschio blu/verde nella giungla del mondo e attorno a lui si muovono dinosauri di ogni specie; per ogni specie una doppia pagina, informazioni circostanziate su habitat e caratteristiche, illustrazioni dettagliate e una domanda: di che uovo si tratta? Quale specie nascerà da quell’uovo?

L'uovo meraviglioso, Dahlov Ipcar - 2014, Orecchio acerbo
L’uovo meraviglioso, Dahlov Ipcar – 2014, Orecchio acerbo

Torniamo a Tenniel. Quando realizzò la celebre illustrazione cercò di restare fedele all’immagine che del dodo, animale estinto, aveva dato lo scienziato che ne aveva ritrovato e conservato i resti e si ispirò al dipinto del 1651 di Jan Savery che lo ritrae fedelmente nel museo dell’università di Oxford. Egli fece quindi col dodo quello che Ipcar fa coi dinosauri: ne illustra fedelmente i contorni per poi collocarli in un contesto fantastico/immaginativo. Il fatto che si tratti di esseri estinti conferisce, poi, loro la profondità della meraviglia che tutto investe quando si dà forma e contesto a ciò che mai si potrà osservare nella realtà. Senza contare che i dinosauri erano stupendamente, terribilmente e gigantescamente grandi e il confronto tra quel che noi esseri umani siamo e l’enorme possanza di creature reali ma al contempo ormai fantastiche è uno degli elementi che può mettere in moto la fantasia di un bambino con efficacia e stupore. Non a caso, in fondo all’albo ci sono delle pagine in cui si sottolinea, con tanto di misure, quanto i dinosauri fossero imponenti.

L'uovo meraviglioso, Dahlov Ipcar - 2014, Orecchio acerbo
L’uovo meraviglioso, Dahlov Ipcar – 2014, Orecchio acerbo

Torniamo all’uovo. A vederlo così potrebbe essere un uovo di brontosauro come di triceratopo o pteranodonte. Da quell’uovo potrebbe nascere un essere con zampe grosse quanto tronchi, o dai denti affilati. Potrebbe nascere un erbivoro pacifico dal becco d’anatra che ama sguazzare nell’acqua palustre o un corazzato, mastodontico stegosauro. Volta la pagina e un’ipotesi nuova s’affaccia quando già la precedente aveva convinto e testoline serie e rapite molleggiavano a dire: sì, sì! Si tratta di un uovo di Tracodonte! In realtà l’uovo potrebbe, ma non è, essere un uovo di dinosauro. Giacché invece è un uccello, o meglio, il pulcino di quello che diventerà un bellissimo uccello, il primo uccello del mondo, non un dodo goffo e dal becco ingombrante che pontifica e ironizza su fantomatiche gare, ma un uccello con ali sontuose e canto cristallino. E qui il rischio è solo uno: che qualche vocina razionale si scosti dalla rapita meraviglia quell’attimo bastante a porre una domanda: ma chi è nato allora prima? L’uovo, non la gallina!

L'uovo meraviglioso, Dahlov Ipcar - 2014, Orecchio acerbo
L’uovo meraviglioso, Dahlov Ipcar – 2014, Orecchio acerbo

Nelle illustrazioni trionfa il verde che immagino fosse quello di una delle felci preferite dagli erbivori bonaccioni e ingombranti; su di esso s’adagiano tratti neri che sono pennellate, contorni, ombre e profondità. Quello che ho più apprezzato, tra le tante cose che fanno di questo uno degli albi che non può mancare nella libreria dei vostri bambini, è il senso di continuità, la dolce sensazione che la vita possa rinnovarsi, adattarsi, modificarsi. La sensazione e la tranquillità che ci siano linguaggi chiari e nitidi che riescono a comunicare con efficacia ai bambini ciò che parrebbe complesso e astruso: di ciò che c’era e non c’è più rimangono chiare le tracce e queste tracce le lasciano esseri a tutt’oggi viventi. Se non è questa la meraviglia!

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L’uovo meraviglioso, Dahlov Ipcar – 2014, Orecchio acerbo

L_uovo_meraviglioso_copTitolo: L’uovo meraviglioso
Autore: Dahlov Ipcar
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2014, 48 pp., 14,50 €

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Una zuppa di sasso

“È notte. È inverno. Un vecchio lupo si avvicina al villaggio dove vivono gli animali”.

Si apre così un piccolo albo (anche nelle dimensioni e nel prezzo) riedito da Babalibri nel 2012 (la prima edizione risale al 2001) dal titolo evocativo Una zuppa di sasso. Lo scorso anno spopolava nei nidi della Capitale. I bambini adoravano la storia, le maestre ne erano entusiaste. Per questa ragione lo riprendo in mano oggi: per farmi un’opinione su questo successo. Ebbene, la risposta più immediata che dopo la prima lettura sono riuscita a darmi è che il successo di questa fiaba risieda nella sua semplice “logica che non c’è”.

Il lupo che s’affaccia con un sacco sulle spalle alle porte del villaggio innevato e dai camini fumanti è un vecchio lupo, molto esperto della vita, e della vita da lupo nella fattispecie. A prima vista non sembra molto in forma, le costole sono in bella vista, protette solo da un sottile strato di pelle e peli grigiastri. Il naso, però, è all’insù, a indagare l’aria, a cercare tracce di odori… di cibo. Devo ammetterlo, tremo per la sorte degli animali che, il blocchetto di testo in apertura me lo racconta, abitano questo villaggio.

Il lupo è tra i principali antagonisti dei nostri eroici bambini che assieme alle streghe e ad alcuni non ben definiti mostri, inevitabilmente, per quanto, appunto si cerchi di evitarlo, raggiungono e si insediano nell’immaginario dei bimbi più piccoli. Sono feroci, imprevedibili, sempre lividi e soprattutto sempre affamati. Comprendo bene, dunque, come nell’animo dei piccoli lettori/ascoltatori, la comparsa di questo antieroe possa creare tensione e una sorta di aspettativa scontata e preconcetta.

Però voltiamo pagina e scopriamo che questo lupo non ricorre a macchinazioni (oppure oltre che essere affamato come un lupo è anche furbo come una volpe?) e, dopo aver bussato alla porta della gallina, candidamente al suo chiocciante “chi è?” risponde: “Sono il lupo”. La gallina ovviamente si spaventa, ma incuriosita, e rassicurata dal fatto che il lupo le confessa di non aver più nemmeno un dente, di essere vecchio, di voler solo preparare la sua zuppa di sasso, apre la porta. Lo sguardo del lupo è in tralice, sembra voler infilare il muso prima di ogni altra parte di sé nello spiraglio aperto dalla gallina, sembra voler abbandonare velocemente la parte a sinistra dell’illustrazione su doppia pagina, dov’è al freddo, sulla neve, per invadere quella a destra, tiepida e dolce, con un paio di sedie su cui riposare e un bel fuoco acceso davanti cui ristorarsi e cuocere la zuppa di sasso (ma non aveva perso tutti i denti?); oppure semplicemente per mangiare l’elegante gallina in un sol boccone, com’è uso.

Una zuppa di sasso, Anaïs Vaugelade - Babalibri
Una zuppa di sasso, Anaïs Vaugelade – Babalibri

Il lupo invece comincia a preparare la zuppa con un bel sasso dall’aspetto non tanto succulento a dir la verità, con l’aiuto esitante della gallina (d’altra parte a essere gallina e a portare una pentola da mettere sul fuoco a un lupo, chi non esiterebbe…), quando alla porta bussa un maiale, che ha visto entrare il lupo ed è preoccupato per le sorti dell’amica gallina. Sorprendentemente, il maiale si aggrega e partecipa alla preparazione chiedendo di aggiungere delle zucchine, per niente insospettito dallo sguardo del lupo che tradisce una sorta di fastidio per il suo intervento. E la preparazione della zuppa continua in una collaborazione tra cuochi improvvisati sempre più nutrita e partecipe: arriva anche il cavallo, arriva l’oca, arriva la capra… ciascuno aggiunge un ingrediente alla zuppa.

Una zuppa di sasso, Anaïs Vaugelade - Babalibri
Una zuppa di sasso, Anaïs Vaugelade – Babalibri

Dall’ambiguità e dalla tensione delle prime scene si passa a una surreale e calda cordialità: attorno al fuoco in attesa che la zuppa sia pronta, gli animali hanno ormai abbassato ogni difesa nei confronti del lupo che, anzi, è al centro dell’attenzione di tutti, affascina e racconta. La zuppa è pronta, il sasso chiaramente si rivela solo un espediente, nulla ha a che vedere con la riuscita della zuppa, eppure, una volta consumata, il lupo ci tiene molto a riporlo nel suo fagotto. Così com’era giunto il lupo se ne va. Non fosse che un coltello spunti da sotto al suo braccio si sarebbe certi del fatto che questo lupo è senza dubbio sui generis

Una zuppa di sasso, Anaïs Vaugelade - Babalibri
Una zuppa di sasso, Anaïs Vaugelade – Babalibri

L’albo non termina qui, le domande rimangono aperte, il lupo riprende il suo peregrinare nella neve e bussa a un altro uscio, in un altro villaggio. Dietro alla porta si intravede un tacchino: gli aprirà per preparare assieme una zuppa di sasso?

copertinaTitolo: Una zuppa di sasso
Autore: Anaïs Vaugelade
Editore: Babalibri
Dati: 2012, 26 pp., 5,80 €

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