L’amore sconosciuto

Rebecca Stead ha una qualità che avevo apprezzato anche leggendo Segreti e bugie: riesce a mettersi in un angolino con il suo bagaglio di esperienza e di adulto, e osservare i ragazzi, non vista. Senza intervenire mai, senza mettere in guardia, senza porsi mai in maniera giudicante.

E queste sono qualità che si apprezzano specie quando si applicano anche alla narrazione, che è limpida, non interventista, appunto, che riesce a comunicare tutta la complessità dei rapporti tra ragazzi dodici/tredicenni, tutto l’impasto ingarbugliato di passioni, paure, sentimenti. Rebecca Stead li mette sulla pagina così come sono, o sarebbero, se li si osservasse da un angolino, non visti.

L'amore sconosciuto. Dettaglio della copertina, ill. di Marcos Chin
L’amore sconosciuto. Dettaglio della copertina, ill. di Marcos Chin

Bridge è sopravvissuta a un incidente stradale gravissimo: andava sui pattini quando è stata investita. Ricorda poco e niente di quel momento ma un’infermiera, durante la lunga degenza che l’ha tenuta lontana da scuola per un anno intero, le confida che se è sopravvissuta a quell’incidente terribile è perché la sua esistenza ha uno scopo.

Bridge è inquieta, talvolta, per questo suo “scopo”, altre volte vi si aggrappa, specie quando si sfilacciano, e poi si ricuciono e poi cambiano ancora, i rapporti di fiducia e amore con le sue due amiche di sempre, Tab ed Emily, che ha ritrovato come se nulla fosse cambiato durante la sua assenza e con le quali ha stretto un patto: non litigare mai. Eppure qualcosa è successo e non è solo l’incidente, si tratta anche del naturale processo di crescita che giocoforza interviene a limare, ammorbidendo, o ad appuntire, esacerbando.

Bridge, conosce poi un ragazzo, Sherm, al quale è affidata una narrazione parallela, dal proprio punto di vista, parlata per mezzo delle lettere scritte, e mai spedite, al nonno che li ha abbandonati per cambiare vita. Con lui, amatissimo, Sherm aveva un rapporto di intimità equilibrata e bella. Ora che non c’è più, che ha lasciato dietro di sé la sua vita com’era e una scia di dolore in chi è rimasto, gli rivolge con la stessa schiettezza dell’affetto domande complesse e dal senso profondo che pone a lui, come a se stesso.

Ma la mia domanda è: lo sconosciuto è il nuovo te, o la persona che ti sei lasciato alle spalle?

C’è una ragazza che parla in seconda persona, a San Valentino, che si percepisce, che è, più matura rispetto alle altre. Il cui essere “più grande” implica un altro tono, una prospettiva diversa, con tanti substrati. E infine c’è un ragazzo, Patrick, che entra in questa complessità quotidiana e narrativa con un cellulare, un amore acerbo e delle foto intime che finiscono nella rete del pubblico, utili allo sguardo crudele e superficiale di tutti.

Un romanzo che definirei composto da veli su altri veli, come una cipolla. Si sfoglia, strato dopo strato, fino a un nucleo profumato e pungente, intensissimo.

CL252x168_12150Titolo: L’amore sconosciuto
Autore: Rebecca Stead, (Traduzione Claudia Valentini)
Editore: Terre di mezzo
Dati: 2019, 313 pp., 14,90 €

Il ripostiglio. Di Saki, con le illustrazioni di Cinzia Ghigliano

La prima cosa che si vede entrando nel nostro personale ripostiglio è una carta da parati scura, decorata con i fiori, le foglie. Ci si aspetterebbe fosse sciupata, un po’ scollata, invece è assolutamente in ordine, come la sala da pranzo col camino, nella quale tutto è come dovrebbe essere, al suo posto, e infatti la rana scappa a balzi veloci via, tutta inzaccherata di latte com’è. Anche le sopracciglia della zia, o sedicente tale, in primo piano sono in ordine e ben disegnate in un cipiglio tra il disgustato e il furioso, e sono in linea con le sopracciglia degli altri zii incorniciati sul camino: stesso ordine, stessa posa. Così pure le labbra, ben serrate a macerare rimproveri severissimi.

Di entrare nel ripostiglio lo aspettavamo da tempo, Orecchio acerbo ci ha passato la chiave da dietro la schiena, strizzandoci l’occhio. Finalmente!

Il ripostiglio, di Saki e Cinzia Ghigliano - 2018, Orecchio acerbo
Il ripostiglio, di Saki e Cinzia Ghigliano – 2018, Orecchio acerbo

Invece lo sguardo di Nicholas non è mai fisso, piuttosto intento a sbirciare, gongolare o guardare nei nostri occhi, sardonico. Quando Nicholas è fuori dalla scena, a gongolare, un tantino giudicanti, ci pensano gli occhi di cavalli, gatti e, ci scommetto, anche delle lucertole che fanno finta di passeggiare per i fatti propri su per i muri.

Nicholas ha compiuto un vischioso atto di insubordinazione bambina: ha messo una rana nella tazza del latte e poi ne ha strillato la presenza per il puro gusto di poter ribattere agli adulti, che avrebbero negato il fatto, con la verità. A causa del suo piano di affermazione però, viene messo in punizione: non andrà al mare coi cugini e il fratello. Resterà a casa con a zia e il divieto assoluto di entrare nell’orto dell’uva spina. Come se gli interessasse! Ciò che conta per Nicholas è trovare la chiave del ripostiglio ed entrarvi.

Il ripostiglio, di Saki e Cinzia Ghigliano - 2018, Orecchio acerbo
Il ripostiglio, di Saki e Cinzia Ghigliano – 2018, Orecchio acerbo

Quando ci riesce, l’azione si sposta interamente al chiuso, tra le desiderate mura, con carta da parati azzurra a fiori: un bambino e un cane, accovacciati nella penombra e circondati da tesori intenti a scrutare un arazzo e a sognare, gomiti sulle gambe, mani sotto al mento. E un gatto che indaga, s’impiccia, guarda all’interno di vasi e scatole. Fa quello che Nicholas farebbe se non fosse intento a sognare, e fa, perché è un pensiero irresistibile. Tra tutti gli oggetti meravigliosi il meno attraente è un librone dalla copertina nera.

Nicholas spiò dentro e…

… che magia!

Uccelli variopinti, svolazzanti, cinguettanti… niente potrebbe distoglierlo da voli così belli, a parte la berciante richiesta di aiuto della zia, caduta nella vasca dell’acqua piovana. C’è da fare in fretta, chiudere il ripostiglio, rimettere al suo posto la chiave e accorrere a gustarsi la scena ridicola, con il desiderio malandrino che essa, assieme al disappunto della zia, duri più a lungo possibile.

Il ripostiglio, di Saki e Cinzia Ghigliano - 2018, Orecchio acerbo
Il ripostiglio, di Saki e Cinzia Ghigliano – 2018, Orecchio acerbo

Laddove gli orizzonti dell’adulto sono facilmente circoscrivibili da margini (che siano quelli della norma sociale, la staccionata di un orto o i bordi di una vasca), quelli del bambino virano e sfuggono al controllo, conquistando una libertà di sguardo capace di creare mondi fantastici anche in contesti incorniciati e statici.

Il ripostiglio è un racconto di Saki, con le illustrazioni di Cinzia Ghigliano. Esse si sviluppano con grande libertà, aprendo spiragli ovunque, suggerendo la possibilità di guardare altro e altrove sempre: sia attraverso lo sguardo di un gatto che spia sul fondo di un vaso, che attraverso quelli di una cane un gatto e un bambino che si fanno largo tra le pieghe di una tenda, o del cavallo, che, sarcastico, osserva gli strepiti di una bambina; con continui e paralleli cambi di prospettiva: il lettore guarda e vede ciò che è in primo piano per poi spostarsi dietro alla sua schiena e ancora più in fondo. Una struttura e un’impostazione che definirei a cipolla, strato dopo strato fino a un cuore sempre comune e profumatissimo: la curiosità.

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Autori: Saki, Cinzia Ghigliano, traduzione di Damiano Abeni
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2018, 44 pp., 15,00 €

Una storia che cresce

Un bambino, un cucciolo e alcuni pulcini sono tutti molto piccoli.

Questo, l’incipit dell’albo di Ruth Krauss e Helen Oxenbury, che racconta in poche parole già di per sé una storia. Una storia che ha diversi protagonisti, che hanno a loro volta dei tratti comuni, una situazione di partenza identica: sono tutti molto piccoli. Il bambino scende gli scalini con cautela, il cucciolo in braccio al proprio padroncino guarda davanti a sé con le zampette e gli occhi spalancati per la tensione dell’uscio varcato, dal tepore casalingo verso l’esterno del cortie innevato; i pulcini che becchettano per fare poche pause fatte di alette sbattute, testoline inclinate, curiose. E nell’angolo un alberello, piccolo anch’esso. In attesa.

<em>Una storia che cresce</em>, di Ruth Krauss, Helen Oxenbury - Il Castoro 2017
Una storia che cresce, di Ruth Krauss, Helen Oxenbury – Il Castoro 2017

È una cornice questa pagina di apertura che apre alle seguenti in cui domina la parola “crescere” in tutte le sue coniugazioni. Cresce il cucciolo, crescono i pulcini, crescono i fiori, crescono gli alberi; crescono i giorni dell’avvicinarsi dell’estate a scapito delle notti, e crescerà il bambino, in un susseguirsi di tavole dal tocco gentile, come di cura, lieve; descrittive nell’ordine del dare un sostegno coerente a un testo che è del 1947 e che di quell’epoca conserva i toni.

<em>Una storia che cresce</em>, di Ruth Krauss, Helen Oxenbury - Il Castoro 2017
Una storia che cresce, di Ruth Krauss, Helen Oxenbury – Il Castoro 2017

Che si sia in una storia del 1947 sarà utile tenerlo a mente, nel considerare la cura del riporre il capo (l’unico) invernale, nella scatola, ben ripiegato, sullo scaffale in quella che è una parentesi nell’andamento “in crescita” della storia: arriva l’estate, le giornate diventano calde, sarà bene cambiare vestiti, indossarne di più leggeri. Il bambino e la mamma piegano i vestiti invernali, poi il bambino, in un’immagine che traduce lo sforzo del tendersi verso un punto più in alto, sulle punte dei piedini, sulla sedia, sistema la scatola su uno scaffale come a voler dire: non ci arrivo oggi ma crescerò e sarò capace di prendere la scatola tra qualche mese. Anticipa, questa immagine, e chiude la parentesi, tendendosi verso il prosieguo della storia tra le cui pagine si ricomincia a crescere e crescere.

<em>Una storia che cresce</em>, di Ruth Krauss, Helen Oxenbury - Il Castoro 2017
Una storia che cresce, di Ruth Krauss, Helen Oxenbury – Il Castoro 2017

Crescono piccole pannocchie sulle piante di granturco, cresce il cucciolo a vista d’occhio, crescono i pulcini, ormai quasi polli. La mamma non cresce, unica adulta presente, per lei è naturale non farlo, ma comunque si specchia, la mamma, come a volerla tenere a mente questa sua condizione di stasi. “E io crescerò?” chiede il bambino. “Certo che crescerai!” risponde la mamma.

Il cucciolo è cresciuto. È diventato un cane. E arriva quasi alle spalle del bambino. Il bambino guarda i polli e guarda il cane. Siete cresciuti tutti. Io invece non sono cresciuto. Sono ancora piccolo», dice.

Da qui in poi, arrivando l’autunno, la conclusione della storia che cresce si fa rutilante, fa le capriole. Il bambino indossa i suoi abiti pesanti ed è tutto un rimirarsi: i pantaloni sono corti, le maniche corte, la giacca stretta. Sta crescendo anche lui!

<em>Una storia che cresce</em>, di Ruth Krauss, Helen Oxenbury - Il Castoro 2017
Una storia che cresce, di Ruth Krauss, Helen Oxenbury – Il Castoro 2017

Piccola nota: ho cercato le immagini della prima edizione, illustrata da Phyllis Rowand. Le ho trovate altrettanto calzanti e poetiche, con elementi rarefatti a sottolineare il momento effimero della rappresentazione: il cagnolino è tale ora ma sarà cresciuto nel giro di pochi giorni. Il volto pensoso del bimbo e i suoi vestiti, semplici ma testimoni fedele di un momento che passa.

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Titolo: Una storia che cresce
Autore: Ruth Krauss, Helen Oxenbury, A. Pascutti (Trad.)
Editore: Il Castoro
Dati: 2017, 40 pp., 13,50 €

The Big Swim, la grande prova

La copertina di The Big Swim è azzurra. E dentro tutto questo azzurro un ragazzo nuota, e dagli schizzi bianchi e netti pare che lo faccia piuttosto velocemente. Nuota proprio verso di noi che lo guardiamo, ed è buffo, ma leggiamo lui che compie uno sforzo molto prima di leggere ciò che ristà tra il titolo e l’acqua: La grande prova.

Cary Fagan lo esplicita sin dall’inizio: tra queste pagine c’è una prova memorabile da superare, ed è una gara di nuoto in un lago. Ma è solo questo? O piuttosto si tratta anche di conoscere e superare i propri limiti? O anche di affrontare qualche paura tra le tante che affollano i pensieri di un ragazzo alle prese col passaggio tra infanzia e adolescenza?

O forse tutte queste cose assieme.

Ethan è un ragazzo schivo, abitudinario, refrattario alle dinamiche che sempre si costituiscono nei campi scuola estivi, microcosmi con le proprie regole interne, la propria popolazione e il proprio, delimitato, spazio. Nonostante manifesti un certo disagio, Ethan decide di adattarsi con meno scossoni possibile:

I miei obiettivi per il campo estivo erano: primo, sopravvivere; secondo, non farmi odiare; terzo, non essere il peggiore in tutto.

A non essere il peggiore in tutto Ethan riesce piuttosto facilmente, ci pensa Leonard a rubargli il traguardo, condendo il tutto con una buona dose di antipatia; sopravvivere si può facilmente con le dovute accortezze, per tutto il resto, e noi che ci affezioniamo subito a lui lo sappiamo, Ethan non dovrà sforzarsi molto: che si possa odiare è fuori discussione. Ha un modo di fare naturale che lo rende simpatico a tutti e grazie al quale riesce ad attrarre le due personalità più originali e interessanti: Amber e Zachary.

La prima, Amber, è l’unico neo della storia, il suo comparire e poi ricomparire tra le pagine un po’ all’improvviso la rende sfuggente più che misteriosa, il suo non indugiare a lungo sugli altri, su Ethan soprattutto, la rende superficiale più che attenta o profonda come invece, si percepisce, la si vorrebbe raccontare. Zachary è invece ben strutturato nell’essere tutto quanto Ethan non è: sicuro di sé, ribelle, coraggioso.

Poi c’è l’estate, che amplifica, scopre, esaspera e scioglie. Scioglie nodi e libera il coraggio e l’intraprendenza di Ethan, che si lascerà coinvolgere nell’avventura più rischiosa e splendida della sua vita.

Questo libro è scritto con la nuova font biancoenero® e con i criteri dell’Alta Leggibilità ma, a parte le accortezze “tecniche” ce ne sono molte compositive: soprattutto la leggerezza e la freschezza del lessico oltre alla spontaneità della resa di emozioni complicate e profonde cui è difficile fare i conti, anche per gli autori più esperti.

BigSwim_fronteTitolo: The big Swim. La grande prova
Autore: Cary Fagan
Editore: Biancoenero
Dati: 2016, 96 pp., 11,00 €

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Permesso…? Si può…?

Le case degli altri bambini di Luca Tortolini , Claudia Palmarucci - 2015 Orecchio Acerbo
Le case degli altri bambini di Luca Tortolini , Claudia Palmarucci – 2015 Orecchio Acerbo

A bussare a una porta si fa presto. Basta chiudere la mano a pugno e con le nocche picchiettare sul legno. Poi si attende. Oppure con un indice ben fermo si può premere sul campanello. Poi si attende. O ancora, in certe case d’altri tempi, si trova il batacchio, e quello, sì, è bello da usare, la consistenza è dura e fresca, il suono corposo, sempre diverso. Poi si attende.

Si attende che ci aprano, perché a bussare a una porta si fa presto. Lo si fa per necessità, per avere una risposta, per incontrare una persona, per salutarne un’altra. A volte al nostro richiamo tocchettante o squillante qualcuno risponde, ma a farci davvero entrare in casa propria sono i bambini. Non si guardano mai intorno per controllare che sia tutto in ordine, che non ci sia un calzino proprio sul divano buono del salotto o uno strofinaccio molle sulla spalliera di una sedia. I bambini prendono per mano l’ospite e lo conducono, e gli mostrano, e lo fanno sentire come fosse a casa sua.

Le case degli altri bambini di Luca Tortolini , Claudia Palmarucci - 2015 Orecchio Acerbo
Le case degli altri bambini di Luca Tortolini , Claudia Palmarucci – 2015 Orecchio Acerbo

Giulia, per esempio, tonda tonda, lei ama stare in casa, passare le giornate a guardare la tv a mangiare e dormire. Giulia si alza dal suo divano e, tonda tonda, ci viene incontro e ce lo racconta, si mostra a noi, che siamo suoi ospiti.

C’è la casa di Simone, che è grigia, è vuota, è sbiadita. La casa di Simone è tanto silenziosa; all’ingresso, in un giardino grigio, vuoto, sbiadito, c’è un’ombra a far la guardia alla porta, a sorvegliare il silenzio. Ma Simone ci fa entrare, e ci racconta le sue stanze vuote e buie.

Le case degli altri bambini di Luca Tortolini , Claudia Palmarucci - 2015 Orecchio Acerbo
Le case degli altri bambini di Luca Tortolini , Claudia Palmarucci – 2015 Orecchio Acerbo

C’è la casa di Matteo. Ci vivono in undici, anche lo zio sempre allegro di Matteo vive lì, e un parente venuto da lontano. Che ci vivano in tanti lo si capisce dai tanti asciugamani stesi e dalle tante posate. In casa di Matteo ci sono tantissime forchette e cucchiai. E c’è anche un cane, che si chiama Barbino e ama nascondersi, ma noi lo troviamo e lo vediamo in un cantuccio, proprio vicino alla porta d’ingresso. È bianco.

I testi di questo albo illustrato sono di Luca Tortolini, le illustrazioni di Claudia Palmarucci, che ha illustrato un libro che molto amo e che ama anche Giacomo, visto che ne tiene una bella stampa incorniciata e in vista in casa propria, a Roma, rione Monti. Nel caso voleste andare a fargli visita.

case altri bambini_copTitolo: Le case degli altri bambini
Autore: Luca Tortolini, Claudia Palmarucci
Editore: Orecchio Acerbo
Dati: 2015, 48 pp, 14,50 €

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Si narra di cinque cosi malfatti (ma siamo molti, molti di più)

Ne parlo quando in rete ne hanno già parlato tutti; quando tutti già sanno quanto splendido, meravigliosamente splendido, sia “I cinque malfatti” di Beatrice Alemagna. Ma io ho bisogno di aver vissuto un albo prima di esprimermi e tradurlo nelle mie considerazioni. E questo l’ho vissuto (Ah! Se l’ho vissuto!) quest’estate. Ha conosciuto spiagge pietrose, altre candide e rilucenti al sole; si è macchiato d’erba, nell’angolo in basso, un po’ sbucciato, si è tinto di rosso sugo; e oggi nella mia casa di tanto in tanto risuona una vocina che rimanda a memoria: erano cinque. Cinque cosi malfatti. Per poi leggerlo tutto, dalla prima pagina all’ultima, pur senza saper leggere nulla se non il proprio nome.

Nel momento in cui ho letto per la prima volta questa storia ho capito che tra le pagine (quelle sì) ben distese, dalla cura editoriale e tipografica impeccabile, tutta quell’imperfezione mi avrebbe presa in un vortice di ammirazione e affetto. Ammirazione per chi, autore, riesce a rendere così profondamente il senso dello star bene al mondo e con sé stessi, ammirazione per questi cinque cosi tanto malfatti che nel mondo si muovono capovolti, molli, ingenui, disinvolti, sereni; affetto per i momenti, le ore, che mi avrebbe donato nel tempo a venire. Io sono sempre riconoscente verso coloro che mi regalano tempo sereno e intenso.

I cinque malfatti, Beatrice Alemagna - 2014, Topipittori
I cinque malfatti, Beatrice Alemagna – 2014, Topipittori

Beatrice Alemagna è un’autrice, nel senso pieno che questa abusata parola merita. Sue la narrazione per immagini, sua la narrazione per mezzo del testo. Impeccabile il secondo, ricco di colpi di scena, di momenti di stasi che paradossalmente divengono azione, di ironia, di dolcezza e candore; zeppo di attenzione e gioco, divertente e pieno. La prima, beh… tutto inizia con una doppia pagina di presentazione: i cinque malfatti dormono, ci accolgono nel più intimo dei loro momenti, così ci si presentano, inermi. E noi ne apprezziamo la semplicità, con riconoscenza lo sguardo si ingentilisce e pur nota il disordine, l’imperfezione sotto le coperte latente.

Il primo dei cinque era bucato, il secondo piegato, il terzo molle (e giù risate a pancia piena e nasi arricciati), il quarto capovolto e il quinto… lasciamo perdere! In cinque vivono in una casa sbilenca, cadente, anch’essa malfatta, ma non se ne preoccupano.

I cinque malfatti, Beatrice Alemagna - 2014, Topipittori
I cinque malfatti, Beatrice Alemagna – 2014, Topipittori

Tra i cinque malfatti due sono divenuti il mio ideale giacché nell’ambire ad avere le loro imperfezioni potrebbe risiedere la chiave di una me migliore. Il bucato (chissà perché senza buchi in copertina) che grazie ai suoi buchi si lascia passare attraverso la rabbia ma anche la delusione, credo, le aspettative disattese, i rimpianti, la tristezza, per vederli in tutta la loro grigia e fumosa consistenza, osservarli dissolversi e non pensarci più. Il piegato, che conserva mille e mille ricordi tra le sue pieghe e ogni volta che lo desidera li dispiega, li svolge tutti assieme e ne gusta ogni momento. Come me così i bambini trovano ciascuno il suo malfatto preferito (in casa nostra è il molle), ne considerano i difetti, ci riflettono, a volte rimuginano, poi ci ridono su, capaci di fare ironia anche su sé stessi.

I cinque malfatti, Beatrice Alemagna - 2014, Topipittori
I cinque malfatti, Beatrice Alemagna – 2014, Topipittori

I cinque piuttosto che rimediare, che raddrizzare, preferiscono ciondolare, sorridere di loro stessi e fare a gara su chi tra di loro possa essere quello più malfatto. Poi arriva l’eroico, il perfetto, la nota armonica e dissonante che tutto permea della propria immota perfezione. Tutto rischia di tradire e travisare. Si tratta di un essere bellissimo, liscio, con tutte le cose al posto giusto e una lunga, fulgente treccia rossa. Manco avesse un piano manageriale già pronto in tasca comincia a valutare competenze e attività dei cinque malfatti giungendo alla conclusione che no, non va affatto bene. Hanno bisogno di un progetto quei cinque, di un’idea soprattutto, che possa limare le loro macroscopiche imperfezioni.

I cinque però, e noi che così imperfetti li amiamo, lo sappiamo bene, si piacciono così. Non soffrono i propri difetti, con essi piuttosto convivono in piena consapevolezza e anzi, grazie ad essi vivono con più serenità e pienezza. E tanti saluti al perfetto, la cui fine è anche quella dell’albo e qui, chiaramente non vi svelo.

I cinque malfatti, Beatrice Alemagna - 2014, Topipittori
I cinque malfatti, Beatrice Alemagna – 2014, Topipittori

Malfatti-copTitolo: I cinque malfatti
Autore: beatrice Alemagna
Editore: Topipittori
Dati: 2014, 40 pp., 20,00 €

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Date ai bambini quel che è dei bambini

Ballata, Blexbolex - 2013, Orecchio acerbo
Ballata, Blexbolex – 2013, Orecchio acerbo

Si tratta di un viaggio in una storia che è fatta di sequenze, sette sequenze. Quella iniziale racconta della scuola e del suo orologio fermo di cui nessuno si preoccupa, del tragitto verso casa che pare pensoso o distratto e di una casa, con l’ausilio di tre immagini, sei parole, due virgole e un punto. La sequenza iniziale finisce qui, col punto su una deliziosa merenda. La seconda riparte daccapo, dalla scuola, senza indugiare sull’orologio, poi passa per la strada e stavolta lascia il tragitto per avventurarsi nella foresta e giungere a casa, per mezzo di cinque immagini, dieci parole, quattro virgole e un punto.

Ballata, Blexbolex - 2013, Orecchio acerbo
Ballata, Blexbolex – 2013, Orecchio acerbo

Di sequenza in sequenza s’aggiungono le immagini, inserendosi laddove ce l’aspettiamo, laddove non diremmo affatto, laddove a ben guardare sembrano proprio dover stare. E a far loro da guida s’aggiungono le parole e poi incominciano a ballare perché, non l’ho ancora detto?, questa storia è una ballata. E ballano e ballano, le parole, e ballando fanno capriole, si mescolano, si mettono a testa in giù, si stancano e lasciano la pista, poi, ringalluzzite, magari tornano e piroettano fino a raddoppiare nell’impeto, scomporsi, cambiare veste e tono.

Ballata, Blexbolex - 2013, Orecchio acerbo
Ballata, Blexbolex – 2013, Orecchio acerbo

Una ballata nasce per essere cantata e poi rinarrata e dunque raccontata ancora, da diversi cantastorie o sempre dallo stesso per ascoltatori diversi. Ogni volta che la si canta, la ballata si condisce di nuovi ingredienti, senza scordare quelli iniziali ché altrimenti ne perderebbe in sapore e ricordi. Qualche personaggio viene, qualche altro se ne va; alcuni cambiano, altri sono proprio come non li vorremmo però rapiscono e agiscono fra le pagine come solo dei veri attori saprebbero fare e quindi ci innamoriamo anche di loro. Per questa ragione questa di Blexbolex dal raccontare il semplice tragitto da scuola verso casa di un bambino, diviene fantastica, epica, magica, di quella magia che è sì propria di incantesimi, streghe e folletti (che in questa storia albergano numerosi) ma è propria su tutto delle parole, di singole parole danzanti su una musica che cambia a seconda del bambino che la leggerà e del momento in cui sarà portato a farlo.

Ballata, Blexbolex - 2013, Orecchio acerbo
Ballata, Blexbolex – 2013, Orecchio acerbo

Blexbolex gioca con la narrazione e con i lettori, invitandoli a far lo stesso. I bimbi potranno provare a individuare le norme che la regolano (paradossalmente matematiche), a interpretarne immagini e parole sfogliando velocemente o indugiando su ciascuna di esse. E poi c’è un regalo, un vero regalo d’autore: la settima sequenza, che è piena di spazi vuoti da riempire, indovinare, narrare, giocare. È un libro splendido, corposo e immaginifico, allegorico. È un libro che non può mancare nella libreria di un bambino, qualsiasi età abbia. Ma attenzione! Non datelo agli adulti, che pur lo desidereranno al solo sfiorare con lo sguardo il giallo delle vesti della principessa in copertina: Blexbolex ha creato una ballata per bambini, adatta al loro gusto, al loro mondo, ai loro mondi, alla loro immaginazione scevra. Diamo loro ciò che è loro.

PS. Ballata è uno dei titoli del brillante catalogo Orecchio acerbo. Di questi libri a scoprirne uno si desiderano tutti e un modo per non perderne nessuno c’è, e io ve lo consiglio, abbonarsi, costa il giusto e avrete a che fare per un anno intero con compagni irrinunciabili.

ballata copTitolo: Ballata
Autore: Blexbolex (con la traduzione di Paolo Cesari)
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2013, 280 pp., 18,00 €

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Oh, com’è bella Panama!

Oh, com’è bella Panama di Janosch, Kalandraka, 2013

Oh, com'è bella Panama!, Janosch - 2013, Kalandraka
Oh, com’è bella Panama!, Janosch – 2013, Kalandraka

Due grandi amici, piccolo orso e piccola tigre, dividono una pittoresca casetta in riva al fiume conducendo una vita serena e tranquilla fatta di pesca e passeggiate, di cene a base di pesce e funghi. Fino a quando una cassetta per la frutta vuota non arriva galleggiando proprio nel loro fiume. Profuma di banane. È delizioso quel profumo dolce ed esotico: Panama deve essere certamente un luogo splendido. E non fatica a divenire per piccolo orso e piccola tigre una meta da raggiungere presto, anche se non si conosce nemmeno la direzione da prendere; ma pur di raggiungere la meta dei propri sogni a questo si rimedia in fretta costruendosi da soli un bel cartello; basta una freccia a sinistra e via! Ma andando sempre a sinistra si rischia di girare in tondo, meglio chiedere a qualcuno dove sia Panama, quale la strada migliore da imboccare.

Oh, com'è bella Panama!, Janosch - 2013, Kalandraka
Oh, com’è bella Panama!, Janosch – 2013, Kalandraka

Lungo il percorso costellato da tenere ingenuità e profonda tenacia, mentre i due amici diventati viaggiatori intraprendenti ed entusiasti nutrono ogni passo di un’aspettativa che intenerisce, incontrano una lepre e un riccio (e un topo, una mucca, una cornacchia). Anche loro sono amici e anche loro dividono una casetta. Invitati a cena dai due, scoprono che c’è qualcosa di dolce anche oltre Panama: cosa può esserlo più di un soffice, morbide e accogliente divano? Piccolo orso e piccola tigre dormono sul divano e ne sognano uno per la loro nuova casa, quella che avranno a Panama. Il sogno del luogo utopico (fulcro della lettura contestuale all’epoca della pubblicazione di questo albo illustrato, il 1978) si mescola dunque al desiderio di concludere un viaggio, raggiungere un luogo che è rappresentazione di una propria maturità. Deve essere Panama, ma potrebbe essere ovunque. Potrebbe rivelarsi anche la vecchia casa abbandonata tempo prima, quando una pentola rossa, una canna da pesca e una paperetta tigrata giocattolo erano tutto l’occorrente per partire. E chissà se riusciranno a riassaporare la comodità di un divano, chissà se riusciranno a farlo a Panama.

Oh, com'è bella Panama!, Janosch - 2013, Kalandraka
Oh, com’è bella Panama!, Janosch – 2013, Kalandraka

Le illustrazioni sono classiche e lo stile realistico; i protagonisti animali umanizzati nei modi e nell’aspetto. Unica nota stonata sono gli intermezzi di testo nei quali ci si rivolge al piccolo lettore per suggerire interpretazioni, per sottendere a una conclusione riflessiva finale, per suggerire di notare particolari che potrebbero sfuggire (cui si dedica un colore diverso, grigio piuttosto che nero, come il restante testo). Come in ogni albo, come in ogni storia per bambini, essi non daranno una sola interpretazione, e anche se fosse unica sarebbe comunque diversa da bambino a bambino; dare per scontato che quella dell’autore sia la migliore e suggerirla è come imporla, anche se può rivelarsi, ed essere, splendida. In ogni caso alcune frasi interlocutorie interrompono la narrazione proprio quando essa è più fluida e intensa e questo inficia la dolce armonia tra lettore e ascoltatore che questo albo illustrato è capace di creare.

Titolo: Oh, com’è bella Panama!
Autore: Janosch
Editore: Kalandraka
Dati: 2013, 52 pp., 15,00 €

 

Quasi ninna, quasi nanna. Sognare chiudendo o aprendo gli occhi

Quasi ninna quasi nanna, Mariana Chiesa - 2013, Orecchio acerbo
Quasi ninna quasi nanna, Mariana Chiesa – 2013, Orecchio acerbo

Che cos’è una ninna nanna? Una filastrocca? Una nenia? Un canto sussurrato? Una cantilena?

Tra tutte le ipotesi non ce n’è una esattamente rispondente, così come non ce n’è una del tutto fuori luogo. Tra tutte, però, dal punto di vista dell’origine etimologica, così come dell’aspetto semantico,  una c’è che, a parer mio, meglio s’adatta a rendere la “Quasi ninna, quasi nanna” di Mariana Chiesa (edita da orecchio acerbo e in libreria dall’11 luglio): si tratta di filastrocca, parola che solo a pensarne le origini già sussurra significati ampi e magici, nata dall’unione del latino filum e del greco – lat. historicus , dal filo lucente della narrazione, dalla tecnica sequenziale e dalla capacità di raccontare. Tecnica e magia del racconto che si intersecano assieme per indurre al sonno, per indurre i sogni.

Quasi ninna quasi nanna, Mariana Chiesa - 2013, Orecchio acerbo
Quasi ninna quasi nanna, Mariana Chiesa – 2013, Orecchio acerbo

Per quanto sia difficile da immaginare, nel contesto della ninna nanna, le parole non sono molte tra queste pagine e non sono nemmeno ripetitive, non c’è un ritornello da mandare facilmente a memoria.

 “Quasi ninna quasi nanna/ farfalla leggera/falena perfetta/ che apre a ventaglio/ la notte le ali”. Questi i versi rimasti tra tutti nella mia memoria, indissolubilmente legati a filo con le illustrazioni, rappresentazioni dilatate o meticolose di momenti onirici, sogni. Ogni tavola racconta di una paura, un gioco, una speranza. Oppure di un momento di crescita, di una ricerca del tepore e dell’affetto materno. Un bimbo legge le parole di Sendak, di Leo Lionni, di Munari: le loro storie già prendono le forme dei sogni quando interviene la ninna nanna a fare da specchio ai timori fatti belve feroci, a dar spazio al gioco da mettere in pratica al risveglio, a tornare al ventre materno, a trasformare in neonati bisognosi di cure, in fanciulli alla scoperta di sé.

Quasi ninna quasi nanna, Mariana Chiesa - 2013, Orecchio acerbo
Quasi ninna quasi nanna, Mariana Chiesa – 2013, Orecchio acerbo

Leggendo, ho riscontrato tanti punti di contatto tra il momento della ninna nanna, quello che porta al sonno e ai sogni, e quello della nascita. Non a caso una delle tavole (che nel libro s’accosta alla parola “misteriosamente”) fa da copertina a uno splendido numero de gli asini, “Benvenuto tra noi. Pratiche e riflessioni intorno al parto e alla nascita”, in cui il giaciglio che culla i sogni è un nido, il cuscino si fa uovo, il gatto dal volto bambino guardiano dei sogni nel sogno, mentre l’immagine assopita del bimbo gatto fa compagnia a un gufo che è chioccia guardiana e guardinga. Misteriosamente, dunque, si passa dal sonno alla veglia, misteriosamente s’abbandona la culla acquatica personale e unica per arrivare al mondo non più liquido della realtà, così come a quello sfumato e vago dei sogni. Misteriosamente ma con una lingua e un fine comune: annunciare l’alba di un nuovo giorno o di una nuova vita.

Quasi ninna quasi nanna, Mariana Chiesa - 2013, Orecchio acerbo
Quasi ninna quasi nanna, Mariana Chiesa – 2013, Orecchio acerbo

ninna nanna coverTitolo: Quasi ninna quasi nanna
Autore: Mariana Chiesa
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2013, 64 pp., 18,00 €

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