Io sono soltanto una bambina

Credo che sia nel titolo dell’ultimo romanzo di Jutta Richter, edito da Beisler editore, che siano da rintracciare tutti gli elementi necessari a un buon libro di letteratura per l’infanzia: c’è, per cominciare, l’infanzia; c’è, per continuare, l’infanzia in quanto tale senza sovrastrutture o interpretazioni e soprattutto c’è soltanto quest’ultima, non ci sono gli adulti, o meglio, non ci sono gli adulti a parlare per i bambini o, strumentalizzandoli, attraverso di essi.

Ho intervistato Jutta Richetr qualche anno fa, le sue risposte le trovate a  questo link, ma all’epoca mi disse: “Sono convinta che un autore non possa interpretare le sue storie, ma le storie buone permettono infinite interpretazioni.”

la mia interpretazione di questa storia buona è che sia una bellissima storia da leggere, da adulti, per ricordarsi come sia diverso lo sguardo dei bambini e quale capacità abbiano di rapportarsi a sè stessi, agli adulti, alla realtà che li circonda e che sia una bellissima storia da leggere, da bambini, per divertirsi assieme a questa che è davvero straordinariamente soltanto una bambina.

Hanna sta per trasferirsi nella casa che la mamma ha ristrutturato e nell’attesa che sia pronta e in ordine passa qualche settimana a casa della nonna. Giusto in tempo per assistere al primo parto di Murkel, gatto fino a quel momento e fino a prova contraria (eccole quattro prove contrarie profumate di latte e saliva di gatto,) era un gatto maschio.

Hanna desidera un gatto ma la mamma fa ostruzionismo. Hanna è capace di fare una faccia tristissima che muove a compassione (ma non la mamma se si tratta di prendere un gatto); sa tener testa ai prepotenti e vivrà nel corso di questo romanzo momenti di pura felicità. E noi con lei.

C0B3E1E9-A557-44CD-A9F2-0074607ED5A1-293-0000002F19DA0B00.jpegTitolo: Io sono soltanto una bambina
Autore: Jutta Richter
Editore: Beisler
Dati: 2016, 12,50 €

Un’estate di quelle che non finiscono. Afosa, lunga, struggente

Quando si è ragazzini non ci si pensa; si vive pienamente. Si vive ogni momento della propria vita con un’intensità che solo il disincanto (spietato) attenua anno dopo anno. Si scoprono altezze incantate, luoghi magici; si sperimentano rituali scaramantici e riti audaci. Si rivestono di significati profondi anche le cose (gli attimi, le immagini, gli oggetti e i sogni) che all’apparenza ne hanno ben poco e le si rendono indimenticabili. E, come in questo caso, indimenticabili, dolorose, necessarie.

Ci sono tre bambini, tre genitori e un luccio. Ostinati i bambini, fragili i genitori, sfuggente il luccio.

È un’estate di quelle che non finiscono. Afosa, lunga, struggente.

Non c’è un modo per introdurre questa storia che è di quelle che non si dimenticano (proprio come certe estati), che nella sua semplicità e linearità rimane sotto la pelle come quando da bimbi si cade e ci si sbucciano le ginocchia. A volte non si racconta alla mamma della disavventura e allora sotto pelle rimangono minuscoli sassolini, pezzetti di terra che per qualche tempo stanno lì, a farci compagnia, a ricordarci quella caduta.

Non c’è modo di allontanarsi da questo libro una volta incontrato. Si legge e ci si ritrova su un pontile coi piedi nell’acqua a pescare scardole dai magnifici riflessi argentei.

Tempo fa ho intervistato Jutta Richter. Le sue risposte erano senza fronzoli, senza slogan, senza retorica. Esattamente come le pagine di questo libro assolutamente prezioso e dolce.

31j58aaf40lTitolo:  Un’estate di quelle che non finiscono mai
Autore: Jutta Richter
Editore: Salani
Dati: 2006, 108 pp., 9,00 €

Bimbi solitari che parlano agli animali

E l’eternità cominciava a mezzogiorno, nel caldo che luccicava, quando ce ne stavamo l’una accanto all’altro e io gli spiegavo sottovoce le parole che avevo imparato a scuola la mattina. Tu sei un gatto impertinente, gli sussurrai una volta, e io una bambina impertinente, e la verità è che siamo stregati, noi due, e vivremo settantasette vite.

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Jutta Richter

Ho incontrato Jutta Richter (tra le più note autrici tedesche per l’infanzia degli ultimi dieci anni) in occasione dell’uscita de Il Gatto Venerdì (Beisler editore). In quella circostanza ha risposto per me ad alcune domande.

D: Quando la storia de Il Gatto Venerdì ancora muove i suoi primi passi ci si trova posti di fronte ad una delle più oscure verità della nostra esistenza: “Essere vittima vuol dire farsi del male”. È un concetto complesso che Lei riporta quasi con leggerezza. Chiaramente sono scelte consapevoli: come si accosta a temi di questa profondità e qual è il processo che riesce a semplificarli e renderli così diretti e naturali?
R: Questo processo è molto semplice: cerco di mettermi nei panni di un bambino e di ricordare come mi sentivo e come pensavo io stessa da bambina.
Quando scrivo mi infilo nella protagonista e immagino di pungermi con una spilla. Sono solo gli esempi che riescono, in un bambino, a far intuire che la sofferenza che non ha senso fa di lui una vittima. Un’affermazione del genere è difficile/problematica solo per gli adulti.
Il dono più grande che io ho come autrice è quello di ricordare benissimo la mia infanzia e posso trattare questi argomenti potendo godere della mia intuizione infantile. Non ricorro al pensiero filosofico o analitico, perché sono convinta che le cose profonde, cosi dette “complicate” sono invece semplicissime.

D: I protagonisti dei suoi libri sono spesso soli o isolati o ancora, e forse meglio, indipendenti da un gruppo, ma stringono indissolubili e profondi legami d’amicizia con gli animali. Animali che sono essi stessi capaci di spiegare, risolvere, tremare, amare. Qual è il suo personale rapporto con gli animali e cosa La induce a sceglierli come effettivi protagonisti delle sue storie?
R: Io vivo con gli animali e sono cresciuta con gli animali. Hanno un ruolo importante nella mia vita. Perlopiù il genere della Fiaba mi permette di usare animali parlanti per semplificare la storia che altrimenti potrebbe risultare veramente complicata.

D: La bambina protagonista immagina di ritrovare in un gatto spelacchiato e randagio il supporto e l’appoggio che in casa le mancano. È una via d’uscita cui molti bambini solitari ricorrono ed una splendida scelta narrativa: come nascono le Sue storie?
R: Mi interessano i bambini solitari ed emarginati perché ciò riflette il mio carattere da bambina solitaria. Anch’io parlavo con gli animali. E del resto non so esattamente neanche io come nascono le mie storie. È un dono oppure l’intuizione di cui parlavo prima: all’improvviso trovo nella mia testa una frase e mi accorgo che era sempre stata lì: “Nella nostra strada c’era un gatto, un vecchio gatto bianco.” È la prima frase, il filo rosso, che guida e determina tutta la storia.
Sono convinta che un autore non possa interpretare le sue storie, ma le storie buone permettono infinite interpretazioni.

D: Sta lavorando ad un nuovo progetto?
R: Non parlo mai dei miei progetti, perché una storia che è stata raccontata troppe volte non può essere più scritta.

31zx-gz1wllTitolo: Il gatto venerdì
Autore: Jutta Richter
Illustratore: Susanne Berner Rotrau
Dati: 2006, 50 pp., ill., € 8,90

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