Una miniera chiamata Speranza

Mio padre il grande pirata è uno dei pochi libri editi da Orecchio acerbo che non ho recensito. Si tratta anche del rapporto che tra i libri e i lettori si crea. A volte diventa troppo partecipe, a volte va a suonare corde scordate e la melodia che ne nasce è confusa, inciampa e inciampando cade; fino a quando non trova un appiglio cui aggrapparsi con uno scatto di braccia, un colpo di reni. E quell’appiglio per me, oggi, è la festa del papà; ché come tutte le feste calendarizzate un po’ mi sta stretta e un po’ non le resisto. In effetti la celebrazione corale è una scusa. L’appiglio vero è la sostanza, è il padre.

Mio padre il grande pirata di Quarello, Calì - 2013 Orecchio acerbo
Mio padre il grande pirata di Quarello, Calì – 2013 Orecchio acerbo

Del mio per esempio conservo un album della memoria complesso e fitto, minuziosamente annotato; un album fatto di immagini e ricordi. Una delle immagini più nitide lo ritrae sdraiato sul divano con un braccio penzoloni e l’altro ripiegato sotto la testa, gli occhi chiusi e sugli occhi delle fette di patate. Perché mio padre piangeva polvere di ferro. E mio padre ha paura delle medicine, ma non dei tuberi. Mio padre non si lamentava. Poi il bruciore passava. Quell’immagine adesso è memoria, allora era fonte di avventure memorabili raccontate ad occhi chiusi, sdraiati sul divano col braccio penzoloni. Scale saldate gradino per gradino sulle cupole delle chiese, sotto alla pioggia, in balia del vento; scalino per scalino da terra fino al cielo per suonare le campane, per esempio.

Mio padre quando io ero bambina e lui era giovane faceva il fabbro ferraio, ma io lo immaginavo eroico e lui non faceva nulla per farmi credere il contrario. Per questo mio padre eroe, questo albo (premiato pochi giorni fa con l’Orbil delle librerie indipendenti per ragazzi) era rimasto lettura intima e commossa. Fino ad ora, naturalmente.

Mio padre il grande pirata di Quarello, Calì - 2013 Orecchio acerbo
Mio padre il grande pirata di Quarello, Calì – 2013 Orecchio acerbo

Davide Calì e Maurizio A.C. Quarello insieme per 48 pagine tra le quali nessuna inciampa sull’accidentato terreno del patetismo. C’è un bimbo che è un uomo che racconta del padre che era un pirata, dritto come un fuso su una spiaggia, le guance inondate di luce; sulle spalle un mantello di sole. Stivali alti, cappello e bandana. Manca un pappagallo, in compenso c’è una pala per scavare alla ricerca di tesori. C’è un uomo che racconta in un mise en abyme, che scivola via leggero, del Tatuato, del Barbuto, di Centesimo (eccolo il pappagallo!) che parlava al posto del suo padrone che invece non parlava mai. C’è una nave, una nave chiamata Speranza che di speranza è una miniera; speranza di tornare a casa.

L’uomo che era un bambino viveva di racconti straordinari e collezionava i tesori che il padre, che era un pirata, gli riportava ogni volta dalle sue avventure, che duravano un anno intero. Un paguro, una pipa, un dente di squalo, una conchiglia. E infine una bandiera, una originale bandiera pirata. Fino a quando per un incidente il pirata morì e al suo posto restò il padre minatore. Nel momento crudele in cui si infrangono i sogni, in quel momento crudele, non c’è spazio per la comprensione e poco respiro per il perdono. “Avevo trovato un altro papà. Un papà coraggioso che scavava sotto terra, al buio e senza aria, ma che raccontava bugie. E non sapevo se gli avrei voluto bene”.

Mio padre il grande pirata di Quarello, Calì - 2013 Orecchio acerbo
Mio padre il grande pirata di Quarello, Calì – 2013 Orecchio acerbo

Questa è una storia socialista. È una Storia in cui la tenerezza si insinua tra le pieghe della memoria ma non ha esitazioni a parlar chiaro nel presente. Che fa luce e dissipa tra storia e realtà e soffre, e soffrendo cresce e infine scopre che la bandiera della pirateria può sventolare sulle aste di poppa delle navi più ardite e che quelle navi possono farsi miniera, officina, fucina e campo.

Le tavole di Quarello restituiscono fotogrammi dinamici che si alternano a momenti narrativi statici, quasi didascalici che, di nuovo, lasciano il passo a ritratti che sono come figurine nelle mani di un bambino: il Tatuato, eccolo, ce l’ho, Salsiccia, no… è questo? Mi manca. Una galleria di racconti personali e intensi, minuziosi e profondi con cambi di prospettiva repentini che danzano col testo come in balia delle onde e mai inciampano, e se inciampano s’aggrappano con una virata decisa alla Speranza.

Mio padre il grande pirata di Quarello, Calì - 2013 Orecchio acerbo
Mio padre il grande pirata di Quarello, Calì – 2013 Orecchio acerbo

151_Padre_pirataTitolo: Mio padre il grande pirata
Autori: Davide Calì, Maurizio A.C. Quarello
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2013, 48 pp., 16,00 €

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L’operosa e giusta gallinella rossa

Questa favola affonda le sue radici nelle tradizione inglese ma “razzola” un po’ in ogni cortile europeo; la si ritrova, anche negli albi illustrati contemporanei, riproposta sotto diverse luci, diversamente abbigliata, con diversi interlocutori (ne ho una versione, per esempio, tra le classiche rilette da Disney) ma conserva la stessa, severa, ma oggettivamente necessaria, chiusura.

La Gallinella Rossa, Pilar Martinez, Marco Somà - Kalandraka 2013
La Gallinella Rossa, Pilar Martinez, Marco Somà – Kalandraka 2013

La favola di cui sopra è quella della gallinella rossa che in questo albo fresco di stampa edito da Kalandraka veste deliziosi abiti retro, conosce alla perfezione tutto il ciclo della produzione del pane (e dico ciclo di produzione non a caso) ed è tanto generosa nel tentare, reiteratamente, di coinvolgere i propri amici nell’avventura della panificazione, quanto determinata nel momento in cui si rende necessario rispondere con un secco “no!”.

La gallinella rossa (che in questa versione ha tre bei pulcini operosi gialli) trova un giorno dei chicchi di grano e decide, lungimirante, di seminarli. Propone agli altri abitanti della fattoria, un cane, un gatto e un’anatra, di darle una mano ma le risposte che ottiene sono sempre dettate dalla pigrizia, dalla trasandatezza o dalla tendenza al gozzovigliare, insomma, no, non hanno assolutamente voglia di aiutarla. Così, con il solo aiuto dei suoi pulcini, ma fornita di tutti gli strumenti e le competenze necessarie, li semina da sola quei preziosi chicchi, così come da sola miete, da sola macina, da sola impasta e giocoforza, quando un delizioso profumo di pane appena sfornato si spande nell’aria a risvegliare dal loro torpore i tre fannulloni, da sola (coi suoi pulcini) mangia.

La Gallinella Rossa, Pilar Martinez, Marco Somà - Kalandraka 2013
La Gallinella Rossa, Pilar Martinez, Marco Somà – Kalandraka 2013

Spietata la gallinella rossa… no, non credo proprio. I bimbi la gradiscono e approvano il rifiuto finale che interviene solo dopo una lunga serie di proposte pazienti di collaborazione e interazione che nobilitano ancora di più la bontà del pane, ne arricchiscono il profumo. È una favola che riporta al piacere dei sapori genuini e dell’ideale (spesso e purtroppo poco applicabile nella realtà) del fare le cose assieme con entusiasmo e tenacia per un bene comune.

Le illustrazioni di Marco Somà sono come il companatico per questo pane: come una fetta di prosciutto o un bel pezzo di formaggio che si scioglie leggermente su una fetta di pane appena sfornato, ossia deliziose! I protagonisti sono antropomorfizzati, indossano vestiti pratici ma sempre impeccabili ed eleganti e si muovono in un contesto fondamentalmente ocra, o bruno come il grano maturo o il pane cotto in forno, con aree ricche di dettagli e altre volte al minimalismo per un risultato complessivo, mi ripeto, gustoso, avvolgente e originale.

La Gallinella Rossa, Pilar Martinez, Marco Somà - Kalandraka 2013
La Gallinella Rossa, Pilar Martinez, Marco Somà – Kalandraka 2013

Ne consiglio la lettura a chi abbia voglia di cimentarsi con la realizzazione casalinga di una buona pagnotta e di chi abbia il gusto, consolidato o nascente, della giustizia sociale.

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Titolo: La gallinella rossa
Autore: Pilar Martinez, Marco Somà
Editore: Kalandraka
Dati: 2013, 36 pp., 14,00 €

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Sono quel che sono

No, io sono quel che sono e chi mira
ai miei errori, colpisce solo i propri;
potrei esser io sincero e loro non dire il vero,

non venga il mio agir pesato dal loro pensar corrotto;
a men che non sostengano questo mal comune –
l’umanità é malvagia e nel suo mal trionfa.

[William Shakespeare, sonetto 121]

La dolcezza incantata di un orso che annusa l’aria autunnale e, mentre foglie brune sfiorano il suo naso morbido, decide che è l’ora di trovare un cantuccio in una caverna in cui svernare, bruscamente si incrina in un crepitio di macchine e voci concitate che misurano, spalano, scavano e profanano la collinetta sotto cui l’orso dorme, ignaro di tutto. L’incrinatura mette in allarme il lettore mentre l’orso placidamente riposa e s’intuisce che il suo mondo fatto d’istinto, di cicli stagionali rassicuranti sta per essere definitivamente violato, interrotto.

l'orso che non lo era, Frank Tashlin - Donzelli
l’orso che non lo era, Frank Tashlin – Donzelli

In inverno sulla caverna dell’orso sorge una fabbrica e stride e lavora senza sosta. In primavera l’orso si sveglia, sbadiglia, torna alla sua foresta, ai suoi fiori, alla sua vita. Ma la foresta non c’è, gli alberi nemmeno. Al loro posto le macchine in moto, la macchina in moto della fabbrica in cui ogni uomo è ingranaggio. E l’orso si ritrova prigioniero. Il caporeparto lo scorge, gli intima di tornare al lavoro.

“Io non lavoro qui. Io sono un orso”. Troppo tardi, il nostro assonnato protagonista è solo un babbeo con un cappotto trasandato e barba e capelli da tagliare. È un uomo ingranaggio, un orso ingranaggio. Deve lavorare per non essere maltrattato, deriso. Deve scegliere di adattarsi. E lo fa per mesi. Era un martedì quando annusava l’aria d’autunno. In attesa di un martedì simile, aspettiamo che l’orso abbia la sua rivalsa perché è anche la nostra. Perché ogni lavoratore ha diritto alla propria identità e a non perderla a causa dello sfruttamento e perché così come il nostro eroe protagonista non è un babbeo, e nel suo intimo sa di non esserlo, anche noi non siamo tali.

l'orso che non lo era, Frank Tashlin - Donzelli
l’orso che non lo era, Frank Tashlin – Donzelli

Non è ripetendoci allo sfinimento ciò che siamo, o non siamo, che taluni si arrogano e conquistano il diritto di imporci il proprio punto di vista. Siamo quel che siamo e abbiamo il dovere di perseguire il nostro istinto e la nostra natura. E se il nonsense de L’orso che non lo era può aiutarci a metabolizzare questo punto fermo allora questo tassello s’incastra come un cammeo nell’insieme splendido di illustrazioni e testo che rendono questo piccolo libro edito da Donzelli uno strumento di crescita, un piacere allo sguardo, un libro per bambini tenero e ardito, un libro per adulti satirico e complesso.

Frank Tashlin è un grande regista, un maestro dell’animazione americano oltre che un raffinato illustratore. Non a caso L’orso che non lo era del 1946 (parte di una serie di Tashlin di cui fanno parte “The Possum that Didn’t” e “The World That Isn’t”) nel 1961 è diventato anche un cartoon diretto da Chuck Jones.

41l9jaung5l-_bo1204203200_Titolo: L’orso che non lo era
Autore: Frank Tashlin
Editore: Donzelli
Dati: 2011, 58 pp., 12,50 €

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The Bear That Wasn’t di bluebird1111