Io sono Mare

Io sono Mare è il nuovo volume della collana Dino Buzzati, dedicata ai lettori più giovani di Canicola Edizioni. È un racconto breve a fumetti realizzato da Cristina Portolano che racconta con tenerezza la scoperta e la ricerca della propria identità sessuale.

Io sono Mare di Cristina Portolano - 2018 Canicola
Io sono Mare di Cristina Portolano – 2018 Canicola

Mare è una bambina dal nome evocativo che non sarà detto ad alta voce se non nel pieno della storia, Mare nel mare, quando con il suo amico Franky, un pesce pagliaccio antropomorfo, lo attraversa per raggiungere un anemone, che è la casa di Franky, nel quale egli possa ritrovare la libertà, il suo posto, il suo ruolo.

Io sono Mare di Cristina Portolano - 2018 Canicola
Io sono Mare di Cristina Portolano – 2018 Canicola

Franky viveva in una boccia di vetro prima di partire per il suo viaggio onirico verso casa che incomincia con una metamorfosi che dall’essere munito di pinne e branchie lo porta a diventare un bipede con braccia e capelli. Mare lo accompagna, stanca di non poter toccare, scoprire, fare da sé. Non appena si tuffa nel mare si sente libera di esprimere se stessa, si toglie tutti i vestiti e si muove nell’acqua con naturalezza, respirando, parlando come in un sogno, in un mondo nuovo in cui non ci sono regole fisiche, ma solo altri elementi con i quali confrontarsi e da superare. Meduse e anemoni urticanti, palloni gonfiati, pesci in evoluzione.

Mano a mano Mare acquisisce consapevolezza di sé, degli altri, corre qualche rischio e si sveglia felice e cresciuta ed entusiasta di andare, di tornare al mare.

copertina_sitoTitolo: Io sono mare
Autore: Cristina Portolano
Editore: Canicola
Dati: 2018, 20 pp., 16,00 €

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La collina dei conigli

49946751_1988287817915599_3035528824335892480_n.jpgLa collina dei conigli di Richard Adams è uno dei miei romanzi preferiti. Un gruppo di conigli si sposta dalla conigliera che ha sempre conosciuto alla ricerca di una nuova casa, più sicura, lontana dalla minaccia dell’uomo. Le vicende dei conigli sono permeate da un’atmosfera umida, fatta di sottobosco, colline, ruscelli, tipica del paesaggio rurale dell’Inghilterra meridionale. Lo sparuto gruppo, guidato dal coraggioso Moscardo e dal mite e fragile Quintilio, fronteggia con alterni successi insidie e difficoltà rappresentate spesso dagli uomini ma altrettanto spesso, e più minacciosamente, dai propri simili. I conigli che desiderano arrivare alla loro collina però hanno uno strumento in più: le visioni di Quintilio.

Gli incubi di Quintilio che sono presagi, sono avvertimenti, si sfumano in bruma e permeano tutta la realtà; l’epica degli eventi che guida i passi dei conigli tutti; la mitologia che li condisce e ammanta di valenze mistiche e si traduce nelle regole ferree dell’Asla e dei rituali oliati dal tempo.

E da qui, da questa bruma fatta di visioni e miti prende il via il romanzo, così come la miniserie in quattro parti, prodotta da BBC e Netflix. Avevo già visto il film (e poi la serie successiva ad esso) del 1978, per la regia di Martin Rosen, e ne ero rimasta profondamente colpita per la sua crudezza. I conigli affrontano battaglie cruente e dolorose e nel film traspare vivamente la volontà di comunicarlo in maniera esplicita. Ci fu una grande polemica proprio perché fu spacciato come film per bambini quando invece non lo è affatto, per contenuti e modi. Del resto Il romanzo di Richard Adams non è un romanzo per bambini, molto più adatto a giovani adulti.

Mi sono avvicinata a questa miniserie, quindi, con molte aspettative, soprattutto per le possibilità di resa grafica che sono proprie di questi tempi, e l’inizio mi ha illuminata: straordinario, poetico, raffinato. Il seguito va senza infamia e senza lode, per quanto certamente non dello stesso livello di qualità dei primi fotogrammi. E sì, credo che sia adatto alla visione da parte di bambini e bambine dai 10 anni. Non ci sono i temibili scontri all’ultimo sangue (propriamente all’ultimo sangue) così cupi e disturbanti del film. Restano, ma l’angoscia e la crudeltà non sono esplicitamente mostrati. Mentre rimane la presenza del coniglio nero, reale e concreto nel suo essere rarefatto, di un altro mondo. E ci sono tante coniglie, con una loro bella personalità e non solo atte alla procreazione. E poi i conigli di Efrafa; senza di essi  né Moscardo-Ra né parruccone brillerebbero del coraggio di cui rilucono e grazie al quale fronteggiano e rompono le fila di una società crudele e dittatoriale, agli ordini del generale Vulneraria, antagonista dalla personalità complessa e imponente.

Spero che questa serie sia l’occasione per riprendere in mano il romanzo o per scoprirlo.

In questo trailer un assaggio del bell’incipit che vi raccontavo.

Watership Down, miniserie in 4 episodi, Netflix, BBC, direttore Noam Murro

La collina dei conigli, libro di Richard Adams, Rizzoli, prima edizione 1975
389 pp.

La storia del toro Ferdinando

È una storia d’altri tempi quella del Toro Ferdinando, che comincia dalle risguardie tutte illustrate in bianco e nero e prosegue, sempre col nero che si staglia sul bianco, proprio come un tempo, con il suo corredo di carretti a ruote trainate da cavalli, toreri con picche e alabarde e bimbi coi grembiali neri.

<em>La storia del Toro Ferdinando</em>, di Munro Leaf, Robert Lawson - Fabbri 2017
La storia del Toro Ferdinando, di Munro Leaf, Robert Lawson – Fabbri 2017

Comincia nel 1936, pochi mesi prima dell’inizio della guerra civile spagnola e continua fino ai nostri giorni, facendosi portatrice di un messaggio di pace esplicito e determinato.

La copertina rosso fuoco attrae come attrarrebbe un toro nella corrida, e la traduzione di Beatrice Masini segue il canto pacifista del Toro che ama il profumo dei fiori senza inciampi. Il toro Ferdinando è capace di una sensibilità che sfugge tra le maglie di animi umani troppo legati a interessi e prevaricazione; sfugge ma nel farlo sfiora e infatti urtò le corde di Franco, che ne proibì la diffusione finché fu in vita e urtò i nazisti, che lo misero al rogo nella Germania di Hitler. La storia del libro, prima che la storia nel libro, acquisì un grandissimo valore simbolico quando fu stampato e distribuito a tutti i bambini tedeschi come gesto di pace dalle forze alleate.

<em>La storia del Toro Ferdinando</em>, di Munro Leaf, Robert Lawson - Fabbri 2017
La storia del Toro Ferdinando, di Munro Leaf, Robert Lawson – Fabbri 2017

I due autori, Munro Leaf (1905-1976) e, per le illustrazioni, Robert Lawson (1892 – 1957), sono tra i più grandi della storia della letteratura e dell’illustrazione americana per l’infanzia; assieme, in questa storia senza tempo, celebrano con leggerezza la non violenza. E la leggerezza è deliziosa negli sguardi dei protagonisti: sbalorditi, stupefatti, distratti, all’erta. Il torello che quasi si ferma, distratto, nel momento in cui il suo sguardo incrocia una tartaruga; il bombo che par proprio dire “Ohibò” solo guardando rassegnato ciò che incombe. La leggerezza, e talvolta anche la perfezione, sta nei dettagli e questa storia ne è ricca.

<em>La storia del Toro Ferdinando</em>, di Munro Leaf, Robert Lawson - Fabbri 2017
La storia del Toro Ferdinando, di Munro Leaf, Robert Lawson – Fabbri 2017

Il toro Ferdinando nacque in Spagna assieme ad altri torelli che saltavano e giocavano tra loro prendendosi a testate. Ma lui no. Ferdinando amava piuttosto passare il proprio tempo sotto un albero ad annusare il profumo dei fiori. La sua natura di toro possente però non stenta a mostrarsi in muscoli e imponenza, nonostante Ferdinando non li eserciti come i suoi coetanei. Dall’alto della collinetta su cui sorge il suo albero preferito (un sughero sul quale germogliano grappoli di tappi da bottiglia) tutto guarda, placido e contento. Fino a quando non interviene il caso a sconvolgere la sua odorosa esistenza, e si mostra sotto forma di un bombo. Tra le ali di questo piccolo insetto e tra i petali dei fiori si nasconde il destino di Ferdinando e della sua storia che si conclude con una affermazione di sé profumata e libera.

toro ferdinando.jpgTitolo: Il Toro Ferdinando
Autore: Munro Leaf, Robert Lawson (Beatrice Masini trad.)
Editore: Fabbri editore
Dati: 2017, 80 pp., 16,00 €

Da questo libro è tratto il film Ferdinand di Carlos Saldanha, Cathy Malkasian, Jeff McGrath. 2017

Il maestro

Segnano un solco, le parole. Un padre contadino nell’alba tira una coppia di buoi che tirano un aratro e l’aratro solca, a destra e a sinistra crea monticelli di terra morbida, che è terra ma sono anche parole. E la terra, così come le parole, ristà, in attesa di ricoprire leggermente i semi. Semi di grano, di mais, di giustizia, di equità. Per le prime serve la terra, per le seconde le parole. Per questo è bene creare solchi profondi, perché il vento non disperda quanto seminato. Oppure, servono entrambe, terra e parole, per il mais e per la giustizia.

<em>Il maestro</em> di Fabrizio Silei e Simone Massi - 2017 Orecchio Acerbo
Il maestro di Fabrizio Silei e Simone Massi – 2017 Orecchio Acerbo

Segnano un confine, le parole. Il signor padrone è allo scrittoio, il padre contadino, col figlio, nel cortile. Guardano in alto alla finestra, prima di entrare e chiedere. Il signor padrone guarda in basso verso il cortile prima di sorridere e ingannare. Tra le parole un confine, segnato dalla distanza tra la voce del padrone che invita ad entrare, per poco, giusto il tempo dell’umiliazione, e la voce del padre che varcando la soglia, rispettoso, si toglie il cappello.

<em>Il maestro</em> di Fabrizio Silei e Simone Massi - 2017 Orecchio Acerbo
Il maestro di Fabrizio Silei e Simone Massi – 2017 Orecchio Acerbo

Segnano a dito l’ingiustizia, le parole. Quando con le stesse scarpe vecchie e rotte di sempre, Don Milani deve affrontare il processo, denunciato dalla Curia, dai fascisti, dagli ottusi. Segnano a dito, le parole, ma con le mani in tasca. Bastano gli occhi dei ragazzi di Barbiana a parlare. Dritti nei nostri che leggiamo, fermi, decisi a non abbandonare mai il loro maestro, fieri di gratitudine.

Tra questi solchi tipografici carichi di soprusi, ma anche di speranza (i semi di rivalsa più caparbi sono quelli generati dal sopruso), che raccontano tre storie, ce n’è un’altra. Quella in cui una presa di coscienza serve a smuovere il terreno seminato e lasciar spuntare i germogli. Perché il padre manda il figlio a scuola dal prete matto, il priore di Barbiana, a suon di schiaffoni, perché la scuola non piace a chi non ha idea di cosa possa essere. Quel prete matto che invece di dire le cose ai suoi bambini, lasciava che fossero loro a dirle a lui. Quel prete matto che insegnava a pensare ed era capace di dire dei “bravo” che riempivano le stanze e le teste. Quel prete che sosteneva che “l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni […] che bisogna che [i giovani] si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto”.

<em>Il maestro</em> di Fabrizio Silei e Simone Massi - 2017 Orecchio Acerbo
Il maestro di Fabrizio Silei e Simone Massi – 2017 Orecchio Acerbo

Si apre con Don Milani che parla ai suoi bambini, seduti assieme attorno a un tavolo. Ne frattempo il nero e il bianco raccontano in una lingua di cui nessun altro colore è capace. Il bianco e il nero tagliano, rimarcano, brillano e adombrano. Segnano i volti, li fanno rugosi, ne sottolineano certi cipigli ostinati, illuminano gli sguardi. Riempiono e danno respiro agli spazi.

Si apre con Don Milani che parla ai suoi bambini e si chiude, questo libro che si prende cura, con una scritta, a caratteri grandi e chiari, nero su bianco: I Care.


Titolo: Il maestro
Autore: Fabrizio Silei e Simone Massi
Editore: Orecchio Acerbo
Dati: 2017, 48 pp., 15,00 €

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Il regno invisibile

Questa è la storia di come ho letto Il regno invisibile, di Rob Ryan.

Questa è la storia di una famiglia, una famiglia reale che ha un protagonista bambino, prima, e ragazzo, poi.

Si apre con una parentesi, che troverà la sua chiusura in coda alla storia, e ci parla di ritratti fotografici, quelli classici che ciascuno di noi ha in casa: i bimbi da piccoli, la nostra foto del diploma, quella del primo viaggio da soli, quelle in bianco e nero dei nostri nonni, e bisnonni. Ciascun ritratto racconta una storia, che si tramanda di generazione in generazione, di alcuni si perde memoria. È il corso naturale delle cose in una casa come le altre, in una casa come la nostra.

Il regno invisibile, di Rob Ryan - 2015 Ippocampo
Il regno invisibile, di Rob Ryan – 2015 Ippocampo

Non accade che un membro della famiglia sia dimenticato, nelle famiglie reali. Per ciascun membro di quelle famiglie c’è un lavoro sulla memoria collettiva che ottiene i suoi indelebili, seppur colorati o sbiaditi frutti.

Continuo a leggere e la storia che mi si racconta è quella di una famiglia reale, di come ciascuno per il solo fatto di essere nato in un luogo piuttosto che un altro abbia più diritto alla memoria costruita. Mi domando dove l’autore voglia condurmi e quindi, con la terza premessa lo comprendo: in un palazzo. Questa che leggo quindi è la storia di un palazzo e di come sia costruito per livelli e di come ogni livello abbia la sua importanza: dal piano più alto fino a quelli bassi, in cui vivono i servi. E i ciabattini.

Il regno invisibile, di Rob Ryan - 2015 Ippocampo
Il regno invisibile, di Rob Ryan – 2015 Ippocampo

Però no, non è il palazzo ciò di cui mi si racconta. È la storia, piuttosto, di un bambino. Un bambino solo, un bambino che è una silhouette nera, un bambino ritratto in due dimensioni. Piccolo, silenzioso.

A questo punto comincio a mettere assieme i pezzi: questa è una storia di ritratti, di una famiglia, di un palazzo, di un bambino, poi ragazzo. È una storia di memoria.

E leggendo comprendo che la stanza più importante non è tanto quella del re, ma la soffitta. Assieme alla stanza del ciabattino, il quale si rivela un amico prezioso per il bambino che non ha alcun compagno di giochi e che interagisce solo con gli adulti. Il bambino non ha mai abbandonato il palazzo, non ha idea di cosa sia la città. Per cui, quando la scopre è come se si aprisse davanti ai suoi occhi un mondo sconosciuto.

Come nelle fiabe, il bambino incontra il suo aiutante, umile, sì, ma in possesso di uno strumento magico (un inchiostro che si illumina e rivela disegni e scritte solo sotto la luce di una speciale torcia), che lo aiuta a fissare la propria immaginazione e al contempo a proteggerla da occhi indiscreti. Grazie a questo rituale, che metterà in atto ogni sera, il bambino trova un passaggio segreto verso l’esterno.

Alla morte del padre il suo destino è scritto e si compie: sarà re. Ma prima dovrà raccogliere la vera eredità lasciatagli dal padre, che non consiste in terre o palazzi, ma nella chiave della libertà.

Raccontare questo libro è complesso, perché la storia è molto articolata, complessa, e definendone i dettagli toglierei piacere alla vostra, di lettura. Ciò che non posso esimermi dal dirvi è di come le illustrazioni, realizzate con la tecnica del papercut, siano buie e luminose al contempo. Nelle notti cittadine i lampioni risplendono di una luce che par vera. L’inchiostro magico riluce su tacchi e tende.

La stessa sovraccoperta si trasforma in un grande poster con un opera, anch’essa a papercut, di Rob Ryan.

61scvxkmtl-_sx363_bo1204203200_Titolo: Il regno invisibile
Autore: Rob Ryan
Editore: Ippocampo
Dati: 2015, 62 pp., 18,00 €

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L’undicesimo passo

L'undicesimo passo di Sousan Taghdis, Ali Reza Goldouzian - 2016 Valentina editore

Talvolta i frutti più aspri lasciano in bocca un persistente senso di dolcezza. Forse si tratta della consapevolezza che mordendo la sensazione sarà di pizzicore, di freschezza, non di appagante tenerezza. Forse è per questo.

Oppure si tratta della speranza che sempre alberga negli animi liberi.

L'undicesimo passo di Sousan Taghdis, Ali Reza Goldouzian - 2016 Valentina editore
L’undicesimo passo di Sousan Taghdis, Ali Reza Goldouzian – 2016 Valentina editore

Talvolta certe storie illudono il lettore. Chi narra sa quali corde toccare per tenere accesa la speranza, per non lasciare che il filo rosso della tensione verso una risoluzione piena si spezzi. L’undicesimo passo è una di quelle. ‘Illudere’ però forse non è la parola giusta, perché ritengo che possa far travisare a chi legge l’affetto che nutro per questo tipo di storie a mezza strada tra il realismo e la leggenda. Più calzante sarebbe “dare l’impressione”. Quindi riformulo: talvolta, certe storie danno l’impressione al lettore che tutto andrà per il meglio, e questa impressione è l’elemento capace di trasfomare la disillusione in speranza; che è poi il persistente senso di dolcezza che lasciano in bocca i frutti più aspri.

L'undicesimo passo di Sousan Taghdis, Ali Reza Goldouzian - 2016 Valentina editore
L’undicesimo passo di Sousan Taghdis, Ali Reza Goldouzian – 2016 Valentina editore

Si racconta di un leoncino, nato per davvero e cresciuto per davvero in uno zoo, e il “per davvero” è quello delle storie antiche (questa ha origini persiane). Nato da una mamma amorevole e cresciuto felice. Il leoncino passeggiava nella sua gabbia: dieci passi per percorrerla tutta, da un lato al suo opposto. Non poteva fare un passo in più, perchè altrimenti avrebbe sbattuto il musetto contro le sbarre. E le sbarre sono in ogni pagina, difficile dimenticarsene; in ogni pagina segnano il confine tra quello che è all’interno e quello che è oltre e condizionano la prospettiva, domano lo sguardo.

I blocchetti di testo si appoggiano sul fianco destro di queste sbarre scure, esse danno il ritmo e segnano il passo.

Un giorno il custode dimentica la porta della gabbia aperta e il piccolo leoncino, un po’ curioso un po’ intimidito, esce. Esce e fa dieci passi. Poi si ferma e si addormenta ai piedi di un grande cespuglio. Non sa come compiere l’undicesimo passo, nessuno glielo ha insegnato. Non ne sente proprio il bisogno.

L'undicesimo passo di Sousan Taghdis, Ali Reza Goldouzian - 2016 Valentina editore
L’undicesimo passo di Sousan Taghdis, Ali Reza Goldouzian – 2016 Valentina editore

Lo zoo intero è in subbuglio; tutti sono in apprensione. Il piccolo leoncino dorme e si sveglia solo all’odore del cibo; si sveglia e torna nella gabbia, passo dopo passo fino a dieci. E le sbarre sono lì a tenere il tempo. Il leone cresce, ha dei cuccioli, non ha idea di quello che ha perduto. Tra i suoi cuccioli però ce n’è uno che infila il naso tra le sbarre e guarda oltre, continuando a contare tra sé e sé undici, dodici, tredici… regalando a noi e sé stesso una persistente dolcezza, e la visione, libera da sbarre, di un mondo da scoprire, liberi.

41ph64ks5nl-_sx463_bo1204203200_Titolo: L’undicesimo passo 
Autori: Sousan Taghdis, Ali R. Goldouzian
Editore: Valentina Edizioni
Dati: 2016, 24 pp., 12,00 €

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Una nave di folli carica di libertà

Come i risguardi possano aggiungere all’albo un pizzico di follia

O ubriachezza… ché ad aprire e chiudere, anche a socchiudere, i fiori bianchi e gli azzurri, i quadrati rossi ondeggiano, creano linee sbilenche, sembra quasi di star seduti a prua, su una nave dei folli in balia delle onde.

La nave dei folli, di Marco Taddei e Michele Rocchetti - Orecchio Acerbo 2016
La nave dei folli, di Marco Taddei e Michele Rocchetti – Orecchio Acerbo 2016
Come a mescolar tarocchi e dipinti celebri possano nascere illustrazioni irriverenti

Quando le si incrocia per la prima volta è difficile coglierne tutti i dettagli. E la sensazione di non aver visto qualcosa, che qualcosa sia sfuggito, resta anche dopo tutte le letture, tutti gli sguardi successivi. Esse, le illustrazioni, si fanno largo su una pagina intera e al contempo sono racchiuse entro un bordo, e poi ornate da una cornice che ne richiama il senso, come se non dovessero strabordare nel testo, che, di fianco, è anch’esso ornato da un capolettera colorato, sul quale veglia un’altra immagine, una miniatura, che invece rompe il limite del semicerchio in cui è racchiusa introducendo e accompagnando il titolo di ogni avventura.

La nave dei folli, di Marco Taddei e Michele Rocchetti - Orecchio Acerbo 2016
La nave dei folli, di Marco Taddei e Michele Rocchetti – Orecchio Acerbo 2016
Come a metter inseme follia, coraggio, intuizioni e fughe si dia vita ad avventure splendide

Brandano, che è il protagonista di questo libro (o lo è la libertà?), si ritrova un giorno grazie a una scorpacciata di sole di Mezzogiorno, a pensarla diversamente dagli altri in merito a una questione non in questione: la Terra è tonda. In realtà la Terra all’epoca di Brandano è piatta e le idee rivoluzionarie, le idee nuove, le idee insomma, non sono esattamente benviste. Il Borgomastro del paesello che Brandano andava a confondere lo mise quindi, idea e tutto, su una bagnarola: che andasse a provarla questa millantata tondezza. Brandano prende e parte ma prima cerca un equipaggio degno di tal nome e un vascello e trova entrambe le cose grazie a una fonte gratuita di manodopera: le galere.

La nave dei folli, di Marco Taddei e Michele Rocchetti - Orecchio Acerbo 2016
La nave dei folli, di Marco Taddei e Michele Rocchetti – Orecchio Acerbo 2016
Come matti o meno i marinai di Brandano diventano eroici protagonisti o anche Come tessere un buon intreccio costi ironia, rimandi e citazioni colte

Ché tra le righe e nei colori di questo albo di Marco Taddei e Michele Rocchetti ce ne sono decine e decine e, oltre al piacere di leggere si aggiunge il piacere di cogliere la sfida e trovarle tutte.

La nave dei folli, di Marco Taddei e Michele Rocchetti - Orecchio Acerbo 2016
La nave dei folli, di Marco Taddei e Michele Rocchetti – Orecchio Acerbo 2016
Come se durante la narrazione compare un fiore qualcuno prima o poi lo userà

Ma prima di usarlo, questo fiore dalle particolari proprietà, ci si imbatte in bestioni marini, draghi, isole in cui son tutti sonnambuli a parte una principessa che è colta, furba, che ama ed è riamata. Si arriva addirittura all’inferno, se ne risale la china e si sfugge ai diavoli e al destino.

La nave dei folli, di Marco Taddei e Michele Rocchetti - Orecchio Acerbo 2016
La nave dei folli, di Marco Taddei e Michele Rocchetti – Orecchio Acerbo 2016
Come a tornare alla condizione matta e libera si fa presto tutti

Brandano ritorna vittorioso e contento, matto più che mai. La terra è tonda e lui che ne ha visto il centro infuocato ben può affermarlo. E in un cerchio tondo, in un girotondo, che è anche un’allegoria dei piaceri in cui trova spazio anche la morte, la storia si chiude.

Nave-dei_folli_coverTitolo: La nave dei folli
Autore: Marco Taddei e Michele Rocchetti
Editore: Orecchio Acerbo
Dati: 2016, 48 pp., 16,50

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La gallinella che voleva vedere il mare

La gallinella che voleva vedere il mare, di Christian Jolibois e Christian Heinrich, edito da Nord Sud
La gallinella che voleva vedere il mare, di Christian Jolibois e Christian Heinrich, edito da Nord Sud
La gallinella che voleva vedere il mare, di Christian Jolibois e Christian Heinrich, edito da Nord Sud

Un libro illustrato che racconta una storia di coraggio, intraprendenza e libertà in cui non trovano alcuno spazio l’omologazione e la noia. La gallinella ha un nome molto classico, Carmela, ma per il resto non ci sta a seguire la tradizione che la vorrebbe a covare uova e a seguire il ritmo sempre uguale a se stesso del pollaio.

Carmela vuole vedere il mare! Lo dice ad alta voce, non è un desiderio inespresso, ma nessuno è d’accordo che lei abbia idee così velleitarie. Per cui decide da sé e, senza aspettare il permesso, parte alla volta del mare. Vive molte avventure e si districa in situazioni molto ingarbugliate e pericolose. Raggiunge il mare, conosce nuovi mondi, si innamora e poi, felice, fa ritorno al suo pollaio. [in stampatello maiuscolo, fa parte di una serie di 6 titoli che si chiama “polli ribelli”, si aggiunge agli altri il pro quello di poter proseguire nelle letture ribelli]

La gallinella che voleva vedere il mare, di Christian Jolibois e Christian Heinrich, edito da Nord SudTitolo: La gallinella che voleva vedere il mare
Autore: Christian Jolibois e Christian Heinrich
Editore: Nord Sud
Dati: 2015, 48 pp., 5,90 €

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Creature selvatiche (e libere)

Mi sono chiesta, prima di leggere questo libro,  se davvero avessi bisogno di un’altra storia di bambine emarginate, sfortunate, abbandonate, sole. Mi sono chiesta, prima di leggere questo libro, se non mi sarei piuttosto trovata di fronte a righe che potessero far leva sulla mia empatia verso questo genere di protagoniste, che potessero muovermi alle lacrime. E sono un po’ stanca di romanzi che muovono alle lacrime.

Ho deciso che sì, che quelle braccia spalancate in copertina, quella silhouette nera, capelli al vento, piedi ben fermi  (ai piedi un gatto) non potevano che essere foriere di libertà. E ho letto. E ho fatto benissimo.

  • Perché è un libro scritto con un lessico accurato e fresco
  • Perché i personaggi sono delineati in maniera completa e mai esaustiva
  • Perché Zoe è una bambina non ingabbiabile in uno standard
  • Perché ci sono un gatto vecchio e premuroso, e saggio e scontroso come tutti i vecchi, e una cerbiatta veloce e delicata, sfuggente e albina
  • Perché non manca il mistero
  • Perché non manca la tensione narrativa
  • Perché c’è un equilibrio perfetto tra dramma e allegria
  • Perché Zoe è sicura che anche lo zio Henry la abbandonerà, e questo invece non accade
  • Perché nessuna creatura, animale o umana che sia, viene addomestica

E per altre cose che vi dirò a seguire.

Zoe è una bambina di 11 anni, ha vissuto, fino al momento in cui è morta, con la madre malata di mente, in una condizione di degrado e solitudine, soggetta ai colpi di luna della madre e dei suoi numerosi compagni. Nonostante ciò è riuscita a maturare una propria personalità piuttosto equilibrata e originale, sebbene diffidente e, comprensibilmente spigolosa.

Alla morte della madre Zoe viene affidata alle cure dello zio, famoso scultore e celebre cardiologo, Henry. Giunta a casa di Henry la ragazzina stenta ad ambientarsi, sebbene dai piccoli gesti che accompagnano la sua esitazione traspaia il desiderio profondo di farlo.  I pochi vestiti riposti nei cassetti, un vecchio coniglietto marrone senza un orecchio sul letto. Henry è il fratellastro del padre, morto in un incidente stradale.

A casa di Henry c’è un gatto, o meglio un gatto orbita attorno alla casa di Henry senza che lui se ne curi, ma il gatto tutto osserva e tutto considera; annusa il pericolo, distingue nettamente i buoni dai cattivi. E sia Henry, sia Zoe, sia Fred, sia Bessie, dal cuore fragile e dalle trapunte che sembrano quadri, sono buoni. Il rapporto tra i due, zio e nipote, si consolida e si rafforza anche delle persone amiche di cui Henry si circonda. Zoe, un po’ più sicura del suo futuro, si spinge oltre la soglia della casa, esce all’esplorazione dei dintorni. Il gatto la segue, il gatto ci racconta, ci mette in guardia, ci rassicura. Le parole di Zoe si alternano alle sue, stesso spirito acuto, stessa cauta diffidenza, stesso istinto ferino. Zoe si imbatte in persone da evitare, in persone che ne comprendono le qualità, in numerosi libri, in una cerbiatta albina che la rifugge e al contempo la attende, e in una capanna da rimettere a nuovo piena di tesori e in vecchie fotografie che faranno luce su un passato che farà bene a tutti ricordare.

Avevo anticipato altri “perché”, altri buoni motivi per leggere Creature selvatiche. Non posso dire molto altro, ho il timore di rovinare qualche sorpresa, ce ne sono molte…

  • Perché la traduzione di Anna Patrucco Becchi è equilibrata, calza a pennello
  • Perché questa è un’opera prima di un’autrice, Clay Carmichael, e sorprende e tocca

51RRdMRbdTL._SX330_BO1,204,203,200_.jpgTitolo: Creature selvatiche
Autore: Clay Carmichael
Traduttore: Anna Patrucco Becchi
Editore: San Paolo
Dati: 2014, 288 pp., 18,00 €

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