La canzone di Orfeo

La canzone di Orfeo sin dal titolo cita in maniera esplicita il mito di Orfeo ed Euridice ma non si ferma nell’intessere una narrazione che ne riprende i temi: la morte, l’amore, la disperazione, il cedere alla passione, la fragilità dell’essere vivi. Prosegue sulla strada del mito ripercorrendone i modi: chiamando in causa per poi svicolare, dando sempre l’impressione di arrivare a una soluzione, portando la tensione fino al punto di spezzarla, far intendere che si possa allentare e invece tendere sino alla rottura. E lasciare smarriti, con un monito non detto incombente, incerti sul da farsi, incerti sul destino dei protagonisti, sulla vera verità.

È un romanzo complesso che parla d’amore. Dell’amore tra Claire, che racconta la vicenda per essere l’unica sopravvissuta, ed Ella, amiche sin dall’infanzia, innamorate sin da allora l’una dell’altra di un amore che resta senza parole e si nutre di sguardi e di baci, capace di lasciar andare, capace di dirsi addio. Dell’amore tra Ella e Orpheus ammaliato dalla musica della lira, dalle parole cantate, sussurrate, che incomincia con una conversazione telefonica durante la quale Orpheus induce Ella, restata a casa per volere dei genitori mentre gli altri amici “hipster” sono in vacanza in spiaggia, a dire ad alta voce il proprio nome, mettendo in atto un vero e proprio incantesimo, costringendola a scoprirsi nella sua nuda essenza, e legandola per sempre a lui facendole recitare una formula che è fatta di musica e due parole: Ella Grey.

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È un romanzo composito che cambia spesso ritmo, assieme al tono, che alterna momenti di furia intensa, di narrazione esasperata, cruda, diretta, a momenti di quiete, in cui il contingente si ricompone a momenti quotidiani semplici, familiari, scolastici.

È un romanzo lirico, visionario, che ricorda il timbro di William Blake. «L’immaginazione non è uno stato mentale: è l’esistenza umana stessa.» (W. Blake)

È un continuo sognare, immaginare, vivere pienamente il sogno e l’immaginazione con naturalezza, senza tracciare un confine con la realtà o attraversandolo di continuo, senza porsi domande, anche quello tragico e drammatico tra la vita e la morte.

Mi raccontò la sua storia quel mattino, quando lo trovai che giaceva fuori dal cancello, mentre l’Ouseburn scorreva e le sbarre tintinnavano e vibravano e la luce s’intensificava su tutto il Tyneside. Non mi domandò neanche una volta se gli credessi.

Al risveglio, con la testa ancora impastata della materia dei sogni, Orpheus racconta e racconta un sogno che è vero, visionario e credibile, realtà oggettiva.

È una storia di morte, tragica e intensa; che lascia soli e accompagna, che si nutre di disperazione, assenza e ricordo. Che credo indurrà i lettori a rileggere il mito, Milton e il suo Paradiso Perduto, William Blake. Che li indurrà a chiedersi, forse a non rispondersi mai.

“Sono felice” disse. “È una cosa accettabile? È questa la cosa più assurda di tutte adesso. Sono maledettamente felice, Claire. Com’è mai possibile?”

51FXHJ0JixL._SX331_BO1,204,203,200_Titolo: La canzone di Orfeo
Autore: David Almond
Traduzione: Giuseppe Iacobaci e Wendell Ricketts
Editore: Salani
Dati: 2018, 248 pp., 14,90 €

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Klaus e i ragazzacci

In questa storia ad alta leggibilità di David Almond si parla spesso di due muri: quello che separava Berlino Est da Berlino Ovest e quello tirato su da un gruppo di ragazzini, capeggiati da Joe Gillespie, pià grandicello ma soprattutto più prepotente, tra le proprie, differenti, personalità e gli altri: gli adulti, gli altri ragazzini.

Cosa spinge un ragazzino a diventare un ragazzaccio? Qual è il momento in cui ci si convince che si possa ottenere un riconoscimento a livello sociale solo se si combina qualche pasticcio (specie se il pasticcio è a spese di qualcun altro)?

I ragazzacci fanno squadra sul campo di calcio che, negli anni in cui è ambientata questa storia (fine degli anni Sessanta) era sport molto diverso da come si intende ora, e per strada, a scuola. I ragazzacci prendono di mira chi sembra loro più debole e se ne prendono gioco. O meglio, i ragazzacci ubbidiscono ciecamente al proprio capo Joe senza colpo ferire, senza farsi domande, senza opporre resistenza. E chi, timidamente, prova a farlo, corre il rischio di essere allontanato, di passare dall’altra parte del muro, di diventare bersaglio piuttosto che cacciatore.

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Klaus e i ragazzacci, di David Almond M. Coppo – 2015, Sinnos

Come nelle ricorrenze cicliche che diventano abitudini, basta poco a spezzare il cerchio e interrompere il flusso di prepotenze e pregiudizi: da Berlino Est arriva a Londra un ragazzino, Klaus Vogel, che a guardarlo giocare sembra Pelè, anzi, sembra Gerd Müller, che è capace di usare i “no” quando è il momento giusto e ama la musica classica. Senza timore, conscio delle conseguenze. E quando c’è qualcuno che il buon esempio lo da generosamente, allora ci sarà sempre qualcun altro che sarà capace di esprimersi liberamente, assecondando la propria indole piuttosto che lusingare quella di qualcun altro. E la musica che ne consegue pare Mozart.

Sebbene nello spazio di poche pagine, Almond riesce a caratterizzare i personaggi come di consueto. Klaus Vogel è ritratto nei minimi dettagli sebbene sembri che siano poche e cose dette su di lui. Persino il protagonista, voce narrante di questo racconto, di cui si fa fatica a scoprire il nome, si rivela in tutte le sue insicurezze, nelle sue abitudini, nel tono che usa nel raccontare, nel raccontarci di come fose un ragazzaccio e abbia smesso di esserlo.

Lettura consigliata per la quarta elementare

klaus-e-i-ragazzacci_web-199x300Titolo: Klaus e i ragazzacci
Autore: David Almond
Traduttore: L. Russo
Editore: Sinnos
Dati: 2015, 61 pp., 9,00 €

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