Il nostro albero

Il nostro albero, di Mal Peet ed Emma Shoard - 2019 Uovonero

C’è qualcosa che resta sospeso in questo racconto di Mal Peet illustrato da Emma Shoard. E non è il finale, perché quello lascia intendere che una strada, una direzione, dopo una inversione a U radicale, la si possa imboccare. È piuttosto la sensazione che nessuno tra queste pagine sia felice, lo sia stato, possa esserlo compiutamente.

Il nostro albero, di Mal Peet ed Emma Shoard - 2019 Uovonero
Il nostro albero, di Mal Peet ed Emma Shoard – 2019 Uovonero

Ci sono tre persone, un bambino, un papà e una mamma. Poi s’insinua tra loro una casa, una casa sull’albero, con tutto il suo carico di meraviglia, sogno, infanzia. Rapisce il bambino, lo protegge, lo stacca dal suolo ruvido della realtà. Ed è bellissimo. Rapisce il padre, lo protegge, lo stacca dal suolo ruvido della realtà. Ed è quantomeno disturbante. Perché quella presenza adulta, per quanto fragile e ricondotta al desiderio dell’infanzia, contamina quel luogo con il proprio disagio e proprio dolore, deprivandolo del suo valore, della sua identità di spazio deputato ai bambini, dedicato al figlio.

La madre si occupa di tutti gli accidenti pratici, il padre di realizzare un sogno. E lo fa, da animo sensibile quale è, con cura estrema, chiedendo scusa all’albero ogni volta che gli conficca dentro un chiodo. Insieme, padre e bambino, lasciandosi alle spalle una madre che pare indifferente all’uno e all’altro, ma della quale poco si sa e nulla si può giudicare, abitano quel sogno realizzato con amore. Dal Nido, così lo aveva chiamato, padre e figlio ascoltando “il coro dell’alba” assieme, dopo avervi trascorso la notte. È esattamente qui che tutto comincia ad essere sospeso. Lo avevano già anticipato le illustrazioni, con il loro tono morbido, sfumato, quasi sfocato, dove una pennellata di grigio può essere ramo accogliente, coperta, ombra, tremore. Il bambino si addormenta nella casetta sull’albero, certo di risvegliarsi nel suo letto, dopo il bacio della mamma. E ciò non accade e lo smarrisce; il pensiero di quello che c’è oltre la soglia del Nido, preoccupa e affligge il padre, che se ne è già allontanato, con noncuranza. È ansia per la madre.

Il nostro albero, di Mal Peet ed Emma Shoard - 2019 Uovonero
Il nostro albero, di Mal Peet ed Emma Shoard – 2019 Uovonero

“Cosa ne pensi del tuo nido?”
Pensavo che fosse stupendo. Meraviglioso.
Dissi: “è per me?”
Papà mi guardò, con un sorriso corrucciato.
“Certo che lo è!” disse.

Il nostro albero, di Mal Peet ed Emma Shoard - 2019 Uovonero
Il nostro albero, di Mal Peet ed Emma Shoard – 2019 Uovonero

Nel sorriso corrucciato del padre si intravede l’incertezza. Si intuisce che accadrà tutto quello che è certamente accaduto per rendere il meraviglioso Nido l’accozzaglia di rottami che il bambino, ormai adulto, si ritrova davanti dopo aver deciso, senza una ragione vera e propria, di farvi ritorno, di vedere chi abitasse la casa che avevano lasciato quando tutto si era rotto. Tra il Nido e il rottame del nido c’è un amore finito, una malattia, una separazione, un trasloco, certamente del dolore. E il nostro restare sospesi in balìa di una sensazione che si nutre di empatia, che è difficile da dissolvere.

Un racconto che “parla di” non facendolo. Perfetto.

791_ilnostroalbero_COPTitolo: Il nostro albero
Autore: Mal Peet, illustrazioni di Emma Shoard (traduzione di Sante Bandirali)
Editore: Uovonero
Dati: 2019, 90 pp., 15 €

La prima neve

Che rumore fa la neve mentre cade? Nessuno. È esattamente quel nessun rumore che avvolge e riempie, che accoglie e rasserena.

Shhh, ascolta…
Senti qualcosa?
È arrivata la neve.

La neve arriva in silenzio e sveglia in piena notte una bambina. Il suo “shhh”, rompe il silenzio, perché è il suo, non ci sono altri sulla scena, non ci sono adulti. È la sua presenza che suona di un pit, pit, pit contro la finestra, dei suoi passi lievi e dei suoi gesti accorti mentre infila scarponcini, giacca, una sciarpa rossa. Sono i suoi passi che cantano appena fuori dalla soglia, di uno scricchiolio contento.

La prima neve, di Bomi Park - 2018, Lupoguido
La prima neve, di Bomi Park – 2018, Lupoguido

La bimba si lascia la porta socchiusa alle spalle. Dietro di essa un mondo che si intuisce colorato. Fuori, sulla neve, bianco. Bianco è anche il cagnetto che la segue e la osserva, curioso del suo impastare, appallottolare e poi spingere in avanti. Azioni che sembrano avere uno scopo ben preciso che va oltre quello di creare una palla di neve, la base per un pupazzo.

Sembra che ad ogni giro, mentre le sue dimensioni aumentano, la palla di neve conduca verso un luogo magico di cui è il lasciapassare.

La prima neve, di Bomi Park - 2018, Lupoguido
La prima neve, di Bomi Park – 2018, Lupoguido

E infatti la bambina la guarda fisso, non si lascia distrarre, come se dalla sua perfetta tondezza dipenda qualcosa di veramente importante. Intanto i fiocchi di neve danzano nell’aria e nell’aria danza anche la sciarpa rossa, unico tocco di vivo colore oltre ai bianchi, ai neri e ai bruni degli animali del bosco, unici compagni di viaggio, silenti e attenti. Tutti la osservano mentre cammina per il bosco della fanciullezza dove solo bambini e spiriti ferini passano attraverso. Solo un orso non si cura di lei, è impegnato con la sua palla di neve.

E qui un varco, un altro dopo la porta, dopo i margini della foresta. È l’uscita di una caverna, un portale nel fianco della montagna. Sembra un ingresso.

Oltre di esso tutto è bianco, la neve domina, la palla è ormai enorme. La palla della bambina come quelle di altri bambini, berretti rossi, guanti rossi.

 

La prima neve, di Bomi Park - 2018, Lupoguido
La prima neve, di Bomi Park – 2018, Lupoguido

Shhh, mi verrebbe da dire, ascolta. Suona come una formula magica. È la neve. O la sua leggerezza. Sono i bambini, con la loro.

5Titolo: La prima neve
Autore: Bomi Park
Editore: LupoGuido
Dati: 2018, 40 pp., 13,00 €

Smon Smon

Quello che si incontra sulla copertina di Smon Smon è proprio lui, lo Smon Smon, nasino da gatto, gote da bimba delle Alpi in inverno, sorriso lieve di labbra ben definite e rosse, collo a fisarmonica, quattro dita alle mani e un delizioso gilet che tra una banda e l’altra, grazie al bottone rosso dei calzoni, disegna il volto di un panda.

Smon Smon, di Sonja Danowski - 2018, Orecchio acerbo
Smon Smon, di Sonja Danowski – 2018, Orecchio acerbo

Chiaro che lo Smon Smon non è un essere di questo mondo, ma di un altro che appare brullo e roccioso, intrecciato di liane ma ricco di frutti che sembrano arance, o di palle da giocoliere che sembrano arance.

Chiaro che Smon Smon è un albo che piacerà a pochi adulti e, esattamente per le stesse ragioni, i bambini adoreranno. Per fortuna e finalmente.

Smon Smon, di Sonja Danowski - 2018, Orecchio acerbo
Smon Smon, di Sonja Danowski – 2018, Orecchio acerbo

Si apre con delle risguardie che ricordano un labirinto, un labirinto pieno zeppo di Smon Smon, che srotolano un filo per non perdersi tra sentieri di esseri volanti, arance e funghi. E mentre srotola canta (o suona) col suo collo a fisarmonica. Già nelle prime pagine scopriamo di essere sul pianeta Gon Gon. Ah! Ecco! Non si tratta di arance! Quella è l’impressione dell’adulta che è in me, in realtà sono ton ton che crescono vicino ai lun lun e lo Smon Smon li sta raccogliendo riempiendo il suo ron ron. Fa scorte per la sua dispensa? Oppure deve portarne quanti più possibile a un tremendo capo? O sono ton ton deliziosi da regalare a un amico goloso?

Questo lo si scoprirà solo alla fine, come si confà a una bella storia; nel frattempo tra disavventure, incontri fortuiti, pericoli e salvataggi, notti morbide sotto un universo stellato, Smon Smon diverte e commuove di risate da nasi arricciati (o a fisarmonica) e occhi socchiusi, di sguardi preoccupati e musetti contriti.

Smon Smon, di Sonja Danowski - 2018, Orecchio acerbo
Smon Smon, di Sonja Danowski – 2018, Orecchio acerbo

Un susseguirsi di nonsense ricchissimi di significanti tiene il passo con illustrazioni in tecnica mista dai toni caldi, che si muovono in un contesto piuttosto cupo in cui tutti gli elementi sembrano rimandare a quel momento in cui qui sulla terra l’estate è piena e allo stesso tempo sta lasciando il passo all’autunno.

Coralli, gusci, sassi, piante spinose e grasse e assieme funghi lisci e morbidi, acque piatte e cieli immoti rendono questo pianeta assolutamente diverso da tutto quanto potrebbe essere riconoscibile e noto, per questo meraviglioso e unico.

Meravigliosa e unica la sua lettura ad alta voce.

Smon Smon coverTitolo: Smon Smon
Autore: Sonja Danowski
Traduzione: Rosa Chefiuta & Co
Editore: Orecchio Acerbo
Dati: 2018, 16,00 €, 48 pp.

Il ripostiglio. Di Saki, con le illustrazioni di Cinzia Ghigliano

La prima cosa che si vede entrando nel nostro personale ripostiglio è una carta da parati scura, decorata con i fiori, le foglie. Ci si aspetterebbe fosse sciupata, un po’ scollata, invece è assolutamente in ordine, come la sala da pranzo col camino, nella quale tutto è come dovrebbe essere, al suo posto, e infatti la rana scappa a balzi veloci via, tutta inzaccherata di latte com’è. Anche le sopracciglia della zia, o sedicente tale, in primo piano sono in ordine e ben disegnate in un cipiglio tra il disgustato e il furioso, e sono in linea con le sopracciglia degli altri zii incorniciati sul camino: stesso ordine, stessa posa. Così pure le labbra, ben serrate a macerare rimproveri severissimi.

Di entrare nel ripostiglio lo aspettavamo da tempo, Orecchio acerbo ci ha passato la chiave da dietro la schiena, strizzandoci l’occhio. Finalmente!

Il ripostiglio, di Saki e Cinzia Ghigliano - 2018, Orecchio acerbo
Il ripostiglio, di Saki e Cinzia Ghigliano – 2018, Orecchio acerbo

Invece lo sguardo di Nicholas non è mai fisso, piuttosto intento a sbirciare, gongolare o guardare nei nostri occhi, sardonico. Quando Nicholas è fuori dalla scena, a gongolare, un tantino giudicanti, ci pensano gli occhi di cavalli, gatti e, ci scommetto, anche delle lucertole che fanno finta di passeggiare per i fatti propri su per i muri.

Nicholas ha compiuto un vischioso atto di insubordinazione bambina: ha messo una rana nella tazza del latte e poi ne ha strillato la presenza per il puro gusto di poter ribattere agli adulti, che avrebbero negato il fatto, con la verità. A causa del suo piano di affermazione però, viene messo in punizione: non andrà al mare coi cugini e il fratello. Resterà a casa con a zia e il divieto assoluto di entrare nell’orto dell’uva spina. Come se gli interessasse! Ciò che conta per Nicholas è trovare la chiave del ripostiglio ed entrarvi.

Il ripostiglio, di Saki e Cinzia Ghigliano - 2018, Orecchio acerbo
Il ripostiglio, di Saki e Cinzia Ghigliano – 2018, Orecchio acerbo

Quando ci riesce, l’azione si sposta interamente al chiuso, tra le desiderate mura, con carta da parati azzurra a fiori: un bambino e un cane, accovacciati nella penombra e circondati da tesori intenti a scrutare un arazzo e a sognare, gomiti sulle gambe, mani sotto al mento. E un gatto che indaga, s’impiccia, guarda all’interno di vasi e scatole. Fa quello che Nicholas farebbe se non fosse intento a sognare, e fa, perché è un pensiero irresistibile. Tra tutti gli oggetti meravigliosi il meno attraente è un librone dalla copertina nera.

Nicholas spiò dentro e…

… che magia!

Uccelli variopinti, svolazzanti, cinguettanti… niente potrebbe distoglierlo da voli così belli, a parte la berciante richiesta di aiuto della zia, caduta nella vasca dell’acqua piovana. C’è da fare in fretta, chiudere il ripostiglio, rimettere al suo posto la chiave e accorrere a gustarsi la scena ridicola, con il desiderio malandrino che essa, assieme al disappunto della zia, duri più a lungo possibile.

Il ripostiglio, di Saki e Cinzia Ghigliano - 2018, Orecchio acerbo
Il ripostiglio, di Saki e Cinzia Ghigliano – 2018, Orecchio acerbo

Laddove gli orizzonti dell’adulto sono facilmente circoscrivibili da margini (che siano quelli della norma sociale, la staccionata di un orto o i bordi di una vasca), quelli del bambino virano e sfuggono al controllo, conquistando una libertà di sguardo capace di creare mondi fantastici anche in contesti incorniciati e statici.

Il ripostiglio è un racconto di Saki, con le illustrazioni di Cinzia Ghigliano. Esse si sviluppano con grande libertà, aprendo spiragli ovunque, suggerendo la possibilità di guardare altro e altrove sempre: sia attraverso lo sguardo di un gatto che spia sul fondo di un vaso, che attraverso quelli di una cane un gatto e un bambino che si fanno largo tra le pieghe di una tenda, o del cavallo, che, sarcastico, osserva gli strepiti di una bambina; con continui e paralleli cambi di prospettiva: il lettore guarda e vede ciò che è in primo piano per poi spostarsi dietro alla sua schiena e ancora più in fondo. Una struttura e un’impostazione che definirei a cipolla, strato dopo strato fino a un cuore sempre comune e profumatissimo: la curiosità.

51j0W5XEUSL._SY498_BO1,204,203,200_Titolo: Il ripostiglio
Autori: Saki, Cinzia Ghigliano, traduzione di Damiano Abeni
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2018, 44 pp., 15,00 €

Piccolo elefante va in Cina, zài jiàn!

Bianco nero e color sabbia (o anche bianco nero e laccato in oro come certi dragoni da parata), testi che dicono con fare familiare, una traduzione attenta  e un tocco esotico di cinese bastano a raccontare lievemente e con una certa accuratezza il mondo dell’infanzia.

I testi sono di Sesyle Joslin, le illustrazioni di Leonard Weisgard, la traduzione di Carla Ghisalberti.

Piccolo elefante va in Cina, Sesyle Joslin, Leonard Weisgard - 2016 Orecchio Acerbo
Piccolo elefante va in Cina, Sesyle Joslin, Leonard Weisgard – 2016 Orecchio Acerbo

I due protagonisti, anzi i quattro protagonisti, sono invece piccolo elefante, mamma elefante, una buca sulla spiaggia che porta in Cina, e, lo dicevo prima, l’infanzia.

Quella che sogna, quella che pone mille domande e a ciascuna pretende una risposta che sia reale, certo, ma che abbia un sapore fantastico, esotico. Che possa essere di supporto quanto più possibile all’immagine che si figura dentro di sé, che le dia un contorno tangibile, un profumo, un sapore. Che non tenga conto del tempo e che di esso non risenta, che abbia il tocco fresco dell’avventura e quello morbido dei ritorni. Che come il mare sul bagnasciuga arriva, rinfresca e torna indietro lasciando terreno morbido per le impronte, cancellando le precedenti e preparando lo spazio per le nuove.

Piccolo elefante va in Cina, Sesyle Joslin, Leonard Weisgard - 2016 Orecchio Acerbo
Piccolo elefante va in Cina, Sesyle Joslin, Leonard Weisgard – 2016 Orecchio Acerbo

Piccolo elefante è in spiaggia, pantaloncino nero e maglietta a righe; un po’ fa il bagno, un po’ passeggia (a sentir lui in realtà sono anni che passeggia), un po’ si annoia. Chiede che la mamma risolva la questione e ottiene in cambio un’idea meravigliosa: scavare una buca che porti fino in Cina. Dov’è la Cina? Beh, dall’altra parte del mondo, ma scavando bene e a lungo ce la si fa ad arrivarci, a visitarla e anche ad assaggiare qualche prelibatezza.

Ovviamente in Cina tutto e tutti sono a testa in giù, ciò non toglie che si possa mangiare cibi buonissimi, noleggiare un risciò, navigare su una giunca e incominciare a masticare qualche ideogramma, in modo da poter essere cortesi, far merenda e, all’occorrenza,  chiacchierare di draghi.

E poi tornare, in spiaggia, laddove c’è un mondo che sta a testa in su e una mamma che lo aspetta sorridente e disponibile a viaggiare ancora assieme.

zài jiàn -> arrivederci

51MyJLGgbcL._SX424_BO1,204,203,200_Titolo: Piccolo elefante va in Cina
Autore: Sesyle Joslin, Leonard Weisgard
Traduttore: Carla Ghisalberti
Editore: Orecchio Acerbo
Dati: 2016, 48 pp., 13,00 €

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Cicale: la libertà è una forma di disciplina

Proprio qualche giorno fa, a un laboratorio su piccoli esseri a sei zampe e quattro ali, o più precisamente sugli insetti, cui prendeva parte la mia bambina, mi sono sorpresa attonita nell’apprendere che le cicale, tanto bistrattate e mal giudicate, vivano ben 17 anni sotto terra, al buio, al freddo, per poi emergere, arrampicarsi su un pino e cominciare a esibirsi in un canto, che immagino liberatorio solo quanto l’aria tersa dell’estate può rivelarsi dopo 17 anni di buio. Dura due mesi, questa gioia, e poi la cicala muore. Può darsi che io sia ipersensibile o ingenua, ma la drammatica esasperazione della natura mi ha condotta su un sentiero di pensieri e rimembranze considerevolmente irto ed empatico.

Cicale, Marta Iorio - Topipittori 2012
Cicale, Marta Iorio – Topipittori 2012

Per questa personalissima ragione ho letto l’altrettanto intimo e personale Cicale di Marta Iorio con una partecipazione che definirei comunanza. E l’ho trovato, questo racconto, questi anni in tasca, intenso e vivo; malinconico e allegro, esuberante. Certo questo entusiastico giudizio risente dell’empatia di cui sopra ed è tutto, smaccatamente personale, ma oggettivamente non mi sbilancerei così se non fossi convinta che per la naturale spontaneità e per la profondità, altrettanto naturale, con la quale Marta Iorio racconta la bimba che era, la lettura di Cicale potrebbe rivelarsi per i bambini liberatoria, sana ispirazione ad essere sé stessi anche in relazione agli altri e ai limiti posti dalla società.

Marta si sente una cicala, e, proprio come le cicale, ama il mare, il suo odore, le strade assolate, il caldo del Sud, di Napoli. E assieme a Napoli ama i suoi parenti partenopei. Le piace buttare le cose dal balcone (e la immagino davvero divertita nel farlo). Le piace la sua famiglia e la sua abitudine al non avere abitudini e luoghi fissi: viaggiano molto, cambiano casa e terra e Marta lo racconta con un tono che ha il lessico della gioia e il ritmo della malinconia.

Cicale, Marta Iorio - Topipittori 2012
Cicale, Marta Iorio – Topipittori 2012

Il cambiamento prescrive l’adattamento il quale, a sua volta, necessita di senso d’appartenenza. E quando si appartiene a un luogo e ci si sente in armonia con esso allora si può crescere o imboccare “la strada adatta a costruire la propria forma…”; Le forme dei ricordi di Marta sono bene delineate, traboccanti di colore, vive e vivificate dai dettagli di un tratto personale e pieno che sfrutta una certa prospettiva forzata per dar loro consistenza e spazio. A volte per sentirsi a casa basta avere dalla propria una buona scorta di immagini astratte, ricordi; a volte basta il canto rumoroso e, ora lo so, traboccante vita, luce e libertà, della cicala.

Qui sul blog di Topipittori potete scoprire per mezzo di tavole ispirate com’è nato questo libro autobiografico. Mentre qui potete curiosare tra i lavori di Marta.

cicale_copertinaTitolo: Cicale
Autore: Marta Iorio
Editore: Topipittori
Dati: 2012, 120 pp. a colori, 16,00 €