E vissero tutti cattivi e scontenti

J. E. Millais, Isabella, 1848-49, Liverpool Walker Art Gallery.
J. E. Millais, Isabella, 1848-49, Liverpool Walker Art Gallery.

I fratelli di Lisabetta uccidon l’amante di lei: egli l’apparisce in sogno e mostrale dove sia sotterrato; ella occultamente disotterra la testa e mettela in un testo di bassilico, e quivi su piagnendo ogni dì per una grande ora, i fratelli gliele tolgono, ed ella se ne muore di dolore poco appresso.

Ho scelto Isabella di Millais per considerare quello che racconterò in queste righe sulla malvagità di intenti, sui finali crudeli, feroci, ingiusti, sui protagonisti lividi che del loro livore tutto imbrattano, anche il destino dei limpidi, anche il coraggio, anche la lealtà. E vincono. Perché no, non è detto che ogni fiaba debba concludersi con un “e vissero tutti felici e contenti” così come non è detto che debbano incominciare con un “c’era una volta”. Lo schema della malvagità si ripete, c’è stato più volte, e proprio in Lisabetta da Messina, dalla Quarta giornata del Decameron di Giovanni Boccaccio, infuso di realtà come in tutte le novelle, raggiunge una soglia molto complessa da metabolizzare.

Seduti attorno a una tavola imbandita, agiscono tutti i protagonisti della novella boccacciana, raccontando in un’unica immagine l’intera vicenda. In primo piano, sulla destra, sta Lisabetta, lievemente curva, come ad ascoltare il sussurro di Lorenzo che le porge un piatto con della frutta fresca. Lo sguardo di Lorenzo è immoto e altrove, fa già parte di un piano che non è più quello della realtà, che ci sussurra di morte. Anche gli occhi di Lisabetta rimangono quieti, in attesa di rivelazioni sostanziali, mentre la mano sinistra si posa sul capo di un cane fedele che si ripara sulle sue gambe. Alle spalle di entrambi un servo sembra a disagio, come se potesse e non riuscisse invece ad agire, mentre di fianco a Lorenzo una vecchia rivolge loro uno sguardo obliquo, di apprensione e commiserazione. Sempre in primo piano, sulla sinistra, uno dei fratelli di Lisabetta è ritratto nell’atto di calciare il cane, esplicitando i propositi malvagi di cui, assieme all’altro fratello, è portatore. Infine, il secondo fratello rosicchia le unghie pregustando l’attesa del gesto omicida mentre, nel pieno agire della crudeltà, ne vagheggia, rimirando un bicchiere di vino.

La novella, così come il dipinto, si svolge rapidamente, come senza possibilità d’azione, i buoni da una parte, i cattivi dall’altra si fronteggiano e studiano e già nel farlo i buoni sanno di dover soccombere. Si applica in entrambe le circostanze una hitchcockiana sospensione dell’attesa che dilata il tempo dell’azione e lo svela, anticipando con lentezza un finale annunciato.

Il principe cigno e altre undici fiabe segrete dei fratelli Grimm, illustrazioni di Fabian Negrin, Donzelli editore, 2014
Il principe cigno e altre undici fiabe segrete dei fratelli Grimm, illustrazioni di Fabian Negrin, Donzelli editore, 2014

Altra storia, altri fratelli. Siamo tra le pagine delle fiabe dei fratelli Grimm illustrate da Fabian Negrin. La storia è quella de La mano col coltello. A muoverne le fila l’invidia, tra tutte le manifestazioni della crudeltà una delle più alte. La storia è piuttosto semplice, mentre complessi sono i risvolti violenti, di una violenza che è sempre gratuita ma qui lo diventa in modo piuttosto sconclusionato, andando a colpire due innocenti e sostituendo alle vessazioni di genere una ancor più irragionevole e spietata crudeltà. La prima agente è la madre. Madre di quattro figli, di cui tre maschi e una femmina, tratta quest’ultima con la più totale indifferenza e la tormenta con inutili soprusi. La bambina ogni giorno è costretta a un lavoro faticoso tra la torba della brughiera e, per farlo meglio e più in fretta, la poveretta accetta di buon grado un gesto gentile da innamorato: un elfo della montagna le porge attraverso una fessura nella roccia un coltello dalle proprietà magiche (o forse semplicemente molto affilato) con il quale ella riesce a tagliare tutta la torba che le è necessaria. Al rientro bussa due volte sulla schiena della collina e l’elfo allunga la mano a riprendersi l’utensile. La ferocia della madre, che qui non è matrigna ma madre naturale, si alimenta del “successo” filiale tanto da inviare i fratelli a spiarne il percorso e le azioni. I tre, scoperto l’ingenuo escamotage, le sottraggono in malo modo il coltello e con esso mozzano la mano tesa dell’elfo che, convinto che la bambina l’avesse tradito, nessuno mai più vide.

Si tratta di crudeltà pasciuta alla biada dell’idiozia, ma non nuova alle fiabe di origine popolare che si nutrono di pregiudizi, di maschilismo, di brutalità. Nell’illustrazione di Fabian Negrin io leggo ancora di più, un tradimento ancora più profondo. I fratelli Grimm ci raccontano che l’elfo si sentì ingannato dalla bambina, ritenendola colpevole, non vedendo i reali autori dello scempio. Nella lettura, che si fa narrazione, della tavola in ecoline con glicerina di Negrin, però, ad altezza occhi, occhi grandi, attenti, che paiono proprio guardare, c’è un’ulteriore feritoia attraverso la quale l’elfo sembra rivolgere uno sguardo di premura alla fanciulla che, dall’altra parte, cautamente, afferra il coltello.

Sarebbe un allontanarsi consapevole, dunque, per una comprensibile paura, che lascia la bambina completamente sola. Il piano della narrazione è diviso tra realtà e magia ed entrambi ci sono manifesti, assistiamo da spettatori inermi a ciò che ai protagonisti della storia è precluso. E inermi ci allontaniamo, smarriti, persi.

Robert Browning, Il pifferaio magico di Hamelin, illustrazioni di Antonella Toffolo, Topipittori, 2007
Robert Browning, Il pifferaio magico di Hamelin, illustrazioni di Antonella Toffolo, Topipittori, 2007

La crudeltà che acceca è quella dell’avidità, dell’avarizia del porre davanti a ogni cosa, anche al sollievo, la tensione a ingannare il prossimo, a tessere trame di cupidigia. Il 22 luglio del 1376, nella città di Hamelin, qualcosa di terribile avvenne. Antonella Toffolo lo illustra in un nero venato di bianco in una splendida edizione de Il Pifferio magico di Hamelin di Robert Browning. Tutti i bambini di quella città, come topi al seguito del variopinto pifferaio, sparirono tra le pieghe di una montagna e non fecero più ritorno. Si tratta di una leggenda popolare di radice germanica che cita varie fonti, una più o meno probabile dell’altra (la peste, le crociate dei bambini…): la città di Hamelin si ritrovò invasa da migliaia di topi, spietati, sudici, invadenti. Gli amministratori in pellicce di ermellino, spaventati all’idea di perdere gli agi cui erano avvezzi, accettano l’aiuto di un pifferaio, un agente magico capace, grazie a uno strumento altrettanto magico, di liberare la città e i suoi abitanti dalla pulciosa piaga. Ma lo fa solo in cambio di una ricompensa, che peraltro ben misera appare in confronto al risultato che promette di ottenere. Come nella più classica delle fiabe, laddove gli strumenti del reale perdono di efficacia, a una situazione disperata si pone rimedio con l’intervento del sovrannaturale. Il pifferaio mantiene la promessa ed esige la propria ricompensa, ma la crudeltà, dell’ingratitudine, avvolge e soffoca i propositi e oppone risate sconce a una richiesta legittima. La realtà vorrebbe che, come supposto dai governanti, la storia si concludesse qui: i topi sono morti annegati nel fiume Weser, non possono più tornare. Ma la magia non è così magnanima, conosce altre strade, e quella delle viscere della montagna sembra quantomeno plausibile. E qui la crudeltà si fa spietata e assordante, seguendo un suono mellifluo e affascinante all’orecchio. Tutti i bambini si accodano al pifferaio e al suo flauto magico, scomparendo per non far più ritorno, lasciando i genitori e la città in un dolore sordo e silenzioso.

Tra tutti gli autori di fiabe, Perrault è l’unico a negare il lieto fine, persino in Cappuccetto Rosso non conosce mezze misure “quel malanno di Lupo si gettò sul povero Cappuccetto Rosso, e ne fece un boccone” ed è maestro nel mettere a punto la sospensione dell’incredulità e nel dare credito al gusto della crudeltà manifesto in ogni bambino. Nella prefazione a I racconti delle fate di Carlo Collodi, Giuseppe Pontiggia ne sottolinea in più punti questi tratti distintivi, che rendono giustizia alla struttura fiabesca popolare e di tradizione orale europea.

I racconti delle fate, Carlo Collodi, illustrazioni di Gustave Doré, Adelphi, 1976
I racconti delle fate, Carlo Collodi, illustrazioni di Gustave Doré, Adelphi, 1976

Vera infatti è la paura, veri i soprusi, cocenti i tradimenti, violenti gli assassini, i rapitori. Non c’è molto da edulcorare quando a ballare una ridda sfrenata è la crudeltà. E Collodi è stato maestro nel non tradire questi toni crudeli ma schietti dei Contes perraultiani che conoscono protagonisti dai gesti efferati: Barba-blu, Il Lupo di Cappuccetto Rosso, il padre di Pelle d’asino. Assassini, bestie dagli istinti ferini, padri senza amore, privi di pudore, orribili.

Il bimbo ascolta, freme, e però astraendo al piano dell’irrealtà (sono solo fiabe) qualcosa riconosce: la verità. E qualcosa impara, e da qualcosa si difende: la crudeltà è del nostro mondo e spesso non si redime.

Storia del bambino buono – Storia del bambino cattivo , Twain, Olmos – 2013 Logos edizioni
Storia del bambino buono – Storia del bambino cattivo , Twain, Olmos – 2013 Logos edizioni

E infine c’è una storia, anzi due. Una è La storia del bambino buono e l’altra è La storia del bambino cattivo, entrambe sono di Mark Twain ed entrambe, assieme nello stesso libro, ma con versi diversi, sono illustrate da Roger Olmos e si incontrano a metà strada. Dunque, c’era una volta un bambino buono di nome Jacob Blivens. Egli era talmente buono che gli altri bambini stentavano a capirlo, anzi, non lo capirono mai. Jacob era ubbidiente, era onesto, era rispettoso. Forse l’unica sua pecca era che “credeva nei bambini buoni dei libri della scuola domenicale, riponeva in loro la massima fiducia […] e nutriva la nobile ambizione di figurare” in uno di essi. Ma essere buoni, specie nei libri, può rivelarsi fatale. Lo dice Twain che adduce alla bontà più morti che alla tisi, e lo diciamo anche noi, considerato quanto letto e scritto finora. E infatti Jacob conosce un destino avverso, avverso sotto molteplici aspetti. E infine, di una fine truculenta che non starò qui a raccontare, muore.

E, dunque, c’era una volta un bambino cattivo di nome Jim. Ladro, violento, dispettoso fino al midollo. Jim era cattivo ma “tutto gli andava diversamente da come succede ai cattivi James dei libri”. Perché tutto gli andava meravigliosamente e sanguinosamente (per gli altri) bene. Anche il fine è lieto per Jim, “il peccatore nato sotto una buona stella”.

Scavando nell’archivio della mia memoria, di cattivi che non si redimono, di cattivi che hanno la meglio, di cattivi che si giovano della propria malvagità ne ho scovati tanti. Alcuni li ho dovuti tralasciare per il loro non essere davvero e profondamente cattivi (penso a Cagliuso, rinarrata da Giambattista Basile, cattivo di ingratitudine), altri hanno condito di brividi la mia anima bambina, quella che mi trattiene, e dolcemente, in quella proiezione di mondo che sono le fiabe, quella che ho sperimentato da bambina, passeggiando, e spesso, tra pagine impervie a passo piuttosto incauto. Tra tutti i protagonisti malvagi che ho incontrato, quello che reputavo e reputo più disturbante è il destino crudele, perché esso implica un fatalismo che esula dall’oggettività, sia essa reale, sia essa fiabesca. E fa paura, molta più di quanta potrebbe farne l’orco di Pollicino, giacché da quello, e sin da bambini, abbiamo imparato a difenderci a suon di briciole, di maniche rimboccate e trovate geniali.

Articolo pubblicato per la prima volta su Libri Calzelunghe nel 2016, cliccando su questo link e accedendovi potrete trovare anche la bibliografia relativa a questo pezzo e molti altri articoli rientranti nel tema dei Libri disobbedienti

Fiabe d’inverno. 13 storie di neve e di Natale

Fiabe d'inverno, Fiaba del re delle nevi, Tadeusz Kubiak, Zbigniev Rychlichi - Logos, Taschen, 2014
Fiabe d’inverno, Fiaba del re delle nevi, Tadeusz Kubiak, Zbigniev Rychlichi – Logos, Taschen, 2014

Fiabe da raccontare ad alta voce, d’inverno. Fiabe classiche trasportate dal vento morbido della tradizione orale per riscaldare gli animi, per narrare con voci dal timbro e dall’intensità diverse del Natale di tutto il mondo. Gli immaginari cambiano, il trasporto di grandi e piccini no, si mantiene inalterato sia che ci si trovi tra renne e ghiacci, sia che si miri a colpire una pignatta piena di dolci con sulle spalle solo uno scialle leggero.

Fiabe d'inverno, Il cavallino rosso, Elsa Moeschlin - Logos, Taschen, 2014
Fiabe d’inverno, Il cavallino rosso, Elsa Moeschlin – Logos, Taschen, 2014

Storie antiche, come la poesia “La notte prima di Natale” di Clement C. Moore (1912, ‘T was the Night Before Christmas), e storie più recenti, “Il Cowboy di Natale” di Joan Walsh Anglund (1972), per esempio. Tutte ruotano attorno all’inverno, al Natale, a quei giorni centrali di una stagione densissima a livello simbolico che si barcamena tra il calore intenso delle feste e le insidie del gelo, del freddo.

Fiabe d'inverno, Gli animali amichevoli, Laura Nelson Baker, Nicolas Sidjakov - Logos, Taschen, 2014
Fiabe d’inverno, Gli animali amichevoli, Laura Nelson Baker, Nicolas Sidjakov – Logos, Taschen, 2014

Le storie sono splendidamente illustrate da artisti di varia provenienza: americani, ungheresi, messicani, norvegesi, polacchi e russi. Stili diversissimi ma ugualmente portatori di una lingua comune, che segue la traccia universale dell’empatia mettendo in relazione testo e immagini alla maniera classica ma conferendo a questo rapporto una concezione e un gusto moderni. La raccolta, curata da Noel Daniel (e quale nome sarebbe stato meglio?), è concepita e allestita con una grazia e un gusto toccanti: prima ancora di leggerlo il volume è d’impatto, rapisce, invita a sfogliare pagina dopo pagina a farsi condurre nei luoghi più remoti della Terra o in città sognanti, in piccoli villaggi o tra le mura di una stalla, di una casa.

Fiabe d'inverno, I bambini amichevoli, Sibylle Olfers - Logos, Taschen, 2014
Fiabe d’inverno, I bambini amichevoli, Sibylle Olfers – Logos, Taschen, 2014

Difficile designare una prediletta tra le tredici senza avere ripensamenti. Per me la più intensa è stata Il cavallino rosso per essere in perfetto equilibrio tra testo e parola, per avere quella giusta lunghezza e quella giusta cadenza narrante che richiede una fiaba invernale da leggere sotto il piumone o davanti al camino. Di un’unica autrice, Elsa Moeschlin, perfetta.

Ma, ed ecco i ripensamenti, Gli animali amichevoli di Laura Nelson Baker e Nicolas Sidjakov, parlano una lingua di carezze e affetto, musicale e classica mentre i loro ritratti ne suggeriscono una calda e contemporanea, da reiterare ancora e ancora.

Fiabe d'inverno, Il cowboy di Natale, JoanWalsh Anglund - Logos, Taschen, 2014
Fiabe d’inverno, Il cowboy di Natale, JoanWalsh Anglund – Logos, Taschen, 2014

Fiabe d’inverno è entrato a far parte a pieno titolo della libreria della mia bambina, e suggerisco, se potessi con un canto celestiale, di regalarlo anche ai vostri.

9783836548878web-800x800Titolo: Fiabe d’inverno; 13 storie di neve e di Natale
Autore: Noel Daniel
Editore: Taschen
Dati: 2014, 320 pp., 29,99 €

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Il calendario dell’avvento di AtlantideKids 2014.

Il coniglietto di Natale, Olga Lecaye, Nadja - Babalibri

 

Un libro al giorno, ventiquattro libri da leggere e rileggere in attesa del Natale. Ho selezionato albi illustrati, narrativa, visioni laiche che prendono le mosse dal momento più atteso per chi invece crede. Ho scelto libri che invitassero alla lettura partecipata, così come altri da gustare da soli, avvolti in una coperta morbida, nel caldo molle e profumato delle festività natalizie. Vi invito a metterne qualcuno sotto l’albero o nella calza della Befana. Quali tra i tanti? Beh… questo decidetelo voi, io da parte mia ne considererò uno al giorno, quindi l’appuntamento è su questa pagina dal primo al 24 dicembre.

  1. Fiabe d’inverno, Noel Daniel – Logos, Taschen
  2. Un canto di Natale, Dickens, Innocenti – La Margherita
  3. Il pianeta degli alberi di Natale, Bruno Munari (G. Rodari)- Einaudi
  4. Il dono dei magi, O. Henry, Amit – Orecchio acerbo
  5. Il Natale di Pippi – Astrid Lindgren, La nuova Frontiera
  6. Il Natale, Nathalie Choux – Gallucci
  7. Ute Krause, Il complotto dei Babbi Natale – Babalibri
  8. Camillo e il regalo di Natale, Ole Könnecke – Beisler 2014
  9. Le Lettere di Babbo Natale, Tolkien – Bompiani
  10. Storia di un uomo di neve, Maria Loretta Giraldo Cristina Pieropan, Rizzoli
  11. Jingle Bells, Puttapipat Niroot – Emme edizioni
  12. Quanto manca?, Giulia Orecchia – Emme edizioni
  13. Il coniglietto di Natale, Olga Lecaye – Babalibri
  14. La bambina di neve, Kiyoto- Sakata, Hawthorne – Topipittori
  15. Meravigliosi racconti di Natale, Gontier – Einaudi 
  16. La storia del Natale, Pamela Dalton – Gallucci
  17. L’incredibile storia di Lavinia, Bianca Pitzorno – Einaudi ragazzi
  18. Natale nella stalla, Astrid Lindgren – Il gioco di leggere
  19. Betta sa fare tutto (o quasi), Astrid Lindgren, Ilon Wikland – Il gioco di Leggere
  20. Nel bianco, Lamarque – Margherita edizioni
  21. Papà, decoriamo l’albero di Natale? Mireille d’Allancé – Babalibri
  22. L’abete – H. Christian Andersen – Interlinea
  23. L’errore di Babbo Natale, Richard Curtis – Gallucci

Il sogno americano si infrange assieme alla letteratura edificante grazie a una bambino buono e a uno cattivo

Storia del bambino buono - Storia del bambino cattivo , Twain, Olmos - 2013 Logos edizioni
Storia del bambino buono – Storia del bambino cattivo , Twain, Olmos – 2013 Logos edizioni

Due grandi autori si muovono sullo stesso livello di interpretazione e danno luogo a due storie (o meglio tre) che, come prima cosa, mettono in evidenza quanto sia importante far pace con l’idea che bene e male, bontà e cattiveria, convivano in ciascuno di noi e adoperarsi, quindi, affinché trovino un equilibrio cosciente e scevro di ipocrisia.

La storia del Visconte dimezzato del quale la parte buona se ne va per campi e colline del tutto separata da quella cattiva, errante anch’essa ma per vie tutte sue, di Calvino ci è probabilmente più familiare, quella del secondo, dimezzata anch’essa ma in due parti distinte con due protagonisti speculari ma diversissimi, di  Twain, certamente un po’ meno, ma ancora per poco, spero. Si tratta della storia di un bambino buono, tanto innocentemente buono, e di un bambino cattivo, tanto coscientemente cattivo (Storia del bambino buono – Storia del bambino cattivo).

Storia del bambino buono - Storia del bambino cattivo , Twain, Olmos - 2013 Logos edizioni
Storia del bambino buono – Storia del bambino cattivo , Twain, Olmos – 2013 Logos edizioni

Incomincerei dal bambino cattivo che, assolutamente in linea con la storia, mi ha coinvolto molto più del bambino buono. Si chiama Jim e non è uno di quei monelli a noi familiari i quali, lo sappiamo, ne combinano di cotte e di crude ma alla fine, vuoi per crescita, vuoi a suon di schiaffoni, vuoi per qualche sfortunato, sfortunatissimo accidente, si ritrovano più o meno consapevolmente a concludere le loro storie buoni come giuggiole; davanti a Jim anche il più incorreggibile dei Tom Sawyer,  il più maleducato dei Gianburrasca se la darebbe a gambe levate, promettendo di fare ammenda per i guai combinati, presenti e futuri.

Jim è un bambino capace di fare dispetti crudeli, di rubare, di mostrarsi prepotente e irriconoscente quale è senza pagarne mai le conseguenze. “Questo Jim aveva una fortuna sfacciata – doveva essere quello il suo segreto. Non gli accadeva mai niente di male”. Sull’altro versante, in un contesto capovolto e capovolgendo contestualmente il libro, ecco Jacob. Buono, pio, disponibile e gentile, sempre alla ricerca di un modo nuovo per aiutare il prossimo, per raggiungere la perfezione del bambino modello. Però, “qualunque cosa facesse, questo bambino si metteva nei guai. Le stesse cose per cui i bambini dei libri venivano ricompensati per lui si rivelavano il peggiore degli affari”. E Twain non si ferma qui, porta i due bambini iperbolici verso due finali altrettanto iperbolici: il primo cresce e diventa un malvagio farabutto ricco e stimato da tutti, il secondo non cresce perché, prima che ne abbia la possibilità, muore. Il tutto non lesinando scene macabre, eventi crudeli. Si tratta di uno scherzo letterario, di una burla autoriale; non a caso non c’è una vera e propria trama, e i due protagonisti sono personaggi senza evoluzione, identici a sé stessi.

Storia del bambino buono - Storia del bambino cattivo , Twain, Olmos - 2013 Logos edizioni
Storia del bambino buono – Storia del bambino cattivo , Twain, Olmos – 2013 Logos edizioni

Ma questo è un libro del 1865; è partendo da qui che si scioglie sul nascere il dibattito che certamente si solleverebbe (e in me con me stessa ha naturalmente suscitato) se questo sia o meno un libro per bambini. Lo è o meglio, appunto, lo era nel suo contesto storico e sociale, nel contesto letterario americano infarcito e contaminato da libricini domenicali dai contenuti melensi ed edificanti. Sono questi i cardini su cui Twain si muove, oliati da un’ironia tagliente e senza filtri. Oggi io consiglierei la lettura di questi due racconti ai bambini di almeno 10 anni, capaci di riderci su senza farsi confondere o turbare dagli eventi, sebbene nessun bambino sia esente da empatia, a nessuna età.

Roger Olmos, infine, riserva all’ironia di Twain illustrazioni iperboliche anch’esse, surreali, sognanti. Evanescenti a tratti quelle che ritraggono Jacob, livide quelle dedicate a Jim. Olmos forza le prospettive, crea alberi dall’unico frutto, indugia sui dettagli per poi dar loro spazi macroscopici, traslando nella realtà concreta dell’illustrazione quella irreale dell’incubo.

copertina bambino cattivocopertina bambino buono

Titolo: Storia del bambino buono – Storia del bambino cattivo
Autore: Mark Twain
Illustratore: Roger Olmos
Editore: Logos
Dati: 2012, 48 pp., 18,00 €

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13 articoli per il 2013

Il 2013 di AtlantideKids riflette il mio personale anno che se ne va: denso e dolce. Ho avuto solo in pochi casi tra le mani libri mediocri, molto più spesso mi sono confrontata con libri splendidi, talvolta indimenticabili. Ho indagato tra le recensioni che avete più gradito e vi riporto la classifica delle prime dieci. Poi riporto le mie tre preferite. Naturalmente i libri ve li consiglio tutti e 13 e nel farlo vi auguro buon anno nuovo.

  1. Buon compleanno Wally! L’irresistibile e intramontabile Wally, sempre in cima alla classifica
  2. Niente è solo ciò che sembra, un secondo posto inatteso per Magritte e le sue mele che non sono mele
  3. A spasso col Gruffalò dalle zanne affilate e da bava di mostro bagnate
  4. L’albero alfabeto di Leo Lionni
  5. Una zuppa di sasso amatissimo da genitori e bimbi
  6. Il libro bianco della nuova Minibombo nata proprio in questo anno
  7. Alla ricerca della leggerezza perduta, ché, a quanto pare, di leggerezza ce n’è sempre bisogno
  8. A caccia dell’orso, splendido classico tra i classici moderni
  9. Il giardino segreto in punta di pennino per bambini amanti della china e dei dettagli
  10. E buonanotte ai sognatori, per uomini e animali, per grandi e piccini amanti dei pisolini

Questi i 10 articoli da voi preferiti; adesso i miei tre.

  1. Miss Charity, romanzo delizioso
  2. Questo cappello mi calza a pennello, seconda avventura a base di cappelli a firma Klassen
  3. Il fico più dolce ha il sapore del riscatto di Chris Van Allsburg

Il fico più dolce ha il sapore del riscatto

Il fico più dolce, Chris Van Allsburg - 2013, Logos edizioni
Il fico più dolce, Chris Van Allsburg – 2013, Logos edizioni

Monsieur Bibot è irritante, egoista, bigio. Un dentista dedito al guadagno senza scrupoli, un uomo solo e rigido, avido. Si presenta per quello che è senza filtri, a parte quello seppia che rende ogni tavola una foto virata su toni sofisticati, non instaura nessun rapporto di empatia con il lettore, è arido eppure è un protagonista forte che coinvolge, del quale si è portati a voler conosce il destino.

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Il fico più dolce, Chris Van Allsburg – 2013, Logos edizioni

D’altra parte è esattamente questo il delizioso meccanismo di fascinazione iperrealista cui Chris Van Allsburg ci ha abituati: con un uso sapientissimo dei tempi sospesi la narrazione coinvolge in qualsiasi minimo accidente capiti al pur scostante protagonista offrendo prospettive e nel lessico e nelle illustrazioni, che rendono la lettura partecipe.

Monsieur Bibot, lo dicevo prima, è un dentista. Un giorno si presenta nel suo studio una vecchina sofferente alla quale pratica un intervento d’urgenza sperando in un compenso extra. La paziente però non ha soldi per pagare, gli offre tuttavia due fichi, precisando come essi abbiano delle proprietà magiche: sono infatti capaci di realizzare i sogni di chi dovesse mangiarli. Sdegnato da questo misero compenso, e assolutamente scettico, il dentista prende comunque i frutti e li porta a casa.

Il fico più dolce, Chris Van Allsburg - 2013, Logos edizioni
Il fico più dolce, Chris Van Allsburg – 2013, Logos edizioni

A casa ad attenderlo c’è un cagnolino, Stuart, che Bibot maltratta e al quale non offre nessun tipo d’affetto o attenzione tutto preso com’è dal preservare l’ordine e mantenere la disciplina; quello tra questo padrone e il suo cane ricorda il rapporto prevaricante padrone/schiavo, che induce chi legge a disprezzare il primo e prendere le parti del secondo. A cena quella stessa sera Bibot consuma uno dei fichi, che si rivela delizioso. La mattina seguente il dentista si ritrova in situazioni surreali: suo malgrado al centro dell’attenzione di tutti perché è sceso in strada in canottiera e mutande mentre la Torre Eiffel appare ripiegata su se stessa… esattamente come nel sogno della notte precedente.

Il fico più dolce, Chris Van Allsburg - 2013, Logos edizioni
Il fico più dolce, Chris Van Allsburg – 2013, Logos edizioni

Da qui in poi il metodico Monsieur Bibot sarà tutto teso a sognare ciò che desidera per poterlo veder realizzato. Giorno dopo giorno si sforza di concentrarsi su questo obiettivo e quando, notte dopo notte, vi riesce, finalmente decide che è la sera giusta per mangiare il secondo fico. Stuart però, stanco di maltrattamenti e desideroso di rivalsa, ruba il fico dal piattino in cui Bibot l’aveva riposto e lo mangia. Da qui in poi è un rocambolesco avviarsi verso un finale che capovolge tutto: storie, protagonisti, punti di vista e sogni. Un finale sorprendente e dolcissimo di quella dolcezza dei fichi: pastosa, mai stucchevole, pungente.

Lettura imperdibile pervasa da un senso dell’ironia raro che consiglio ai lettori dai sette anni in su e, vivamente, ai loro genitori.

Pagina dopo pagina le fiabe cui questa mi ha fatto pensare sono state diverse, ognuna per ragioni differenti: Le fate e I tre desideri di Perrault e Il fagiolo magico.; provate a rileggerle. Un’ultima cosa: ricordate della consuetudine di Chris Van Allsburg di nascondere in una delle tavole di ogni suo libro un terrier di nome Fritz. Naturalmente Fritz è anche in questa storia, riuscite a trovarlo?

copertinaTitolo: Il fico più dolce
Autore: Chris Van Allsburg
Editore: Logos
Dti: 2013, 35 pp., 15,00 €

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La città d’oro: Jumanji!

Jumanji, Chris van Allsburg - 2013, Logos
Jumanji, Chris van Allsburg – 2013, Logos

Jumanji di Chris Van Allsburg è storia nota, chi non l’avesse letto probabilmente avrà visto il film e se ne sarà fatto un’idea. Avere tra le mani l’albo e godere di questa storia è però tutt’altra cosa: Peter e Judy, fratelli, rimasti a casa da soli devono trovare il modo per trascorrere il pomeriggio. Nel parco trovano abbandonato un gioco da tavolo e decidono di portarlo a casa e giocarci assieme. Al gioco è allegato un biglietto che reca una raccomandazione, un avviso: una volta iniziato il gioco deve essere concluso. Si tratta, in fondo, di una sorta di gioco dell’oca la cui ultima casella è Jumamji, la città d’oro. Sembra banale, e anche poco divertente ma l’alternativa non c’è per cui i due ragazzini cominciano a giocare. Qui incomincia l’avventura che, fino alla sua conclusione, sarà un susseguirsi di eventi improbabili ed entusiasmanti.

Jumanji, Chris van Allsburg - 2013, Logos
Jumanji, Chris van Allsburg – 2013, Logos

Le illustrazioni si muovono nel difficile campo dei toni del grigio. Spazio e prospettiva sono usati per creare punti di fuga e punti di vista differenti; proprio questa tecnica è volta a drammatizzare l’azione che ne risente con una naturalezza molto elegante. Gli ambienti in grigio e minimali rispecchiano il rigore in cui sono abituati a vivere questi bambini, e, presumibilmente, il grigiore della noia che sembra affliggere persino i loro giochi, i quali, piuttosto che essere usati per divertirsi, alla prima occasione sono sparsi in giro in un atto di ribellione verso i genitori che però è fine a se stesso visto che genera altra noia e non è per nulla costruttivo.

Jumanji, Chris van Allsburg - 2013, Logos
Jumanji, Chris van Allsburg – 2013, Logos

Ogni casella su cui si fermano Judy e Peter, a turno, richiama da un mondo fantastico e tropicale esseri straordinari. Il primo a fare irruzione in casa, apparendo direttamente spaparanzato sul pianoforte, è un grosso e minaccioso leone che sconvolge i bambini e si integra perfettamente nel contesto. Poi sarà la volta dei rinoceronti che sembrano scolpiti nel granito e ciononostante si materializzano in un movimento plastico, sottolineato da filo del telefono e della lampada che, nella furia turbolenta della carica, si trascinano appresso.

L’esplorazione sembra tacitamente concentrata nel sottile limes tra la realtà e l’immaginazione: i bambini fremono per l’avventura e si meravigliano dinanzi al susseguirsi di apparizioni che assumono rapidamente fattezze concrete alla semplice loro evocazione; contestualmente riportano la dimensione all’ambito casalingo così preoccupati come sono della reazione materna al disordine che scimmie e leoni hanno diffuso per casa.

Frasi brevi dal lessico limpido introducono il lettore direttamente nel campo narrativo dell’azione, contribuendo a rendere il quadro descrittivo in equilibrio con le illustrazioni. Ogni cosa di cui si parla, ogni evento, ogni animale che i bambini evocano è descritto incisivamente; sul tabellone i bimbi incappano in un incidente: le scimmie rubano il cibo, salta un turno.  Contestualmente dalla cucina giunge uno sferragliare di pentole e un fracasso di utensili caduti. In una brevissima tappa sintattica, Allsburg traduce un’azione complessa che include il gioco, l’apparizione delle scimmie, la conseguente reazione da parte dei ragazzi e il progredire della storia. Le scimmie stanno effettivamente rubando il cibo in cucina e i ragazzini, a causa del turno da saltare, hanno il tempo di compiere l’azione di controllo e gestione del danno, e, anche, di preoccuparsi della reazione dei genitori.

Jumanji, Chris van Allsburg - 2013, Logos
Jumanji, Chris van Allsburg – 2013, Logos

La punteggiatura, usata senza risparmio nei dialoghi, ha il compito di adoperarsi per rendere pause e timbri che portino la lettura sulla stessa linea temporale della narrazione; per rendere le azioni dei bambini degli eventi realmente precipitosi, da affrontare con determinazione e con la naturale, quando non dovuta, titubanza. “Io non credo” disse Peter tra un rantolo e l’altro ” di voler… giocare… ancora… a questo gioco”.

Un ruolo decisivo lo gioca, poi, il tempo. “Io e vostro padre torneremo dopo l’opera”. L’ordine sarà ristabilito giocoforza entro un determinato lasso di tempo. È chiaro sin da questa affermazione, che ha  il tono di una minaccia. I bambini ne hanno piena coscienza, da qui il tono lievemente angosciato che ombreggia alcune scene; a tenere il conto del tempo che scorre sveglie e pendoli fanno capolino in alcune tavole: il tempo scorre, quello reale, nonostante i serpenti e i rinoceronti, verso un ritorno alla normalità che coincide non solo con il liberatorio Jumanji! urlato all’arrivo, alla fine del gioco (avventura/disavventura), ma anche con il rincasare dei genitori e dei loro amici. Alla domanda “avete passato un pomeriggio entusiasmante?” (che sembra anche un po’ provocatoria rivolta a dei ragazzini lasciati da soli in casa cui è stato ingiunto di non mettere disordine) i bambini rispondono con la verità e raccontano di malattie del sonno, inondazioni, leoni e temporali, introducendo nel reale il surreale con naturalezza. Il tutto si risolve con una risata che è di supponente incredulità da parte degli adulti e di sorniona consapevolezza da parte di Judy e Peter che vedranno legittimati i loro fantastici accidenti da un finale aperto: i fratelli alla fine del gioco ripongono il gioco laddove l’avevano trovato, altri due ragazzi lo trovano e lo portano via. Cosa accadrà loro?

 

Se avete avuto l’occasione di leggere altri libri di Chris Van Allsburg, saprete che in ogni sua storia inserisce un terrier di nome Fritz. Qui in Jumanji io l’ho scovato nelle vesti di un cane a rotelle e visto che sono curiosa l’ho cercato anche altrove…

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copTitolo: Jumanji
Autore: Chris Van Allsburg
Editore: Logos
Dati: 2013, 32 pp., 15,00 €

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Lo sguardo senza filtro dei bambini gonfia di rivalsa un palloncino rosso

Il palloncino, Isol

“Comunicare con i bambini è la cosa più semplice da fare giacché sono sempre pronti con le orecchie dritte, con gli occhi spalancati, le manine agili e curiose. Comunicare è semplice ma, secondo me, è necessario farlo con meno cautele rispetto a quanto certe paure contemporanee ci spingono e costringono a farlo. E il potere comunicativo delle fiabe ha un potenziale enorme, non computabile”. Così aprivo un articolo su La bella Griselda di Isol. E non posso fare a meno di riportare questo incipit, giacché, con diversi esiti, calza a pennello anche a Il Palloncino.

Il palloncino, Isol - Logos 2011
Il palloncino, Isol – Logos 2011

Che Isol sia perfida e senza pietà è ben noto; che proprio la sua perfidia sia la linfa vitale delle brevi e pungenti  storie che scrive e illustra è altrettanto noto, così come vero.  Che sia artista apprezzata nel mondo e che la lista dei premi da lei vinti sia lunghissima (ultimo quello assegnatole a Bologna pochi giorni fa, il celebre e probabilmente il più prestigioso tra i premi destinati agli autori della letteratura per l’infanzia: il Premio letterario Astrid Lindgren 2013 – ALMA) è cosa buona e giusta per il suo essere un’artista completa, intelligente, divertente e raffinata e per il suo saper traslare nelle proprie storie le stesse qualità. Ma che tra i pochi titoli pubblicati in italiano di Isol (tutti editi da Logos) ce ne siano anche di controversi è altrettanto vero, perlomeno secondo il mio punto di vista. Per alcune ragioni che andrò via via a esplicitare.

Piacciono molto ai genitori che li leggono sornioni, ridacchiando e apprezzandone l’ironica crudeltà; i genitori in questione a volte non si fanno nemmeno molti scrupoli a spendere 14,00 euro per un libricino di dimensioni ridotte e poche pagine seppur di pregiata fattura editoriale. Ma mi chiedo: piacerebbe davvero ai bambini, (piace?), Il palloncino?

Il palloncino, Isol - Logos 2011
Il palloncino, Isol – Logos 2011

Camilla ha una mamma di quelle che strillano, si agitano e strillano tanto da diventar paonazze, rosse e gonfie come un palloncino. Un giorno Camilla, sorprendentemente ieratica dinanzi alle arrabbiature della madre, desidera che la mamma divenga un palloncino e il suo desiderio diviene realtà. Il palloncino ha in comune con la mamma il rosso e le forme tondeggianti. Per il resto è silenzioso e questo a Camilla basta. La bambina lo porta al parco e lì incontra un bimbo per mano alla propria mamma, longilinea e bella; “Che bel palloncino!” le dice il bambino. “Che bella mamma!”, risponde Camilla. “E tutte e due se ne tornano a casa, pensando: “Pazienza… Non si può mica avere tutto!”.

Ebbene, il libricino in questione è destinato a bimbi di due anni, e su questa scelta mi trovo d’accordo con l’editore, giacché ritengo che sia esattamente quella l’età piena dell’egocentrismo/egoismo dei bambini, che poco si preoccupano dei sentimenti di coloro che stanno attorno al loro (che forse sono lì per far loro da cornice, che altro senso avrebbero, altrimenti?).

Il palloncino, Isol - Logos 2011
Il palloncino, Isol – Logos 2011

Però, possibile che per sottolineare la crudele arguzia di Camilla si debba ridurre il ruolo della madre a mera urlatrice? Che i bimbi siano tanto intelligenti e pungenti si sa, ma siamo certi che oltre a saziare il proprio egocentrismo in queste pagine trovino anche altro? Non si tratta piuttosto di far leva sulla necessità di espiazione dei genitori urlanti, distratti, di fretta, inducendoli a ridere di quella che spesso (non sempre ma spesso) è una manifestazione altrettanto umana della propria condizione? Insomma mi chiedo: che lavoro faccia la mamma di Camilla, se sia amata, se Camilla sia esasperante o meno, se la mamma abbia la possibilità di far frequentare a Camilla un asilo nido, se sia sola, se sia felice.  Se la mamma alta e coi capelli fluenti incontrata al Parco abbia a casa una governante che mentre passeggia col proprio bambino (beata lei) stia preparando il pranzo al posto suo… insomma, mi sembra che si rida di un disagio e non lo condivido, giacché sono convinta che dietro all’urlo di molte madri urlanti ci sia sempre un disagio (ritengo infatti che a nessuno piaccia urlare o agitarsi) e che non tutte le madri abbiano la fortuna di poter sorridere sempre.  Peraltro quelle che lo fanno, spesso non hanno idea del loro essere privilegiate.isol

Per tornare al rapporto dei bambini coi libri: il bimbo di due anni si sente attratto dal palloncino rosso (e chiunque abbia avuto a che vedere con un bimbo di due anni sa che cosa farebbe per averne uno);  e si diverte. Apprezza le illustrazioni, sebbene non colga l’ironico senso di fondo. I bimbi più grandi si commuovono e si pongono domande. Domande di diverso genere: tornerà la mamma di Camilla? Ma è morta la mamma di Camilla? Ma adesso chi c’è a casa di Camilla?

Altri, giacché lo sguardo dei bambini è consapevole sempre, in ogni circostanza, alla prima occasione minacceranno fieri: “guarda mamma (o all’occorrenza papà) che ti trasformo in un palloncino!”

copertina isolTitolo: Il palloncino
Autore: Isol
Editore: Logos
Dati: 2011, 32 pp., 14,00 €

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Che le storie siano scomode, che siano anche amare, che facciano crescere.

copertina Bella Griselda - Isol

Comunicare con i bambini è la cosa più semplice da fare giacché sono sempre pronti con le orecchie dritte, con gli occhi spalancati, le manine agili e curiose. Comunicare è semplice ma, secondo me, è necessario farlo con meno cautele rispetto a quanto certe paure contemporanee ci spingono e costringono a farlo. E il potere comunicativo delle fiabe ha un potenziale enorme, non computabile.

Riflettevo dunque sul fatto che molto spesso si tende a edulcorare fiabe classiche che funzionano perfettamente così come sono state strutturate e pensate da secoli. Mi sono allora sforzata di ricordare come fosse quando io ero bambina, bambina fortunata dal nonno cantastorie e con dei genitori e delle zie pazienti ed entusiasti lettori, e ricordo che il lupo de I tre porcellini finiva bollito nel calderone appositamente piazzato nel camino acceso dal furbo fratellino maggiore; ricordo senza dubbio che La bambina di neve si scioglieva e spariva, non esisteva più; che crudele era il destino dei bambini di Hamelin; ricordo chiaramente che Pollicino e i suoi fratelli venivano abbandonati nel bosco e che uccidevano le figlie dell’orco per salvarsi la pelle; così come Hansel e Gretel, anche loro, e più volte, abbandonati dai genitori, uccidevano la strega cuocendola nel forno. Serviva a esorcizzare, serviva a farmi comprendere che ci si può e deve liberare, che è necessario trovare la forza di reagire. I bambini comunicano e comprendono con una immediatezza ingenua che è estranea all’adulto, sebbene ogni adulto l’abbia sperimentata egli stesso da bambino. L’irrealtà, l’assurda ed estrema crudeltà di alcuni momenti fiabeschi giocano il ruolo essenziale della comprensione della propria realtà. Certo gioca molto il ruolo del genitore. Come quando si parla conta molto il tono, sono convinta che nel narrare il tono sia essenziale e serve a mettere distanza tra quello che è, il momento di cura parentale per eccellenza che è quello del raccontare al proprio bambino una storia, e quello che non è, che è semplice, pura, invenzione; le storie classiche così come quelle intelligenti sono veramente, veramente fantastiche. Starei alla larga, piuttosto, da certi maschilismi tutti zucchero e canditi di alcuni cartoni Disney i cui sceneggiatori nell’edulcorare le fiabe si rivelavano certamente eccezionali autori (trovo terribilmente diseducativo per i bambini la questione del vestito di Cenerentola, per esempio, sebbene le scene e le canzoncine che ruotano attorno a quel tema siano memorabili).

La bella Griselda - Isol

Per questa ragione ho letto con vivo divertimento la storia de La bella Griselda di Isol alla mia bambina. La storia di una principessa straordinariamente bella, circondata da lusso e servi, come solo le principesse straordinariamente belle e potenti sanno essere. Col suo castello e i suoi splendidi vestiti ampi. Assolutamente in linea con le sue cugine principesse; Cenerentola inclusa. Piccolo, divertente, sostanziale dettaglio pop è che la bella Griselda era tanto bella da far perdere, letteralmente, la testa ai suoi pretendenti. I malcapitati alla sua sola vista perdevano la testa, ripeto, alla lettera e la bella Griselda deve far sempre incrementare ai suoi maniscalchi le scaffalature del castello per conservarle tutte in bella vista a futura memoria della sua, pur sempre caduca, bellezza.

La bella Griselda - IsolGriselda era fiera della propria bellezza, il problema, da non prendere sottogamba, era che piuttosto che amarla tutti la temevano. Incominciarono a non invitarla ai balli e, saggiamente, a evitarla, così che Griselda cominciò a sentirsi sola; le teste mozzate non sono molto di compagnia.

Ebbe allora un’idea: cercarsi un compagno che non vedesse bene, il più miope del reame. Questo uomo sì, avrebbe potuto liberamente amarla. Almeno fino a quando non fosse riuscito a metterla a fuoco. Fu così che quel fugace amore diede a Griselda una bellissima bambina. Bella quanto lei: “che bella!” disse Griselda vedendola “ e quello fu il giorno in cui Griselda perse la testa”.

La bella Griselda - IsolLa bella Griselda - Isol

Arancione, azzurro, giallo e nero sono i quattro colori che vivificano le avventure della Bella Griselda; le sue gonne fiorite d’azzurro sfiorano le pagine con leggerezza nei contorni netti in nero trovano posto il giallo, l’arancione conferendo all’insieme l’eleganza dell’arazzo e la luminosità del mosaico.

copertina Bella Griselda - IsolTitolo: La bella Griselda
Autore: Isol
Traduttore: Fabio Regattin
Editore: Logos
Dati: 2011, 36 pp., 14,00 €

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