La voce delle ombre

A prescindere dalla impeccabile struttura narrativa, intrecciata da fili perfettamente in armonia gli uni con gli altri cui Frances Hardinge ci ha abituati, La voce delle ombre ha qualcosa di altrettanto complesso ed è una complessità che non ristà solo nella maestria autoriale, quanto anche in un’empatia nei confronti dei personaggi protagonisti che valica la premura autore/creazione, per spostarsi sul sentiero accidentato della narrazione con luogo nella mente umana, con le sue contraddizioni, forza, paure, istinti e coraggio. E del rimorso, dell’incertezza di un passato in cui si radica e fonda il presente.
Makepeace è una ragazzina abituata a fronteggiare se stessa e un drappello sempre nuovo, mutevole e minaccioso, di spiriti che tentano di insinuarsi nella sua mente, allo scopo non solo di cercare di manipolare i suoi pensieri, ma soprattutto di trovare un alloggio e un involucro giovane e sicuro per restare attaccati quanto più possibile alla vita terrena.
In un processo che sembra avere tutte le caratteristiche della persecuzione, distante dall’immagine ideale di cura materna e per questo disturbante, la madre di Makepeace la sottopone a lunghe notti nei cimiteri per rafforzare la propria capacità di resistenza a quegli spiriti ‘insinuanti’. Una madre che pare carnefice, sorda alle suppliche della ragazza, indifferente al suo terrore, incrollabile, crudele addestratrice di una figlia che soffre senza la consolazione di una luce in prospettiva, per il tormento cui è destinata e per l’intransigenza della madre in più larga misura.

Poi accade che nell’Inghilterra del Seicento, Londra sia in tumulto, come le contee attorno ad essa, confuse, anch’esse piene di spiriti in contrasto fra loro; la città un ventre puzzolente e pericoloso che dà nutrimento e vita e allo stesso tempo si mostra ostile e indomabile, contro il re, contro i ribelli, contro tutti assieme. Accade che Makepeace e sua madre siano stritolate dalla folla che lotta, da quella confusa, da quella violenta, da quella che si difende, e che la madre si perda ancora una volta, smarrisca il suo essere madre e poi muoia, restando aleggiante sulla coscienza della figlia, inerme, sola, alle prese con decine di spiriti in agguato. Più uno.

Non si è mai certi della direzione che prenderanno gli eventi, ma così procedendo, anche in un contingente che è di per sé straordinario, essi non perdono mai in efficacia nel sorprendere. Giungono inattesi come potrebbe essere la zampata di un orso nel sorprendere un viandante nella calma del bosco. Stanno in agguato tra le pagine, in ogni pagina di questo romanzo corposo e denso, pronte a sbucare dalle tane più impensabili, dagli anfratti più nascosti della selva o della mente umana.

Nel corso della narrazione Makepeace cambia molte volte nome ma mai voce. È sempre salda nella sua irrequietezza, coi suoi artigli da orso si aggrappa ostinatamente ai suoi affetti, al futuro, a se stessa. Ha in comune con gli animali che tanto ama un istinto che conserva ferino, primordiale; quell’istinto la porta a tentare di salvare un orso, a scagliarsi contro i suoi carnefici, a dimenticare la paura. Quell’orso sarà il suo compagno, fedelissimo, brutale, dolcissimo nella sua ingenuità. L’accompagnerà sempre, invisibile solo agli stolti. Presente agli occhi che a pieno diritto potrebbero leggerlo protagonista.

Oltre a tutto questo, che è veramente poco e frutto di una sola voce, la mia, ci sono poi l’eccellente traduzione di Giuseppe Iacobaci e attenzioni grafiche molto efficaci ed eleganti. Tra molto pensare ho scelto di citare un passo di congedo che, sono certa, anche a una seconda rilettura sarà per me sempre il più bello.

[…] Era un tasso, che gironzolava tranquillo per i fatti suoi, come se non ci fossero guerre da combattere. Makepeace lo guardò affascinata. Si ricordò tutto quel che aveva appreso sui tassi nel bestiario a Grizehayes. Il tasso, le cui zampe erano più lunghe su un lato, per facilitargli il movimento sul terreno scosceso…
… e invece no. Lo vide distintamente che zampettava tranquillo sotto una macchia di luce: tutte le zampette erano delle stesse, modeste, tozze dimensioni.
Forse nessuna delle antiche verità era più vera. Questo poteva essere un mondo interamente nuovo, con regole tutte diverse. Un mondo nel quale i tassi non erano sghembi […]

81hz2r9dizl

Titolo: La voce delle ombre
Autore: Frances Hardinge
Traduzione: Giuseppe Iacobaci
Editore: Mondadori
Dati: 2018, 429 pp., 17,00 €

Se vivi a Roma cercalo in libreria, al Giardino Incartato, in via del Pigneto 180, se invece vivi in un paesino sperduto delle Langhe o dei monti calabri Lo trovi anche sugli scaffali virtuali di Amazon.it

 

Il ragazzo fantasma

Edito per la prima volta nel 2000 (e poi tradotto da Chiara Gandolfi e pubblicato in Italia da bohem press nel 2011 con le illustrazioni di Federico Appel), “Il ragazzo fantasma” è un romanzo complesso che comprende in sé la tensione sottile dell’horror, la delicatezza della meditazione sul senso di sé e della vita (e quindi della morte), la difficile acquisizione della consapevolezza della rilevanza delle proprie azioni.

David è un ragazzo di 12 anni, basso per esserlo e per questo bullizzato a scuola. I genitori di David sono separati e la madre vive proprio in un altro Paese, ma il padre, Harry, riservato e mite, è premuroso e accogliente. Nonostante ciò o a causa di tutto ciò David col padre parla poco, per niente. Preferisce covare in sé le proprie insicurezze e lasciarle fluire in idee e azioni del tutto controproducenti nell’ottica del trovare sfogo o serenità, ma piuttosto rilevanti, sebbene drastiche, in quanto ad autonomia e crescita.

Il ragazzo fantasma, di Melvinn Burgess, ill. di Federico Appel - 2011, Bohem Press
Il ragazzo fantasma, di Melvinn Burgess, ill. di Federico Appel – 2011, Bohem Press

David aveva paura, una paura folle! Ma su David la paura aveva l’unico effetto di dargli uno stimolo in più

Uno stimolo in più, una ragione assieme alle altre per cedere a quella voce irresistibile che spinge David a intrufolarsi nel condotto di aerazione. Spiare gli altri e perpetrare piccole vendette ai danni di persone innocenti sembra essere per David una buona risposta ai soprusi che subisce quotidianamente. Ma tutto si complica e assume contorni inquietanti quando trova un compagno di scorribande piuttosto arrabbiato ed evanescente: lo spettro di un ragazzo carico di rabbia e insoddisfazione.

Chi è questo fantasma, o meglio, chi era? Perché è così ostinatamente crudele col mite vecchietto ultranovantenne dell’appartamento del quinto piano?

David si lascia trascinare in un crescendo di violenza e vandalismo che molto incidono sulla salute, già molto precaria del signor Alveston, fino a ficcarlo in un guaio che non vale assolutamente l’amicizia, apparentemente incredibile, con un fantasma.

David e il ragazzo fantasma distruggono l’appartamento del vecchio; per il fantasma, ovviamente, nessuna conseguenza, per David un po’ per costrizione (il padre gli impone di fare amicizia con lui), un po’ per scontare la pena inflittagli dal giudice, comincia un periodo di crescita inatteso: si sorprende a stringere con il signor Alveston un’amicizia profonda e sincera che condurrà entrambi verso una maturazione; verso loro stessi, con consapevolezza.

Lo spazio dietro al muro, però, continua a chiamare. Chiama David, chiama il signor Alveston.

Non ci andrò, – promise  se stesso.Poi lo disse ad alta voce: – Non ci andrò! – Gli rispose solo il silenzio, ma un silenzio con dentro qualcuno.

Non posso andare oltre senza svelare il nodo e la chiave di questo che è un romanzo in cui la tensione e il mistero sono prevalenti, ma posso dirvi senza dubbio che Burgess è magistrale nel rendere entrambi profondi, costellando la narrazione di elementi introspettivi veramente eccellenti. Quello di Burgess è, come sempre, uno sguardo attento e premuroso sull’adolescenza, e le sue dolorose contingenze sociali e interiori. Qui l’adolescenza si mescola con la vecchiaia, tingendo il tutto di un’atmosfera incalzante, per lo scorrere del tempo presente, e soffusa, per il ricordo di quello passato. Un romanzo la cui lettura consiglio dai 9 anni in su.

Il ragazzo fantasma h230Titolo: Il ragazzo fantasma
Autore: Melvin Burgess (ill. in bianco e nero di Federico Appel), trad. Chiara Gandolfi
Editore: Bohem Press
Dati: 2011, 184 pp., 16,50

Lo trovi sugli scaffali virtuali di Amazon.it

Cari popolli mettetevi comodi, per queste storie ci vuole cuoraggio

È una raccolta di racconti edita da Salani qualche anno fa (1990), questa di cui vi racconto. Ed è una raccolta selezionata e curata da un lettore piuttosto speciale. Si tratta del Libro delle storie di fantasmi, quattordici capolavori della paura scelti da un grande maestro dell’imprevisto: Roald Dahl.

Si tratta di un libro che ho letto diversi anni fa, e che spesso mi sono ripromessa di recensire, ritenendo che sia una lettura sapientemente curata e considerando i racconti di paura tra i più riusciti del genere essendo lo spazio contenuto molto adatto a orchestrare il montare della tensione, il nascere di dubbi e sospetti, fino alla risoluzione terrorizzante, angosciante, lugubre.

L’ho quindi riletto, partendo dall’introduzione di Dahl. Bello è stato ricordarsi del lavoro condotto per arrivare a questa selezione, belle le osservazioni sulla letteratura, sempre incisive.

Raccontare la paura, l’angoscia, raccontare i fantasmi, i morti, è sempre complesso. È l’irreale che si fa strada prepotentemente ma in silenzio, muovendosi di fruscii, di ombre passeggere, di soffi gelidi, folate di vento. È l’angoscia che alberga in ciascuno a materializzarsi e a prendere forma, sebbene dai contorni vaghi. E rendere l’irreale, rendere l’angoscia, è faccenda da maestri. Infatti:

È un fatto singolare ma, nelle migliori storie di fantasmi, il fantasma non c’è. O, per lo meno, non si vede. Si vede però il risultato delle sue azioni. Ogni tanto potete avvertire un fruscio alle vostre spalle, o intravedere tracce fugaci della sua presenza…

In Harry, di Rosemary Timperley, la presenza dello spettro che blandisce e rapisce una bimba, è solo un fugace bagliore di capelli rossi tra i fiori bianchi. È il terrore che macchia il candore per poi far come se non ci fosse, per poi svanire, se non per tornare e colpire ferocemente, senza pietà.

Assieme alla Timperley ci sono Le Fanu, Wharthon, Middleton, Crawford, Hartley, Asquith, Lie, Burrage, Aickman, Treadgold, Burrage, Hartley, Benson. Tutti artefici di una paura sottile ed elegante. Quattrodici storie da leggere di notte, da soli, o assieme, ad alta voce, come si usava fare all’epoca in cui sono stati scritti, per attutire il rimbombo dei cuori, per scacciare spauracchi, fronteggiare gli incubi.

La storia di questa raccolta è singolare: Nel 1958 Dahl selezionò questi racconti con l’idea di realizzare una serie tv. Fece una cernita piuttosto faticosa, tutta in salita, tra centinaia di racconti che scoprì non essere tutti, anzi essere ben pochi, belli, spaventosi, efficaci. Poi la serie naufragò (ai nostri giorni funzionerebbe eccome!) perché si scelse una storia che chiamava in causa la Chiesa cattolica romana: nessuna rete tv americana l’avrebbe mai mandata in onda…

Tutto il lavoro però non è andato sprecato, e il risultato è questa antologia che non dovrebbe mancare nei vostri scaffali.

Il racconto che ho trovato più angosciante, l’ho detto poco sopra, è Harry di Rosemary Timperley. Il preferito da Dahl è invece Elias e il Draug

A mio parere, una delle storie più angosciose di questa antologia è stata scritta dal norvegese Jonas Lie. È una favola crudele e meravigliosa […] e sono certo che il suo Elias e il Draug vi metterà i brividi. E spero che restiate ugualmente turbati dagli altri racconti di questa antologia.

51zlojsnfslTitolo: Il libro delle storie di fantasmi
Autore: AA. VV., a cura di Roald Dahl
Editore: Salani
Dati: 2013, 271 pp., 12,90

Lo trovi tra gli scaffali virtuali di Amazon.it

Leo. Una storia di fantasmi

Leo è un fantasma, inquietante nella misura in cui un fantasma possa esserlo nel momento in cui, sebbene talvolta mossi dalle migliori intenzioni, si palesa, si manifesta.

I fantasmi sono considerati intrusi provenienti da un mondo che è altrove e, che per essere distante o straniero, fa paura. Laddove ci sia una presenza estranea la prima reazione, purtroppo quella che si rivela più naturale, è di scacciarla via, liberarsene per poter vivere indisturbati, tranquillamente.

Leo. Una storia di fantasmi, di Mac Barnett, Christian Robinson - Terre Di Mezzo
Leo. Una storia di fantasmi, di Mac Barnett, Christian Robinson – Terre Di Mezzo

Una premessa che affonda le radici in altro, nei nostri giorni. Ma, sarà stato il mio stato d’animo, sarà stata una lettura adulta di questo albo tenero che è storia di fantasmi ma soprattutto d’amicizia, il mio sguardo è stato portato da un tocco lieve in questa direzione.

Leo è il fantasma di quello che era un bambino, la morte l’ha toccato come l’avrebbe toccato la guerra, facendogli perdere la propria casa, la propria famiglia. Distruggendo col logorio del tempo i suoi luoghi cari, il negozio di caramelle, per esempio. Come Leo, c’era una volta, adesso non più.

Leo. Una storia di fantasmi, di Mac Barnett, Christian Robinson - Terre Di Mezzo
Leo. Una storia di fantasmi, di Mac Barnett, Christian Robinson – Terre Di Mezzo

Leo è trasparente e solo. Vive la propria solitudine come condizione scontata e inevitabile. Quando viene scoperto e costretto ad abbandonare il luogo in cui alberga, si allontana senza troppi rimpianti, cercando di convincere se stesso che una condizione vale l’altra: da fantasma casalingo può diventare fntasma girovago, che male c’è?

Però quando incontra una bambina capace di vederlo, che in lui identifica il proprio amico immaginario, vivere assieme a lei lo rende felice e partecipe. In preda al senso di colpa Leo confessa la propria effimera essenza, la bimba lo comprende e accetta di buon grado la verità. Che per quanto ingombrante è sempre il peso più leggero da condividere.

Leo. Una storia di fantasmi, di Mac Barnett, Christian Robinson - Terre Di Mezzo
Leo. Una storia di fantasmi, di Mac Barnett, Christian Robinson – Terre Di Mezzo

La palette in azzurro e nero è assonante con lo spirito della storia, la investe di un sapore retrò, ne esplicita l’essenza, Leo vi si muove con naturalezza, in essa si confonde. Più che freddo, il blu si rivela contesto morbido per la nascita di un’amicizia che suggella empatia e accoglienza.

51mpjn5qcvl-_sx399_bo1204203200_Titolo: Leo. Una storia di fantasmi
Autori: Mac Barnett, Christian Robinson
Editore: Terre Di Mezzo
Dati: 2016, 48 pp., 15,00 €

Lo trovi tra gli scaffali virtuali di Amazon.it

Il piccolo fantasma

Il fantasma c’è, seppur piccolo, in questo romanzo breve di Otfried Preussler, anzi, ne è il protagonista. Ma, sebbene avvolto da un alone di mistero e si aggiri tra i luoghi classici del genere, ciò che suscita non è tanto paura, quanto piuttosto sorrisi. È un fantasma in tutto e per tutto ma in più è simpatico e combina guai paurosamente buffi

Otfried Preussler è un maestro nel centellinare la speranza, nel seminare il dubbio, nell’infondere paura; chiaro manifesto di questa sua arte è Il mulino dei dodici corvi, di cui vi ho già parlato e che è romanzo complesso e straordinario, tra i miei più cari dell’adolescenza. Caro, intenso ma anche intensamente inquietante, tetro, complesso. Da Il piccolo fantasma mi aspettavo dunque molto e molto ho ottenuto leggendolo, anche la dimostrazione del valore di un autore così abile nel calibrare, nel prendere le misure, nel dialogare con il proprio lettore di riferimento.

Il piccolo fantasma, di Otfried Preussler, Jan Peter Tripp - 2014 Nord Sud
Il piccolo fantasma, di Otfried Preussler, Jan Peter Tripp – 2014 Nord Sud

Ed ecco quindi che la storia del piccolo fantasma notturno che per una serie di accidenti, in qualche modo ricercati, si ritrova imprigionato nel giorno ed è quindi costretto a cambiare abitudini e aspetto (ma certamente non identità), mi ha convinta pienamente. È una storia di fantasmi ma è anche una storia in cui gioca molto la curiosità e la strenua difesa di sé stessi, delle proprie morbide abitudini, dei propri gusti. Perché che per un candido fatasma notturno sia una fonte di cuoriosità incredibile il sole è decisamente comprensibile, e che una creatura delle tenebre voglia vederlo in tutta la sua brillante luce antrettanto. Si rivelerà anche caldo e capace di modificare il colore del Piccolo fantasma, rendendolo viola e ancor più spaventoso…

Fino al termine dell’ora degli spettri danzò sopra le mura merlate del castello, saltando felice di merlo in merlo nel chiaro di luna.
Incredibilmente felice di essere tornato quello di una volta.
Più candido di una nuvola di polvere di neve

A condire la narrazione di un sapore tenebroso le illustrazioni dal tratto molto deciso ad inchiostro di Jan Peter Tripp. In esse tanti dettagli caratterizzanti e un timbro narrativo piacevole, nonostante la resa a stampa di alcune di esse, sebbene in bianco e nero, sia di bassa qualità.

51hayhtpsbl-_sx382_bo1204203200_Titolo: Il piccolo fantasma
Autore: Otfried Preussler, Jan Peter Tripp
Editore: Nord-Sud
Dati: 2014, 119 pp., 10,00 €

Lo trovi tra gli scaffali virtuali di Amazon.it

Squadra cacciafantasmi e la pista di ghiaccio

Non c’è da metterlo in dubbio: il fantasma verdognolo dagli occhi infossati e cerchiati di nero che troneggia a ogni inizio capitolo di questo romanzo breve per coraggiosi lettori e lettrici fa paura. O meglio, certo non ispira simpatia. Per questa ragione non si può che comprendere il terrore che ha avvolto Tom quando se lo è ritrovato davanti agli occhi in cantina, peraltro con i piedi impiastricciati e bloccati dalla sua bava verde e con le mani gelide che tendevano al suo collo…

Squadra cacciafantasmi e la pista di ghiaccio, di Cornelia Funke ill. Frederick Bertrand - 2015 Beisler editore
Squadra cacciafantasmi e la pista di ghiaccio, di Cornelia Funke ill. Frederick Bertrand – 2015 Beisler editore

Si tratta di un FAMI, un fantasma mediamente inquietante, scopriremo poi… Mediamente?!? Sì, perché grazie all’intraprendenza e al coraggio di Tom e, diciamocelo, anche del destino che l’ha messo un po’ in mezzo, ci si renderà conto che l’orribile essere non è il peggio che possa capitare… potendo scegliere da chi farsi infestare la cantina ecco… meglio un FAMI che un FAMOR: un fantama mostruosamente ripugnante.

Insomma, Tom si ritrova con un FAMI in cantina e desidera sbarazzarsi di lui, non per altro se non per il fatto che sporca di bava verde le scale condominiali e il portiere incolpa lui, non credendo all’esistenza dei fantasmi…

Squadra cacciafantasmi e la pista di ghiaccio, di Cornelia Funke ill. Frederick Bertrand - 2015 Beisler editore
Squadra cacciafantasmi e la pista di ghiaccio, di Cornelia Funke ill. Frederick Bertrand – 2015 Beisler editore

Purtroppo però, anche il fantasma ha i suoi guai: infatti con voce lagnosa racconta a Tom di come sia stato costretto a lasciare la sua casa per trasferirsi in quella cantina. Un FAMOR lo ha scacciato prendendo di prepotenza il suo posto. Tom non ci pensa su molto, sebbene in molte occasioni si troverà a chiedersi perché si sia ficcato in quel guaio, e offre al FAMI, di nome Ugo, il suo aiuto. Certo se non ci fosse stata la migliore amica della nonna, la signora Rosapepe, non sarebbe stato fattibile ma la simpatica vecchietta non si tira indietro e assieme… beh, assieme ne faranno di tutti i colori (ma soprattutto verde fluo e rosso infuocato) e Tom riuscirà in più di una conquista.

71juy7xbdxlTitolo: Squadra cacciafantasmi e la pista di ghiaccio
Autore: Cornelia Funke
Editore: Beisler
Dati: 2015, 133 pp., 13,90 €

Lo trovi tra gli scaffali virtuali di Amazon.it

PS. Da questo libro è stato tratto un film la cui visione consiglio per Halloween

Storie di fantasmi per il dopocena

Prendete in parti uguali ironia e mistero, mescolatele e otterrete un composito e succulento libretto pauroso quanto basta e divertente anche di più. Diverse storie di fantasmi, perfette per i dopocena, narrate da bislacchi cantastorie con protagonisti talvolta teneri, talvolta sciocchi, talvolta dispettosi e ostinati.

storie37_sito
Storie di fantasmi per il dopocena, Jerome K. Jerome, Umberto Mischi – 2016, Biancoenero

Che poi, a metà agosto, trattandosi di storie narrate nella più classica tradizione della Vigilia di Natale, potrebbe sembrare un po’ anacronistico, ma trattasi di ‘chicca’ nel vero e proprio senso della parola per cui non potevo non proporle. I fantasmi, peraltro, per antonomasia, non conoscono tempo e stagioni e questi, in particolare, si aggirano ancora molto legati al loro passato di viventi: più che paurosi, presi da varie faccende da far quadrare, che sia Natale o meno, senza contare che non mi lascerei sfuggire l’occasione di scoprire un autore di grande spessore che in questo breve libro riesce a costruire una vera e propria poetica della narrazione “di paura”.

storie49_sito
Storie di fantasmi per il dopocena, Jerome K. Jerome, Umberto Mischi – 2016, Biancoenero

Una narrazione che scorre veloce dalla penna sapiente di un grande umorista inglese: Jerome K. Jerome, che nella scrittura ha trovato il proprio successo, sapendosi rialzare da circostanze piuttosto sfavorevoli. Una lettura che consiglio a bambine e bambini dotati di senso dell’umorismo, certa che sull’esempio di queste storie ne inventeranno di proprie, altrettanto divertenti e paurose. [È un libro ad alta leggibilità, con puntuali accortezze sintattiche e grammaticali, capitoli brevi e paragrafi spaziati in stampatello minuscolo]

61UQ375Ke0L
Titolo: Storie di fantasmi per il dopocena
Autore: Jerome K. Jerome
Editore: Bianconero
Dati: 2016, 80 pp., 9,50 €

Lo trovi tra gli scaffali virtuali di Amazon.it

I fantasmi di Giulia – Intervista ad Anna Vivarelli

2739-Bro.inddHo letto I fantasmi di Giulia tutto d’un fiato, e sì, ho ben più di 11 anni (età a partire dalla quale è consigliato questo libro). La lettura è stata così piacevole perché, come meglio ci racconta di seguito l’autrice (Anna Vivarelli, con la quale avevamo avuto già modo di chiacchierare qualche anno fa), leggendo questo romanzo in realtà è come leggerne più d’uno, perché i protagonisti hanno tutti, specie Giulia, uno o più elementi caratterizzanti che li rendono originali ma non sui generis, quindi empatici; perché il mistero si confonde col quotidiano, e viceversa, non lasciando mai privo di interesse alcun accadimento. Ad Anna ho voluto chiedere anche un parere sullo stato della nostra letteratura per  ragazzi, e la fiducia che rinvigorisce il suo stile traspare anche dalle sue risposte.

D: Prima di entrare nel merito de  I fantasmi di Giulia, vorrei che tu raccontassi ai lettori di AtlantideKids qual è la lettura che una scrittrice di libri dedicati ai giovani lettori dà della forza della letteratura per l’infanzia (se effettivamente ritieni che di forza si tratti) nel panorama editoriale italiano.

R: A mio parere, la letteratura italiana per ragazzi gode di buona salute. Siamo tanti, siamo diversi per tematiche, generi, stili, ma il livello è buono, e da Rodari a oggi abbiamo creato tanto. Nonostante i problemi enormi, che sono evidenti. Rispetto ad altri Paesi, noi scrittori italiani per bambini e ragazzi siamo scarsamente considerati dalla stampa nazionale, dalle grandi manifestazioni letterarie, e spesso (e non è un paradosso) cominciamo a esistere solo quando ci mettiamo a fare altro, cioè letteratura per adulti. Ma noi siamo il primo tramite culturale dei giovani lettori, e spesso restiamo l’unico. Forse proprio qui sta l’origine di tutti i problemi: sono l’infanzia e la sua crescita spirituale ad essere scarsamente considerate, e noi di conseguenza. Per quanto mi riguarda, io ho compiuto un percorso inverso, dai grandi ai piccoli, e sto bene dove sono. Meravigliosamente bene.

D: Saresti disposta anche a svelare come nasce un libro, come sia nato questo tuo ultimo romanzo?

R: Certo che sono disposta a svelare come nasce una mia storia. Lo faccio spessissimo, con i ragazzi che incontro nelle scuole, e quindi non è un segreto! Il punto di partenza è un’idea forte (forte per me, ovviamente), su cui rimugino per settimane, mesi a volte. Questa idea può provenire da qualsiasi fonte: qualcosa di letto, di visto, di incontrato, o anche un nodo che mi porto dentro chissà da quanto. Nel frattempo scrivo altro, ma se l’idea continua a convincermi, finalmente inizio a lavorarci davvero. E allora inizia la prima stesura, che è solitamente enorme rispetto a ciò che rimarrà. Creo i personaggi principali, costruisco uno sfondo, geografico ed emotivo, e soprattutto compio la scelta principale, che è quella della “voce”: prima o terza persona? Più o meno dialogata? Più leggera o più pesante? Con quest’ultima opzione mi riferisco soprattutto all’aggettivazione. E poi accumulo pagine e capitoli, spesso alternativi fra loro. A questa prima stesura segue la revisione, una specie di “bella copia”, e questo è il lavoro più difficile. Sono un’artigiana, non un’artista, e quindi a furia di tagliare, limare, modificare e correggere, quel che ne viene fuori è quasi sempre lontanissimo da ciò che immaginavo…

D: I fantasmi di Giulia sembra avere al suo interno più romanzi che tra loro si intrecciano: da una parte il romanzo con protagonisti i vivi, dall’altro quello con protagonisti i morti. Le storie si evolvono prima parallelamente per poi convergere grazie a Giulia, suo malgrado punto di contatto tra i due mondi, in un unico intreccio. È complicato svolgere due narrazioni così diverse o è stato un processo naturale?

R: Ne I fantasmi di Giulia ci sono due registri, è vero. All’inizio, quando quest’idea ha preso forma, ero piena di dubbi. Temevo che ne venisse fuori un gran pasticcio, perché le scritture sono due, ben distinte. La parte dei vecchi fantasmi di casa è quasi tutta dialogata, molto più secca e asciutta, nonostante i personaggi siano quasi antichi. Per contrasto, la storia contemporanea contiene molte descrizioni e a volte ha un vero e proprio sapore di antico. Non è stato semplice, perché dovendo passare continuamente da un registro all’altro, e contemporaneamente tener d’occhio l’intreccio, la successione degli eventi e l’evoluzione dei caratteri dei personaggi, ho dovuto riscrivere parecchie volte gli stessi brani. Ma sono una persona paziente, e poi ho potuto contare su un grandissimo editor, che non mi stanco di ringraziare.

D: Ci presenti Giulia, la protagonista? Cosa ti piace di più di lei?

R: Giulia è un’adolescente per molti versi fuori dal comune. Intanto vive un rapporto meraviglioso e risolto con la sua famiglia. Vive una crisi del tutto normale per la sua età, ma contrariamente a ciò che succede di solito, non la scarica sui genitori o sul fratello minore, anzi: si sforza di interiorizzarla perché tiene immensamente alla serenità familiare, e sa che mostrarla ed esprimerla renderebbe infelice soprattutto sua madre, che Giulia adora. Insomma, conosce il grande segreto della convivenza, che consiste nel preoccuparsi costantemente del bene di chi ti sta accanto. Senza sentimentalismi e sdolcinature che proprio non mi appartengono, ho cercato di dire che una vita familiare piena e rispettosa delle varie individualità, è possibile. Credo sia un tema parecchio fuori moda, a ben pensarci, ma io sono cresciuta così, ed è così che cerco di vivere.

D: Racconti, anche con un certo realismo, di una crudeltà talmente profonda da sopravvivere alla morte. Come gestisci il tuo rapporto con personaggi così negativi?

R: Giulia conosce la crudeltà perché la sua vita interiore è tormentata, incerta, fratturata, e quindi vulnerabile. Ed è questa l’idea forte da cui sono partita: se qualcosa di sbagliato succede e non viene riparato, quella crepa resta tale, e si allarga, e le sue conseguenze ricadranno su chi viene dopo. Al di là della storia di Giulia e della sua famiglia, credo davvero che i torti non riparati, le ingiustizie non emendate, le colpe non espiate, le responsabilità non assunte, creino dei buchi neri nella storia di ognuno di noi. La chiamerei la memoria del male. Per gli storici, non è affatto un concetto originale, e appartiene alla mia formazione, che risale a decenni fa e ogni tanto affiora.

D: Definiresti I fantasmi di Giulia un romanzo di formazione?

R: L’autore non è mai la persona più adatta a definire il proprio lavoro, ma forse tutti i romanzi per ragazzi sono romanzi di formazione: seguono il protagonista per un tratto di strada, un tratto spesso accidentato, e raccontano il superamento degli ostacoli, e i suoi costi, le delusioni, i traguardi. Non sempre le mie storie terminano con una vittoria totale, perché nella realtà non succede mai. Ma con Giulia sono stata molto generosa…

Titolo: I fantasmi di Giulia
Autore: Anna Vivarelli
Editore: Piemme, Il Battello a vapore
Dati: 2013, 214 pp., 8,00 €

Lo trovi tra gli scaffali virtuali di Amazon.it

Il tempo comincia da quando siamo felici, il resto si chiama passato

Verbena è una ragazzina sveglia, caparbia, sicura di sé e allo stesso tempo estremamente fragile. Sembra aver tutto (due genitori che la amano profondamente, un’amica fraterna, animali domestici compagni di gioco) e tutto sembra mancarle. Momenti lieti s’adombrano, ore serene si imbizzarriscono e scalpitano per poi tornare a guardarsi attorno e rasserenarsi ancora. Undici anni sono pochi per scoprire che se la tua altezza non aumenta quanto dovrebbe in relazione agli altri bambini, che se per vedere bene devi indossare degli occhiali molto spessi, che se per imparare a leggere hai dovuto fare dieci volte lo sforzo che gli altri bambini fanno è perché la tua madre naturale era alcolista, e lo era tanto da non smettere di esserlo nemmeno in gravidanza.

Undici anni sono pochi per scoprire che la madre che ti ama non è la tua madre biologica e che quello che hai sempre considerato uno zio un po’ sui generis è in realtà tuo padre, peraltro un assassino in galera. Tutta la frustrazione, tutta la ribellione assolutamente naturale dei suoi undici anni assume per Verbena una sorta di deficit congenito. Così com’è nata con la sindrome alcolico fetale, forse si porta appresso una rabbia che è ereditaria giacché non è nata, come pensava, da genitori miti ma da un’alcolista e da un criminale. L’insofferenza verso le premure materne diviene fonte di sensi di colpa che smarriscono la bambina e la inducono a imboccare un circolo vizioso fatto di emozioni e reticenze. Undici anni sono difficili da rivalutare alla luce delle nuove, terribili scoperte.

E invece rimangono pochi anche quando decide di scendere a patti con l’evidenza. Ma questo per fortuna, perché se ne avesse avuti di più forse non avrebbe trovato nell’amicizia e nell’avventura la propria via di fuga.

Verbena abita vicino al lago in una cittadina non distante da New York. D’estate dalla Grande mela (o Mela Marcia, come la definiscono i suoi concittadini) arrivano molti turisti. Tra di essi un bambino, Pulce. Con lui Verbena darà vita a una profonda amicizia condita da misteri, pericoli e fantasmi; un’avventura alla fine della quale, in un susseguirsi di eventi tra il semplice e lo straordinario, Verbena finirà per accettare se stessa e per scoprire quanto possa rivelarsi semplice essere felice.

Come ho amato La ragazza Chissachì non avrei potuto mai amare altro libro nato dalla stessa penna, altra protagonista; devo ad Heidi Chi una certa fedeltà, sebbene la potenza e la delicatezza con cui la Weeks racconta del rapporto madre figlia in queste pagine fresche di stampa abbiano fatto in diverse occasioni vacillare la mia fermezza. Davvero intensa la sua resa, davvero naturale e autentica. Meno efficace invece la struttura della trama che subisce qualche scossone e qualche accelerata che scombussolano un po’ l’orientamento del lettore, il quale talvolta si ritrova a non avere il tempo per assimilare gli eventi.

Da oggi sono felice è un romanzo da leggere, da leggere assolutamente, perché in esso i ragazzi che lo leggeranno troveranno un esempio e una guida per dare la giusta direzione a un conflitto che sempre ingaggiano contro se stessi per motivi più o meno importanti; una storia dolorosa ma esemplare al contempo per essere sempre assolutamente e pienamente coscienti del diritto e della facoltà di ciascuno di decidere che sì, da oggi si può essere sé stessi, da oggi si può essere felici.

Titolo: Da oggi sono felice
Autore: Sarah Weeks
Editore: Beisler Editore
Dati: 2012, 168 pp., 11,80 €