Il maestro

Segnano un solco, le parole. Un padre contadino nell’alba tira una coppia di buoi che tirano un aratro e l’aratro solca, a destra e a sinistra crea monticelli di terra morbida, che è terra ma sono anche parole. E la terra, così come le parole, ristà, in attesa di ricoprire leggermente i semi. Semi di grano, di mais, di giustizia, di equità. Per le prime serve la terra, per le seconde le parole. Per questo è bene creare solchi profondi, perché il vento non disperda quanto seminato. Oppure, servono entrambe, terra e parole, per il mais e per la giustizia.

<em>Il maestro</em> di Fabrizio Silei e Simone Massi - 2017 Orecchio Acerbo
Il maestro di Fabrizio Silei e Simone Massi – 2017 Orecchio Acerbo

Segnano un confine, le parole. Il signor padrone è allo scrittoio, il padre contadino, col figlio, nel cortile. Guardano in alto alla finestra, prima di entrare e chiedere. Il signor padrone guarda in basso verso il cortile prima di sorridere e ingannare. Tra le parole un confine, segnato dalla distanza tra la voce del padrone che invita ad entrare, per poco, giusto il tempo dell’umiliazione, e la voce del padre che varcando la soglia, rispettoso, si toglie il cappello.

<em>Il maestro</em> di Fabrizio Silei e Simone Massi - 2017 Orecchio Acerbo
Il maestro di Fabrizio Silei e Simone Massi – 2017 Orecchio Acerbo

Segnano a dito l’ingiustizia, le parole. Quando con le stesse scarpe vecchie e rotte di sempre, Don Milani deve affrontare il processo, denunciato dalla Curia, dai fascisti, dagli ottusi. Segnano a dito, le parole, ma con le mani in tasca. Bastano gli occhi dei ragazzi di Barbiana a parlare. Dritti nei nostri che leggiamo, fermi, decisi a non abbandonare mai il loro maestro, fieri di gratitudine.

Tra questi solchi tipografici carichi di soprusi, ma anche di speranza (i semi di rivalsa più caparbi sono quelli generati dal sopruso), che raccontano tre storie, ce n’è un’altra. Quella in cui una presa di coscienza serve a smuovere il terreno seminato e lasciar spuntare i germogli. Perché il padre manda il figlio a scuola dal prete matto, il priore di Barbiana, a suon di schiaffoni, perché la scuola non piace a chi non ha idea di cosa possa essere. Quel prete matto che invece di dire le cose ai suoi bambini, lasciava che fossero loro a dirle a lui. Quel prete matto che insegnava a pensare ed era capace di dire dei “bravo” che riempivano le stanze e le teste. Quel prete che sosteneva che “l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni […] che bisogna che [i giovani] si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto”.

<em>Il maestro</em> di Fabrizio Silei e Simone Massi - 2017 Orecchio Acerbo
Il maestro di Fabrizio Silei e Simone Massi – 2017 Orecchio Acerbo

Si apre con Don Milani che parla ai suoi bambini, seduti assieme attorno a un tavolo. Ne frattempo il nero e il bianco raccontano in una lingua di cui nessun altro colore è capace. Il bianco e il nero tagliano, rimarcano, brillano e adombrano. Segnano i volti, li fanno rugosi, ne sottolineano certi cipigli ostinati, illuminano gli sguardi. Riempiono e danno respiro agli spazi.

Si apre con Don Milani che parla ai suoi bambini e si chiude, questo libro che si prende cura, con una scritta, a caratteri grandi e chiari, nero su bianco: I Care.


Titolo: Il maestro
Autore: Fabrizio Silei e Simone Massi
Editore: Orecchio Acerbo
Dati: 2017, 48 pp., 15,00 €

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L’autobus di Rosa

“C’è sempre un autobus che passa nella vita di ognuno di noi. Tu tieni gli occhi aperti, non perdere il tuo”

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L’autobus di Rosa, Fabrizio Silei, Maurizio A. C. Quarello – 2011, Orecchio acerbo

Ci sono dei libri che mettono alla prova. Mettono alla prova in diversi momenti e per svariati motivi. Saggiano il nostro coraggio, constatano la nostra pavidità, considerano la nostra attenzione e soppesano la nostra empatia. Si presentano così chiaramente da indurre (condurre, direi meglio) a imboccare vie battute, sentieri sicuri nel giudicarne il valore, quando invece la loro fortissima e pregnante bellezza non ristà in ciò che manifestamente palesano, o perlomeno non tutta.

L’autobus di Rosa si presenta qual è: un bellissimo scrigno. Siamo a Detroit, un nonno afroamericano accompagna il nipote in visita allo Henry Ford Museum. Il ragazzino è riottoso, l’idea di trascorrere la mattinata in un museo non lo esalta ma molto presto la visita si trasforma in un vero e proprio viaggio a ritroso nella storia, andando a illuminare senza alcuna pietà i suoi angoli bui durante i quali nelle scuole c’erano classi per i bianchi e classi per i neri,  le persone di colore, così come gli ispanici, non potevano entrare nei locali pubblici,  i neri potevano sedere sull’autobus solo nei posti loro riservati e solo se nessun bianco restava in piedi. I due, nonno e bambino, salgono su un vecchio autobus esposto in una grande sala e il nonno racconta; è l’autobus di Rosa, Rosa Parks, lo stesso sul quale in Alabama il primo dicembre del 1955 ella si rifiutò di cedere il proprio posto a un bianco. Questo lo scrigno; con la sua drammatica e struggente verità ci ha toccati, commossi.

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L’autobus di Rosa, Fabrizio Silei, Maurizio A. C. Quarello – 2011, Orecchio acerbo

Il tesoro, però, e quello ci ha abbagliati, l’abbiamo scoperto nelle parole del nonno, nel suo dichiarare la propria pavidità, nel suo rimpiangere la mancata occasione: “la storia mi passò a fianco ed era un autobus, mi sfiorò e io non seppi salirvi”; lo dice, ne soffre affermandolo. Ciò che racconta per lungo tempo l’ha tormentato. Sull’autobus di Rosa c’era anche lui; furono anche sue le parole, dettate dalla paura, che cercarono di distogliere la gracile donna di colore che fermamente si ostinava a rispondere di no a quanti le ordinavano di alzarsi. Sempre la paura di essere percosso, arrestato, lo indusse ad alzarsi e cedere il posto; poi la vergogna si occupò, dopo l’arresto di Rosa, di maturare il rimorso e lo spinse a non parlarne. Non parlarne nemmeno coi colleghi che a lavoro lo esortavano a unirsi al boicottaggio e a non prendere più l’autobus proprio in seguito al gesto, al rimaner ferma, di Rosa Parks.

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L’autobus di Rosa, Fabrizio Silei, Maurizio A. C. Quarello – 2011, Orecchio acerbo

“la paura è il nostro primo tiranno e l’arma prediletta di tutti i tiranni […]; la paura ci isola, ci allontana da chi è colpito dall’ingiustizia e da chi all’ingiustizia tenta di ribellarsi”. Così scrive Christine Weise, Presidente della Sezione Italiana di Amnesty International che ha sostenuto la pubblicazione di questo albo.autobus-di-rosa1

Quando l’eroismo di qualcuno, quando la forza di un unico individuo induce al movimento e all’unione di tanti, però, si può parlare di coraggio collettivo. Il fallimento del nonno che, coraggiosamente, non ha remore a raccontare al nipote la propria egoistica codardia, lo rende più simile a tanti fra noi di quanto non lo sia Rosa. Rosa ha messo in moto l’autobus e l’autobus s’è fatto mezzo, simbolo, strumento di ribellione. Nel 1956 grazie all’azione singola di Rosa e all’anno di boicottaggio collettivo di tutta la popolazione afroamericana, la Corte Suprema dichiarò incostituzionale la segregazione razziale sui mezzi di trasporto.

Le illustrazioni di Maurizio A. C. Quarello ricompongono il presente e il passato. Illuminano il presente della luce giallognola e pastello degli anni Cinquanta e ripropongono quegli stessi anni in virato seppia riducendo la distanza tra la memoria e il racconto.

418owtcqhpl-_sx323_bo1204203200_Titolo: L’autobus di Rosa
Autore: Fabrizio Silei, illustrazioni di Maurizio A. C. Quarello
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2011, 40 pp., 15,00 €

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