Intervista a Colas Gutman e Marc Boutavant, gli autori di “Cane Puzzone”!

A di Più Libri Più Liberi 2019, la fiera della piccola e media editoria di Roma,  ho avuto l’occasione di intervistare Colas Gutman e Marc Boutavant, gli autori di Cane Puzzone, Una serie di libri per lettori dai sette anni in su, avvincente, illustrata, ricca di avventura, amicizia, coraggio e realtà. In Francia Cane Puzzone e il suo amico Spiaccigatto sono molto celebri, in Italia le loro rocambolesche avventure, edite da Terre di Mezzo, sono ricercate e molto gradite dai bambini e dalle bambine ormai a proprio agio con la lettura autonoma.

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Da qualche settimana è in libreria l’ultima avventura a tema natalizio: Buon Natale Cane Puzzone! ( di Colas Gutman e Marc Boutavant , Terre di mezzo Editore).

È la vigilia di Natale: Cane Puzzone e il suo fedele amico Spiaccigatto cercano una casa che li ospiti almeno per quella sera, anche solo per poter trascorrere in un luogo diverso dal solito bidone la sera della vigilia, e le cose sembrano andare proprio per il verso giusto. Una ragazzina, infatti, li sceglie come  regalo per il fratello. Lui, però,si rivela antipatico e cattivello, trovandoli disgustosi, li mette in vendita su bancarella di un mercatino delle pulci. Qui conoscono la piccola Cuordilana che ha perso la sua bambola, va da sé che se c’è una bambina in difficoltà Cane Puzzone non si tira mai indietro…Buon Natale Cane Puzzone_04_low

Queste le domande che ho posto a Colas Gutman, autore di Cane Puzzone

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Cosa ti piaceva leggere da bambino?

Come romanzi, leggevo essenzialmente le storie del Piccolo Nicolas, e poi tantissimi fumetti che trovavo divertenti: Asterix, Iznogoud*, Oumpah-Pah. Ero un grande fan di Goscinny e lo sono ancora. E anche di Franquin, con il suo Gaston Lagaffe e il Marsupilami. Questi libri erano le mie “bolle protettive” di tenerezza e divertimento.

Il fatto che Cane puzzone non ottenga mai un riscatto completo ma solo piccole gratifiche dal destino non è un po’ crudele? Oppure contribuisce a rafforzarne la personalità naif e intrepida?

Quando scrivo le avventure di Cane Puzzone penso spesso a François Truffaut che, nel suo “I 400 colpi”, porta il personaggio di Antoine Doisnel a vedere il mare. È un sollievo sia per lui sia per lo spettatore. In ogni storia di Cane Puzzone, dopo la scoperta della durezza del mondo, ritrova sempre il confort del suo bidone della spazzatura. È un modo per ricondurlo al suo bozzolo e dar sollievo sia a lui sia ai miei lettori. Cane Puzzone non ha bisogno di redenzione: non è lui a dover cambiare, ma è la società a doverlo accettare così com’è. A volte capita che i personaggi che compaiono nelle sue storie imparino da lui e cambino i loro comportamenti, però anche in questi casi non parlerei di redenzione ma piuttosto di educazione: al rispetto degli altri, alla difesa dei diritti degli animali e delle persone più fragili, ma sempre umoristicamente, in modo da non risultare mai troppo pesanti.

Hai un lettore ideale o invece procedi senza schemi predefiniti?

La mia prima editor a L’école des loisirs, Geneviève Brisac, mi diceva sempre che avrei dovuto scrivere il libro che mi sarebbe piaciuto leggere da bambino. Questo è un altro esercizio interessante, non per cercare il libro perfetto ma il lettore ideale. Questo lettore ideale lo immagino sempre sufficientemente aperto per poter leggere la realtà con umorismo, e saper ridere alle battute che sfuggono agli adulti. A volte ho l’impressione di essere seduto agli ultimi banchi e di scrivere come un ragazzaccio e questo mi aiuta a non avere troppe inibizioni e non dare lezioni ai miei lettori.

Cane Puzzone e il suo amico Spiaccigatto, e con loro le disavventure grottesche di cui si fanno protagonisti, fanno ridere di pancia i bambini e sorridere sornioni gli adulti che nelle tue storie trovano molta ironia. È pensando a loro, agli adulti, intendo che ne hai seminata così tanta tra le pagine?

Quando scrivo non penso mai agli adulti, ma sempre ai bambini o al bambino che continuo ad essere. Tuttavia, quello che scrivo per i ragazzi deve far ridere anche me, come adulto. Non sono mai un osservatore esterno che si dice “mah, a me fa a malapena sorridere, ma sicuramente farà ridere i ragazzi”.
I bambini imparano molto presto l’ironia, è questo risulta evidente quando li senti parlare tra di loro. Sono molto incisivi, spietati e colgono sempre nel segno. E non si tratta di una particolarità francese. Spesso invece gli adulti sono troppo protettivi e per i libri d’infanzia scelgono un umorismo troppo cauto e lontano da quello quotidiano dei ragazzi, che invece adorano l’umorismo. Io mi ricordo ancora dei dialoghi dei Fratelli Marx di quando avevo 6 o 8 anni. L’irriverenza di Groucho mi faceva già ridere più della mimica di Harpo. Non si tratta di ricerca di stile, ma di operare uno slittamento che permette di rendere la vita più divertente e sopportabile.

I personaggi adulti sono irrimediabilmente mediocri, quando non crudeli. I bambini anche, talvolta, ma più spesso complessi e sfaccettati, mai esplicitamente eroici, sempre intensamente tragici. Giochi molto con l’ambiguità rendendo complessa una narrazione che invece scorre via briosa e frizzante… insomma, questa non è una domanda, è più un complimento, ma per ottenere questo risultato così fresco scrivi di getto o sottoponi i tuoi testi a molte revisioni?

Scrivo e riscrivo moltissimo. Faccio almeno una decina di versioni per ogni libro di Cane Puzzone. Mi piace molto mettere i bambini e gli animali a confronto con la stupidità e con le norme di alcuni adulti, ma lavorare sull’idiozia umana richiede molto impegno!

Domande per Marc Boutavant, l’illustratore di Cane PuzzoneMarc_Boutavant_Pourri

Ho notato che quando vuoi mettere in risalto la puzzosità di Cane puzzone, e anche del suo amico Spiaccigatto che sebbene più lindo comunque condivide con lui un bidone della spazzatura, usi come sfondo dei bei colori lindi e pinti, soprattutto il rosa. Come gestisci l’uso del colore e cosa ti fa scegliere per l’uno o per l’altro in una illustrazione?

Cane Puzzone e Spiaccigatto navigano in acque torbide, o anche luride, ed è necessario che appaiano più “puliti” di quello che li circonda. Quindi scelgo spesso di disegnare i luoghi in cui si muovono e i personaggi con cui hanno a che fare in maniera un po’ cupa, utilizzando ad esempio dei colori scuri, per far risaltare la tenerezza dei due eroi rispetto a tutto ciò che li circonda.
In effetti questo dipende molto dalle espressioni e i colori che utilizzo… Ad esempio quando non utilizzo il rosa per la lingua di Cane Puzzone, lui sembra molto meno gioioso! Inoltre nella prima versione Cane Puzzone era molto più sporco e meno carino. L’ho fatto evolvere rapidamente perché trovavo troppo pesante che i bambini dovessero avere a che fare con un mondo così terribile (ma anche buffo e sarcastico) senza avere un personaggio accattivante a cui affezionarsi.

Quante prove hai fatto per realizzare il perfetto Cane Puzzone? L’ha sempre immaginato così?

Dal momento in cui gli esseri umani hanno iniziato ad interessarsi alla rappresentazione degli animali, ci sono stati moltissimi Cani inventati, disegnati, scolpiti o animati e durante la mia infanzia ho fatto il pieno di questi sacchi di pulci. Per Cane Puzzone ho cercato una forma che assomigliasse il più possibile a uno strofinaccio per i pavimenti. E quando l’ho trovata ero contento, avevo l’impressione di aver inventato qualcosa, di essermi rinnovato… e poi l’indomani mi sono reso conto che era lo stesso cane che disegno da quindici anni in un fumetto che si chiama Ariol, di diverso aveva solo gli occhi.

Ci sono un cane e un gatto reali cui ti sei ispirato?

Posso anche inserire Cane Puzzone in una genealogia, con il cane di Lucky Luke come genitore e il cane della Maison de Toutou e Leonard, il cane dell’île aux enfants* come parenti…

Cosa preferisci illustrare, i momenti dolci e teneri in cui il nostro manifesta appieno la sua generosità o quello grotteschi?

Mi capita spesso, e da molto tempo, di disegnare scene alquanto tenere e tranquille. Cane Puzzone mi ha dato la possibilità di lavorare anche su una certa cattiveria rozza e grottesca e su ambientazioni un po’ tristi o squallide. Non amo crogiolarmi in questo genere di temi, a meno che non siano controbilanciati da personaggi come Cane Puzzone e Spiaccigatto, che spero siano più luminosi rispetto all’oscuro mondo in cui si muovono.


*Iznogoud in Italia pubblicato da Panini con lo stesso titolo, e da cui è stata tratta la serie di cartoni “Chi la fa l’aspetti!”, andata su Canale 5 e poi su Italia 1, nella metà degli anni 90;  Oumpah-Pah, serie a fumetti umoristica che venne pubblicata anche sul Corriere dei Piccoli alla fine degli anni ’60. I tre fumetti citati sono tutti di René Goscinny
*due trasmissioni francesi per bambini, andate in onda dal 1967 al 1982, che avevano come protagonisti dei pupazzi animati

 

Tito Faraci, dal fumetto al romanzo sceneggiato

faraci_colore1-960x720In un tempo non definito e in un luogo che potrebbe essere ovunque un virus capace di far impazzire gli adulti miete vittime in modi diversi. Gli adulti in primis divengono adulterati: violenti, privi di controllo uccidono e distruggono alla cieca. I ragazzi, immuni al virus fino a quando restano nell’ambito della giovinezza, sopravvivono nella terribile condizione di doversi salvare la pelle e di non crescere troppo in fretta. Si organizzano in bande con una gerarchia minata dal desiderio di comando di alcuni. Vivono in una città disumana, cadente in cui un virus sconosciuto e incontrollabile, novello Signore delle mosche, semina il terrore che palpabile, pagina dopo pagina, tutto infetta e tutto tocca. E combattono, resistono in nome dell’amicizia, dell’amore che risultano proporzionalmente intensi alla paura.oltre-la-soglia.png

Si tratta di Oltre la soglia e Tito Faraci, l’autore, ha risposto ad alcune mie domande.

D: Oltre la soglia è il tuo primo romanzo. Prima vengono le sceneggiature per fumetti (Dylan Dog, Topolino, Spider-man, Tex), e un racconto per bambini (edito sempre da Piemme, Il cane Piero). Il fumetto ha un suo proprio, complesso, linguaggio: cosa resta di questo linguaggio tra le pagine di questo libro e in quali circostanze il tuo essere sceneggiatore ti è stato utile?
R: Mi ha aiutato a essere preciso, credo. Sceneggiare significa progettare una storia. Ragionare anche in termini di spazio, di tempo, di forme. E avere una visione d’insieme del racconto. Ecco, a conti fatti, questo mi è stato utile, anche più di quanto riuscissi a percepire in corso d’opera.

D: In alcuni momenti del romanzo parli al lettore, l’io narrante parla ai lettori, cerchi di metterlo in guardia, come a volerlo proteggere da una svolta narrativa crudele che è necessario, tuttavia, ai fini della storia, che ci sia. È come se vestissi i panni di Ray, il giovane blogger che esorta i ragazzi suoi coetanei a tenere duro…
R: In parte deriva appunto dall’abitudine, in sceneggiatura, a parlare direttamente con il disegnatore, dandogli del tu. Rendendolo proprio complice. Non succede in molti punti di Oltre la soglia, ma sto notando che quei pochi restano molto impressi in chi lo ha letto. Mi rendo conto che sono spiazzanti, perché… hanno spiazzato perfino me. Temevo che potessero suonare leziosi, artefatti. Ma, per fortuna, pare che non sia così.

D: Il finale sottende a una scelta. I ragazzi devono continuare a crescere a governare sé stessi. È in un certo senso un finale aperto che lascia nel dubbio e contribuisce a tenere alta la tensione cui hai abituato il lettore per tutto il romanzo. È una precisa scelta narrativa, una sorta di morale o piuttosto un segno di quanta importanza possa rivestire la libertà di crescere maturando?
R: Rispondere senza rovinare sorprese al lettore è un po’ difficile. Posso dire che la storia è andata in quella direzione in un modo naturale. Naturale per me, intendo. In generale, ho sempre pensato che una storia non debba mai nascere da un messaggio, ma, al contrario, un eventuale messaggio debba scaturire dalla storia. Dopo, non prima. E non necessariamente.

D: Oltre la soglia rientra in due categorie: l’horror e la letteratura per ragazzi. Sebbene la fiducia nei confini netti non sia nelle nostre corde, di categorie ce ne è venuta in mente un’altra: romanzo di formazione. La trovi pertinente?
R: Sì, di sicuro. Parla della paura di crescere, di diventare adulti. E dell’impossibilità di fuggire da questo passaggio, di restare in un’eterna adolescenza. È una paura che resta dentro, anche da adulti. E credo, spero che questo riesca a rendere Oltre la soglia un romanzo per tutti.

D: Narrativa e sceneggiatura si contendono ora, a seguito di questa riuscita esperienza, una tua preferenza? Quanto pesa l’assenza delle immagini nel redigere una storia come Oltre la soglia, molto ricca di suggestioni visive?
R: Ho avuto un rapporto più intimo con la storia. Senza mediazioni. Scrivevo quello che il lettore avrebbe letto. Per me, una grossa novità. La distanza si è accorciata. E poi ho provato un’empatia per i personaggi, per i loro destini, che sceneggiando fumetti mi è sconosciuta. Scrivere e sceneggiare sono due cose diverse. Si dice “scrivere fumetti”, ma è fuorviante. La parola giusta è, appunto, “sceneggiare”.

31cd8gqrgblTitolo: Oltre la soglia
Autore: Tito Faraci
Editore: Piemme Freeway
Dati: 2011, 282 pp., 15,50 €

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I fantasmi di Giulia – Intervista ad Anna Vivarelli

2739-Bro.inddHo letto I fantasmi di Giulia tutto d’un fiato, e sì, ho ben più di 11 anni (età a partire dalla quale è consigliato questo libro). La lettura è stata così piacevole perché, come meglio ci racconta di seguito l’autrice (Anna Vivarelli, con la quale avevamo avuto già modo di chiacchierare qualche anno fa), leggendo questo romanzo in realtà è come leggerne più d’uno, perché i protagonisti hanno tutti, specie Giulia, uno o più elementi caratterizzanti che li rendono originali ma non sui generis, quindi empatici; perché il mistero si confonde col quotidiano, e viceversa, non lasciando mai privo di interesse alcun accadimento. Ad Anna ho voluto chiedere anche un parere sullo stato della nostra letteratura per  ragazzi, e la fiducia che rinvigorisce il suo stile traspare anche dalle sue risposte.

D: Prima di entrare nel merito de  I fantasmi di Giulia, vorrei che tu raccontassi ai lettori di AtlantideKids qual è la lettura che una scrittrice di libri dedicati ai giovani lettori dà della forza della letteratura per l’infanzia (se effettivamente ritieni che di forza si tratti) nel panorama editoriale italiano.

R: A mio parere, la letteratura italiana per ragazzi gode di buona salute. Siamo tanti, siamo diversi per tematiche, generi, stili, ma il livello è buono, e da Rodari a oggi abbiamo creato tanto. Nonostante i problemi enormi, che sono evidenti. Rispetto ad altri Paesi, noi scrittori italiani per bambini e ragazzi siamo scarsamente considerati dalla stampa nazionale, dalle grandi manifestazioni letterarie, e spesso (e non è un paradosso) cominciamo a esistere solo quando ci mettiamo a fare altro, cioè letteratura per adulti. Ma noi siamo il primo tramite culturale dei giovani lettori, e spesso restiamo l’unico. Forse proprio qui sta l’origine di tutti i problemi: sono l’infanzia e la sua crescita spirituale ad essere scarsamente considerate, e noi di conseguenza. Per quanto mi riguarda, io ho compiuto un percorso inverso, dai grandi ai piccoli, e sto bene dove sono. Meravigliosamente bene.

D: Saresti disposta anche a svelare come nasce un libro, come sia nato questo tuo ultimo romanzo?

R: Certo che sono disposta a svelare come nasce una mia storia. Lo faccio spessissimo, con i ragazzi che incontro nelle scuole, e quindi non è un segreto! Il punto di partenza è un’idea forte (forte per me, ovviamente), su cui rimugino per settimane, mesi a volte. Questa idea può provenire da qualsiasi fonte: qualcosa di letto, di visto, di incontrato, o anche un nodo che mi porto dentro chissà da quanto. Nel frattempo scrivo altro, ma se l’idea continua a convincermi, finalmente inizio a lavorarci davvero. E allora inizia la prima stesura, che è solitamente enorme rispetto a ciò che rimarrà. Creo i personaggi principali, costruisco uno sfondo, geografico ed emotivo, e soprattutto compio la scelta principale, che è quella della “voce”: prima o terza persona? Più o meno dialogata? Più leggera o più pesante? Con quest’ultima opzione mi riferisco soprattutto all’aggettivazione. E poi accumulo pagine e capitoli, spesso alternativi fra loro. A questa prima stesura segue la revisione, una specie di “bella copia”, e questo è il lavoro più difficile. Sono un’artigiana, non un’artista, e quindi a furia di tagliare, limare, modificare e correggere, quel che ne viene fuori è quasi sempre lontanissimo da ciò che immaginavo…

D: I fantasmi di Giulia sembra avere al suo interno più romanzi che tra loro si intrecciano: da una parte il romanzo con protagonisti i vivi, dall’altro quello con protagonisti i morti. Le storie si evolvono prima parallelamente per poi convergere grazie a Giulia, suo malgrado punto di contatto tra i due mondi, in un unico intreccio. È complicato svolgere due narrazioni così diverse o è stato un processo naturale?

R: Ne I fantasmi di Giulia ci sono due registri, è vero. All’inizio, quando quest’idea ha preso forma, ero piena di dubbi. Temevo che ne venisse fuori un gran pasticcio, perché le scritture sono due, ben distinte. La parte dei vecchi fantasmi di casa è quasi tutta dialogata, molto più secca e asciutta, nonostante i personaggi siano quasi antichi. Per contrasto, la storia contemporanea contiene molte descrizioni e a volte ha un vero e proprio sapore di antico. Non è stato semplice, perché dovendo passare continuamente da un registro all’altro, e contemporaneamente tener d’occhio l’intreccio, la successione degli eventi e l’evoluzione dei caratteri dei personaggi, ho dovuto riscrivere parecchie volte gli stessi brani. Ma sono una persona paziente, e poi ho potuto contare su un grandissimo editor, che non mi stanco di ringraziare.

D: Ci presenti Giulia, la protagonista? Cosa ti piace di più di lei?

R: Giulia è un’adolescente per molti versi fuori dal comune. Intanto vive un rapporto meraviglioso e risolto con la sua famiglia. Vive una crisi del tutto normale per la sua età, ma contrariamente a ciò che succede di solito, non la scarica sui genitori o sul fratello minore, anzi: si sforza di interiorizzarla perché tiene immensamente alla serenità familiare, e sa che mostrarla ed esprimerla renderebbe infelice soprattutto sua madre, che Giulia adora. Insomma, conosce il grande segreto della convivenza, che consiste nel preoccuparsi costantemente del bene di chi ti sta accanto. Senza sentimentalismi e sdolcinature che proprio non mi appartengono, ho cercato di dire che una vita familiare piena e rispettosa delle varie individualità, è possibile. Credo sia un tema parecchio fuori moda, a ben pensarci, ma io sono cresciuta così, ed è così che cerco di vivere.

D: Racconti, anche con un certo realismo, di una crudeltà talmente profonda da sopravvivere alla morte. Come gestisci il tuo rapporto con personaggi così negativi?

R: Giulia conosce la crudeltà perché la sua vita interiore è tormentata, incerta, fratturata, e quindi vulnerabile. Ed è questa l’idea forte da cui sono partita: se qualcosa di sbagliato succede e non viene riparato, quella crepa resta tale, e si allarga, e le sue conseguenze ricadranno su chi viene dopo. Al di là della storia di Giulia e della sua famiglia, credo davvero che i torti non riparati, le ingiustizie non emendate, le colpe non espiate, le responsabilità non assunte, creino dei buchi neri nella storia di ognuno di noi. La chiamerei la memoria del male. Per gli storici, non è affatto un concetto originale, e appartiene alla mia formazione, che risale a decenni fa e ogni tanto affiora.

D: Definiresti I fantasmi di Giulia un romanzo di formazione?

R: L’autore non è mai la persona più adatta a definire il proprio lavoro, ma forse tutti i romanzi per ragazzi sono romanzi di formazione: seguono il protagonista per un tratto di strada, un tratto spesso accidentato, e raccontano il superamento degli ostacoli, e i suoi costi, le delusioni, i traguardi. Non sempre le mie storie terminano con una vittoria totale, perché nella realtà non succede mai. Ma con Giulia sono stata molto generosa…

Titolo: I fantasmi di Giulia
Autore: Anna Vivarelli
Editore: Piemme, Il Battello a vapore
Dati: 2013, 214 pp., 8,00 €

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L’adolescenza dal punto di vista degli “invisibili”. Intervista a Neal Shusterman

“Dicono che indossa vestiti mimetici. Dicono che i suoi occhi cambiano a seconda del colore del cielo e che se lo guardi abbastanza a lungo riesci a leggerci attraverso le scritte sui muri. Dicono molte cose su Calvin Schwa ma solo una è certa: nessuno la nota, nessuno si ricorda di lui. Questa volta, però, almeno per una volta, il mondo saprà che Calvin è stato qui”.

In occasione del suo soggiorno a Roma per la Tribù dei lettori, abbiamo rivolto a Neal Shusterman, di cui abbiamo già parlato su queste pagine perchè autore di Everlost Unwind,  alcune domande sul suo ultimo romanzo pubblicato da Piemme: Calvin l’invisibile. Neal Shusterman ci racconta come questo romanzo profondo e divertente, che racconta in maniera originale l’adolescenza, sia nato, quanto di sè e di ciascuno di noi si possa ritrovare nei suoi protagonisti e anche quale sia il suo metodo creativo.


D: Incomincerei con l’ambientazione: Brooklyn, assolutamente presente, direi coprotagonista, delle pagine del romanzo, sin dalla dedica. Di quale Brooklyn si tratta? Quella della sua infanzia o quella che avrebbe desiderato fosse?
R: La Brooklyn del romanzo è il ricordo della Brooklyn in cui sono cresciuto. Anche se la storia è ambientata nella contemporaneità, volevo comunque che lo sfondo fosse la Brooklyn della mia infanzia. I personaggi, incluso lo stesso personaggio della città, assomigliano in tutto e per tutto ai ragazzini con cui sono cresciuto. Non uno in particolare, ma ciascuno di loro è una combinazione di elementi che si riferiscono a varie persone della mia infanzia.

D: Sia Everlost che Unwind, i suoi due romanzi precedentemente pubblicati in Italia, come tema centrale hanno la morte. Calvin L’invisibile con la morte, invece, non ha nulla a che vedere. Aveva bisogno di un distacco da un tema così cupo?
R: Calvin l’invisibile è stato scritto prima. Quindi è stata la volta di Everlost, una storia fantastica su dei ragazzi sospesi tra la vita e la morte, e dopo ho scritto Unwind, una storia di fantascienza dark sulla vita e sulla morte e sulla domanda “Cosa significa veramente essere vivo?” Dopo aver scritto due libri che avevano a che fare con la morte in modi differenti, ho deciso che avevo bisogno di realizzare qualcosa di allegro però poi ho pensato “Perché non scrivere un’altra storia sulla vita e la morte ma renderla la cosa più divertente che abbia mai scritto? E immediatamente mi è balzato alla mente il personaggio di Antsy da Calvin l’invisibile. Così è nato Antsy does Time (che uscirà in Italia nel 2012 col titolo provvisorio di Antsy l’invincibile) che, pur avendo a che fare con il soggetto della vita e della morte, credo sia proprio la cosa più esilarante che abbia scritto. Con tutta probabilità verrà pubblicato in Italia il prossimo anno. Almeno io lo spero vivamente.

img_neal1D: All’inizio la sensazione che ho avuto, leggendo le prime pagine, prima che Lo Schwa e Antsy incomincino coi loro esperimenti per intenderci, è che lo Schwa altro non fosse se non una proiezione di Antsy stesso, delle sue paure, dei suoi problemi. In effetti i due ragazzi hanno in comune il“passare inosservati” così esasperato per lo Schwa…
R: Antsy è estroverso, chiassoso e molto molto visibile, ma quando è a casa tra i suoi familiari si sente come se fosse invisibile. Volevo far notare che non importa quanto una persona possa essere visibile o vistosa, ognuno di noi – gli adolescenti in particolare – ha paura di non essere notato e ignorato. Mostrando come Antsy possa essere associato a Calvin mostro come in ciascuno ci sia almeno un po’ di Calvin.

D: Come nascono i suoi romanzi e come è nato Calvin l’invisibile?
R: I miei romanzi sono scritti a mano. Io scrivo un capitolo lo batto al computer, lo ricontrollo e poi passo al capitolo seguente. Insomma ogni capitolo passa per tre stadi successivi e poi anche il manoscritto completo ne attraversa altri tre. A quel punto mando la prima bozza al mio editore. E in genere insieme a lui ne faccio altre due. Calvin l’invisibile è nato in una scuola. Ero a un incontro con degli studenti e un’insegnante ha dovuto farmi notare che c’era un ragazzo in fondo alla stanza che aveva la mano alzata per fare una domanda da un po’ e io non lo avevo notato. E questo perché indossava una maglietta dello stesso colore della parete che aveva alle spalle e mi appariva come un’immagine sfocata. Ho iniziato allora a pensare come dovrebbe sentirsi qualcuno che non viene notato mai… Deve essere come essere invisibile. Ciò che interessava a me, però, non era tanto l’aspetto dell’invisibilità ma l’autentica e reale sensazione di non essere notato. Cosa sarebbe successo se avessi preso il sentimento reale e lo avessi esagerato a tal punto da farlo sembrare quasi soprannaturale? È così che è cominciata la storia.

D: Ci sono decine di suoni schwa, il loro indebolimento, il loro non essere pronunciati, il loro non essere uditi potrebbe far pensare a una loro sostanziale inutilità. La traccia filologica lasciata dallo schwa nei vari lemmi è al contempo utile in altrettanti modi e circostanze. La similitudine con  alcuni ragazzi è palese, potrebbe esplicitarla?
R: Non è soltanto una metafora per gli adolescenti ma una metafora per chiunque si senta invisibile… bambini, ragazzi e adulti. Il linguaggio non potrebbe esistere senza il suono schwa, è uno dei suoni più frequenti in ogni lingua, e il mondo non sarebbe intero se non ci fossero tutti i membri della società. Non conta quanto poco importante tu ti possa sentire, tu lo sei, come le paper clips che tengono insieme i più importanti documenti del mondo, un’altra metafora della storia. C’è uno schwa anche in italiano anche se non è chiamato così: è la “e” alla fine di molte parole italiane, quello è il suono dello schwa.

D: L’invisibilità di Calvin, così come rimarcata nel titolo, sembrerebbe essere un elemento sovrannaturale, una capacità magica. Quanto c’è di magico, se del magico c’è, in questo romanzo?
R: Volevo sfidare il lettore creando questo potere quasi ma non proprio soprannaturale. È strano, è bizzarro, è un aspetto buffo della realtà ma è davvero soprannaturale? Forse sì, forse no. Io lo vedo piuttosto come uno scherzo del cosmo a noi, perché credo che Dio abbia un grande senso dell’umorismo. Altrimenti come si potrebbero spiegare i canguri o Lindsey Lohan?

D: Lei è uno scrittore di successo, come è arrivato a esserlo? Che consigli darebbe a chi volesse provare a scrivere storie?
R: Ho imparato che sono cinque gli elementi per diventare uno scrittore di successo

  1. Devi scrivere, scrivere e ancora scrivere. E quando hai finito di scrivere, ricomincia.
  2. Devi riscrivere perché l’aspetto più importante e più difficile del processo di scrittura è la revisione.
  3. Devi leggere molto, non soltanto un genere, ma ogni genere di testo per imparare come gli altri scrittori vedono il mondo e trasformano in storie la loro visione.
  4. Devi essere perseverante e determinato. Spesso, quando ci troviamo di fronte a dei successi inattesi non si tratta proprio di una botta di fortuna. In genere quella persona ha fatto grandi sforzi e sacrifici e ha dovuto sopportare molti fallimenti prima che il successo arrivasse.
  5. Non rinunciare mai a un’opportunità perché non sai mai quale possa cambiarti la vita.

D: C’è tra i suoi personaggi uno che ha amato di più e perché?
R: Antsy è uno dei miei preferiti, perché è così divertente e così realistico. Mary Hightower di Everlost è il mio personaggio preferito perché è un gran bel cattivo e spiega come talvolta il più grande male del mondo possa essere prodotto da persone che credono di perseguire il bene, e sono così convinte della giustezza del proprio punto di vista da diventare miopi e non essere in grado di vedere le conseguenze reali delle loro azioni. Talon ne Il Popolo degli oscuri è un personaggio che mi piace molto perché ha vissuto una vita innocente e al sicuro in una civiltà segreta nascosta tra le strade di New York e la sua avventura per diventare un eroe, il doversi scontrare con un mondo esterno che è strano e gli dà spavento, è un percorso davvero nobile.

8965-Bro.inddTitolo: Calvin l’invisibile
Autore: Neal Shusterman
Editore: Piemme
Dati: 2010, 337 pp., 8 €

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Le storie, a volte, si fanno da sé e scelgono come essere raccontate

Pepe, Calì e Lalò sono amici; insieme inventano storie straordinarie e giocano in cortile. Un giorno, però, Lalò scompare e Pepe e Calì si accorgono che senza di lui giocare a inventare storie non è né facile né divertente. Si avventurano allora in una difficile ricerca trovando infine una risposta, seppur amara, alle loro domande.

uomo_nero_verde_blu_22-858x1440Forse Lalò è diventato magro magro e, come un uccello, è passato attraverso le sbarre della gabbia volando via, così ipotizzano Pepe e Calì dinanzi all’uomo verde “Becco di corvo/Tutto si perde/Questa è la casa/Dell’uomo verde”. O potrebbe essere stato rapito dall’uomo nero, come talvolta succede ai bimbi che non si trovano più; Pepe e Calì lo chiedono a lui in persona “Grigia betulla/Buoi sentiero/Questa è la tana/dell’uomo nero”. Oppure, considerato che dalla dimora dell’uomo blu passano tutte le storie del mondo, forse, anzi, per forza, dovrebbe esserci anche la storia di Lalò “Onda di mare/Salta su e giù/Questa è la nuvola/Dell’uomo blu”.

Si nutrono di storie e fiabe, le stesse che inventavano assieme, le speranze e le ricerche dei due amici che non si rassegnano alla realtà. E le fiabe si inventano meglio seduti in cerchio sotto alle fronde di un albero. Il cerchio formato dai tre amici era perfetto, il nuovo, senza Lalò, è schiacciato ma forse è comunque sufficiente a dar loro l’ispirazione per una nuova fiaba che li protegga dalla realtà amara che ha colpito il loro piccolo amico e con la quale dovranno necessariamente venire a patti.

Come sempre raccontare la morte ai bambini è difficile e altrettanto difficile è prendere atto che alcuni, come gli autori di questo libro, sono capaci di farlo senza scadere in pietosi abbellimenti e banali rifugi linguistici e narrativi. La vena narrativa è dolce e al contempo diretta, disperata la ricerca dei due bambini, dolorose le scoperte ma leggeri gli animi e morbida la sensazione che segue la coraggiosa ricerca. Peccato solo che l’uomo nero, verde e blu non possano mostrarsi ai nostri occhi nei loro colori. Le delicate illustrazioni di Giulia Rivolta sono, purtroppo, riportate in bianco e nero e, seppur in minima parte, sminuiscono l’intensità del testo.

Colore che invece non manca al gusto di una succulenta frittata che, solo a immaginarla, fa venire l’acquolina in bocca. La frittata è la prima di tre storie da mangiare che Anna Vivarelli (sempre assieme a Guido Quarzo come nella storia precedente e con le illustrazioni di Andrea Astuto) ci racconta con una scrittura leggera e gustosa: tutta da assaporare!

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vivarelli1Anna Vivarelli si è aggiudicata il premio Andersen 2010 com migliore scrittrice “per una produzione narrativa dai risultati quanto mai convincenti e qualificati. Per essere una delle firme più interessanti degli ultimi anni, dimostrando di sapersi efficacemente e brillantemente confrontare con temi e moduli narrativi diversi”, come peraltro ci racconta in questa intervista.

D: La Sua scrittura ha già di per sé il sapore dolce e morbido delle fiabe. È grazie a questo talento che preferisce scrivere storie per bambini e ragazzi?
R: La ringrazio per questo giudizio, che mi fa molto piacere. Credo sia calzante soprattutto per alcuni miei libri, mentre per altri la cifra è completamente diversa, molto più realistica e “cattiva”: penso a Il vero nome di Lupo Solitario o al più recente Preferirei chiamarmi Mario. Invece, in Uomo nero, verde blu e in altri miei, il tono magico e fiabesco è predominante. Questi due modi di raccontare mi appartengono entrambi: quando mi viene in mente una storia, è la storia stessa che chiede di essere raccontata con maggiore poeticità e leggerezza, o invece con realismo e ruvidezza.

D: Alcune Sue storie sono scritte a quattro mani. Entrambi i libri che consigliamo, per esempio (Uomo nero, verde, blu; Storie da mangiare). È difficile o naturale lavorare assieme a qualcun altro?
R: Io ho iniziato a scrivere per ragazzi proprio a quattro mani, e in modo quasi casuale. Provengo dalla scrittura teatrale e radiofonica, e mi sono gettata nell’avventura dei racconti per bambini pensando che si trattasse solo di una parentesi. Sono passati quindici anni, ed è diventata la mia vita… Con Guido Quarzo, l’autore con cui ho scritto i due libri che lei consiglia, sono unita da un’amicizia trentennale. Con Anna Lavatelli, l’altro autore con cui collaboro spesso, l’amicizia è più recente – si fa per dire: dodici anni non sono uno scherzo! – e anche con lei ho un grande feeling. Sia Guido che Anna sono dei perfezionisti, maniacali quasi quanto me nel cercare la precisione sia nella scrittura che nell’intreccio, ed è per questo che riesco a lavorare bene con loro. Condivido con entrambi una stessa idea di letteratura per ragazzi: avventurosa,  per nulla didascalica, che nasce per divertire e appassionare, e non per ammaestrare. Lavorare con loro quindi, è piacevole e stimolante.

D: Pensiamo che scrivere per i bambini in qualche modo sia anche scrivere ai bambini. È d’accordo con noi? E, se sì, ne sente la responsabilità?
R: Uno scrittore deve sentirsi sempre responsabile di ciò che pubblica. E non tanto perché le storie trasmettono dei “messaggi”, quanto perché un buon libro può contribuire a formare un lettore, mentre un brutto libro può allontanarlo per sempre dal piacere della lettura. A volte penso che quel mio libro particolare potrebbe essere il primo libro preso in mano volontariamente da un lettore, il primo libro scelto autonomamente in libreria o in biblioteca: se non riesco a catturare il mio lettore, il rischio è che potrebbe anche essere l’ultimo.
Se invece per responsabilità si intende un compito morale, allora no, non mi sento responsabile di come sono. Racconto storie di amicizie, parlo di infelicità o di gioia, narro di bambini che si rapportano a fatica con i coetanei o con i genitori, e conduco la storia dove i personaggi mi portano, e dove mi portano le mie esperienze, il mio modo di essere, il mio sguardo sul mondo. Talvolta è un lieto fine, altre volte no. Non insegno a vivere, non intendo farlo: non è compito mio. Credo che la lettura sia un piacere infinito, che sia un privilegio poterlo esercitare, ma la formazione di un bambino non può avvenire solo attraverso i libri, anche se i libri possono contribuirvi.

D: Quali sono gli scrittori che preferisce? Ce n’è qualcuno cui si ispira?
R: Nel campo degli scrittori per bambini e ragazzi, amo molto Roald Dahl, Eva Ibbottson, Philip Pullman, Jerry Spinelli. Come vede, autori molto diversi tra loro e anche molto diversi da me. Ma tutti sono grandi narratori: hanno intrecci appassionanti, e la loro è una scrittura di qualità.
Fra gli italiani leggo ogni libro di Guido Quarzo e di Anna Lavatelli: non solo perché ci lega una grande amicizia, ma anche perché ho stima assoluta di entrambi e, nonostante li conosca così bene, ogni volta riescono a sorprendermi.

D: Lei ha lavorato per la radio: trova che ci sia un’affinità tra la comunicazione orale della radio e le fiabe?
R: Forse sì. La mia formazione teatrale e radiofonica mi ha permesso di acquisire una certa facilità nella stesura dei dialoghi, che sono importantissimi nelle mie storie. Io a volte confesso ai bambini che incontro nelle scuole che mentre scrivo “sento le voci”, ed è proprio così: è come se i personaggi parlassero nella mia testa, e io mi limitassi a trascrivere ciò che mi dicono. Forse per questo spesso preferisco il racconto in prima persona.

D: C’è una tra le sue storie che ama particolarmente? Ci fa fare la sua conoscenza?

R: Fra le storie che ho pubblicato, amo molto Mimì che nome è? perché dopo oltre dieci anni di vita riesce sempre a catturare l’interesse dei bambini. Ma sono affezionata anche a Per caso e per naso, che è un libro pieno di rime e offre grandi possibilità di lettura collettiva. E da ultimo, Senza nulla in cambio, scritto con Anna Lavatelli: è un libro per grandi, ed è una storia di amori e passioni nell’Italia del 1821. Ci siamo divertite moltissimo a scriverlo e, anche se siamo sempre pronte ad autocriticarci, stavolta ci siamo dette che il risultato non era male…

uomo_nero1Titolo: Uomo nero, verde, blu
Autori: Quarzo Guido, Vivarelli Anna
Editore: Interlinea
Dati: 2009, 64 pp., ill., 10,00 €

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storie-da-mangiare_cover1-873x1440Titolo: Storie da mangiare
Autori: Quarzo Guido, Vivarelli Anna
Editore: Interlinea
Dati: 2001, 47 pp., ill., 7,75 €

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Cosa ci raccontano le stelle? Intervista a Margherita Hack

Tra le tante domande poste a Margherita Hack da Federico Taddia forse quella che dà il titolo al libro è la più buffa e la più strampalata: “Perché le stelle non ci cadono in testa?”; è una domanda assurda, sì, la stessa Margherita Hack a Mantova (durante il Festival della Letteratura) l’ha riproposta come esempio di stramberia da parte del suo intervistatore (nonché ideatore di  “Teste toste”, la prima rassegna di lezioni universitarie per un pubblico di “under 12”) Federico Taddia; però, in effetti, ha ragione Federico: ma perché le stelle se ne stanno appuntate nel cielo e, nonostante siano così grandi, così potenti, così calde e così pesanti, non cadono giù? Da  bambina me lo sono chiesta anch’io in diverse occasioni (specie durante la notte di San Lorenzo…), e oggi la ragione saprei spiegarla ma solo per sommi capi, per questo sorridendo (e dissimulando dinanzi ai bambini che, libro alla mano, sapevano già la risposta e gongolavano) all’affermazione divertita della scienziata ho teso le orecchie in attesa della risposta, che è arrivata chiara e semplice, breve, diretta, simpatica e scientifica.stelle_hack11

Tutte queste qualità assieme si ritrovano nel libro e si alternano a domande buffe, irriverenti, svelando misteri all’apparenza incomprensibili, curiosità da sgranar gli occhi; suggerendo un’attitudine, quella alla curiosità, che tutto tiene assieme e tutto nutre.

Ci sono altre forme di vita intelligenti nell’universo? E, se sì, perché non andiamo a cercarle? Margherita Hack risponde che certamente ce ne sono ma si fa tanta fatica a trovare forme di vita intelligenti sulla terra, perché sprecare le nostre energie a cercarle altrove?

La simpatia della scienziata si mescola in maniera armonica con quella del giornalista e il risultato è un libro divertente e ironico da leggere tutto d’un fiato nell’ordine proposto o da spulciare alla ricerca delle domande che avremmo sempre voluto fare e alle quali pochi potevano dare delle risposte. Troviamo che la più poetica sia: “Che cosa raccontano di bello le stelle?”, lascio a voi il piacere di scoprirlo.

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Intanto ecco le domande che abbiamo rivolto noi a Margherita Hack:

D: Lei ha scritto un libro di scienza destinato a piccoli lettori. Ci racconta quali fossero le sue letture da bambina? Ha mai ascoltato qualche fiaba sulle stelle o “scientifica”?
R: Da bambina leggevo Pinocchio, che è il libro su cui ho imparato a leggere, poi parecchi libri di novelle  e  una serie di racconti su avventure di animali, che amavo (e amo) molto, e quando ero un po’ più grande ero appassionata di libri di avventure, dopo Tarzan, quelli di Salgari, Verne e molti altri generalmente ambientati  fra selvaggi antropofagi.
D: Professoressa Hack, Lei ha una bella età e trasmette molta felicità e molto brio; qual è il consiglio che si sentirebbe di dare a un bambino se Le chiedesse la ricetta per essere felici?
R: Non lo so, dipenderà dal  mio DNA; son di carattere ottimista, forse dipenderà dall’avere avuto un’infanzia felice e libera, un compagno con cui ci siamo sempre capiti bene (ormai da più di 67 anni) dal non desiderare quello che sai che è impossibile avere, dall’avere ideali di libertà e giustizia.
D: Nell’ultimo secolo la fisica ha scoperto e spiegato cose inimmaginabili. È possibile che un giorno si venga a conoscenza di un nesso che metta in contatto i due campi finora inconciliabili della scienza e della spiritualità?
R: Non credo che siano inconciliabili. Tutti gli esseri umani sono fatti di ragione e sentimenti.  La scienza si basa sugli esperimenti e sulle osservazioni da cui cerca di trarre le leggi generali che regolano il mondo; la spiritualità, per uno come me che non crede a Dio, all’anima, all’ al di là,  sta nella capacità  di amare e comprendere gli altri- uomini e animali- “di  non fare agli altri  quello che non vorresti  fosse fatto a te”.

hack_tt_cop_300dpi1Titolo: Perché le stelle non ci cadono in testa? E tante altre domande sull’astronomia
Autore: Margherita Hack, Federico Taddia
Editore: Editoriale Scienza
Dati: 2010, 96 pp., 11.90 €

Le illustrazioni di Luca De Luise: luoghi reali e immaginari

D: Sfogliando un albo illustrato è difficile non immaginare le mani dell’artista al lavoro: pervase da una frenesia creativa, danzanti sul foglio bianco, lievi, o attente e caute nel perfezionare i dettagli. Ma cosa c’è dietro a questa naturale danza, come nasce un’illustrazione? Quanto conta l’ispirazione e quanto il talento?

Il mio Kenya, Luca de Luise - Sinnos
Il mio Kenya, Luca de Luise – Sinnos

Lo chiediamo a Luca De Luise, illustratore e grafico.
R: L’ispirazione per me è quel meccanismo magico e istintivo che trasforma il testo in immagini, che si aggrappa ad una o più parole per dargli forma e colore. Subito dopo interviene la capacità di ricostruire sulla carta quell’immagine che si è formata nella mente. In questa fase entra in gioco il talento, ovvero le doti e l’esperienza che ogni illustratore ha accumulato. Capita di lavorare con estremo slancio e naturalezza, così come possono presentarsi ostacoli inaspettati e limiti da valicare. Per arrivare all’immagine che si ha in mente può capitare quindi di dover ricorrere a soluzioni sorprendenti e fino ad allora mai prese in considerazione: nuovi barlumi di ispirazione che alimentano il talento in un costante circolo virtuoso. Ma esistono anche aspetti più tecnici e meno “romantici” nel lavoro dell’illustratore: la documentazione iconografica, lo studio e la coerenza dei personaggi, l’equilibrio tra immagine e testo nella pagina, l’attenzione al ritmo della narrazione che deve essere presente anche nella sequenza delle illustrazioni… Potrei continuare a lungo…

Il mio Kenya, Luca de Luise - Sinnos
Il mio Kenya, Luca de Luise – Sinnos

D: Che differenza c’è tra il raccontare con parole e il raccontare per immagini? Spesso scrivendo si cerca di suggerire proprio delle immagini, si prova a fare in modo che il lettore “veda” ciò che si racconta. Illustrando avviene il processo inverso?
R: A mio parere l’illustratore ha una grandissima responsabilità, perché è come se avesse il compito di “vedere per gli altri”. Quello che sceglie di rappresentare si fisserà inevitabilmente nella mente del lettore come rimando visivo del testo. Delle belle illustrazioni sicuramente rendono più piacevole un testo, ma si rischia anche di rovinare un buon testo con delle brutte immagini. Quel che a me piace fare è utilizzare l’illustrazione come un trampolino per la fantasia del lettore, lasciando spazio alla creatività di ognuno per completare l’immagine che ha davanti agli occhi. Non cerco quindi di rappresentare il testo in maniera esaustiva e pedissequa ma piuttosto di selezionare alcuni elementi, stilizzare e suggerire un percorso aperto all’interno dell’illustrazione stessa.

Il mio Kenya, Luca de Luise - Sinnos
Il mio Kenya, Luca de Luise – Sinnos

D: Il mio Kenya racconta di un viaggio immaginario in un luogo splendido e complesso per natura, cultura e contraddizioni. Quanto conta per un artista il viaggio, l’incontro e lo scambio culturale?
R: L’incontro con ciò che è diverso da noi e lo scambio culturale contano moltissimo nella vita di ogni essere umano. Chi ha una capacità artistica ovviamente non può far a meno di trasformare e fissare tutta quella quantità incredibile di stimoli e novità che sono caratteristiche della dimensione del viaggio. Quando ho iniziato a lavorare a Il mio Kenya sono andato a riaprire il quaderno con gli schizzi che avevo fatto durante un viaggio in Africa per recuperare l’immediatezza e l’urgenza di raccontare per immagini che sentivo in quelle settimane. Inevitabilmente nelle illustrazioni del libro ci sono idee e soluzioni che non sarebbero nate se non avessi potuto attingere a quell’esperienza personale.

Il mio Kenya, Luca de Luise - Sinnos
Il mio Kenya, Luca de Luise – Sinnos

D: Tra le storie che hai illustrato ci sono dei classici della letteratura italiana (Fanta-Ghirò), classici dell’opera (Il Barbiere di Siviglia), storie tradizionali (La Bella formichella); C’è una tecnica che associ a dei temi? Ci sono degli artisti cui ti ispiri?
R: Come dicevo prima, ogni testo può suggerirti delle idee e metterti davanti a delle nuove sfide, tra cui quella della tecnica da utilizzare. Per i tre libri che hai citato ho utilizzato più o meno la stessa tecnica, un misto di acrilico, tempera e matita. È la tecnica che ho appreso da uno dei miei maestri, Svjetlan Junakovic. Con Il mio Kenya ho iniziato un percorso di sperimentazione su cui intendo proseguire. Si tratta di collage di disegni fatti con le matite colorate su carta colorata o riciclata. È una tecnica che sicuramente si avvicina a quella di alcuni artisti che mi piacciono moltissimo, come Chiara Carrer, Guido Scarabottolo e Wolf Erlbruch.

Il mio Kenya, Luca de Luise - Sinnos
Il mio Kenya, Luca de Luise – Sinnos

D: Fantasia, candore, ingenuità e stupore. Sono queste le parole che mi vengono in mente pensando ai bambini. Che ruolo ha la lettura, che ruolo hanno le fiabe, le storie, i colori nella crescita di un bambino e quanto possono contribuire (se possono) allo sviluppo di una coscienza propria?
R: Sicuramente le letture dell’infanzia hanno un ruolo fondamentale nella nostra vita e sopravvivono in qualche modo negli adulti che diventiamo. Personalmente posso dirti che ancora oggi, quando disegno, attingo in maniera quasi inconscia alle immagini dei libri che ho sfogliato da bambino. Pur non avendoli fisicamente con me, sento di aver fatto intimamente miei quei libri. Le emozioni che provavo nel leggerli allora sono probabilmente quelle che tento di rivivere e restituire oggi con il mio lavoro di illustratore. In questo mi riconosco perfettamente in quello che poche settimane fa a Londra ho sentito dire al noto illustratore Oliver Jeffers: “Quando disegno un libro per bambini, il primo bambino che voglio sia entusiasta del mio lavoro sono io!”

Luca De Luise: è nato nel 1974 a Tricase, in Salento, ed è cresciuto a Massafra, in provincia di Taranto, in una casa di campagna, tra ulivi e pini. Ha iniziato a scarabocchiare e a colorare molto presto ma, nonostante questa passione spiccata e prematura, ha seguito un percorso piuttosto inconsueto prima di capire che il disegno sarebbe diventato il suo lavoro… [lucadeluise.com]

il libro: scritto da Carolina D’Angelo è inserito nella collana Intercultura della Sinnos editrice. La vendita del libro sostiene l’attività della onlus “Giacomogiacomo” nella costruzione di una scuola a Ongata Rongai in Kenya.

ilmiokenya_copertina1-960x960Titolo: Il mio Kenya
Autore: Carolina D’Angelo
Illustratore: Luca De Luise
Editore: Sinnos
Dati: 2009, 48 pp., ill., € 12,00

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Bimbi solitari che parlano agli animali

E l’eternità cominciava a mezzogiorno, nel caldo che luccicava, quando ce ne stavamo l’una accanto all’altro e io gli spiegavo sottovoce le parole che avevo imparato a scuola la mattina. Tu sei un gatto impertinente, gli sussurrai una volta, e io una bambina impertinente, e la verità è che siamo stregati, noi due, e vivremo settantasette vite.

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Jutta Richter

Ho incontrato Jutta Richter (tra le più note autrici tedesche per l’infanzia degli ultimi dieci anni) in occasione dell’uscita de Il Gatto Venerdì (Beisler editore). In quella circostanza ha risposto per me ad alcune domande.

D: Quando la storia de Il Gatto Venerdì ancora muove i suoi primi passi ci si trova posti di fronte ad una delle più oscure verità della nostra esistenza: “Essere vittima vuol dire farsi del male”. È un concetto complesso che Lei riporta quasi con leggerezza. Chiaramente sono scelte consapevoli: come si accosta a temi di questa profondità e qual è il processo che riesce a semplificarli e renderli così diretti e naturali?
R: Questo processo è molto semplice: cerco di mettermi nei panni di un bambino e di ricordare come mi sentivo e come pensavo io stessa da bambina.
Quando scrivo mi infilo nella protagonista e immagino di pungermi con una spilla. Sono solo gli esempi che riescono, in un bambino, a far intuire che la sofferenza che non ha senso fa di lui una vittima. Un’affermazione del genere è difficile/problematica solo per gli adulti.
Il dono più grande che io ho come autrice è quello di ricordare benissimo la mia infanzia e posso trattare questi argomenti potendo godere della mia intuizione infantile. Non ricorro al pensiero filosofico o analitico, perché sono convinta che le cose profonde, cosi dette “complicate” sono invece semplicissime.

D: I protagonisti dei suoi libri sono spesso soli o isolati o ancora, e forse meglio, indipendenti da un gruppo, ma stringono indissolubili e profondi legami d’amicizia con gli animali. Animali che sono essi stessi capaci di spiegare, risolvere, tremare, amare. Qual è il suo personale rapporto con gli animali e cosa La induce a sceglierli come effettivi protagonisti delle sue storie?
R: Io vivo con gli animali e sono cresciuta con gli animali. Hanno un ruolo importante nella mia vita. Perlopiù il genere della Fiaba mi permette di usare animali parlanti per semplificare la storia che altrimenti potrebbe risultare veramente complicata.

D: La bambina protagonista immagina di ritrovare in un gatto spelacchiato e randagio il supporto e l’appoggio che in casa le mancano. È una via d’uscita cui molti bambini solitari ricorrono ed una splendida scelta narrativa: come nascono le Sue storie?
R: Mi interessano i bambini solitari ed emarginati perché ciò riflette il mio carattere da bambina solitaria. Anch’io parlavo con gli animali. E del resto non so esattamente neanche io come nascono le mie storie. È un dono oppure l’intuizione di cui parlavo prima: all’improvviso trovo nella mia testa una frase e mi accorgo che era sempre stata lì: “Nella nostra strada c’era un gatto, un vecchio gatto bianco.” È la prima frase, il filo rosso, che guida e determina tutta la storia.
Sono convinta che un autore non possa interpretare le sue storie, ma le storie buone permettono infinite interpretazioni.

D: Sta lavorando ad un nuovo progetto?
R: Non parlo mai dei miei progetti, perché una storia che è stata raccontata troppe volte non può essere più scritta.

31zx-gz1wllTitolo: Il gatto venerdì
Autore: Jutta Richter
Illustratore: Susanne Berner Rotrau
Dati: 2006, 50 pp., ill., € 8,90

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