La voce del Branco. Gli eredi

Mi chiedo se nell’immaginario di un ragazzo ci possa essere qualcosa di più attrattivo del trasformarsi in un lupo mannaro, del poter dare libero sfogo alla parte ferina di sé, allentando il controllo, lasciandosi dietro alle zampe formalismi e consuetudini.

Scrivere un altro libro con protagonisti i mannari, però, è impresa ardua. L’immaginario è colmo, rimane attrattivo, ma è colmo.

E invece La voce del branco si alza sonora grazie a Gaia Guasti che intreccia di felci, paura e libertà una trama originale che alla propria base ha la naturalezza del prendere gli eventi, anche quelli più complicati da metabolizzare, perché travalicano la sfera della realtà consueta, anche quelli che si complicano di mistero e tempo, anni, decenni.

Mila, Ludo e Tristan ogni anno si danno appuntamento alla Sorgente dei Lupi per festeggiare assieme i loro compleanni. Vivono tra le montagne e sono diversissimi tra loro, per carattere, per contesto familiare; ma un legame d’amicizia li lega profondamente, talmente tanto nel profondo che non meraviglia il loro agire di concerto, anche nei momenti in cui sembra ci si allontani, ci si perda.

Uno dei 15 novembre di festa, l’ultimo, accade qualcosa di inatteso, feroce: tutti e tre i ragazzi vengono attaccati da altrettanti lupi.

Li avevamo conosciuti quei tre lupi, giusto il tempo breve in cui hanno continuato ad esserlo, e sappiamo della presenza di una quarta lupa, per la quale è complesso non provare empatia, sebbene si intuisca che sarà proprio lei il nodo che non lascerà scorrere dolcemente il pettine dei loro fantastici destini.

Parallelamente al turbinio di sensazioni ed eventi che investe i tre protagonisti, nel bosco accadono delitti efferati che sembrano condurre in un’unica, plausibile, direzione. Eppure, i lupi ci insegnano che è bene sempre avere sotto naso più piste. Per non ritrovarsi senza vie di fuga.

Gaia Guasti fa proprio un lessico, quello del fantastico, thriller, horror, che non le è consueto ma le si addice. Ne consegue una lettura molto piacevole e serrata, immersa nel sottobosco, che del sottobosco restituisce tutti gli odori e mette in febbrile attesa della prossima avventura.

voce del branco.jpgTitolo: La voce del branco
Autore: Gaia Guasti (traduzione di Gaia Guasti e Sara Saorin)
Editore: Camelozampa
Dati: 2019, 232 pp., 15,90 €

Un dicembre rosso cuore

La narrazione comincia aprendo e chiudendo molto rapidamente una finestra su un dramma avvenuto nel passato della bambina protagonista e voce narrante in prima persona: il 24 dicembre sua madre è morta.  Si apre con questo ricordo che è ormai solo del momento e non più della persona che manca, e con un elenco di tutte le cose che la bambina non sopporta di dicembre. I profumi, le occasioni di incontro, i colori, tutto rientra nella sua lista dei buoni motivi per detestare dicembre; incluso il compleanno della sua peggior nemica, Mariangela.

Un dicembre rosso cuore, di Ivan Sciapeconi, illustrato da Nina Masina - 2019 Einaudi Ragazzi
Un dicembre rosso cuore, di Ivan Sciapeconi, illustrato da Ninamasina – 2019 Einaudi Ragazzi

Il tono della bambina è molto consapevole e questo causa una crasi nell’empatia che sarebbe naturale nei suoi confronti, nei confronti della fanciullezza, e nei riguardi di quei giorni di sofferenza che a contarli, uno ad uno, sembrano non dover finire mai. E invece come sempre, il tempo scorre e passa, non indugia, è piuttosto indulgente, onesto.

Un dicembre rosso cuore, di Ivan Sciapeconi, illustrato da Nina Masina - 2019 Einaudi Ragazzi
Un dicembre rosso cuore, di Ivan Sciapeconi, illustrato da Ninamasina – 2019 Einaudi Ragazzi

Sulla strada di questa bambina che ha un suo modo di essere e lo afferma, che ha un padre amorevole e degli adulti attorno che se ne prendono cura, arrivano a camminare  altri due personaggi, protagonisti dello stesso identico dolore. Dopo una serie di eventi talvolta buffi e allegri, talvolta tristi, a Natale la conclusione è aperta verso nuove consapevolezze, nuovi affetti, vecchi amori, di quelli che no, non passano mai.

Un dicembre rosso cuore, di Ivan Sciapeconi, illustrato da Nina Masina - 2019 Einaudi Ragazzi
Un dicembre rosso cuore, di Ivan Sciapeconi, illustrato da Ninamasina – 2019 Einaudi Ragazzi

Le illustrazioni che corredano il racconto sono di Ninamasina e riconoscono a dicembre i colori e l’atmosfera piacevole che la bambina rifugge.

Cop rime 678.inddTitolo: Un dicembre rosso cuore
Autore: Ivan Sciapeconi
Editore: Einaudi Ragazzi
Dati: 2019, 112 pp., 11,00 €

Il segreto di Ella

Cath Howe mi ha rapita. Notte tarda, sonno che bussa insistente alle porte dei miei occhi, eppure dalla prima pagina la narrazione fresca, accudente, mai retorica, mi ha avvinta a lungo. Non mi succede spesso, anche perché mi pongo nei confronti dei romanzi contemporanei degli ultimi anni con una certa diffidenza per ragioni che non considero qui proprio perché devo giustizia a questa storia che si discosta dalle altre per tono, per timbro, per cura.

Ella avrebbe tutti i motivi per essere vittima delle contingenze e di se stessa: si è appena trasferita con la madre e il fratellino in una nuova città, il padre è in prigione per truffa e ci resterà a lungo, la scuola è nuova, le amiche anche e un brutto eczema le tormenta le notti, i giorni, le mani.

Ciononostante della vittima non ha nessuna caratteristica retorica. Compie tanti brutti sbagli; per insicurezza si lascia manipolare dalla ragazzina più popolare della scuola, mente, infrange le promesse eppure nel leggerla la si trova integra, affidabile, dolcissima.

La narrazione è costruita con capitoli che si aprono atipicamente sulla sinistra, con delle lettere in corsivo indirizzate al padre. Lettere che vanno in un’unica direzione e che sembrano destinate a non aver mai risposta. Lettere piene di domande che affermano, punti interrogativi che indagano nel proprio quotidiano raccontandolo, e piene di fotografie.

Perché Ella è una bravissima fotografa, brava con lo sguardo, brava nel gusto della composizione delle immagini, così come della realtà. Ella, con il suo sguardo talentuoso, riesce a ricomporre la realtà come se dovesse sistemarla per realizzare finalmente una fotografia che la ritragga vera, bella.WhatsApp Image 2019-11-21 at 10.26.06.jpeg

Ogni personaggio ha il suo spazio, il proprio tempo. Soprattutto la propria onestà nell’essere sincero, nell’essere impietoso ed egoista, nell’essere fragile, nel cambiare idea, nel restare fermo in quella che sente proteggerlo. Sono umani, veri, fotografati nell’istante perfetto della loro imperfezione.

Una volta io e Jack abbiamo guardato su internet il video di un cocomero che veniva fatto esplodere. Era così al rallentatore che si poteva vedere il momento in cui la buccia si spaccava e il frutto si apriva e andava in pezzi, prima che la polpa e il succo saltassero per aria in una pioggia di poltiglia rosa. Quella ero io. Lidia mi aveva fatto esplodere e tutti i frammenti cercavano di assumere la forma di Ella, ma non c’era più nessuna forma, solo schegge volanti.

Il titolo originale è Ella on the outside e l’essere ai margini, o meglio il sentirsi tale, di Ella ricorre spesso nel corso del romanzo, così come la sua capacità di frastagliarli, adattarli mano mano a se stessa e infine oltrepassarli, con la propria determinazione, il sostegno di una famiglia amorevole, finalmente libera.

500x_Il-segreto-di-Ella.pngTitolo: Il segreto di Ella
Autore: Cath Howe (Traduzione di Gioia Sartori)
Editore: Terre di Mezzo
Dati: 2019, 249 pp., 10,00 €

La rete

Ci sarebbero numerosi punti di partenza per dar luogo a delle considerazioni su La rete. Il più fruttuoso, anche nell’ordine della considerazione che diviene riflessione, è il nesso con la radice fiabesca che si esplicita nel topos del genitore che abbandona il proprio figlio nel bosco, lasciandolo solo a gestire la propria vita quotidiana e, conseguentemente, il proprio destino. La rete comincia a intrecciarsi in maniera drammatica quando ci si ritrova in macchina assieme a un padre e a un figlio insultante, sboccato, irrequieto. Il padre lo sta portando in un posto non ben definito, lo lascia in un bosco, da solo, senza alcuno strumento, senza nessuna spiegazione. E si allontana, va via. Le premesse sono certamente opposte, i genitori di Daniel, Maddalena ed Eliah compiono questa scelta per il bene dei propri figli, ma ciò che ne consegue è molto simile all’abbandono fiabesco e al valore simbolico che gli si attribuisce. I ragazzi, ciascuno deve affrontare una proprio momento buio, si ritrovano nel folto di un bosco, da soli, senza alcuna idea sul perché siano in quelle contingenze e in quel luogo. Dal momento dell’abbandono in poi non possono far altro che ricorrere alle proprie risorse per sopravvivere. Non hanno con sé il supporto della tecnologia o il sostegno degli adulti, così come dei coetanei. Nel momento in cui si addormentano o allentano l’attenzione, qualcuno interviene nel loro “nuovo” mondo, lasciando delle istruzioni perentorie su biglietti anonimi. Si mangia solo se si lavora, per esempio, ma anche istruzioni sul lavoro da compiere e dei tempi per farlo.

All’iniziale smarrimento dei ragazzi, ai loro tentativi di opporsi allo stato delle cose, di ribellarsi, di ignorare gli ordini, segue l’accettazione della loro nuova condizione. Si assiste al loro dolore, alla loro fatica, ai loro progressi quasi dimenticandosi del motivo per cui si ritrovano in quel faticoso isolamento e si entra in una profonda e dolorosa empatia che molto ricorda quella che si prova con sé stessi, da genitori, quando si spedisce il proprio figlio a rimuginare da solo in camera, in punizione, e lo si sente blaterare di quanto si sia crudeli e impietosi; e si vorrebbe cedere, offrire quello che pretende, tutto purché nemmeno un grammo di soddisfazione e gli sia negato. Eppure,  è doloroso e difficile ma poco a poco ci si abitua, si metabolizza. E loro con noi; o noi con loro…

La struttura dell’impianto narrativo è rispondente al gusto contemporaneo del cambio di voce e prospettiva. Lo stile è per ciascuna ugualmente lacerante ed empatico. Si intuisce che qualche nodo si scioglierà ma arriva come una lama la consapevolezza che qualcun altro rimarrà irrisolto. La disperazione si esaspera e acuisce e sta qui il merito maggiore di questo libro, nel non piallare il processo di crescita, nel raccontarlo anche nel momento in cui si inceppa, in cui rimane ruvido e sconnesso.

E si torna alla fiaba anche nel finale in cui qualcuno si trova, altri si perdono. Il passato si mescola al presente e lascia sperare nel futuro.

Un romanzo che avvince e la cui lettura consiglio dai 13 anni in su.

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Autore: Sara Allegrini
Editore: Mondadori
Dati: 2019, 255 pp., 17,00 €

La Poya

La Poya, di Fanny Dreyer - 2017, La Joie de Lire, Genève

La Poya in Svizzera è l’atto della salita delle mandrie all’alpeggio e il nome che definisce le opere, siano esse dipinti, illustrazioni o fotografie, che la rappresentano. Nelle comunità montane delle Alpi è un momento attesissimo non solo per il folklore della festa con le mucche, con corone di fiori tra le corna, campanacci lucidi o dipinti a smalto dai colori sgargianti, dai collari lavorati a fuoco ma anche per i bambini: un vero e proprio rito di iniziazione alla vita autonoma e solitaria del pascolo, a una vita tutta al maschile, per la prima volta lontano da casa.

La Poya, di Fanny Dreyer - 2017, La Joie de Lire, Genève
La Poya, di Fanny Dreyer – 2017, La Joie de Lire, Genève

Una di quelle immagini che se sei bambino e hai vissuto sulle montagne svizzere, o ti ci recavi per le vacanze, resta impressa profondamente nel tuo immaginario. Non è raro ritrovare le montagne, gli animali, la vita dei villaggi, le tradizioni, negli albi svizzeri dedicati all’infanzia. C’è molta attenzione al loro ambiente e a che la tradizione resista anche solo come ricordo del cuore. E questo è un libro che colpisce sin dalla sua copertina per l’allegria che trasmette, per quell’aria montana che vi soffia, per quel movimento continuo, a serpentina, per quel sentimento così bambino che è gioia e nostalgia insieme. Per le mucche che placidamente si seguono, in fila indiana, per quelle genziane e stelle alpine e per quei pastorelli tra una mucca e l’altra, intenti in quel cammino. Per quelle ghirlande appoggiate una vicina all’altra che paiono il motivo dei piccoli nastri di passamaneria tirolese.La Poya, di Fanny Dreyer - 2017, La Joie de Lire, Genève

Qualcosa si sta preparando. I fiori si sono fatti belli, i verdi più intensi. È ora di partire per l’alpeggio. Un bambino, con lo zuccotto blu e la tipica camicia rossa e bianca delle comunità svizzere, saluta Lise che, riconoscendolo, con quel passo che solo le mucche, pachidermi domestici, riescono a cadenzare in quel modo, gli si fa incontro. Lui è il suo pastorello da quando era piccola, sono cresciuti insieme e questo è il loro primo alpeggio. C’è molta tensione nell’aria, l’emozione che comporta la sacralità del momento e il timore che crea un gorgo nella pancia. In lontananza i ding ding dei campanacci, di chi sta già brucando l’erba primaverile fresca e dolce di linfa zuccherina. Il piccolo pastorello emozionato incorona la sua mucca: chissà se così abbigliata e bella avrà meno paura la piccola Lise!

La Poya, di Fanny Dreyer - 2017, La Joie de Lire, Genève
La Poya, di Fanny Dreyer – 2017, La Joie de Lire, Genève

Ecco ora sono tutte pronte: Lise, Pâquerette, Rose e tutte le altre. sono così belle, delle regine vestite a festa! La salita comincia. Una in seguito all’altra si incamminano un attimo prima in un gruppo disordinato e poi ognuna sulla strada, seria, composta. In quel serpentone si intravedono cavalli, muli, pastori grandi che guidano con sicurezza, conoscono le parole per convincere ad accelerare il passo, a stare in fila, e poi i piccoli pastori. Il cammino è lungo, qualcuno a sera si addormenta in groppa al suo amico animale. Qualcuno intona una canzone, i bambini incoraggiano le mucche a seguitare, un passo dopo l’altro, la strada sembra non finire mai, ma siamo quasi arrivati! Qualcuno ha sonno e male ai piedi. Arriveremo presto? Oggi, domani, dopodomani. La prima volta l’alpeggio è sempre il più lontano.

Ma quando si arriva a quel pianoro verde, tutti sono contenti, anche Lise! Qualcuno ha però mal di pancia, il lavorio tutto interiore del timore della prima volta lascia spazio, ora che si è arrivati in cima, a quel dolorino sommesso e profondo che chiederebbe casa, il proprio letto, la mamma e una tazza di latte caldo. Tre mesi, quando si è occupati a conoscere i fiori, contare il bestiame, rincorrersi nei prati inseguiti dai cani pastori, imparare a fare il burro, ma soprattutto il formaggio, passano veloci e presto arriva il giorno in cui l’aria si rinfresca, le mucche verranno caricate delle provviste del loro latte e la camicia sarà un po’ più corta e stretta; il cammino riprende ora verso valle.

La Poya, di Fanny Dreyer - 2017, La Joie de Lire, Genève
La Poya, di Fanny Dreyer – 2017, La Joie de Lire, Genève

Il tempo è passato velocemente, non c’è più traccia di mal di pancia nel riabbracciare la mamma, nel tornare al villaggio, e in groppa a Lise si può riflettere assieme che quando qualcosa si starà ancora preparando, quando i fiori saranno nuovamente belli, si riprenderà il cammino…

La Poya, di Fanny Dreyer - 2017, La Joie de Lire, Genève
La Poya, di Fanny Dreyer – 2017, La Joie de Lire, Genève

Con molta delicatezza Fanny Dreyer, autrice e illustratrice, mette in scena una piccola Poya. Per farlo, il libro a fisarmonica si srotola per un metro e settanta centimetri di lunghezza davanti e dietro. Mucca dopo mucca il cammino è reso dalle fila di animali che si spostano un po’ verso destra è un po’ verso sinistra su più file. Andata e ritorno in un inizio d’autunno già piovoso.

Il testo corre come un sottotitolo al piede della pagina e mentre l’illustrazione descrive ciò che succede, anche nella realtà, le parole raccontano di come ci si sente a essere pastori bambini ad affrontare un viaggio che è un cammino è cammino di vita.

IMG-3843Titolo: La Poya
Autore: Fanny Dreyer
Editore: La Joie de Lire, Genève
Dati: 2017, leporello, lingua francese, 18,00

[Leslie’s Bridge, una rubrica curata da Marina Petruzio]

Ci si vede all’Obse

A Stoccolma nell’estate del 1981 Annika trascorre le vacanze estive più drammatiche della sua esistenza. La famiglia di Annika era sul punto di partire per la campagna quando il fratellino atteso per l’autunno nasce prematuramente. Dalla giornata in cui la madre e il fratellino arrivano in ospedale, Annika affronta da sola, a suo modo, la tragedia in cui si ritrova tutta la famiglia. Il padre e la madre la affidano alle cure di un nonno premuroso e buffo, buona forchetta e con una passione per le api e i ritornelli cantabili, ma lei preferisce la solitudine in cui inconsapevolmente anche i familiari, proteggendola dalla verità, la confinano.Ci si vede all'obse

Annika ha una caratteristica di cui va fiera: sa raccontate le bugie. Se ne inventa sempre di nuove e intricatissime e lo fa perché le bugie sono senza dubbio più intriganti e fantasiose della realtà. Anche per questa ragione non fatica a fare amicizia con un gruppo di ragazzi conosciuti per caso al parco dell’Osservatorio astronomico.  Un gruppetto di bambini e ragazzi varipinto: c’è il leader, una ragazza quattordicenne dal piglio brusco e dagli occhi verdi “da mostro”; c’è Foglia, un bambino di 9 anni, malnutrito e sudicio, c’è il ragazzo dai capelli vaporosi che ama il cucito e marina il campo scuola, c’è la ragazzina saggia e il figlio di metodisti che reagisce all’educazione ricevuta infilando un paio di bestemmie e qualche parolaccia in ogni frase che pronuncia.

E infine c’è Annika, ben lieta di tenere fede al patto che tiene unito il gruppo: non raccontarsi mai nulla della propria vita. Ciondolano nel parco e per le strade di Stoccolma giocando a obbligo o verità, ma mai nessuno propende per la verità, che tutti rifuggono anche a costo di compiere gesti pericolosi, rischiosissimi.

L’estate trascorre e Annika non riesce a ragranellare il coraggio per andare a far visita alla mamma e al fratellino. Si interroga e si mette alla prova ma non riesce a compiere il passo che la condurrebbe dritta alla realtà.

Quando l’estate è quasi finita lo è anche il romanzo e gli eventi sembrano essere sull’orlo di un precipizio. In ospedale le cose si complicano in maniera preoccupante, mentre un “obbligo” molto rischioso mette a repentaglio vita e amicizia. Con un lessico asciutto e diretto, uno stile senza fronzoli e una protagonista bugiarda, Cilla Jackert ci racconta una storia squisitamente vera che si può leggere o ascoltare, io l’ho ascoltata dalla voce di Eleonora Calamita (audiolibro disponibile in collaborazione con Il Narratore Audiolibri).

Ci si vede all'obseTitolo: Ci si vede all’ObseCi si vede all’Obse
Autore: Cilla Jackert (traduttrice Samanta K. Milton Knowles)
Editore: Camelozampa
Dati: 2018, 200 pp., 11,90 €

Tucano il tucano

C’era una volta un uccello che non aveva un nome ma aveva un peso.

Quanto pesa esattamente un uccello tutto nero, ad eccezione degli occhi, bianchi, non saprei dirlo; certo è che la sua rappresentazione in mezzo alla natura è tutta volta a sottolineare che esso esiste, c’è, a dispetto dell’essere senza nome.

Sin dalla copertina, che replica esattamente colori e consistenze originali del 1964, anno in cui questo che è il primo libro di David McKee è stato edito per la prima volta, il nostro protagonista sta appollaiato sullo stelo di un fiore e quest’ultimo si piega quasi ad angolo retto, segnando i confini di uno spazio separato quasi esattamente a metà: una occupata dai fiori, l’altra dal fiore trespolo e dal nostro protagonista dal becco imponente. Ma soprattutto si piega, segnando una condizione che è quella di un essere con un peso e una grande, consistente, solitudine.

Tucano il tucano, di David McKee - 2017 Lapis edizioni
Tucano il tucano, di David McKee – 2017 Lapis edizioni

L’uccello, dalla copertina percorre le risguardie a passo deciso ma meccanico, attraversa un frontespizio fatto di un sole rosso che è tagliato a listarelle dalla consistenza di tronchi dalla corteccia a motivi geometrici, per poi appollaiarsi su quello che sembra il ramo di un banano, piegandolo a semicerchio e posizionandosi nel mezzo della pagina, artigli ben ancorati al ramo, sguardo piuttosto fisso, becco che si staglia imponente, nessun nome.

Gli altri animali, che invece un nome ce l’avevano, ridevano di lui. E questo lo faceva soffrire molto.

Lasciandosi le risate di scherno alle spalle, parte. Perché del proprio fato prima o poi ciascuno deve prendere le briglie. Perché ha bisogno di una storia. Di scrivere la propria.

Tucano il tucano, di David McKee - 2017 Lapis edizioni
Tucano il tucano, di David McKee – 2017 Lapis edizioni

Con l’aiuto delle parole che tipograficamente l’aiutano a scalare una montagna, con il becco di nuovo ben puntato in avanti (nelle pagine prima s’era decisamente abbassato per la mortificazione), che si avvicina, temerario, al confine della pagina, al suo taglio, impavido. Arrivato in città, prova con ostinazione e scarta con consapevolezza tutto quanto per competenza e attitudine non gli si confà, e trova infine un lavoro che svolge con entusiasmo, che gli si addice.

L’entusiasmo sarà la carta vincente che segnerà il passaggio tra il passato e il presente, tra la cattiva e la buona sorte, tra la rigidità dei movimenti e la libertà di questi ultimi. Tra l’avere e il non avere un nome.

Tucano il tucano, di David McKee - 2017 Lapis edizioni
Tucano il tucano, di David McKee – 2017 Lapis edizioni

Portava le lattine di vernice da un posto all’altro con il becco, questo il suo lavoro. Two can, due lattine, impresa non da poco, possibile solo grazie al suo lungo becco.

Fu così che diventò Two Can

E con un nome – finalmente! – si sente capace di tutto, anche di portarne tre, di lattine.

Finalmente si scioglie in ruzzoloni che innescano un fortunato accidente: la vernice gli si versa addosso tingendo indelebilmente le sue piume. Non realizza, sulle prime, la fortuna che gli è capitata, teme di aver fallito è ancora rigido. E torna indietro, ripercorre i suoi passi, e stavolta le parole ,che all’andata l’avevano spinto per dargli forza, lo abbracciano, lui nel mezzo, loro ai lati, a sostenerlo mentre scala, di nuovo, la montagna.

Tucano il tucano, di David McKee - 2017 Lapis edizioni
Tucano il tucano, di David McKee – 2017 Lapis edizioni

Al ritorno, però, ha un carico d’esperienza su di sè, e un nome. Two can.

Non svelo nulla di come nel concludersi si apra questo albo. Vi racconto solo di un uccello con un nome, e un peso che piega gli steli e i rami, che ride con gli altri animali a becco aperto e alto.

Titolo: Tucano il tucano
Autore: David McKee
Traduzione: Alessandra Valtieri
Editore: Lapis edizioni
Dati: 2017, 28 pp., 13,50 €

Alla libreria Il Giardino Incartato in via del Pigneto a Roma o

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Ombre sulla sabbia, il primo romanzo di Aidan Chambers

Fossimo nel 1968 mi ritroverei tra le mani il romanzo di un autore esordiente, Tale Aidan Chambers. Lo leggerei, lo leggerei d’un fiato e poi cercherei di scriverne meglio che potrei. Perché questo romanzo, pur essendo un romanzo di esordio, ha una maturità alle spalle che si percepisce chiaramente, riga dopo riga e che ne sottintende di futura.

C’è una sorta di isola, Marle si chiama; non lo è del tutto ma nemmeno per niente. È un lembo di terra vicino a Newcastle. Paese di pescatori d’aragoste, poche case, poche anime, un pub.

E Kevin, 17 anni, è nato e cresciuto lì, in balia delle maree. Unica sua coetanea in paese è Susan, amica che ama riamato nel tacito assenso dell’amore tra adolescenti che non ha bisogno di parole per essere lì a tener loro compagnia, a nutrirsi di corse a perdifiato, di risate coi nasi arricciati, di confidenze sussurrate. Ma Susan non è Kevin, in quel lembo di terra sta stretta, cerca lo spazio per allargare le braccia, gli orizzonti; sente di dover attraversare  il mare e guardare Marle dalla prospettiva inversa. E Kevin non saprà starle lontano.

Lacerante lasciare il nonno, che Kevin ama profondamente, lacerante ritrovarsi e poi perdersi per poi ritrovarsi ancora. Lacerante svegliarsi in luoghi stranieri per quanto paradossalmente vicini, lasciarsi il proprio quotidiano alle spalle, sfuggire al controllo di sé stessi e dei propri cliqué. Lacerante in un’unica parola è crescere, e come Chambers a raccontarlo, lo capiremmo sin da subito se fossimo nel 1968, ma lo sappiamo bene visto che siamo qui oggi, nessuno mai.

Se fossimo nel 1968, però, non potremmo leggere una nota dell’autore che parla proprio di noi, i suoi lettori italiani. Non potrei dirvi sufficientemente bene quel che ci dice per cui godetevi queste parole e, se potete, andate a incontrarlo a Bologna, perché Dal 25 al 27 maggio Aidan Chambers è in giro a incontrare i suoi lettori e le sue lettrici grazie ad Hamelin e al progetto Xanadu (oggi peraltro si rivelano i vincitori!).

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Aidan Chambers, Nota dell’autore a Ombre sulla sabbia, traduzione di Beatrice Masini, Giunti 2016

81RjJsEj7KLTitolo: Ombre sulla sabbia
Autore: Aidan Chambers, Beatrice Masini (traduttrice)
Editore: Rizzoli
Dati: 2016, 155 pp., 15,00 €

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Piccola orsa, Grande Orsa è con te.

Piccola Orsa, Jo Weaver - 2016, Orecchio acerbo
Piccola Orsa, Jo Weaver – 2016, Orecchio acerbo

Il muso di Grande Orsa è illuminato dal sole e del sole di Primavera gode, occhi chiusi e naso teso verso il cielo, ad assaporarne il tepore. Grande Orsa e Piccola Orsa guardano il cielo e del cielo sembrano conservare la lucentezza di quando erano costellazioni. Grande Orsa e Piccola Orsa, che le zampetta di fianco, si muovono brillanti in terra, tra le fronde, sui prati, tra i tronchi, come se avessero, per una stagione, scelto di abbandonare il firmamento e godersi il tepore e la luce del cielo piuttosto che illuminarlo esse stesse.

Piccola Orsa, Jo Weaver - 2016, Orecchio acerbo
Piccola Orsa, Jo Weaver – 2016, Orecchio acerbo

Ogni volta che Grande Orsa deve orientarsi nel tempo guarda in su. Cerca la stella Polare mi dico, cerca conferme e conforto, un segno chiaro e familiare. Gli orsi annusano l’aria, tutti gli animali selvaggi lo fanno, ma Grande Orsa lo fa con un piglio che è unico: deciso e morbido, sapiente.

Oppure, Grande Orsa lo sguardo lo porta a terra e, sì, insegna alla sua Piccola Orsa, ma pare imparare anch’essa. Indica con gli occhi stupefatti delle api ronzanti sui fiori, con gli occhi una famiglia di ricci. Con le zampe dialoga con gli uccelli, tra i rami d’autunno carichi di frutti maturi, con una sospesa a mezz’aria ristà, in attesa che Piccola Orsa si decida a rinunciare al proprio gioco, per raggiungerla e sfuggire all’inverno.

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Piccola Orsa, Jo Weaver – 2016, Orecchio acerbo

Piccola Orsa segue, osserva, pare sorridere. Lungo una strada costellata di meraviglia. Luminescente come solo il bianco sul nero può essere, chiara come solo il nero sul bianco.

Bianco che si pone in primo piano sui fianchi delle pagine: è un soffione, sono spighe lunghe e strette, fronde sparute di cespugli, uccellini notturni. Nero che fa lo stesso e sottolinea il legame tra la madre e il suo cucciolo evidenziando le ombre, sempre distinte ma vicine, e le impronte, della madre, della figlia, assieme. In attesa che il cielo si lasci annusare e sappia di Primavera.

Piccola Orsa, Jo Weaver - 2016, Orecchio acerbo
Piccola Orsa, Jo Weaver – 2016, Orecchio acerbo

È da molto tempo che non lo affermavo con tanta certezza: questo è un albo che non può mancare nella libreria dei vostri bambini. È un libro urgente, che muove con intensa calma, che svela intimità profonde, che le rende universali e fortissime. Di rara raffinatezza e cura editoriale. Splendido.

Su Lettura Candita di Carla Ghisalberti, che peraltro è autrice della traduzione, scopro un po’ della storia di Grande Orsa e Piccola Orsa quando ancora erano Big Bear e Little One. Andate ad annusare, l’aria da quelle parti è deliziosa.

51cdc1RVo+L._SX492_BO1,204,203,200_Titolo: Piccola Orsa
Autore: Jo Weaver
Editore: Orecchio Acerbo
Dati: 2016, 32 pp., 16,00 €
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