Rompi il porcellino

Ricordo, di quando ero bambina, certe colazioni a casa di mia nonna. Mia madre era maestra in una scuola distante da casa e allora mi portava prestissimo a casa sua, prima di andare a lavoro. Io dormivo un paio d’ore e poi la nonna mi preparava la colazione: latte e pane. Mi piaceva, molto. Ma non sopportavo la pellicina che si formava sopra al latte caldo. Ostinata, la toglievo e quella si riformava, fino a quando il latte si intiepidiva. Agivo di pazienza, Yoav, invece, di rassegnazione. Perché se beve la cioccolata calda nonostante la pellicina, il padre gli da un soldino, e quel soldino s’aggiunge agli altri che Yoav si guadagna da bravo bimbo qual è, e finisce nella pancia di un porcellino salvadanaio.

Rompi il porcellino, di Etgar Keret e David Polonsky - 2017 Feltrinelli
Rompi il porcellino, di Etgar Keret e David Polonsky – 2017 Feltrinelli

Yoav in realtà desiderava un Burt Simpson sullo skateboard. L’aveva visto e desiderato, aveva espresso il suo desiderio a voce alta e la mamma era d’accordo che lo avesse; il papà no. Il papà di Yoav non concepisce l’assecondare un desiderio frivolo, un capriccio, e dunque sostituisce il desiderio leggero di Yoav con un feticcio più che reale di pragmatismo: un salvadanaio, un porcellino. Quando sarà pieno, Yoav potrà comprare il pupazzo che desidera.

Il porcellino, che è involucro del valore, però abbandona presto il contesto della razionalità e diventa valore esso stesso. Diventa un giocattolo, che conquista, con il suo muso rubicondo, il bambino cui è stato imposto.

Il porcellino in effetti è simpatico. Quando lo tocchi ha il naso freddo e se gli infili uno shekel nella schiena sorride, ma lo fa anche se gliene infili solo mezzo. La cosa più bella, però, è che sorride sempre, anche senza shekel.

Yoav chiama il suo porcellino Pasquale, se ne prende cura, bada che non caschi mai a terra, che sia sempre sorridente. Fino a quando il papà non pretende che lui rompa Pasquale “così è educativo!”, dice.

Rompi il porcellino, di Etgar Keret e David Polonsky - 2017 Feltrinelli
Rompi il porcellino, di Etgar Keret e David Polonsky – 2017 Feltrinelli

È un padre ingerente, che parla sempre, anche al posto della madre, che puntualizza, che sottolinea le proprie ragioni, che non è incline a sentirne altre. È un padre ansioso di far bene, di accumulare mattoncini di educazione per il proprio figlio, proprio come monete nella pancia di un porcellino salvadanaio. E si confronta con questa che ritiene sia una propria responsabilità.

Quello che il padre di Yoav non mette in conto è l’ostinata fantasia dei bimbi, e la loro forza incrollabile e dolce, il loro affezionarsi alle cose piccole, a una foglia, a un sassolino, al biglietto da visita di una pescheria. Figuriamoci a dividere ogni giorno il proprio tempo con un porcellino rosa e sorridente: l’amicizia diventa incrollabile e Yoav, eroico, si appoggia ad essa per salvare Pasquale dalla fine impietosa di tutti i porcellini salvadanaio. Nottetempo sgattaiola fuori e nasconde Pasquale in giardino. Si salutano, porcellino e bambino, con il senso greve di tutte le separazioni e di tutti gli addii. E quando Yoav torna a casa, le sue premure sono per il papà, quel burbero papà che non sa di avergli donato un amico e un soldino di maturità.

Rompi il porcellino, di Etgar Keret e David Polonsky - 2017 Feltrinelli
Rompi il porcellino, di Etgar Keret e David Polonsky – 2017 Feltrinelli

Le illustrazioni, giocate sul virato seppia e il rosa porcellino, sono dense e dirette. Sono fatte di bronci, sopracciglia aggrottate, prospettive forzate che incombono o sospingono in una direzione, si muovono e agiscono senza ammiccare mai.

Etgar Keret, 1967, è tra i più popolari scrittori israeliani della nuova generazione, David Polonsky, anch’esso israeliano, è l’art director del famoso film Valzer con Bashir.

7554423_2166307Titolo: Rompi il porcellino
Autore: Etgar Keret, David Polonsky, (trad. Gil Mor)
Editore: Feltrinelli
Dati: 2017, 40 pp., 15,00 €

Il calendario dell’avvento di AtlantideKids 2014.

Il coniglietto di Natale, Olga Lecaye, Nadja - Babalibri

 

Un libro al giorno, ventiquattro libri da leggere e rileggere in attesa del Natale. Ho selezionato albi illustrati, narrativa, visioni laiche che prendono le mosse dal momento più atteso per chi invece crede. Ho scelto libri che invitassero alla lettura partecipata, così come altri da gustare da soli, avvolti in una coperta morbida, nel caldo molle e profumato delle festività natalizie. Vi invito a metterne qualcuno sotto l’albero o nella calza della Befana. Quali tra i tanti? Beh… questo decidetelo voi, io da parte mia ne considererò uno al giorno, quindi l’appuntamento è su questa pagina dal primo al 24 dicembre.

  1. Fiabe d’inverno, Noel Daniel – Logos, Taschen
  2. Un canto di Natale, Dickens, Innocenti – La Margherita
  3. Il pianeta degli alberi di Natale, Bruno Munari (G. Rodari)- Einaudi
  4. Il dono dei magi, O. Henry, Amit – Orecchio acerbo
  5. Il Natale di Pippi – Astrid Lindgren, La nuova Frontiera
  6. Il Natale, Nathalie Choux – Gallucci
  7. Ute Krause, Il complotto dei Babbi Natale – Babalibri
  8. Camillo e il regalo di Natale, Ole Könnecke – Beisler 2014
  9. Le Lettere di Babbo Natale, Tolkien – Bompiani
  10. Storia di un uomo di neve, Maria Loretta Giraldo Cristina Pieropan, Rizzoli
  11. Jingle Bells, Puttapipat Niroot – Emme edizioni
  12. Quanto manca?, Giulia Orecchia – Emme edizioni
  13. Il coniglietto di Natale, Olga Lecaye – Babalibri
  14. La bambina di neve, Kiyoto- Sakata, Hawthorne – Topipittori
  15. Meravigliosi racconti di Natale, Gontier – Einaudi 
  16. La storia del Natale, Pamela Dalton – Gallucci
  17. L’incredibile storia di Lavinia, Bianca Pitzorno – Einaudi ragazzi
  18. Natale nella stalla, Astrid Lindgren – Il gioco di leggere
  19. Betta sa fare tutto (o quasi), Astrid Lindgren, Ilon Wikland – Il gioco di Leggere
  20. Nel bianco, Lamarque – Margherita edizioni
  21. Papà, decoriamo l’albero di Natale? Mireille d’Allancé – Babalibri
  22. L’abete – H. Christian Andersen – Interlinea
  23. L’errore di Babbo Natale, Richard Curtis – Gallucci

Che invece di far jazz, in merito alle letture scolastiche, si debba fare un po’ di blues?

Mi è capitato di ritornare più volte sull’argomento “letture scolastiche”. Quando si avvicina l’estate, poi, c’è sempre qualche mamma che considera i libri “per le vacanze” assegnati dai docenti troppi, troppo noiosi, troppo vecchi, troppo lunghi. E allora, considerato che sono una pasionaria dei grandi classici, sento sempre il dovere di intervenire in difesa (pare ridicolo dirlo ma accade) di Anna Karenina o Renzo e Lucia.

Ho riflettuto a lungo specie sulla proposta/desiderio di alcuni genitori che i ragazzi potessero essere lasciati liberi di scegliere le proprie letture, preferendo alle indicazioni degli insegnanti il proprio gusto o la moda del momento. Ci sarebbe da disquisire, e a lungo, sulla formazione del gusto letterario, e sulle mode del momento. Immagino la terribile evenienza che il buon vecchio Alessandro e il caro Lev siano scalzati da Federico (Moccia) o Fabio (Volo) e rabbrividisco; e nel riflettere la domanda che mi pongo è: perché a una lista di grandi classici non si accosta una selezione di titoli contemporanei di modo che i ragazzi possano apprezzare, scoprire e confrontare e che la presenza di titoli freschi (non solo di stampa) possa indurre alla lettura più partecipe ed entusiasta dei temibili classici?

Altra obiezione è che i ragazzi abbiano poco tempo da dedicare alla lettura, considerato quanto debbano studiare. Io ritengo che avendo scelta e varietà i ragazzi abbiano anche modo e tempo per autogestirsi.

Certo i docenti dovrebbero cercare di tenere il passo e districarsi nella varietà (di qualità) delle nuove pubblicazioni e dei nuovi autori (e qui sarebbe doveroso aprire una parentesi altrettanto lunga e delicata)…pampa blues

Tutto questo per dire che tra i titoli per ragazzi di buone letture ce ne sono moltissime, sebbene non facciano tendenza; l’ultima che ho avuto modo di apprezzare è stata Pampa Blues. Rolf Lappert, l’autore, è tedesco e proprio in un paesino del nord della Germania fa muovere pochissimi protagonisti con una disinvoltura e un effetto sceneggiato che induce alla figurazione filmica. Ci si immaginano i luoghi, ci si immaginano altrettanto facilmente le facce. Prima tra tutte quella di Ben, il giovane protagonista. Ben ha 16 anni (quasi 17) e vive a Wingroden con il nonno affetto da Alzheimer, del quale si prende cura completamente da solo. La madre, infatti, è sempre in giro per l’Europa perché cantante jazz di discreta fama e il padre, figura sublimizzata e probabilmente sublime, è morto quando Ben aveva otto anni mentre era in viaggio in Africa. Ben insegue egli stesso il sogno di viaggiare in Africa, abbandonando Wingroden, a bordo del suo pulmino Volkswagen che con le sue mani, avendo un talento per la meccanica, sta rimettendo in sesto; per questo legge, si documenta, studia. Il nonno Karl, non fosse malato, avrebbe dovuto insegnargli a diventare un bravo giardiniere ma la malattia ne ha rosicchiato la memoria e ha rosicchiato il tempo del ragazzo, completamente dedito alla cura del nonno e ai suoi sogni.

L’atmosfera in cui i bislacchi protagonisti vivono è quella un po’ rarefatta e un po’ liquida in cui ci si può imbattere d’estate, sull’asfalto caldo. I pochi profili si mescolano in un unico interesse: Wingroden. Anagrammando il tedesco il risultato è Nirdendwo (in nessun luogo), e così sembra essere questo luogo senza un posto, fuori dall’immaginazione e dall’immaginario del reale. Perché allora un ricco, strambo e generoso; un appassionato di film melodrammatici e innamorato apparentemente senza speranza; un povero folle passato attraverso la guerra; una parrucchiera affascinante e dedita al marito e un vecchio demente vogliono vivervi così fermamente? Perché scegliere l’immobilità di un paese che sembra il set abbandonato di un film?

Ciascuno a modo suo ha ritagliato il proprio spazio laddove sembrerebbe non essercene, ed è faticoso immaginarli altrove; anche Ben, che aspira alla fuga verso l’Africa si muoverebbe di fatto da una condizione di solitudine, di distanza dai propri coetanei, a un’altra, certamente più avventurosa, comunque solitaria.

La prima parte del romanzo è vibrante di ironia; toccante di un realismo esasperato ma per nulla patetico; ho trovato ogni pagina ugualmente avvincente nella semplicità dei fatti e nell’efficacia della narrazione. La seconda parte, o meglio, dal momento in cui alla vicenda principale si incrocia quella secondaria, l’intensità della prima si attenua ma non si spegne del tutto, per poi tornare a vivificarsi in una conclusione sospesa e affatto banale.

Il blues del titolo pervade tutto il romanzo: nelle descrizioni dei luoghi; nelle idee strampalate, quali quella portante di fingere l’avvistamento di un ufo per suscitare curiosità e attrarre turisti a Wingroden; nella ferma malinconia dei protagonisti; nei tocchi brillanti e vivaci del dinamismo, dell’amore, dell’entusiasmo e della generosità che, ciascuna in modo diverso e con diversi risultati, si applicano ad ogni protagonista.

La narrazione in prima persona è asciutta e incalzante sebbene il suono che ne risulta sia come dilatato, morbido, blues.

Maslow esce con due bottiglie di birra e si siede accanto a me. Per un po’ restiamo in silenzio a bere birra con gli occhi al cielo. “Tu credi che lassù, da qualche parte, ci sia vita?” mi chiede Maslow a un certo punto. “Non credo che ci sia vita neppure quaggiù,” dico.

ImmagineTitolo: Pampa Blues
Autore: Rolf Lappert
Editore: Feltrinelli Kids
Dati: 2013, 224 pp., 14,00 €

Lo specchio dei desideri di Jonathan Coe

Ogni libro di Jonathan Coe è portatore di una certa sperimentazione. Questa volta la sperimentazione si spinge oltre la satira, oltre lo stile e si spinge oltre il genere: Lo specchio dei desideri, da poco edito da Feltrinelli, è infatti un libro per ragazzi.

Lo specchio dei desideri - Chiara Coccorese
Lo specchio dei desideri – Chiara Coccorese

A causa di un litigio fra i genitori la piccola Claire esce di casa per raggiungere un giardino segreto un po’ sopra le righe: la discarica. Passeggiando tra i rifiuti trova un pezzo di specchio dalla vaga forma di stella e ne è fortemente attratta: è un pezzo di vetro tagliente e sporco ma ha in sé una qualità magica: ha il potere di riflettere e rimandare una visione più rosea rispetto alla realtà. E Claire ne è stregata. Cerca nello specchio una tavola armoniosa, un cielo che non sia grigio, un viso senza acne. Mano a mano che Claire cresce lo specchio diviene una sorta di chiave/compagna interpretativa della realtà. Ne rimanda una consolatoria, illusoria. Lascia il fiabesco e il magico per insinuarsi nel campo della menzogna e questo a Claire non piace. Decide di buttar via lo specchio ma scopre che un suo vecchio compagno delle medie ne possiede un pezzo simile; e come lui altri.Ogni pezzo di specchio fa parte, con le proprie, personali visioni, di un puzzle più ampio che coinvolge le speranze e i sogni di molte persone.

Il romanzo di Coe è effettivamente ben costruito ma qualcosa non mi convince. A fine lettura permane la sensazione di una storia in sospeso in cui i protagonisti subiscono gli eventi, quelli reali così come quelli immaginari, con passività. Crescono ma non si evolvono, restano per sempre dei comprimari e fanno le spese dello specchio, potente come solo una fucina di sogni può esserlo. Nell’immaginario simbolico lo specchio, peraltro, ha sempre avuto valenze contraddittorie: oggetto fonte dell’inganno per Platone è anche fonte non solo di visione e rimando di un’immagine illusoria superando successivamente il limite del visivo per sconfinare in una conoscenza più  meditativa e meno narcisistica. “Un romanzo di trasformazione” dice la quarta di copertina, questa definizione mi piace; meno mi piace il suggerimento che sia una parabola politica per ragazzi e una fiaba contemporanea per adulti. Una parabola politica non può esserlo se non nel finale ma in maniera un po’ forzata insistendo sul concetto classico dell’unione che fa la forza. Per quanto riguarda l’universalità della lettura credo invece che in questo caso la frase logora “un romanzo per ragazzi che non dispiacerà agli adulti” non funziona per nulla. Credo sia un romanzo per ragazzi (che gli adulti potranno godibilmente leggere), impostato sui ragazzi, raccontato ai ragazzi da altri ragazzi. E lo specchio frastagliato e lucente in fondo alla storia lo conferma. Mi sono specchiata in esso e l’immagine che vi ho vista riflessa era esattamente quella che mi aspettavo: la mia.

Lo specchio dei desideri - Chiara Coccorese
Lo specchio dei desideri – Chiara Coccorese

Una trattazione a parte meritano le illustrazioni di Chiara Coccorese. Chiara Coccorese è una fotografa, ritrae dunque la realtà interpretandola ma sostanzialmente restandogli fedele. Dunque, quand’è che i suoi scatti divengono illustrazione? Io credo che il prodigio avvenga nell’istante stesso dello scatto, momento in cui l’immagine è già stata composta, il pensiero si fa concretezza e i dettagli divengono parte integrante della totalità, sostanza sine qua non. La fotografia si completa con l’allestimento scenografico e si nutre, acquisendo uno status sospeso tra visione e realtà, della postproduzione digitale. Chiara Coccorese fa un po’ quello che fa Claire: usa uno strumento per tingere la realtà e renderla altro purché resti al contempo se stessa; deformata, surreale o iperrealistica.

Titolo: Lo specchio dei desideri
Autore: Jonathan Coe
Editore: Feltrinelli
Dati: 2012, 96 pp., 12,00 €

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