Il segreto di Ella

Cath Howe mi ha rapita. Notte tarda, sonno che bussa insistente alle porte dei miei occhi, eppure dalla prima pagina la narrazione fresca, accudente, mai retorica, mi ha avvinta a lungo. Non mi succede spesso, anche perché mi pongo nei confronti dei romanzi contemporanei degli ultimi anni con una certa diffidenza per ragioni che non considero qui proprio perché devo giustizia a questa storia che si discosta dalle altre per tono, per timbro, per cura.

Ella avrebbe tutti i motivi per essere vittima delle contingenze e di se stessa: si è appena trasferita con la madre e il fratellino in una nuova città, il padre è in prigione per truffa e ci resterà a lungo, la scuola è nuova, le amiche anche e un brutto eczema le tormenta le notti, i giorni, le mani.

Ciononostante della vittima non ha nessuna caratteristica retorica. Compie tanti brutti sbagli; per insicurezza si lascia manipolare dalla ragazzina più popolare della scuola, mente, infrange le promesse eppure nel leggerla la si trova integra, affidabile, dolcissima.

La narrazione è costruita con capitoli che si aprono atipicamente sulla sinistra, con delle lettere in corsivo indirizzate al padre. Lettere che vanno in un’unica direzione e che sembrano destinate a non aver mai risposta. Lettere piene di domande che affermano, punti interrogativi che indagano nel proprio quotidiano raccontandolo, e piene di fotografie.

Perché Ella è una bravissima fotografa, brava con lo sguardo, brava nel gusto della composizione delle immagini, così come della realtà. Ella, con il suo sguardo talentuoso, riesce a ricomporre la realtà come se dovesse sistemarla per realizzare finalmente una fotografia che la ritragga vera, bella.WhatsApp Image 2019-11-21 at 10.26.06.jpeg

Ogni personaggio ha il suo spazio, il proprio tempo. Soprattutto la propria onestà nell’essere sincero, nell’essere impietoso ed egoista, nell’essere fragile, nel cambiare idea, nel restare fermo in quella che sente proteggerlo. Sono umani, veri, fotografati nell’istante perfetto della loro imperfezione.

Una volta io e Jack abbiamo guardato su internet il video di un cocomero che veniva fatto esplodere. Era così al rallentatore che si poteva vedere il momento in cui la buccia si spaccava e il frutto si apriva e andava in pezzi, prima che la polpa e il succo saltassero per aria in una pioggia di poltiglia rosa. Quella ero io. Lidia mi aveva fatto esplodere e tutti i frammenti cercavano di assumere la forma di Ella, ma non c’era più nessuna forma, solo schegge volanti.

Il titolo originale è Ella on the outside e l’essere ai margini, o meglio il sentirsi tale, di Ella ricorre spesso nel corso del romanzo, così come la sua capacità di frastagliarli, adattarli mano mano a se stessa e infine oltrepassarli, con la propria determinazione, il sostegno di una famiglia amorevole, finalmente libera.

500x_Il-segreto-di-Ella.pngTitolo: Il segreto di Ella
Autore: Cath Howe (Traduzione di Gioia Sartori)
Editore: Terre di Mezzo
Dati: 2019, 249 pp., 10,00 €

Ci si vede all’Obse

A Stoccolma nell’estate del 1981 Annika trascorre le vacanze estive più drammatiche della sua esistenza. La famiglia di Annika era sul punto di partire per la campagna quando il fratellino atteso per l’autunno nasce prematuramente. Dalla giornata in cui la madre e il fratellino arrivano in ospedale, Annika affronta da sola, a suo modo, la tragedia in cui si ritrova tutta la famiglia. Il padre e la madre la affidano alle cure di un nonno premuroso e buffo, buona forchetta e con una passione per le api e i ritornelli cantabili, ma lei preferisce la solitudine in cui inconsapevolmente anche i familiari, proteggendola dalla verità, la confinano.Ci si vede all'obse

Annika ha una caratteristica di cui va fiera: sa raccontate le bugie. Se ne inventa sempre di nuove e intricatissime e lo fa perché le bugie sono senza dubbio più intriganti e fantasiose della realtà. Anche per questa ragione non fatica a fare amicizia con un gruppo di ragazzi conosciuti per caso al parco dell’Osservatorio astronomico.  Un gruppetto di bambini e ragazzi varipinto: c’è il leader, una ragazza quattordicenne dal piglio brusco e dagli occhi verdi “da mostro”; c’è Foglia, un bambino di 9 anni, malnutrito e sudicio, c’è il ragazzo dai capelli vaporosi che ama il cucito e marina il campo scuola, c’è la ragazzina saggia e il figlio di metodisti che reagisce all’educazione ricevuta infilando un paio di bestemmie e qualche parolaccia in ogni frase che pronuncia.

E infine c’è Annika, ben lieta di tenere fede al patto che tiene unito il gruppo: non raccontarsi mai nulla della propria vita. Ciondolano nel parco e per le strade di Stoccolma giocando a obbligo o verità, ma mai nessuno propende per la verità, che tutti rifuggono anche a costo di compiere gesti pericolosi, rischiosissimi.

L’estate trascorre e Annika non riesce a ragranellare il coraggio per andare a far visita alla mamma e al fratellino. Si interroga e si mette alla prova ma non riesce a compiere il passo che la condurrebbe dritta alla realtà.

Quando l’estate è quasi finita lo è anche il romanzo e gli eventi sembrano essere sull’orlo di un precipizio. In ospedale le cose si complicano in maniera preoccupante, mentre un “obbligo” molto rischioso mette a repentaglio vita e amicizia. Con un lessico asciutto e diretto, uno stile senza fronzoli e una protagonista bugiarda, Cilla Jackert ci racconta una storia squisitamente vera che si può leggere o ascoltare, io l’ho ascoltata dalla voce di Eleonora Calamita (audiolibro disponibile in collaborazione con Il Narratore Audiolibri).

Ci si vede all'obseTitolo: Ci si vede all’ObseCi si vede all’Obse
Autore: Cilla Jackert (traduttrice Samanta K. Milton Knowles)
Editore: Camelozampa
Dati: 2018, 200 pp., 11,90 €

Una per i Murphy

Carley Connors è talmente vera da sembrare finta. Soffre di pene che ferirebbero anche il cuore più coriaceo, soffre di abbandoni che non sono solo fisici. Soffre anche di sé stessa, a causa di un cumulonembo di lacrime che rimane compatto, non si scioglie in pioggia, mentre disseterebbe la consolazione, la speranza. Ma Carley viene da Las Vegas e lì, a quanto pare, piangere è da idioti. Quindi non si piange, nemmeno quando ci si risveglia in ospedale ricoperte di lividi, nemmeno quando si ha un ricordo inquietante sul come ci si è procurati quei  lividi, nemmeno quando la propria madre naturale è in coma e si viene dati in affido a una famiglia che sembra candita. I Murphy sono impeccabili, profumati, gentili, organizzati. I Murphi sono talmente perfetti da sembrare costruiti.

L’incontro tra queste due finzioni apparenti sembrerebbe condurre su sentieri poco praticabili. E invece, con una maturità più consapevole da parte dell’autrice rispetto a Un pesce sull’albero, le due strade trovano diversi punti di intersezione sebbene continuino a mantenersi sempre indipendenti  tra loro. Leggendo si percepisce una cura molto attenta proprio al non lasciare che la corsa della storia, che è quella di un’adolescente, quindi va veloce di per sé, subisse il passare del tempo, l’immediatezza dei sentimenti, il loro evolversi. Si arriva sempre come se si passeggiasse lentamente; di tanto in tanto per inciampi, qualche salto repentino, qualche sosta, per recuperare l’affanno di certe emozioni.

Carley è caparbia, intelligente, generosa. E ha una qualità tra le più belle e salvifiche: si pone sempre delle domande e non si ferma mai alla prima risposta. Sa stupirsi nel vedere disattesi i propri pregiudizi e cresce, e crescendo cambia, e mentre tutto questo accade, attorno a lei anche gli altri crescono e cambiano, fino a un finale che è forse il più giusto ma anche tremendamente doloroso.

Anche in questo secondo romanzo di Lynda Mullay Hunt ho avuto lo stesso timore che avevo rischiato nel primo: che a un certo punto il rapporto tra Carley e il figlio maggiore dei Murphy, Daniel, potesse risolversi nel classico contrasto tra caratteri forti che si scontrano duramente per poi imparare ad amarsi nel riconoscersi simili. Ma ho sciolto il nodo così come era avvenuto con Un pesce sull’albero, modificando solo il contingente: non è piuttosto vero che in un contesto come quello familiare, le dinamiche di aggregazione rispondono a determinati principi, si muovono su binari piuttosto definiti?

E infatti mi sono dovuta ricredere, in un certo senso l’incedere della storia mi ha rassicurata. Non c’è niente di scontato, specie quando si tratta di considerare e raccontare il rapporto tra una figlia e la propria madre, o, meglio, tra una figlia e le due madri che ha avuto occasione di conoscere e amare.

Più volte è citato un celebre albo di Shel Silverstein, L’albero. In quell’albo si racconta di un bambino che gioca con un albero, e passa il tempo assieme a lui, il tempo della sua crescita, e ad esso confida i suoi segreti, entrambi si innamorano l‘uno dell’altro, l’albero regala al bambino i suoi frutti e il bambino li accetta con naturalezza, come se fosse scontato – perché lo è tra una bambino e la propria madre -, fino a chiedere qualsiasi cosa, e a riceverla, fino a chiedere tutto, e ad essere, comunque, inconsapevoli nel ricevere e felici nel dare.

“L’albero è proprio scemo”.

[…]

“Carley, tesoro. È un libro sull’amore incondizionato”. Prima di finire esita un istante. “L’albero è un libro sull’amore di una madre per il proprio figlio”.

Faccio un passo indietro e mi appoggio di nuovo alla parete.

Una per i Murphy è un libro sull’amore incondizionato; anch’esso, come L’albero, smarrisce, pone domande, mette con le spalle alla parete.

one-for-the-murphy.jpgTitolo: Una per i Murphy
Autore: Lynda Mullaly Hunt
Traduzione: Sante Bandirali
Editore: Uovonero
Dati: 2018, 270 pp., 14,00 €

Non sono tua madre!

Ciò che è subito evidenza, sin dalle prime pagine del libro, è che Otto, lo scoiattolo, sia un essere piccolo. Piccolo di per sé e piccolo rispetto a quanto lo circonda. L’albero in cui vive, per esempio, è enorme, il più grande della foresta: rami possenti e lunghi, fogliame fitto fitto…

Non sono tua madre!, di Marianne Dubuc - 2017 Orecchio acerbo
Non sono tua madre!, di Marianne Dubuc – 2017 Orecchio acerbo

Otto è piccolo, non è affatto curioso, in compenso è molto cauto. Quindi una mattina, quando uscendo di casa si ritrova sul vialetto d’ingresso una palla verde e spinosa, se ne cura il giusto per scavalcarla e proseguire dritto.

Però di palle spinose verdi, che non siano ricci di ippocastani (e il grande albero in cui vive Otto non è un ippocastano e più un albero rifugio, protettivo, immortale), uno scoiattolo non ne trova molte, o di frequente, sul proprio tragitto; quindi, suo malgrado e nonostante non sia curioso, come dicevamo, un orecchio a ciò che accade fuori dalla sua porta Otto lo tende. E lo tende talmente bene da sentire il rumore del suo schiudersi.

<em>Non sono tua madre!</em>, di Marianne Dubuc - 2017 Orecchio acerbo
Non sono tua madre!, di Marianne Dubuc – 2017 Orecchio acerbo

“MAMMA” fa un essere minuscolo, tutto tondo e peloso con un piccolo naso buffo.
“Ah no! No, no! NON SONO tua madre!” risponde lo scoiattolo.

Siamo piuttosto increduli da questa parte delle pagine! Non vorrà lasciare lì quella deliziosa pallottola di pelo bianco?!?
Ma Otto non è curioso, è prudente e, nonostante la nostra perplessità, il peloso rimane fuori dalla porta.

Però, la notte è troppo buia anche per uno scoiattolo molto prudente.

Nel giro di poche ore, Otto cambia idea. “Va bene, ma solo per stanotte. Domani bisognerà ritrovare tua madre”.

“Ritrovare”, dice Otto, non “trovare”. Qui sta il nodo da sciogliere: il piccolo peloso una madre ce l’ha e l’ha persa o una madre la cerca e vorrebbe trovarla?

<em>Non sono tua madre!</em>, di Marianne Dubuc - 2017 Orecchio acerbo
Non sono tua madre!, di Marianne Dubuc – 2017 Orecchio acerbo

Otto non è entusiasta del nuovo inquilino, che come tutti i piccoli quando dorme cresce e cresce (“non svegliate i piccoli”, dice mia nonna,  “disturbate la loro crescita!”. Devo prestarle questo libro). Di giorno in giorno, mentre Otto si affanna nella ricerca della madre del peloso, il cucciolo cresce e si mostra pieno di iniziativa e qualità. E di coraggio. E di affetto.

A nulla valgono i volantini pazientemente realizzati a mano da Otto, a nulla le sue lunghe passeggiate a setacciare il bosco. A nulla il tentativo in picchiata dell’aquila. La mamma del peloso non si trova, ma va bene così. Nemmeno gli artigli dell’aquila riusciranno a separarli. Otto, il piccolo scoiattolo, e Piu, il grande e tenero peloso.

L’equilibrio pensato da Marianne Dubuc tra testo e illustrazioni è perfetto. Essenziale il testo, essenziali le immagini. Efficace il testo, efficaci le immagini. Tutto contribuisce a una fruizione intensa e partecipe di questo albo la cui lettura consiglio a bambine e bambini dai tre anni in su.

non-sono-tua-madreTitolo: Non sono tua madre!
Autore: Marianne Dubuc (traduzione di Paolo Cesari)
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2017, 72 pp., 18,00 €

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Nel bosco dei classici della letteratura per l’infanzia

Nel Bosco, ancora una volta mano nella mano con Anthony Browne. E stavolta questa è l’eccezione che conferma la mia personale regola: non c’è nulla, ma proprio nulla, che in questo albo non mi sia piaciuto. Anzi, senza timore di esagerare, mi sento di anticiparvi che questo è uno di quegli albi che non può assolutamente mancare nella libreria dei vostri bambini. E per svariate ragioni. La prima è certamente che è un prodotto autoriale, completo, sfaccettato, profondo come certi sottoboschi, e, come certi sottoboschi, profumato, fresco, ombreggiato e al contempo freddo, buio, umido. La sua completezza ristà proprio in questa duplice lettura che diviene duplice voce e duplice visione.

Nel bosco c’è un bambino che no, non si è perso, ma ha smarrito la propria serenità a causa del fatto che il suo papà non è più a casa. Una notte ha fatto un incubo, un incubo dal senso vago ma spaventoso, e l’indomani a colazione il papà non c’era e la mamma, triste, non era capace di spiegazioni. Il bimbo allora mette su carta la propria ansia: “papà, torna a casa”, scrive su decine di bigliettini che appende un po’ ovunque in casa, manifestando la propria apprensione. Fino a quando la mamma non gli chiede di portare una torta alla nonna malata; “Non andare nel bosco”, si raccomanda la mamma, invitandolo piuttosto a prendere la strada lunga. Ma per una volta il bambino disobbedisce, e nel bosco si infila e anche di fretta, deve far presto a tornare a casa, non si sa mai, il papà potrebbe tornare.

E mentre attraversa il bosco, il bambino immagina e dà un luogo concreto alla propria immaginazione, trasponendo sul sentiero che sta percorrendo fiabe e personaggi fantastici, con i quali dialoga, di fretta; ai quali sfugge; con i quali non si intrattiene a lungo, preda com’è della propria paura: il papà potrebbe tornare e non lo troverebbe a casa. Si tratta di Jack, e tra i tronchi degli alberi come armati di spine intravediamo una pianta di fagiolo, una mazza chiodata da gigante; si tratta di Riccioli d’oro, bambina egoista e affamata, e tra gli alberi del bosco passano una dietro l’altra le ombre dei tre orsi che lasciano incustodita la loro casetta; si tratta di Hansel e Gretel, con un’ascia da boscaiolo ancora piantata in un tronco e in lontananza, tra il fitto dei rami, una casetta di pan di zucchero e una gabbia. Ma il momento più profondo, quello in cui il bimbo deve fare i conti con se stesso e le proprie preoccupazioni e decidere se restare in questo mondo fiabesco e metaforico o affrontare la realtà (un po’ come avviene per Max Nel Paese dei mostri selvaggi di Sendak, del quale peraltro tracce e ispirazioni questo albo è disseminato come ghiande nel bosco): appeso a un albero trova un cappottino rosso che spicca nel grigio spettrale del bosco; alla sua vista il bimbo ha come un’illuminazione: comincia a passare al setaccio tutti i ricordi, tutte le tracce lasciate dalle fiabe nella propria memoria, alla ricerca di quella giusta che potrebbe salvarlo dalla presenza angosciante che sente alle sue calcagna. Si tratta del lupo di Cappuccetto Rosso, e per noi che leggiamo è evidente. Ma il terrore e l’ansia, la premura, appannano la mente del bambino e la affollano di altri elementi che complicano i passi: scarpette perdute e abbandonate, fusi, torri altissime, gatti con gli stivali e, in lontananza, un principe a cavallo. Si tratterà del principe azzurro destinato a svegliare col suo bacio qualche principessa o piuttosto è il suo papà che torna (torna dalla guerra? La tavola iniziale con il soldatino di piombo è un indizio di questa mia supposizione o introduce l’elemento fiabesco che permea la storia?) ad abbracciare lui, ad abbracciare la mamma?

Il bimbo si scuote e fugge, tremante arriva a casa della nonna e, in un’atmosfera surreale e carica di tensione, bussa. Dall’altra parte della porta potrebbe esserci la nonna, o il lupo, oppure un lieto fine che non si spiega, non avrebbe ragione di esserci e invece c’è; sta lì, tra le ultime pagine, è fatto dei colori pieni e brillanti cui Anthony Browne ci ha abituati, di quelle poltrone rivestite di stoffa fiorita, di sorrisi larghi e braccia tese; sta lì a dissetare l’animo bambino, e il cuore del protagonista e di chi legge.

nel-bosco-It_01Titolo: Nel bosco
Autore: Anthony Browne
Editore: Kalandraka
Dati: 2014, 26 pp., 16,00 €

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Di porci, maiali e maialibri

Il maialibro, Anthony Browne - 2013, Kalandraka
Il maialibro, Anthony Browne – 2013, Kalandraka

Poveri maiali! Vituperati mai come di questi tempi. Portati ad esempio di egoismo e cattivi comportamenti. Non nego che il pensiero che il “trionfale” ritorno tra le pagine degli albi illustrati del maiale sia dovuto all’impazzare di Peppa Pig sugli schermi e tra gli scaffali delle librerie mi abbia sfiorata. Piccola parentesi che nulla ha a che fare con l’albo che vado a recensire: Peppa Pig a mio parere è un prodotto di tutto rispetto con contenuti semplici, affini alla sensibilità dei bambini, privo di orpelli e affatto inneggiante a stereotipi consumistici. Che poi la RAI e, a ruota, le case editrici da libreria o edicola, la somministrino per ore ed ore e in tutte le salse (adesso anche in lingua originale) ai bambini è un altro problema che si affianca all’incapacità di taluni di arginarlo (non è obbligatorio che i bambini vedano due ore di Peppa o abbiano i suoi libricini). Detto questo torniamo ai maiali, quelli veri.

I maiali veri, dicevo, quelli che, del tutto permeati dagli stereotipi di genere, lasciano che una donna si faccia carico di tutto il fardello che la gestione di una casa e di una famiglia possa comportare.

Il maialibro, Anthony Browne - 2013, Kalandraka
Il maialibro, Anthony Browne – 2013, Kalandraka

La Signora Maialozzi in casa svolge qualsiasi compito: cucina, lava, stira, rassetta, per poi uscire per andare a lavorare e, al ritorno, cucinare, lavare, rassettare. Giorno dopo giorno. Il volto della donna, che è anche la mamma di due bambini, si sforma, diviene un anonimo ovale, perde i propri tratti e la propria personalità, va via via disfacendosi, rischia di annullarsi.

Il marito e i figli dal canto loro danno tutto per scontato e nemmeno si accorgono del proprio egoismo, del loro assomigliare a dei maiali. Fino a quando la Signora Maialozzi si stanca e va via lasciando un biglietto: “Siete dei maiali.” Senza patemi, senza punti esclamativi. È un dato di fatto, e punto.

Il maialibro, Anthony Browne - 2013, Kalandraka
Il maialibro, Anthony Browne – 2013, Kalandraka

D’altra parte avvisaglie ce n’erano state sia della desolazione che avvolgeva la mamma, sia dell’attitudine porcina: sul pomello della porta spuntano narici e grugno. Il vaso da fiori ha un musone grigio/rosa stupito. Le maioliche ritraggono dei deliziosi maiali simmetrici. Persino le prese della corrente, le spille, li ricordano. E questo quando la mamma è ancora in casa a sfaccendare o appena andata via. Quando decide di non tornare la metamorfosi è completa e investe anche gli esseri animati (cane incluso). I tre porcelli, rimasti soli, si rivelano incapaci di badare a loro stessi e di avere cura della casa che diviene, giro pochi giorni, un porcile.

Il maialibro, Anthony Browne - 2013, Kalandraka
Il maialibro, Anthony Browne – 2013, Kalandraka

Non so se per fame, non so per arrendevolezza o per effettiva consapevolezza alla fine i tre si piegano alle condizioni materne: se vogliono che la mamma torni a casa devono collaborare. Tornata l’armonia anche la mamma può ritrovare la propria, riconquistando anche un volto ben definito e sorridente.

Il maialibro, Anthony Browne - 2013, Kalandraka
Il maialibro, Anthony Browne – 2013, Kalandraka

Le tavole illustrate dello stesso autore del testo, Anthony Browne, hanno un ritmo proprio che investe la narrazione testuale: giallo ocra quando la protagonista narrante è la madre, a sottolinearne solitudine e compostezza, colori brillanti e a tratti chiassosi, quando narrano del padre e dei figli. Sempre sorridenti le tre controparti mutano umore e tono quando la madre va via (allegorica anche la scomparsa della donna dal quadro con scena bucolica sul camino) per piombare in un buio triste e foriero di pessimi presagi (deliziosa l’ombra del lupo che si fa contorno netto sulla finestra). Quando la madre ritorna in scena agisce da luce, alba di un tempo nuovo, e da luce illumina tutto, inclusi i tre porcelli, restituendo loro un incarnato roseo affatto spento.

Il maialibro, Anthony Browne - 2013, Kalandraka
Il maialibro, Anthony Browne – 2013, Kalandraka

Un albo che consiglio vivamente del quale solo la tavola finale mi ha poco convinta: la mamma che finalmente può dedicarsi a faccende maschili (aggiustare la macchina) mi sembra un passo indietro, un vanificare il lavoro e i sacrifici fatti per annullare la distanza tra ruoli e generi sottolineando che ci sono cose prettamente maschili e prettamente femminili. Sebbene possa invece attestare esattamente il contrario e la mia possa essere un’impressione derivata dal felice effetto narrativo senza sbavature e inciampi cui tutto il resto del libro mi aveva abituata.

Portada.inddTitolo: Il maialibro
Autore: Anthony Browne
Editore: Kalandraka
Dati: 2013, 40 pp., 16,00 €

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Bacio espresso

Tra le prima pagine di questo albo c’è un papà che stampa un bel bacio sulla guancia del suo piccolino. Che bello! Ma perché il piccolo ha un’espressione accigliata e perché una nuvoletta brontolante e grigia svolazza sulla sua testolina (o tra le lunghe orecchie visto che si tratta di un piccolo coniglio)?

La risposta è semplice: il bacio è pur sempre un bacio, quindi è affettuoso e tenero come tutti i baci di papà, però è un bacio espresso; così come il papà è un papà espresso: con il telefono sempre in mano, sempre seduto a lavorare, oppure di corsa, o ancora peggio fuori di casa tutto il giorno a lavorare. “Tutti i giorni è la stessa cosa. Il mio papà è un P.A.V. Un papà ad alta velocità”.

Bacio espresso, di Émile Jadoul - Babalibri
Bacio espresso, di Émile Jadoul – Babalibri

Componenti classiche di alcuni papà molto impegnati che non si accorgono di quanto i loro piccoli possano sentirsi trascurati: certo, noi adulti che leggiamo assieme ai nostri bambini il punto di vista del papà lo comprendiamo bene e sappiamo tutta la fatica che ristagna dietro ogni corsa e ogni telefonata, però in questo albo di Babalibri e Émile Jadoul il punto di vista è solo bambino, e il desiderio di un bacio che non sia espresso (o che se proprio deve esserlo almeno lo sia come i treni espressi italiani!) è ardente e tenero ed incupisce e imbroncia ad ogni accelerazione, ad ogni assenza. Fino a quando il piccolo coniglio non punterà i piedi e pazienza se il Papà Espresso partirà in ritardo.

Bacio espresso  mi è piaciuto per la sua immediatezza, per il suo mettere in evidenza con leggerezza e sensibilità un disagio comune a molti bambini.

Mi è dispiaciuto che spesso il volto del papà si ritrovi in corrispondenza delle cuciture e ne paghi quindi le conseguenze.

raccomandato: ai bimbi che desiderano mandare un messaggio chiarissimo ai propri papà e ai papà che vogliano far capire ai propri bambini di essere coscienti dei loro desideri  e a chi fosse alla ricerca di un regalo per la festa del papà.

BacioespressoTitolo: Bacio espresso
Autore: Émile Jadoul
Editore: Babalibri
Dati: 2012, 32 pp., 12,50 €

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Il tempo comincia da quando siamo felici, il resto si chiama passato

Verbena è una ragazzina sveglia, caparbia, sicura di sé e allo stesso tempo estremamente fragile. Sembra aver tutto (due genitori che la amano profondamente, un’amica fraterna, animali domestici compagni di gioco) e tutto sembra mancarle. Momenti lieti s’adombrano, ore serene si imbizzarriscono e scalpitano per poi tornare a guardarsi attorno e rasserenarsi ancora. Undici anni sono pochi per scoprire che se la tua altezza non aumenta quanto dovrebbe in relazione agli altri bambini, che se per vedere bene devi indossare degli occhiali molto spessi, che se per imparare a leggere hai dovuto fare dieci volte lo sforzo che gli altri bambini fanno è perché la tua madre naturale era alcolista, e lo era tanto da non smettere di esserlo nemmeno in gravidanza.

Undici anni sono pochi per scoprire che la madre che ti ama non è la tua madre biologica e che quello che hai sempre considerato uno zio un po’ sui generis è in realtà tuo padre, peraltro un assassino in galera. Tutta la frustrazione, tutta la ribellione assolutamente naturale dei suoi undici anni assume per Verbena una sorta di deficit congenito. Così com’è nata con la sindrome alcolico fetale, forse si porta appresso una rabbia che è ereditaria giacché non è nata, come pensava, da genitori miti ma da un’alcolista e da un criminale. L’insofferenza verso le premure materne diviene fonte di sensi di colpa che smarriscono la bambina e la inducono a imboccare un circolo vizioso fatto di emozioni e reticenze. Undici anni sono difficili da rivalutare alla luce delle nuove, terribili scoperte.

E invece rimangono pochi anche quando decide di scendere a patti con l’evidenza. Ma questo per fortuna, perché se ne avesse avuti di più forse non avrebbe trovato nell’amicizia e nell’avventura la propria via di fuga.

Verbena abita vicino al lago in una cittadina non distante da New York. D’estate dalla Grande mela (o Mela Marcia, come la definiscono i suoi concittadini) arrivano molti turisti. Tra di essi un bambino, Pulce. Con lui Verbena darà vita a una profonda amicizia condita da misteri, pericoli e fantasmi; un’avventura alla fine della quale, in un susseguirsi di eventi tra il semplice e lo straordinario, Verbena finirà per accettare se stessa e per scoprire quanto possa rivelarsi semplice essere felice.

Come ho amato La ragazza Chissachì non avrei potuto mai amare altro libro nato dalla stessa penna, altra protagonista; devo ad Heidi Chi una certa fedeltà, sebbene la potenza e la delicatezza con cui la Weeks racconta del rapporto madre figlia in queste pagine fresche di stampa abbiano fatto in diverse occasioni vacillare la mia fermezza. Davvero intensa la sua resa, davvero naturale e autentica. Meno efficace invece la struttura della trama che subisce qualche scossone e qualche accelerata che scombussolano un po’ l’orientamento del lettore, il quale talvolta si ritrova a non avere il tempo per assimilare gli eventi.

Da oggi sono felice è un romanzo da leggere, da leggere assolutamente, perché in esso i ragazzi che lo leggeranno troveranno un esempio e una guida per dare la giusta direzione a un conflitto che sempre ingaggiano contro se stessi per motivi più o meno importanti; una storia dolorosa ma esemplare al contempo per essere sempre assolutamente e pienamente coscienti del diritto e della facoltà di ciascuno di decidere che sì, da oggi si può essere sé stessi, da oggi si può essere felici.

Titolo: Da oggi sono felice
Autore: Sarah Weeks
Editore: Beisler Editore
Dati: 2012, 168 pp., 11,80 €