E vissero tutti cattivi e scontenti

J. E. Millais, Isabella, 1848-49, Liverpool Walker Art Gallery.
J. E. Millais, Isabella, 1848-49, Liverpool Walker Art Gallery.

I fratelli di Lisabetta uccidon l’amante di lei: egli l’apparisce in sogno e mostrale dove sia sotterrato; ella occultamente disotterra la testa e mettela in un testo di bassilico, e quivi su piagnendo ogni dì per una grande ora, i fratelli gliele tolgono, ed ella se ne muore di dolore poco appresso.

Ho scelto Isabella di Millais per considerare quello che racconterò in queste righe sulla malvagità di intenti, sui finali crudeli, feroci, ingiusti, sui protagonisti lividi che del loro livore tutto imbrattano, anche il destino dei limpidi, anche il coraggio, anche la lealtà. E vincono. Perché no, non è detto che ogni fiaba debba concludersi con un “e vissero tutti felici e contenti” così come non è detto che debbano incominciare con un “c’era una volta”. Lo schema della malvagità si ripete, c’è stato più volte, e proprio in Lisabetta da Messina, dalla Quarta giornata del Decameron di Giovanni Boccaccio, infuso di realtà come in tutte le novelle, raggiunge una soglia molto complessa da metabolizzare.

Seduti attorno a una tavola imbandita, agiscono tutti i protagonisti della novella boccacciana, raccontando in un’unica immagine l’intera vicenda. In primo piano, sulla destra, sta Lisabetta, lievemente curva, come ad ascoltare il sussurro di Lorenzo che le porge un piatto con della frutta fresca. Lo sguardo di Lorenzo è immoto e altrove, fa già parte di un piano che non è più quello della realtà, che ci sussurra di morte. Anche gli occhi di Lisabetta rimangono quieti, in attesa di rivelazioni sostanziali, mentre la mano sinistra si posa sul capo di un cane fedele che si ripara sulle sue gambe. Alle spalle di entrambi un servo sembra a disagio, come se potesse e non riuscisse invece ad agire, mentre di fianco a Lorenzo una vecchia rivolge loro uno sguardo obliquo, di apprensione e commiserazione. Sempre in primo piano, sulla sinistra, uno dei fratelli di Lisabetta è ritratto nell’atto di calciare il cane, esplicitando i propositi malvagi di cui, assieme all’altro fratello, è portatore. Infine, il secondo fratello rosicchia le unghie pregustando l’attesa del gesto omicida mentre, nel pieno agire della crudeltà, ne vagheggia, rimirando un bicchiere di vino.

La novella, così come il dipinto, si svolge rapidamente, come senza possibilità d’azione, i buoni da una parte, i cattivi dall’altra si fronteggiano e studiano e già nel farlo i buoni sanno di dover soccombere. Si applica in entrambe le circostanze una hitchcockiana sospensione dell’attesa che dilata il tempo dell’azione e lo svela, anticipando con lentezza un finale annunciato.

Il principe cigno e altre undici fiabe segrete dei fratelli Grimm, illustrazioni di Fabian Negrin, Donzelli editore, 2014
Il principe cigno e altre undici fiabe segrete dei fratelli Grimm, illustrazioni di Fabian Negrin, Donzelli editore, 2014

Altra storia, altri fratelli. Siamo tra le pagine delle fiabe dei fratelli Grimm illustrate da Fabian Negrin. La storia è quella de La mano col coltello. A muoverne le fila l’invidia, tra tutte le manifestazioni della crudeltà una delle più alte. La storia è piuttosto semplice, mentre complessi sono i risvolti violenti, di una violenza che è sempre gratuita ma qui lo diventa in modo piuttosto sconclusionato, andando a colpire due innocenti e sostituendo alle vessazioni di genere una ancor più irragionevole e spietata crudeltà. La prima agente è la madre. Madre di quattro figli, di cui tre maschi e una femmina, tratta quest’ultima con la più totale indifferenza e la tormenta con inutili soprusi. La bambina ogni giorno è costretta a un lavoro faticoso tra la torba della brughiera e, per farlo meglio e più in fretta, la poveretta accetta di buon grado un gesto gentile da innamorato: un elfo della montagna le porge attraverso una fessura nella roccia un coltello dalle proprietà magiche (o forse semplicemente molto affilato) con il quale ella riesce a tagliare tutta la torba che le è necessaria. Al rientro bussa due volte sulla schiena della collina e l’elfo allunga la mano a riprendersi l’utensile. La ferocia della madre, che qui non è matrigna ma madre naturale, si alimenta del “successo” filiale tanto da inviare i fratelli a spiarne il percorso e le azioni. I tre, scoperto l’ingenuo escamotage, le sottraggono in malo modo il coltello e con esso mozzano la mano tesa dell’elfo che, convinto che la bambina l’avesse tradito, nessuno mai più vide.

Si tratta di crudeltà pasciuta alla biada dell’idiozia, ma non nuova alle fiabe di origine popolare che si nutrono di pregiudizi, di maschilismo, di brutalità. Nell’illustrazione di Fabian Negrin io leggo ancora di più, un tradimento ancora più profondo. I fratelli Grimm ci raccontano che l’elfo si sentì ingannato dalla bambina, ritenendola colpevole, non vedendo i reali autori dello scempio. Nella lettura, che si fa narrazione, della tavola in ecoline con glicerina di Negrin, però, ad altezza occhi, occhi grandi, attenti, che paiono proprio guardare, c’è un’ulteriore feritoia attraverso la quale l’elfo sembra rivolgere uno sguardo di premura alla fanciulla che, dall’altra parte, cautamente, afferra il coltello.

Sarebbe un allontanarsi consapevole, dunque, per una comprensibile paura, che lascia la bambina completamente sola. Il piano della narrazione è diviso tra realtà e magia ed entrambi ci sono manifesti, assistiamo da spettatori inermi a ciò che ai protagonisti della storia è precluso. E inermi ci allontaniamo, smarriti, persi.

Robert Browning, Il pifferaio magico di Hamelin, illustrazioni di Antonella Toffolo, Topipittori, 2007
Robert Browning, Il pifferaio magico di Hamelin, illustrazioni di Antonella Toffolo, Topipittori, 2007

La crudeltà che acceca è quella dell’avidità, dell’avarizia del porre davanti a ogni cosa, anche al sollievo, la tensione a ingannare il prossimo, a tessere trame di cupidigia. Il 22 luglio del 1376, nella città di Hamelin, qualcosa di terribile avvenne. Antonella Toffolo lo illustra in un nero venato di bianco in una splendida edizione de Il Pifferio magico di Hamelin di Robert Browning. Tutti i bambini di quella città, come topi al seguito del variopinto pifferaio, sparirono tra le pieghe di una montagna e non fecero più ritorno. Si tratta di una leggenda popolare di radice germanica che cita varie fonti, una più o meno probabile dell’altra (la peste, le crociate dei bambini…): la città di Hamelin si ritrovò invasa da migliaia di topi, spietati, sudici, invadenti. Gli amministratori in pellicce di ermellino, spaventati all’idea di perdere gli agi cui erano avvezzi, accettano l’aiuto di un pifferaio, un agente magico capace, grazie a uno strumento altrettanto magico, di liberare la città e i suoi abitanti dalla pulciosa piaga. Ma lo fa solo in cambio di una ricompensa, che peraltro ben misera appare in confronto al risultato che promette di ottenere. Come nella più classica delle fiabe, laddove gli strumenti del reale perdono di efficacia, a una situazione disperata si pone rimedio con l’intervento del sovrannaturale. Il pifferaio mantiene la promessa ed esige la propria ricompensa, ma la crudeltà, dell’ingratitudine, avvolge e soffoca i propositi e oppone risate sconce a una richiesta legittima. La realtà vorrebbe che, come supposto dai governanti, la storia si concludesse qui: i topi sono morti annegati nel fiume Weser, non possono più tornare. Ma la magia non è così magnanima, conosce altre strade, e quella delle viscere della montagna sembra quantomeno plausibile. E qui la crudeltà si fa spietata e assordante, seguendo un suono mellifluo e affascinante all’orecchio. Tutti i bambini si accodano al pifferaio e al suo flauto magico, scomparendo per non far più ritorno, lasciando i genitori e la città in un dolore sordo e silenzioso.

Tra tutti gli autori di fiabe, Perrault è l’unico a negare il lieto fine, persino in Cappuccetto Rosso non conosce mezze misure “quel malanno di Lupo si gettò sul povero Cappuccetto Rosso, e ne fece un boccone” ed è maestro nel mettere a punto la sospensione dell’incredulità e nel dare credito al gusto della crudeltà manifesto in ogni bambino. Nella prefazione a I racconti delle fate di Carlo Collodi, Giuseppe Pontiggia ne sottolinea in più punti questi tratti distintivi, che rendono giustizia alla struttura fiabesca popolare e di tradizione orale europea.

I racconti delle fate, Carlo Collodi, illustrazioni di Gustave Doré, Adelphi, 1976
I racconti delle fate, Carlo Collodi, illustrazioni di Gustave Doré, Adelphi, 1976

Vera infatti è la paura, veri i soprusi, cocenti i tradimenti, violenti gli assassini, i rapitori. Non c’è molto da edulcorare quando a ballare una ridda sfrenata è la crudeltà. E Collodi è stato maestro nel non tradire questi toni crudeli ma schietti dei Contes perraultiani che conoscono protagonisti dai gesti efferati: Barba-blu, Il Lupo di Cappuccetto Rosso, il padre di Pelle d’asino. Assassini, bestie dagli istinti ferini, padri senza amore, privi di pudore, orribili.

Il bimbo ascolta, freme, e però astraendo al piano dell’irrealtà (sono solo fiabe) qualcosa riconosce: la verità. E qualcosa impara, e da qualcosa si difende: la crudeltà è del nostro mondo e spesso non si redime.

Storia del bambino buono – Storia del bambino cattivo , Twain, Olmos – 2013 Logos edizioni
Storia del bambino buono – Storia del bambino cattivo , Twain, Olmos – 2013 Logos edizioni

E infine c’è una storia, anzi due. Una è La storia del bambino buono e l’altra è La storia del bambino cattivo, entrambe sono di Mark Twain ed entrambe, assieme nello stesso libro, ma con versi diversi, sono illustrate da Roger Olmos e si incontrano a metà strada. Dunque, c’era una volta un bambino buono di nome Jacob Blivens. Egli era talmente buono che gli altri bambini stentavano a capirlo, anzi, non lo capirono mai. Jacob era ubbidiente, era onesto, era rispettoso. Forse l’unica sua pecca era che “credeva nei bambini buoni dei libri della scuola domenicale, riponeva in loro la massima fiducia […] e nutriva la nobile ambizione di figurare” in uno di essi. Ma essere buoni, specie nei libri, può rivelarsi fatale. Lo dice Twain che adduce alla bontà più morti che alla tisi, e lo diciamo anche noi, considerato quanto letto e scritto finora. E infatti Jacob conosce un destino avverso, avverso sotto molteplici aspetti. E infine, di una fine truculenta che non starò qui a raccontare, muore.

E, dunque, c’era una volta un bambino cattivo di nome Jim. Ladro, violento, dispettoso fino al midollo. Jim era cattivo ma “tutto gli andava diversamente da come succede ai cattivi James dei libri”. Perché tutto gli andava meravigliosamente e sanguinosamente (per gli altri) bene. Anche il fine è lieto per Jim, “il peccatore nato sotto una buona stella”.

Scavando nell’archivio della mia memoria, di cattivi che non si redimono, di cattivi che hanno la meglio, di cattivi che si giovano della propria malvagità ne ho scovati tanti. Alcuni li ho dovuti tralasciare per il loro non essere davvero e profondamente cattivi (penso a Cagliuso, rinarrata da Giambattista Basile, cattivo di ingratitudine), altri hanno condito di brividi la mia anima bambina, quella che mi trattiene, e dolcemente, in quella proiezione di mondo che sono le fiabe, quella che ho sperimentato da bambina, passeggiando, e spesso, tra pagine impervie a passo piuttosto incauto. Tra tutti i protagonisti malvagi che ho incontrato, quello che reputavo e reputo più disturbante è il destino crudele, perché esso implica un fatalismo che esula dall’oggettività, sia essa reale, sia essa fiabesca. E fa paura, molta più di quanta potrebbe farne l’orco di Pollicino, giacché da quello, e sin da bambini, abbiamo imparato a difenderci a suon di briciole, di maniche rimboccate e trovate geniali.

Articolo pubblicato per la prima volta su Libri Calzelunghe nel 2016, cliccando su questo link e accedendovi potrete trovare anche la bibliografia relativa a questo pezzo e molti altri articoli rientranti nel tema dei Libri disobbedienti

Pulci nell’orecchio (acerbo)

Della propagazione della luce sappiamo tutti dalla fisica studiata al liceo; io un po’ più vagamente perché ho la tendenza a raccontarmi le teorie fisico/matematiche come se fossero fiabe, per cui la variante dell’oggi di solito è parecchio distante dall’originale di partenza, però ecco, con in mano le pulci nell’orecchio curate e illustrate da Fabian Negrin per Orecchio Acerbo ho ripensato alle sfere di cristallo e al loro restituire un’immagine capovolta della realtà, chè è proprio la stessa, vivida e brillante, ma sottosopra. E quindi uguale, perfette ma altro da sé. E dunque la quarta di copertina custodisce il titolo; il che è un sogno che si avvera, vale a dire trovare in quarta pochi elementi, tutti veri: l’autore, l’illustratore, il titolo della storia, l’editore. E in copertina una illustrazione piena piena, liscia. che racconta moltissimo e molto affascina.

Rex di D. H. Lawrence, Fabian Negrin - 2017, Orecchio acerbo
Rex di D. H. Lawrence, Fabian Negrin – 2017, Orecchio acerbo

La prima pulce che vorrei mettere nel vostro orecchio ha in copertina un cane dal muso fiero e dal pelo riccio, un bambino scalzo e biondo e una bimba, gonna rossa e capelli al vento. Tutti e tre solcano l’aria in un balzo che è assieme di amicizia, gioia, libertà, fanciullezza. Prima ancora che arrivi il frontespizio, una illustrazione su doppia pagina in cui il cane e il bambino si contendono un calzino e il cane tira e tira così tanto e così forte che tutta la stanza sembra pendere dalla sua parte. Pericolosamente, considerata la furia che tinge il volto della mamma che incede brandendo una scopa. A seguire un dettaglio di quanti guai possa causare in casa un cane che stringe amicizia coi bambini e quindi Rex di D. H. Lawrence, illustrato da Fabian Negrin nella traduzione di Damiano Abeni.

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Lo zio del barbiere e la tigre che gli mangiò la testa di William Saroyan, Fabian Negrin – 2017, Orecchio acerbo

Sulla seconda sta adagiata su uno sfondo rosso sangue una tigre che di sottecchi si guarda alle spalle mentre sul suo manto il volto di un uomo si mostra pensoso, corrucciato. Probabilmente perché si tratta dello zio del barbiere cui quella stessa tigre mangiò la testa. Lo zio che si chiamava Misak e, novello San Francesco, amava tutte le creature, anche le più feroci, anche quelle cui ogni sera, lavorando al circo, s’arrischiava ad offrire il capo; Il bambino che ne ascoltò la storia, invece, coi suoi capelli offriva un nido agli uccelli; fino a quando il suo essere strampalato e capellone non gli valse rimproveri da destra e manca e non incappò nel barbiere cantastorie che forse aveva nome William e cognome Saroyan (Lo zio del barbiere e la tigre che gli mangiò la testa, con le illustrazioni di Fabian Negrin, nella traduzione di Elio Vittorini).

Canituccia di Matilde Serao, Fabian Negrin - 2017, Orecchio acerbo
Canituccia di Matilde Serao, Fabian Negrin – 2017, Orecchio acerbo

La terza, beh, la terza vi guarda negli occhi pur con lo sguardo basso. Gli occhi cerulei e tristi di Canituccia sono acquosi e fermi, i capelli che sfuggono al fazzoletto azzurro rossi e tagliati malamente. Il volto smunto, magro e coperto di lentiggini racconta di giornate a pascolare il maiale della padrona nelle campagne intorno a Capua, giornate di fatica, di botte, di fame ma anche di amicizia nata da un bisogno reciproco di vicinanza tra pastorella e maiale che si concluderà nel più triste e ineluttabile degli addii. Una lettura intensa e dolorosa che mette molta distanza tra l’innocenza dei bambini, che mai chiedono. Che muti, a capo chino, ristanno su scalini di pietra, negli angoli, affamati e soli a patire l’egoismo severo degli adulti (Canituccia di Matilde Serao).

Pulci nell’orecchio Storie che saltano di testa in testa, lasciando il prurito contagioso della lettura.

 

 

 

La crudeltà meravigliosa delle fiabe calabresi

Re Pepe e il vento magico,
Re Pepe e il vento magico, “La tacchina” – Letterio di Francia e Fabian Negrin – Donzelli 2015

È dal realismo magico che prendono mossa le fiabe. In un contesto assolutamente schietto, in cui i bisogni primari si sostituiscono facilmente ai legami sentimentali come a quelli di sangue, in un contesto ferino, direi meglio, si muovono personaggi ambigui nella loro limpidezza. Personaggi da cui non ci si può aspettare reazioni guidate dal filo della logica. Personaggi sanguigni. Personaggi che lottano per la propria sopravvivenza, che seguono il proprio istinto, che non sono fedeli, oppure lo sono in maniera inconcepibile e ottusa. Che sfogano nella propria e disarmante semplicità una complessità di reazioni e relazioni senza implicazioni, senza che fiducia, fratellanza, coerenza siano mai risparmiate. Eroici di un eroismo che bada alla terra, agli averi, ai confini e quindi non è più tale, perde e sminuisce la propria definizione.

Questa la realtà, o meglio, questo il realismo.

Re Pepe e il vento magico,
Re Pepe e il vento magico, “La ricotta bianca” – Letterio di Francia e Fabian Negrin – Donzelli 2015

Dietro le quinte opera la magia che interviene come se fosse scontato che lo facesse. Quindi è piuttosto consueto un figlio serpente. Come è piuttosto consueto guarire da arti mozzati, da violenze inaudite; così come lo è interloquire con i draghi e le draghe, far loro visita, stringere accordi da disattendere e subirne l’ira.

È una magia dai risvolti bislacchi. Ci sono i draghi, lo dicevo, c’è l’ambigua mamma sirena e poi c’è la Madonna, c’è San Giuseppe. Svestiti dai loro panni sacri, contaminati da quella magia piccante e molle che nulla ha a che spartire con gli interventi divini.

Re Pepe e il vento magico,
Re Pepe e il vento magico, “La figlia del re di Portogallo” – Letterio di Francia e Fabian Negrin – Donzelli 2015

Ci sono protagonisti dai ruoli e nomi ricorrenti, archetipi: Marcavallo su tutti. Essere magico e ributtante, crudele e amatissimo. Per la sua storia, fa da cornice quella all’origine della più celebre e più costumata Biancaneve: La ragazzina che, cedendo alle lusinghe di una donna adulta e senza scrupoli, uccide la propria madre per concertare così il matrimonio del padre con l’astuta madrina.

C’è Prezzemolina, prigioniera in una torre, bellissima fanciulla al pari della sua parente stretta Raperonzolo.

Ci sono poi gli aranceti, gli uliveti. E quelli li ritroviamo sottobraccio l’uno all’altro nel verde intenso e in quello argenteo che tanta parte delle tavole a corredo di Negrin occupano. C’è l’aria che spira dal mare, c’è il peperoncino, c’è il profumo dolce delle zagare, quello più umido delle castagne. Le fontane fresche, colorate di zampilli magici. È una Calabria che trovo familiare, che riconosco, sebbene racconti di 100 anni fa. L’autore è Letterio di Francia, della sua raccolta di fiabe e novelle diceva Calvino “una raccolta piena di curiosi tipi e varianti, d’un’immaginazione carica, colorata, in cui si tramanda la sfaccettatura delle meraviglie”.

Sono fiabe crudeli, io le ho amate. Ne consiglio, vivamente, la lettura a ragazzi dai 12 anni.

copertina re pepeTitolo: Re Pepe e il vento magico, Fiabe e novelle calabresi
Autori: Letterio di Francia, Fabian Negrin
Editore: Donzelli
Dati: 2015, pp. XXII-412, 34,00 €

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C’erano una volta delle fiabe crudeli. Ed erano bellissime.

Leggevo qualche settimana fa un articolo di Nadia Terranova (Con le fate e con i maghi) in cui, grazie al punto di vista di Natalia Ginzburg, si poneva l’accento sulla necessità di non edulcorare le parole rivolte ai bambini e, a maggior ragione, di non zuccherare le fiabe, che per i bambini esistono e ai bambini parlano. Scriveva la Ginzburg nel 1972  […]  I bambini sono fragili e perciò li nutriremo con vivande lavate e disinfettate. Li educheremo alla concretezza, avendo isolato nella concretezza ciò che non manda né bagliori né lampi. Li nutriremo con sabbia, accuratamente filtrata e senza batteri (da senza fate e senza maghi).

Ovvio che con quell’articolo sono pienamente d’accordo e altrettanto ovvio come io ritenga che sia necessario nutrire i bambini, esattamente come auspicava la Ginzburg, con pietanze ricche, saporite, speziate, profumate e, perché no?, al sangue. E più ricche, senza raffinazione, integrali nel vero e proprio senso della parola, delle fiabe dei fratelli Grimm è raro trovarne.

Fabian Negrin, Il Principe Cigno (Biancaneve) - 2014, Donzelli
Fabian Negrin, Il Principe Cigno (Biancaneve) – 2014, Donzelli

Già nel 2012 Donzelli editore aveva pubblicato una raccolta di fiabe dei Grimm in occasione dei 200 anni dalla pubblicazione delle loro fiabe: Principessa Pel di Topo (e altre 41 fiabe da scoprire)  è un volume imperdibile, prezioso: raccoglie 42 fiabe sorprendenti e quantomai autentiche. Fiabe che oggi presentano dagli ingredienti rarissimi in via d’estinzione, la morte per esempio, la fame, le madri crudeli, la rivalità tra fratelli, la malvagità nella sua forma più estrema. Tra queste splendide fiabe, di cui ho parlato qui, c’erano delle tavole illustrate di Fabian Negrin, e rapivano. Ora con Il Principe Cigno – e altre undici fiabe segrete dei fratelli Grimm possiamo godere appieno delle illustrazioni grazie al grande formato e regalare ai nostri bimbi 12 fiabe straordinarie, crudeli, bellissime.

Fabian Negrin, Il Principe Cigno (Urliburlebù) - 2014, Donzelli
Fabian Negrin, Il Principe Cigno (Urliburlebù) – 2014, Donzelli

Sono fiabe senza scorciatoie, che lasciano senza fiato, talvolta senza parole, perplessi; ma sono fiabe potenti, vere come solo le fiabe possono essere. C’è Biancaneve che ha una madre (non una matrigna) terribile, talmente presa da sé da arrivare ad odiare la propria figlia; ci sono i nani (sette); c’è una bara di cristallo ingombrante, pesantissima che i servitori del principe devono spostare da un punto all’altro del castello affinché egli possa sempre vedere la povera morta. E il finale è sì romantico, fa giustizia, ma è grottesco.

Fabian Negrin, Il Principe Cigno (Giovanni lo sciocco) - 2014, Donzelli
Fabian Negrin, Il Principe Cigno (Giovanni lo sciocco) – 2014, Donzelli

C’è La mano col coltello talmente crudele e spiazzante che a rileggerla e rileggerla non si crede a quanto sanguigni possano essere gli eventi e precari i rapporti umani. C’è Urliburlebù in cui ancora una volta ci si chiede come sia possibile che esseri vanesi e privi di qualsiasi spessore abbiano sempre una buona sorte. Sono queste le fiabe più stranianti, quelle che premiano gli inetti. Disturbano e fanno storcere il naso perché in esse ritroviamo la realtà, che replica, sempre, le parole fiabesche. Questo fanno le fiabe, anche; oltre a tutto il resto.

Fabian Negrin, Il Principe Cigno (La mano col coltello) - 2014, Donzelli
Fabian Negrin, Il Principe Cigno (La mano col coltello) – 2014, Donzelli

Le illustrazioni di Fabian Negrin parlano e raccontano sostituendo ai tratti caratteristici dell’oralità quelli del racconto per immagini e operano quella magia del raccontare un’intera storia in un’unica immagine che sempre mi affascina e con la quale amo confrontarmi e far cimentare i bambini con cui leggo. Prendiamo per esempio la tavola per La mano col coltello. Una bambina è costretta a recarsi a scavar torba ogni giorno dalla madre e dai tre fratelli maschi che la vessano. Si innamora, ricambiata, di un elfo delle montagne che la aiuta porgendole attraverso la roccia un coltello molto affilato, grazie al quale la bambina riesce a svolgere il lavoro presto e senza fatica. I familiari però lo scoprono e non tollerandolo bussano alla roccia al posto della bambina e una volta afferrato il coltello tagliano la mano all’elfo che, ritenendo la fanciulla colpevole del fatto, non si fa più vedere. Negrin racconta la storia ponendo una fascia di grigio, la roccia, a separare il mondo fatato, generoso e fiducioso degli elfi da quello crudele, maschilista ed egoista degli uomini. L’elfo, scalzo, in contatto diretto con la natura, tende gli occhi e le orecchie alla fanciulla in un atteggiamento di propensione che ne lascia trasparire il candore. Si tende e porge uno strumento che è funzionale ad alleggerire le fatiche della fanciulla quando è nella sua mano e che porge con decisione, dalla punta affilata, senza paura di ferirsi. Dall’altra parte della roccia la fanciulla, sguardo basso, vestita e costretta in pettinature complicate, cinte, fasce e scarponcini, afferra con cautela il coltello, a bocca socchiusa e tesa, timorosa, sebbene lo prenda dal manico, quasi presagisse la funzione finale di quel coltello, la violenza che prenderà il posto dell’amicizia e dell’amore. Questo intendo quando parlo di immagini capaci di raccontare un’intera storia, e Negrin in questa operazione è maestro.

Fabian Negrin, Il Principe Cigno (Il leone e la raganella) - 2014, Donzelli
Fabian Negrin, Il Principe Cigno (Il leone e la raganella) – 2014, Donzelli

Per il resto, oltre alle tinte piene e naturali, oltre alle prospettive che si avvicendano e cambiano offrendo visuali differenti, oltre ai richiami ad altri albi, oltre alla rappresentazione della natura fedele e fiabesca, c’è il tratto raffinato e consapevole che è solo dei grandi autori, e che aggiungono le qualità della modernità alle fiabe classiche.

copertinaTitolo: Il principe Cigno e altre 11 fiabe segrete
Autore: Fabian Negrin
Editore: Donzelli
Dati: 2014, 60 pp., 19,00 €

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Bestie

Bestie, Fabian Negrin - Gallucci
Bestie, Fabian Negrin – Gallucci

Tutto incomincia con un espediente: una sosta durante un lungo viaggio in macchina. Due bambini, fratello e sorella, reclamano a viva voce la possibilità di fare pipì e, ottenuto quanto richiesto, ne approfittano per far viaggiare una barchetta di plastica blu in un torrentello. Il torrente in effetti è piccolo ma la corrente abbastanza forte da costringere i bambini a una corsa che li porterà lontani dalla macchina, a perdersi. È in questo momento, e più precisamente nell’istante in cui i due bimbi prendono coscienza della situazione in cui si sono cacciati,  che dalla marachella si passa all’avventura lirica.

Bestie, Fabian Negrin - Gallucci
Bestie, Fabian Negrin – Gallucci

Serve ai bambini qualcosa che li consoli e riconduca fuori dalla foresta fitta, sfrangiata, bruna cangiante nel rosso, nel giallo, nell’arancio; fatta di massi e fronde avvolgenti che confondono e trattengono. Servono delle qualità, e gli animali determinate qualità e capacità, che un tempo erano anche degli uomini, le posseggono. Chiaramente essi sono più affini alla natura e al suo contesto, ai suoi segnali. Non c’è magia, non c’è metamorfosi simbolica: si tratta piuttosto del tentativo, completamente riuscito, di guardare a sé stessi e agli altri senza il filtro delle consuetudini e delle maniere. Quando entra in gioco la paura non c’è il freno inibitore della soggezione: è facile, molto facile sentirsi un coniglio; così come quando si è preoccupati e in ansia è semplice cedere a una rabbia da mamma orsa, preda del terrore di aver smarrito i propri cuccioli e, ancora, se si è furbi, ma tanto furbi, da trovare soluzioni laddove sembrano non essercene, allora sì, la trasfigurazione in volpe sembra quasi necessaria. Il tutto all’improvviso, nel momento in cui le prime bestie appaiono non è immediata la percezione dell’idea autoriale che sta dietro alla scelta; poi come un’epifania diviene chiaro, e lampante si rivela la genialità della semplicità.

Bestie, Fabian Negrin - Gallucci
Bestie, Fabian Negrin – Gallucci

Per quanto sia evidente anche per l’occhio meno esperto che le immagini siano immaginifiche e metanarrative mentre il testo sia volutamente ridotto alla sua funzione esplicita, quella narrativa appunto, sono dell’opinione che in un albo illustrato l’equilibrio debba esserci sempre tra un medium e un altro: così come si insiste sulla qualità comunicativa dell’immagine credo sia necessario non farlo a scapito del testo. In questo caso ho trovato che rappresentasse una riduzione della fluidità narrativa il ricorso al discorso diretto o meglio ai relativi e incalzanti “disse”, “rispose”, “chiese”, “risposi”.

Bestie, Fabian Negrin - Gallucci
Bestie, Fabian Negrin – Gallucci

Allo scorrere delle immagini, sempre più ritmiche, sempre più piene di elementi e dettagli, sempre più grandi, quasi come se si modificassero mano a mano che la leggerezza delle azioni dei bambini lasciava il posto alla ferinità dell’istinto e delle sensazioni, mano a mano che quell’istinto, quelle capacità animali sbocciavano sulla pagina e la riempivano di stupore e sorpresa,corrisponde un restringersi del testo, quasi a voler sottolineare che non serve più, a mettere un punto alla narrazione con frasi minime, spezzate, quasi categoriche. (Sebbene contrasti con questo mio punto di vista quello della mia bambina, la quale, rientrando tra i destinatari principali dell’albo, abbia apprezzato moltissimo annuendo sorniona nel sentire le parole bambine, nel sentire che “sì, a volte i genitori sono proprio delle bestie!”).

copertina bestieTitolo: Bestie
Autore: Fabian Negrin
Editore: Gallucci
Dati: 2012, 36 pp., 17,00 €

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I fratelli Grimm come non li avete mai letti

Sono passati duecento anni dalla pubblicazione delle loro fiabe, le fiabe dei fratelli Grimm, intendo, e a tutt’oggi sono decine, centinaia direi, le forme in cui esse sono state riproposte: dalle più nobili e fedeli, dalle varianti più o meno brillanti, fino alle orride riduzioni, che purtroppo vanno per la maggiore, perché più semplici (laddove questa splendida parola si svuota del suo altissimo valore), perché più veloci, perché banali.

Il signor Dettofatto, di Jacob e Wilhelm Grimm. Principessa Pel di Topo, con 15 tavole originali di Fabian Negrin. A cura di Jack Zipes. Donzelli.
Il signor Dettofatto, di Jacob e Wilhelm Grimm. Principessa Pel di Topo, con 15 tavole originali di Fabian Negrin. A cura di Jack Zipes. Donzelli.

Rare sono però le occasioni di poter leggere quelle fiabe dei Grimm che esulano dai confini del consueto, a meno che non si attinga all’opera completa originale, ma anche in questo caso, e facendo riferimento alla meglio nota tra tutte le edizioni delle fiabe dei fratelli Grimm, la settima del 1857 (Kinder- und Hausmärchen), solo alcune tra quelle selezionate da Jack Zipes sono riconoscibili o familiari: alcune sono state riselezionate dai Grimm durante la loro instancabile opera di scelta filologica, altre modificate perché si adattassero meglio alla tradizione tedesca e perdessero un po’ della loro origine straniera, altre ancora hanno cambiato titolo, altre, invece, sono state del tutto eliminate.

Raperonzolo, di Jacob e Wilhelm Grimm. Principessa Pel di Topo, con 15 tavole originali di Fabian Negrin. A cura di Jack Zipes. Donzelli.
Raperonzolo, di Jacob e Wilhelm Grimm. Principessa Pel di Topo, con 15 tavole originali di Fabian Negrin. A cura di Jack Zipes. Donzelli.

Per questa ragione Principessa Pel di Topo (e altre 41 fiabe da scoprire)  è un volume imperdibile, prezioso: raccoglie 42 fiabe dei fratelli Grimm sorprendenti e quantomai autentiche. Fiabe dai personaggi in via d’estinzione, la morte per esempio (processo che riguarda, ahimè, solo il personaggio), la fame, le madri crudeli, la rivalità tra fratelli, la malvagità nella sua forma più estrema.

Gli animali fedeli, di Jacob e Wilhelm Grimm. Principessa Pel di Topo, con 15 tavole originali di Fabian Negrin. A cura di Jack Zipes. Donzelli.
Gli animali fedeli, di Jacob e Wilhelm Grimm. Principessa Pel di Topo, con 15 tavole originali di Fabian Negrin. A cura di Jack Zipes. Donzelli.

Sono fiabe raccolte tra il 1815 e il 1817 non del tutto adatte ai bambini, molto più affini alla tradizione magico/popolare, la quale però rientra assolutamente nell’ambito del fiabesco e proprio da quel contesto attinge a piene mani per sdrammatizzare la realtà, per renderla, nel contrasto, evidente, per rasserenare. E le illustrazioni, esattamente come in tutte le fiabe che si rispettino, intervengono a sottolinearne proprio la radice comune: sono di Fabian Negrin e sono splendide. Ho individuato un filo rosso tra tutte le tavole e tra le tavole e le fiabe: l’urgenza di rendere tutto il senso di ogni storia con nettezza, velocemente, senza cornici, introduzioni o orpelli. Riflette quest’urgenza l’origine orale di queste fiabe, e risolve quest’urgenza la capacità quantomai straordinaria di Fabian Negrin di raccontare un’intera storia in una sola immagine.

pel di topo grimm_copertinaTitolo: Principessa Pel di Topo e altre 41 fiabe da scoprire
Autore: di Jacob e Wilhel Grimm, a cura di Jack Zipes con 15 tavole originali di Fabian Negrin
Editore: Donzelli
Dati: 2012, 200 pp., 23,90 €

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È cosa molto interessante il contemplare una riva ridente

Nel 2010 il Bologna Ragazzi Award per la categoria “non fiction” è stato assegnato a In riva al fiume di Charles Darwin e Fabian Negrin come miglior libro a carattere informativo destinato ai giovani lettori.

In riva al fiume di Fabian Negrin, Charles Darwin - Gallucci
In riva al fiume di Fabian Negrin, Charles Darwin – Gallucci

Gli acquerelli di Fabian Negrin ci accompagnano, assieme a un bambino e al suo cane, in un breve viaggio in riva al fiume; una passeggiata piuttosto, alla scoperta di un mondo straordinario che, a uno sguardo superficiale e distratto potrebbe risultare semplice ma che, invece, illustra con una variopinta serie di elementi una varietà biologica che già, con grande sdegno di certi parrucconi, centinaia di anni fa Darwin aveva raccontato. Negrin considera l’ultimo paragrafo dell’Origine della specie (utilizzando il testo italiano tratto dalla prima traduzione dell’opera autorizzata da Darwin stesso) e con un gioco visivo fatto di splendide prospettive forzate illustra con sorprendente efficacia temi molto complessi quali l’ereditarietà, lo sviluppo con la riproduzione, la variabilità, la lotta per l’esistenza, l’elezione naturale, l’estinzione.

Come esplicitato nell’incipit da Darwin stesso “è cosa molto interessante il contemplare una riva ridente” giacché essa è ricca di vita: vita nell’acqua, vita sulla riva umida, vita di tutti gli esseri che grazie a essa e attorno a essa si nutrono e costruiscono la propria tana. La messa a fuoco spazia dai dettagli microscopici (evidenziati anche da tocchi di cera e matita) allo spazio ampio di veduta dai rami degli alberi. Le striature dei lombrichi scoperti sotto un sasso, tra la terra umida, i ciuffi di pelo ocra che punteggiano il manto grigio delle lepri, le nervature di una foglia che galleggia sull’acqua, le ciglia morbide degli organismi unicellulari nell’occhio di un microscopio sono dettagli che rendono gli esseri ritratti viventi.

In riva al fiume di Fabian Negrin, Charles Darwin - Gallucci
In riva al fiume di Fabian Negrin, Charles Darwin – Gallucci

Al tono austero del testo, che, come detto, risponde fedelmente all’originale dell’epoca, corrisponde nelle illustrazioni un uso magistrale del colore che tradisce una profonda conoscenza delle varianti esistenti in natura che ben s’accordano alla scientificità delle parole così come sono perfetto specchio della profondità filosofica e della minuziosa precisione naturalistica grazie alla quale la complessità della natura e della sua evoluzione chiudono il tratto in un cerchio perfetto generato in primis dalla meraviglia del bambino dinanzi alle sue manifestazioni. Un insieme armonico e elegante al quale peraltro Fabian Negrin ci ha abituato e che ben supplisce alle difficoltà oggettive che un bambino potrebbe incontrare leggendo i termini tecnici di Darwin, peraltro raccolti e spiegati in un glossario in chiusura dell’albo.

img436-g1Titolo: In riva al fiume
Autore: Fabian Negrin, Charles Darwin
Editore: Gallucci
Dati: 2010, 32 pp., 18,00 €

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Per la sezione “Miglior albo illustrato” In riva al fiume si è aggiudicato il Premio Andersen 2011. Questa la motivazione della giuria: “Per lo straordinario equilibrio di un albo capace di coniugare una ricostruzione esatta e paziente della natura con il fascino ineffabile delle immagini. Per una misura ora nitida e severa ora trepida e lirica, ricca di eleganza e meraviglie”.

Un sms da favola!

Io credo che le fiabe, quelle vecchie e quelle nuove, possano contribuire a educare la mente. La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi: essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo.

Questo diceva Rodari in occasione della consegna del Premio Andersen, e ben si adatta a ciò che afferma Fabian Negrin quando dice che

Con la loro estrema malleabilità e capacità di trasformazione, le fiabe trasportano da una generazione all’altra, dall’adulto al bambino, un nucleo narrativo immortale la cui origine si perde nella notte dei tempi, fino a confondersi con l’origine dell’uomo.

Non è un caso che due narratori di fiabe, l’uno, Rodari – ormai faro, leggenda – l’altro, Negrin, giovane alle prese con la sperimentazione, alla scoperta di strade nuove ma con un bagaglio di radici classiche ben calibrato, si incontrino nel comune rispetto per la fiaba intesa come veicolo per comunicare in maniera semplice e diretta sentimenti universali.

Favole al telefonino, Fabian Negrin - 2010, Orecchio Acerbo
Favole al telefonino, Fabian Negrin – 2010, Orecchio Acerbo

Le Favole al telefonino di Fabian Negrin certo richiamano le Favole al telefono di Gianni Rodari. Mentre il papà viaggiatore di commercio aveva lo spazio, seppur breve, di una telefonata alla sua bambina per raccontarle una fiaba, qui lo spazio narrativo si riduce ai 160 caratteri che un sms concede alla comunicazione testuale e al vecchio telefono a rotella si sostituisce la tastiera del telefonino.

Un esercizio narrativo, a tratti surrealista, ben riuscito e assolutamente fedele al proposito di giocare con le fiabe e aiutare i bambini nel loro percorso tutto proiettato verso il futuro.

Favole al telefonino, Fabian Negrin - 2010, Orecchio Acerbo
Favole al telefonino, Fabian Negrin – 2010, Orecchio Acerbo

Ogni favola sembra nascere per una casualità: lo scontro di due parole simili, lo scambio di qualche lettera, il capovolgimento ardito di prospettiva di fiabe antiche (impensabile avrei detto, nello spazio di un sms, e invece realizzato con naturalezza) magari per dare ai buoni una chance in più o per sorprendere i cattivi con qualche nonsense, qualche evento strampalato.

E il concetto che sembra tornare a ogni pagina (stigmatizzato nell’ultima) è ancora quello suggerito da Rodari: si possono creare fiabe da piccole invenzioni, da giochi verbali, dagli errori di ortografia. Chiunque potrebbe farlo, tutti dovremmo cimentarci. Basta sentirne il desiderio e tra queste pagine ce n’è di profondo.

Le illustrazioni ricordano quelle in negativo di Arthur Rackham per Cenerentola o La Bella addormentata nel bosco: il nero delle figure centrali si stacca con linee dolci e nette su sfondi arricchiti di colori densi; il giallo ocra, il bruno, gli azzurri e i verdi conferiscono profondità e incorniciano di magia.

Favole al telefonino, Fabian Negrin - 2010, Orecchio Acerbo
Favole al telefonino, Fabian Negrin – 2010, Orecchio Acerbo

Proviamo a seguire l’esortazione e ad assecondare la richiesta che, in chiusura del libro, Fabian Negrin e Orecchio Acerbo ci fanno: inventare una fiaba di 160 caratteri. Noi ci proviamo qui, voi tutti potrete farlo inviando il vostro sms fiabesco al numero della redazione; in cambio avrete la quattordicesima favola di “Favole al telefonino”.

“Della fiaba non trovo l’attacco, volevo narrare del gatto nel sacco. Ci penso e ripenso, l’inizio mi manca. Il gatto si stanca d’aspettare e torna a ronfare”.

51ki5hfq9sl-_sx376_bo1204203200_Titolo: Favole al telefonino
Autore: Fabian Negrin
Editore: Orecchio Acerbo
Dati: giugno 2010, pp. 28, ill., 13,50 €

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