La voce delle ombre

A prescindere dalla impeccabile struttura narrativa, intrecciata da fili perfettamente in armonia gli uni con gli altri cui Frances Hardinge ci ha abituati, La voce delle ombre ha qualcosa di altrettanto complesso ed è una complessità che non ristà solo nella maestria autoriale, quanto anche in un’empatia nei confronti dei personaggi protagonisti che valica la premura autore/creazione, per spostarsi sul sentiero accidentato della narrazione con luogo nella mente umana, con le sue contraddizioni, forza, paure, istinti e coraggio. E del rimorso, dell’incertezza di un passato in cui si radica e fonda il presente.
Makepeace è una ragazzina abituata a fronteggiare se stessa e un drappello sempre nuovo, mutevole e minaccioso, di spiriti che tentano di insinuarsi nella sua mente, allo scopo non solo di cercare di manipolare i suoi pensieri, ma soprattutto di trovare un alloggio e un involucro giovane e sicuro per restare attaccati quanto più possibile alla vita terrena.
In un processo che sembra avere tutte le caratteristiche della persecuzione, distante dall’immagine ideale di cura materna e per questo disturbante, la madre di Makepeace la sottopone a lunghe notti nei cimiteri per rafforzare la propria capacità di resistenza a quegli spiriti ‘insinuanti’. Una madre che pare carnefice, sorda alle suppliche della ragazza, indifferente al suo terrore, incrollabile, crudele addestratrice di una figlia che soffre senza la consolazione di una luce in prospettiva, per il tormento cui è destinata e per l’intransigenza della madre in più larga misura.

Poi accade che nell’Inghilterra del Seicento, Londra sia in tumulto, come le contee attorno ad essa, confuse, anch’esse piene di spiriti in contrasto fra loro; la città un ventre puzzolente e pericoloso che dà nutrimento e vita e allo stesso tempo si mostra ostile e indomabile, contro il re, contro i ribelli, contro tutti assieme. Accade che Makepeace e sua madre siano stritolate dalla folla che lotta, da quella confusa, da quella violenta, da quella che si difende, e che la madre si perda ancora una volta, smarrisca il suo essere madre e poi muoia, restando aleggiante sulla coscienza della figlia, inerme, sola, alle prese con decine di spiriti in agguato. Più uno.

Non si è mai certi della direzione che prenderanno gli eventi, ma così procedendo, anche in un contingente che è di per sé straordinario, essi non perdono mai in efficacia nel sorprendere. Giungono inattesi come potrebbe essere la zampata di un orso nel sorprendere un viandante nella calma del bosco. Stanno in agguato tra le pagine, in ogni pagina di questo romanzo corposo e denso, pronte a sbucare dalle tane più impensabili, dagli anfratti più nascosti della selva o della mente umana.

Nel corso della narrazione Makepeace cambia molte volte nome ma mai voce. È sempre salda nella sua irrequietezza, coi suoi artigli da orso si aggrappa ostinatamente ai suoi affetti, al futuro, a se stessa. Ha in comune con gli animali che tanto ama un istinto che conserva ferino, primordiale; quell’istinto la porta a tentare di salvare un orso, a scagliarsi contro i suoi carnefici, a dimenticare la paura. Quell’orso sarà il suo compagno, fedelissimo, brutale, dolcissimo nella sua ingenuità. L’accompagnerà sempre, invisibile solo agli stolti. Presente agli occhi che a pieno diritto potrebbero leggerlo protagonista.

Oltre a tutto questo, che è veramente poco e frutto di una sola voce, la mia, ci sono poi l’eccellente traduzione di Giuseppe Iacobaci e attenzioni grafiche molto efficaci ed eleganti. Tra molto pensare ho scelto di citare un passo di congedo che, sono certa, anche a una seconda rilettura sarà per me sempre il più bello.

[…] Era un tasso, che gironzolava tranquillo per i fatti suoi, come se non ci fossero guerre da combattere. Makepeace lo guardò affascinata. Si ricordò tutto quel che aveva appreso sui tassi nel bestiario a Grizehayes. Il tasso, le cui zampe erano più lunghe su un lato, per facilitargli il movimento sul terreno scosceso…
… e invece no. Lo vide distintamente che zampettava tranquillo sotto una macchia di luce: tutte le zampette erano delle stesse, modeste, tozze dimensioni.
Forse nessuna delle antiche verità era più vera. Questo poteva essere un mondo interamente nuovo, con regole tutte diverse. Un mondo nel quale i tassi non erano sghembi […]

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Titolo: La voce delle ombre
Autore: Frances Hardinge
Traduzione: Giuseppe Iacobaci
Editore: Mondadori
Dati: 2018, 429 pp., 17,00 €

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Thornhill

Thornhill è un libro con un peso molto consistente. Lo si prende in mano attratti dalla sua eleganza e lo si sente compatto, se ne accarezza la copertina e si percepiscono i vuoti e i pieni del rilievo. È un libro che comunica ancor prima della lettura, al tatto.

L’ho letto diversi mesi fa. Poi l’ho riletto, perché ero certa di avere altro da ricercare oltre a tutto quanto avevo già ricevuto, ed era molto. Avevo intensità; protagonisti complessi e senza stereotipi; tensione narrativa senza cadute o interruzioni. Una straordinaria aria nebbiosa, grigia l’atmosfera tra tanto nero e bianco. Un limbo della narrazione in cui si muovono da una parte Ella, dall’altra Mary, in mezzo un fantasma, un corvo, una antagonista psicotica e crudelissima. E in questo muoversi ciascuno per sé, tutti si incontrano, nella nebbia cozzano l’uno con l’altro e nello scontrarsi dei protagonisti le storie si intrecciano e anche i pensieri di chi legge.

Thornhill, Pam Smy - 2017 Uovonero
Thornhill, Pam Smy – 2017 Uovonero

La storia procede alternando testo e immagini. la narrazione prende le mosse con le immagini nonostante esse siano interrotte da colophon e frontespizio. Sulle sguardie uno steccato con il filo spinato e un chiaro divieto d’accesso che suggerisce un pericolo, un pericolo molto grave che viene alleggerito da dei rampicanti dalle foglie strette e piccole che gli si abbarbicano. Sembrano dare un tocco di leggerezza, di natura che abbellisce e rasserena. O nasconde? O si allea con il pericolo e lo rende ancora più infido nascondendolo alla vista con l’aiuto della bellezza e del tempo?

Poi fa capolino il corvo e su quello steccato troneggia, un po’ sentinella un po’ spauracchio. Quindi il buio e dunque le parole. Si tratta di un diario, e comincia l’8 febbraio 1982. Nelle parole, poche, angoscia, paura, solitudine e disperazione. Lo sappiamo già, c’è una vittima e un’aguzzina, e fa paura. E la vittima si chiama Mary, è una bambina sola, bullizzata, fragile, che vive a Thornhill, un orfanotrofio femminile sul quale grava lo spettro della chiusura.

Dalle parole si passa alle immagini, ritorna il corvo, appollaiato sul filo spinato, con la schiena al lettore, come indifferente, e di nuovo le piante con pampini che diventano artigli a mano  a mano che s’allontanano dalla luce. E una ragnatela tesa e bianca tra di essi, con un ragno enorme che non si precipita sulla sua piccola vittima, piuttosto ristà, in agguato, sottoponendo la sua vittima al terrore di quello che certamente accadrà, più a lungo possibile.

Thornhill, Pam Smy - 2017 Uovonero
Thornhill, Pam Smy – 2017 Uovonero

Si sfogliano le pagine ed esse tagliano l’aria grigia, come le ali del corvo che si alza in volo e lascia il filo spinato per arrivare sulla finestra della stanza di una bambina, nel 2017. Una bambina di nome Ella, che ha appena cambiato casa, trasferendosi vicino a un edificio abbandonato e lugubre, e che ha perso la mamma.

Thornhill, Pam Smy - 2017 Uovonero
Thornhill, Pam Smy – 2017 Uovonero

Attorno all’orfanotrofio, di fianco alla nuova casa incombono un giardino incolto e un edificio abbandonato. questo, oltre al grigio, al bianco e al nero, è il filo conduttore, almeno quello apparente, tra le due storie, e su quel filo vola e si appollaia il corvo. Varcarne i confini potrebbe portare al precipitare degli eventi o scoprire luoghi che si rivelino un rifugio. Ma ci muoviamo tra le pagine di una storia, che definirei dal realismo horror, e si cammina verso un finale che smuove paure profonde e insiste su un senso di impotenza che angoscia.

ThornhillTitolo: Thornhill
Autore: Pam Smy
Traduttore: Sante Bandirali
Editore: Uovonero
Dati: 2017, 538 pp., 18,50 euro

Il nido

È un’angoscia incalzante quella che accompagna la lettura de Il Nido; angoscia che va ad agire sulle paure, che smuove le insicurezze, che insinua dubbi pericolosi e stranianti.

Ricorda Skellig di Almond in tanti dettagli, quelli che sono i pilastri della storia: un fratello neonato malato gravemente e in pericolo di vita, la solitudine del figlio maggiore costretto a fronteggiare preoccupazioni adulte, l’incontro con un essere umano dalle sembianze sovrannaturali/mostruose… Nonostante giochi su questi splendidi rimandi, Il nido rimane storia unica, ben costruita, ben narrata, ben tradotta. Soprattutto dalla notevole intensità narrativa.

Steve ha un fratello e una sorella più piccoli, dodici anni,  e da molti fronteggia incubi e ipersensibilità agli eventi. Con la nascita del fratellino Theo, dalla fragilissima salute, e con la conseguente dedizione dei due genitori nei suo confronti, Steve, che sembrava aver recuperato un po’ di serenità, ripiomba nel disagio e negli incubi. Al suo capezzale si palesa spesso un uomo che lo terrorizza con la sua presenza minacciosa. Stevo lo teme, sebbene saranno altri, o meglio altre, gli incubi da cui dovrà proteggersi e contro cui dovrà combattere: vespe. Esse, con una leggerezza che blandisce perché fa leva sui punti deboli del ragazzo, lo manipolano; con un ronzio incessante che lo tormenta gli suggeriscono di liberarsi del fratellino malato che tanto condiziona la vita di tutta la famiglia, sostituendolo con un altro, identico, ma sano e bellissimo (ma soprattutto un altro), da loro espressamente creato in un grande nido. Basta che Steve dica “Sì”. E Steve, cede, lo dice.

Osservare Nicole col piccolo mi faceva sempre sentire cattivo. Perché quando io lo guardavo, vedevo tutte le cose che ci dicevano non andassero in lui; e poi vedevo la mamma, stanca e preoccupata; e vedevo il papà, che guardava fuori dalla finestra, a volte in lontananza, altre verso il nostro vialetto, dove c’era la sua macchina.

Steve cerca di resistere ai propri incubi ma le vespe sono reali e sono anche vespe mai viste prima d’ora.

La prima volta che le ho viste, ho creduto che fossero angeli. Cos’altro potevano essere, con quelle loro ali chiare, leggere e sottili come garze, e la luce che le ammantava?

Il loro nido, quello che tutti possono vedere, sta in soffitta e Steve è persino allergico alle loro punture. Nonostante ciò saprà fronteggiarle, saprà scegliere, salvare salvandosi. Anche grazie all’intervento di un amico che non sembrerebbe tale. Perché in questo romanzo gotico poco è quel che sembra, e a un certo punto, andando verso la chiusura anche la storia sembra essere senza speranza. Io stessa sono stata tentata di sospendere la lettura per paura di non poter percorrere quel sentiero di disperazione, per paura di quella che poteva essere la sua conclusione. Ma, per fortuna ho letto fino alla fine.il-nido-oppel-klassen-2

E ho scoperto un romanzo denso, intenso, senza fronzoli.

In mezzo alla narrazione Steve, confidandosi con la baby sitter del fratello e della sorellina definisce Theo “Mal messo” e se stesso “guasto”. Pensa che talvolta essere quel che si è non va bene, alle persone non piace e allora si rende necessaria la danza della finzione, che costa sforzo, che indebolisce e che è inutile, perché

anche quelle altre persone, tutte quante, erano guaste a modo loro. Forse passiamo tutti quanti troppo tempo a fingere che non lo siamo.

Quando la finzione si interrompe allora avvengono delle svolte dolorose e bellissime, capaci di renderci eroici, di infonderci del coraggio di cui non eravamo nemmeno a conoscenza, di liberarci.

Le illustrazioni giocano con l’angoscia, con il realismo magico, lo fanno in bianco e nero e sono di Jon Klassen, che con la resa delle fragilità umane è maestro.

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Autore: Kenneth Oppel, Jon Klassen
Traduzione: Giordano Aterini
Editore: Rizzoli
Dati: 2016, 252 pp. 16,00 €

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L’accademia antimostri

L’accademia antimostri, di Martin Widmark e Christina Alvner, edito da Sonda
L’accademia antimostri, di Martin Widmark e Christina Alvner – Sonda

Coraggio, intelligenza e intraprendenza: sono questi gli elementi che rendono un agente antimostro un ottimo agente antimostro. Perché che il nostro mondo sia pieno di creature minacciose, belve feroci e fantasmi è noto, e qualcuno deve pur occuparsene per permettere a noi civili di continuare a vivere serenamente come se nulla fosse.

L’accademia antimostri serve proprio a forgiare bravi agenti, e Nelly Rapp è straordinaria nella sua spontaneità; si direbbe che abbia un vero e proprio talento per questo mestiere.

Questo che consiglio è il primo libro di una serie in cui, nonostante si potrebbe pensare il contrario, delle avventure pericolose resta solo il coraggio, l’intraprendenza e l’intelligenza bambina, visto che i mostri si rivelano goffi, deboli, persino divertenti. Grazie alla misteriosa Lena Sleva, a capo dell’Accademia Antimostri, Nelly incomincia con lo studiare le caratteristiche dei vampiri e diventa l’ideatrice di un piano buffo e temerario per sconfiggere un vampiro, maniaco dell’igiene dentale e goloso di sangue. Molto celebri in Svezia, le avventure di Nally Rapp hanno un foltissimo seguito tra bambine e bambini.

L’accademia antimostri, di Martin Widmark e Christina Alvner, edito da Sonda
L’accademia antimostri, di Martin Widmark e Christina Alvner – Sonda

[Costituito da 7 capitoli illustrati in bianco e nero in corsivo minuscolo con spaziatura larga per una lettura che non affatica gli occhi. Il fatto che sia una serie potrebbe aprire le porte ad appassionanti letture successive]

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Titolo: L’accademia antimostri
Autore: Martin Widmark e Christina Alvner
Editore: Sonda
Dati: 2012, 94 pp., 9,90 €

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A chi fa paura l’horror per bambini?

Ho letto con curiosità e piacere “La casa degli orrori” di Fulvia Degl’Innocenti; i due protagonisti, Julie e Michael, sorella e fratello, mentre sono in vacanza dalla nonna, acquistano una casa degli orrori in miniatura con la quale sono entusiasti di giocare; il gioco però diventa molto insidioso e si mescola pericolosamente con la realtà. Con l’aiuto dell’una e dell’altro riusciranno a cavarsela, ma dovranno prima venire a capo di un pauroso mistero e contrastare un avversario piuttosto peloso e invadente.

La lettura di questo libro, che fa parte di una collana che si chiama Il Castello della paura, mi ha indotta a pormi alcune domande, soprattutto mi sono chiesta cosa metta in equilibrio l’innegabile attrazione che i bambini sentono per questo tipo di storie e l’altrettanto innegabile incertezza che frena i genitori dall’acquistarle per loro. Ho quindi chiesto a chi questa storia l’ha immaginata e raccontata, Fulvia, prolifica scrittrice per bambini e ragazzi. Questa la nostra chiacchierata.

D: Quando la storia è nel momento dell’attesa interviene una frase da cui vorrei partire per questa intervista, perché porta, ha portato, la mia lettura in due direzioni: una narrativa e una di metodo, compositiva. “Quante volte con il fratello aveva fantasticato su come dovesse essere divertente salire su uno di quei carrellini che portano nel tunnel degli orrori del luna park! Ma loro non ci erano mai potuti entrare, a causa del divieto tassativo di mamma e papà; di papà in special modo.” Ebbene, nel divieto paterno io ho letto parallelamente il timore tangibile dei genitori nell’acquistare per i propri figli tra gli 8-10 anni libri “spaventosi”, libri di “paura”. Libri dai quali, invece, i bambini sono irrimediabilmente attratti. Tu, da scrittrice, hai dovuto fare i conti con questa resistenza genitoriale o non te ne sei curata, prendendo le parti temerarie dei bimbi?

R: Mi era già capitato prima di questo testo di scrivere racconti del brivido per lettori anche più piccoli. E ho sempre pensato solo a suscitare le loro emozioni, quelle che, chi sceglie tra le tante proposte un libro di questo genere, va cercando. Sono brividi sani, conditi di quel pizzico di letterarietà che le rende un pochino distanti ma insieme coinvolgenti. E in genere i bambini amano condividere tra di loro queste letture, se le passano, le commentano, se le fanno anche leggere ad alta voce, coinvolgendo spesso anche i genitori.

D: Dal punto di vista narrativo, invece, quello sopracitato è un passo che i lettori scopriranno fondante per tutta la storia, che le dà corpo, o mi sbaglio?

R: In molte storie ciò che è proibito è anche il motore della narrazione, un po’ come nella vita. È come la stanza segreta di barbablù, che diventa irresistibile malgrado il sentore di pericolo che emana. E questo il sinistro deus ex machina della nostra storia lo sa molto bene.

D: È stata una delle rare volte in cui ho trovato un coprotagonista animale ostile, privato della classica veste di aiutante, il finale lo coinvolge ma non lo redime. Non sarai stata un po’ troppo severa con quel gattaccio?

R: Il nostro gattaccio non è cattivo, ma è indomito, provocatore, predatore. Perché dovrebbe dunque redimersi? Paga semplicemente le conseguenze delle sue azioni ma rimane se stesso. Tutto sommato, un eroe.

D: Scrivere per i bambini e i ragazzi è molto complesso, Tu che dello scrivere ai bambini hai fatto il tuo mestiere puoi regalarci qualche considerazione in merito?

R: Porta costantemente a farsi delle domande, a non dare una frase, un evento narrativo che ci balza alla mente, per scontati. Un buon scrittore per ragazzi ha sempre un paio di occhi che lo fissano al di là dello schermo del computer ed è impegnato in un dialogo muto con il suo potenziale lettore. E che rivelazione quando il lettore incontra davvero quello che si è scritto e ci si riconosce, e si innamora.

4321-Bro.inddTitolo: La casa degli orrori
Autore: Fulvia Degl’Innocenti
Editore: Piemme
Dati: 2015, 96 pp., 10,00 €

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The Hunt, The Prey… aspettando maggio per The Trap di Andrew Fukuda

Ci sono cose che un umano non può permettersi di fare tra le pagine di The Hunt, la saga di Andrew Fukuda: sudare, piangere, stancarsi, non cedere al sonno, non stringere amicizia, non mangiare in pubblico frutta o verdura e certamente altre decine di cose che ho dimenticato e che, se fossi in quello spazio, in quella situazione, in quell’incubo, mi sarebbero certamente costate la vita.

Si tratta certamente di un libro (una saga) horror. Ma si tratta anche di una serie di romanzi molto ben orchestrati sul contrapporre una caratteristica con la sua nemesi: l’umanità contro l’inumanità, laddove per umanità si intende ogni manifestazione di debolezza in uno scenario in cui, dopo un’apocalisse, una qualche peste, un qualche esperimento genetico, tutti sono incrollabili, resistenti, perfetti, glabri. Statue semoventi e agili, bianche come il marmo, la cui eleganza decade istantaneamente nel momento in cui sentono odore di Eminide (o umano, per usare un termine più familiare); allora divengono potentissimi e debolissimi al contempo, schiavi di una fame istintiva che cerca sangue e che li manovra e sprona anche nelle situazioni più estreme, in quelle in cui potrebbero perdere la vita.

Gente (così viene definita durante tutta la narrazione la popolazione “vampira”) e Eminidi contrapposti laddove questi ultimi sono in cattività e in via d’estinzione. Solo alcuni vivono mimetizzati tra la specie più potente e dominante; tra di essi Gene, un ragazzo che, dopo la morte del padre, è convinto di essere rimasto l’unico Eminide in vita e che porta avanti un’esistenza fatta di attenzione altissima, studio, controllo e privazioni. La Gente vive di notte in un tempo che si colloca tra l’ipertecnologia e l’arretratezza più completa (ci si sposta solo in carrozze trainate da cavalli) mentre dorme di giorno, serrata in case a tenuta stagna contro la luce, appesa al soffitto; mangia carne grondante sangue e di notte lavora, va a scuola, partecipa a speciali giochi, detti cacce, in cui il premio è la possibilità di consumare a proprio piacimento della carne di Eminide. Proprio una di queste cacce metterà a dura prova Gene, che sarà sorteggiato per parteciparvi, e allo stesso tempo si rivelerà per il ragazzo l’occasione di affrancarsi dalla propria, terribile esistenza.

L’impianto narrativo si rivela molto fragile in numerosi punti (specie nel secondo volume The Prey) perdendo il contatto con quanto successo in precedenza ma soprattutto affrettando gli eventi, trascurando o dimenticando alcuni dettagli e quindi generando incongruenze o perlomeno permettendo al lettore, in alcuni casi, di anticipare i climax che, come in un buon thriller avventuroso, abbondano. Il lessico è curato e non banale, ricco di dettagli e sfumature; le avventure di Gene e dei suoi comprimari molto originali e non prive di una certa spietatezza autoriale che non lesina pietà per ingraziarsi i lettori. Certo è che ho letto entrambi i volumi nell’arco di cinque giorni e poi ho letto anche l’ultimo volume della saga in lingua originale con gusto, tensione, effettivamente e profondamente rapita, pur coi difetti di cui sopra e pur non essendo affatto un’estimatrice del genere. Consiglio quindi a ragazzi dai 14 anni in su questi romanzi, certa che nessuno dei lettori resterà deluso da questi primi due volumi e che, a maggio, in molti correranno a comprare anche la terza e ultima parte della serie.

coverTitolo: The Hunt
Autore: Andrew Fukuda
Editore: Il Castoro
Dati: 2013, 304 pp., 14,90 €

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coverpreyTitolo: The Prey
Autore: Andrew Fukuda
Editore: Il Castoro
Dati: 2013, 304 pp., 14,90 €

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6 cartoni (classici) di Halloween da vedere entro stanotte! – Ep. 2

headlesshorsemanDalle nostre parti la festa di Halloween è spesso considerata una novità, pergiunta piuttosto indigesta a molti campanilisti, un’americanata di cui non abbiamo bisogno. In realtà non è una festa americana ma celtica e pare che abbia radici molto antiche anche in Italia. E poi c’è poco da fare: ai bambini piace e piace anche a noi perché oltre ad essere un’altra occasione per dare il via libera a creatività e immaginazione, ci da la possibilità di affrontare ed esorcizzare la paura.

E ci da anche l’occasione di scoprire e riscoprire un po’ di tesori sommersi. Ieri vi abbiamo segnalato un po’ di libri, adesso, come da nostra giovane tradizione, vi lasciamo con 6 capolavori dell’animazione da vedere stasera accanto ai vostri bambini. Ma attenzione, fanno paura!


Questa è Halloween! (da Nightmare Before Christmas, 1993)


Topolino – La casa stregata (1929)


Betty Boop Halloween Party (1933)


Scrappy’s Ghost Story (1935)


Paperino – La notte di Halloween (1952)

Tito Faraci, dal fumetto al romanzo sceneggiato

faraci_colore1-960x720In un tempo non definito e in un luogo che potrebbe essere ovunque un virus capace di far impazzire gli adulti miete vittime in modi diversi. Gli adulti in primis divengono adulterati: violenti, privi di controllo uccidono e distruggono alla cieca. I ragazzi, immuni al virus fino a quando restano nell’ambito della giovinezza, sopravvivono nella terribile condizione di doversi salvare la pelle e di non crescere troppo in fretta. Si organizzano in bande con una gerarchia minata dal desiderio di comando di alcuni. Vivono in una città disumana, cadente in cui un virus sconosciuto e incontrollabile, novello Signore delle mosche, semina il terrore che palpabile, pagina dopo pagina, tutto infetta e tutto tocca. E combattono, resistono in nome dell’amicizia, dell’amore che risultano proporzionalmente intensi alla paura.oltre-la-soglia.png

Si tratta di Oltre la soglia e Tito Faraci, l’autore, ha risposto ad alcune mie domande.

D: Oltre la soglia è il tuo primo romanzo. Prima vengono le sceneggiature per fumetti (Dylan Dog, Topolino, Spider-man, Tex), e un racconto per bambini (edito sempre da Piemme, Il cane Piero). Il fumetto ha un suo proprio, complesso, linguaggio: cosa resta di questo linguaggio tra le pagine di questo libro e in quali circostanze il tuo essere sceneggiatore ti è stato utile?
R: Mi ha aiutato a essere preciso, credo. Sceneggiare significa progettare una storia. Ragionare anche in termini di spazio, di tempo, di forme. E avere una visione d’insieme del racconto. Ecco, a conti fatti, questo mi è stato utile, anche più di quanto riuscissi a percepire in corso d’opera.

D: In alcuni momenti del romanzo parli al lettore, l’io narrante parla ai lettori, cerchi di metterlo in guardia, come a volerlo proteggere da una svolta narrativa crudele che è necessario, tuttavia, ai fini della storia, che ci sia. È come se vestissi i panni di Ray, il giovane blogger che esorta i ragazzi suoi coetanei a tenere duro…
R: In parte deriva appunto dall’abitudine, in sceneggiatura, a parlare direttamente con il disegnatore, dandogli del tu. Rendendolo proprio complice. Non succede in molti punti di Oltre la soglia, ma sto notando che quei pochi restano molto impressi in chi lo ha letto. Mi rendo conto che sono spiazzanti, perché… hanno spiazzato perfino me. Temevo che potessero suonare leziosi, artefatti. Ma, per fortuna, pare che non sia così.

D: Il finale sottende a una scelta. I ragazzi devono continuare a crescere a governare sé stessi. È in un certo senso un finale aperto che lascia nel dubbio e contribuisce a tenere alta la tensione cui hai abituato il lettore per tutto il romanzo. È una precisa scelta narrativa, una sorta di morale o piuttosto un segno di quanta importanza possa rivestire la libertà di crescere maturando?
R: Rispondere senza rovinare sorprese al lettore è un po’ difficile. Posso dire che la storia è andata in quella direzione in un modo naturale. Naturale per me, intendo. In generale, ho sempre pensato che una storia non debba mai nascere da un messaggio, ma, al contrario, un eventuale messaggio debba scaturire dalla storia. Dopo, non prima. E non necessariamente.

D: Oltre la soglia rientra in due categorie: l’horror e la letteratura per ragazzi. Sebbene la fiducia nei confini netti non sia nelle nostre corde, di categorie ce ne è venuta in mente un’altra: romanzo di formazione. La trovi pertinente?
R: Sì, di sicuro. Parla della paura di crescere, di diventare adulti. E dell’impossibilità di fuggire da questo passaggio, di restare in un’eterna adolescenza. È una paura che resta dentro, anche da adulti. E credo, spero che questo riesca a rendere Oltre la soglia un romanzo per tutti.

D: Narrativa e sceneggiatura si contendono ora, a seguito di questa riuscita esperienza, una tua preferenza? Quanto pesa l’assenza delle immagini nel redigere una storia come Oltre la soglia, molto ricca di suggestioni visive?
R: Ho avuto un rapporto più intimo con la storia. Senza mediazioni. Scrivevo quello che il lettore avrebbe letto. Per me, una grossa novità. La distanza si è accorciata. E poi ho provato un’empatia per i personaggi, per i loro destini, che sceneggiando fumetti mi è sconosciuta. Scrivere e sceneggiare sono due cose diverse. Si dice “scrivere fumetti”, ma è fuorviante. La parola giusta è, appunto, “sceneggiare”.

31cd8gqrgblTitolo: Oltre la soglia
Autore: Tito Faraci
Editore: Piemme Freeway
Dati: 2011, 282 pp., 15,50 €

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Il viaggio di Lili e Po

 

Ghirigori e cornicette di un seppia ad acquerello scandiscono il ritmo di questo romanzo d’avventura e mistero. Anche le illustrazioni, tutte di Linda Cavallini, sono realizzate con lo stesso unico colore e il risultato è morbido, un po’ evanescente, antico. Ma in generale il contenitore della storia tutto è ben congegnato, persino la sovracoperta, ricca ma non sovraccarica.

il viaggio di lili e po - ill. Linda Cavallini
il viaggio di lili e po – ill. Linda Cavallini

È Il viaggio di Lili e Po di Lauren Oliver. Lili è una bambina che, già orfana di madre, ha perso il padre e ora vive relegata in soffitta per mano di una matrigna che desidera gestire l’immensa fortuna lasciata dall’uomo. Fin qui sembrerebbe Cenerentola. Ma una sera avviene un evento straordinario: nella soffitta di Lili compare un fantasma, Po.

Nello stesso tempo in un’altra parte della città un ragazzetto, apprendista alchimista, scambia la scatola che custodisce un incantesimo preziosissimo con quella contenente proprio le ceneri del padre di Lili. Questo accidente legherà le vite dei due ragazzi dando il via a una serie di avventure rocambolesche durante le quali l’amicizia tra i ragazzi e tra i ragazzi e il fantasma diverrà sempre più profonda e consapevole, rivelandosi strumento necessario e indispensabile per affrontare le terribili difficoltà con coraggio e determinazione.

Che cosa mi è piaciuto: il lessico molto curato e quel pizzico di horror che condisce ogni pagina di un brivido che c’è ma in maniera discreta e magica.

Che cosa non mi è piaciuto: non condivido l’inserimento nell’impianto della storia della vecchina che dal treno fino alla fine istiga e poi s’aggrega al poliziotto per giorni insistendo e accanendosi sui due (tre) ragazzi senza un apparente motivo. Mi pare che queste pagine grottesche e surreali smorzino un po’ la drammaticità delle dinamiche narrative.

raccomandato: a ragazzi dai 10 anni in su con la passione per l’avventura, l’horror e la rivalsa.
prezzo: ottimo, vista la qualità dell’edizione.

Titolo: Il viaggio di Lili e Po
Autore: Lauren Oliver
Editore: Piemme
Dati: 2012, 300 pp., 16,00 €

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