Una per i Murphy

Carley Connors è talmente vera da sembrare finta. Soffre di pene che ferirebbero anche il cuore più coriaceo, soffre di abbandoni che non sono solo fisici. Soffre anche di sé stessa, a causa di un cumulonembo di lacrime che rimane compatto, non si scioglie in pioggia, mentre disseterebbe la consolazione, la speranza. Ma Carley viene da Las Vegas e lì, a quanto pare, piangere è da idioti. Quindi non si piange, nemmeno quando ci si risveglia in ospedale ricoperte di lividi, nemmeno quando si ha un ricordo inquietante sul come ci si è procurati quei  lividi, nemmeno quando la propria madre naturale è in coma e si viene dati in affido a una famiglia che sembra candita. I Murphy sono impeccabili, profumati, gentili, organizzati. I Murphi sono talmente perfetti da sembrare costruiti.

L’incontro tra queste due finzioni apparenti sembrerebbe condurre su sentieri poco praticabili. E invece, con una maturità più consapevole da parte dell’autrice rispetto a Un pesce sull’albero, le due strade trovano diversi punti di intersezione sebbene continuino a mantenersi sempre indipendenti  tra loro. Leggendo si percepisce una cura molto attenta proprio al non lasciare che la corsa della storia, che è quella di un’adolescente, quindi va veloce di per sé, subisse il passare del tempo, l’immediatezza dei sentimenti, il loro evolversi. Si arriva sempre come se si passeggiasse lentamente; di tanto in tanto per inciampi, qualche salto repentino, qualche sosta, per recuperare l’affanno di certe emozioni.

Carley è caparbia, intelligente, generosa. E ha una qualità tra le più belle e salvifiche: si pone sempre delle domande e non si ferma mai alla prima risposta. Sa stupirsi nel vedere disattesi i propri pregiudizi e cresce, e crescendo cambia, e mentre tutto questo accade, attorno a lei anche gli altri crescono e cambiano, fino a un finale che è forse il più giusto ma anche tremendamente doloroso.

Anche in questo secondo romanzo di Lynda Mullay Hunt ho avuto lo stesso timore che avevo rischiato nel primo: che a un certo punto il rapporto tra Carley e il figlio maggiore dei Murphy, Daniel, potesse risolversi nel classico contrasto tra caratteri forti che si scontrano duramente per poi imparare ad amarsi nel riconoscersi simili. Ma ho sciolto il nodo così come era avvenuto con Un pesce sull’albero, modificando solo il contingente: non è piuttosto vero che in un contesto come quello familiare, le dinamiche di aggregazione rispondono a determinati principi, si muovono su binari piuttosto definiti?

E infatti mi sono dovuta ricredere, in un certo senso l’incedere della storia mi ha rassicurata. Non c’è niente di scontato, specie quando si tratta di considerare e raccontare il rapporto tra una figlia e la propria madre, o, meglio, tra una figlia e le due madri che ha avuto occasione di conoscere e amare.

Più volte è citato un celebre albo di Shel Silverstein, L’albero. In quell’albo si racconta di un bambino che gioca con un albero, e passa il tempo assieme a lui, il tempo della sua crescita, e ad esso confida i suoi segreti, entrambi si innamorano l‘uno dell’altro, l’albero regala al bambino i suoi frutti e il bambino li accetta con naturalezza, come se fosse scontato – perché lo è tra una bambino e la propria madre -, fino a chiedere qualsiasi cosa, e a riceverla, fino a chiedere tutto, e ad essere, comunque, inconsapevoli nel ricevere e felici nel dare.

“L’albero è proprio scemo”.

[…]

“Carley, tesoro. È un libro sull’amore incondizionato”. Prima di finire esita un istante. “L’albero è un libro sull’amore di una madre per il proprio figlio”.

Faccio un passo indietro e mi appoggio di nuovo alla parete.

Una per i Murphy è un libro sull’amore incondizionato; anch’esso, come L’albero, smarrisce, pone domande, mette con le spalle alla parete.

one-for-the-murphy.jpgTitolo: Una per i Murphy
Autore: Lynda Mullaly Hunt
Traduzione: Sante Bandirali
Editore: Uovonero
Dati: 2018, 270 pp., 14,00 €

Un pesce sull’albero

Quando saliamo in macchina, Travis dice: “Hai visto come quel tizio mi ha preso per un allocco? Cercava di fregarmi. Ricordati, Ally. Quando qualcuno ha scarse aspettative nei tuoi confronti, a volte puoi usarlo a tuo vantaggio”. Poi mi guarda dritto negli occhi e indica il mio naso. “Purché non abbia anche tu scarse aspettative nei confronti di te stessa. Capito?”

Ho scelto questo paragrafo per aprire la mia recensione perché trovo sia specchio di tutto il romanzo. La protagonista, Ally, una ragazzina sveglia, sveglia oltre la media, ascolta le parole del fratello Travis, il quale parla con un tono che è molto consapevole e che lascia intendere più di quanto non dica. Tono e sottintesi che si esplicitano anche nel lessico, anche nel fraseggio. “Allocco”, “fregare”, “scarse aspettative”, “vantaggio”, “te stessa”. C’è il passaggio dal ciò che vedono gli altri, le conseguenze di questa visione distorta e infine l’indagine su se stessi e la consapevolezza. Il “ricordati, Ally” dritto tra due punti, infine, mi ha suggerito una decisione e una premura che difficilmente Lynda Mullay Hunt avrebbe potuto rendere diversamente.

Ally è dislessica. È consapevole della sua difficoltà, che la condiziona pesantemente anche nella vita quotidiana, ma non è consapevole del fatto di esserlo. Non sa definire la propria difficoltà, quindi non sa come affrontarla e, ancora, la subisce. Però, ha una velocità di apprendimento e una rara intelligenza. Il che, sulle prime, sembra complicare le cose, piuttosto che il contrario. E ci si rende conto, man mano che si procede, di quanto contino gli insegnanti, quanto averne di eccellenti o di pessimi possa incidere sulla vita di ciascuno. Per Ally, la vita scolastica è un inferno di disagio e mortificazione, fino a quando, appunto, non subentra al precedente un insegnante illuminato, un insegnante votato al suo mestiere.

Una lettura avvincente, nel mezzo della quale ho incominciato a percepire una nota dissonante. Temevo che l’amicizia nata tra Ally, Albert e Keisha rispondesse allo stereotipo in cui spesso si incappa per contrastare lo stereotipo (il genio, l’anticonvenzionale, la ragazzina stramba contrapposti ai bulli e alle ragazzette frivole, vuote). In realtà, dopo aver rimuginato sulla questione, mi sono vista costretta a fare i conti con la realtà: non è piuttosto vero che in un contesto come quello scolastico, le dinamiche di aggregazione rispondono a determinati principi, si muovono su binari piuttosto definiti?

E considerato che questa storia ha il sapore della realtà, il discorso torna. La dissonanza si attenua e diventa piuttosto armonica.

Le farfalle vengono da me. I loro colori e i motivi decorativi che hanno sulle ali mi fanno domandare perché non ho mai disegnato farfalle. Non volano come gli uccelli, in modo lineare, ma vanno un po’ di qua e un po’ di là. Mi chiedo se sono una farfalla anch’io.

Dopo aver passato tutta la sua esistenza a cercare di ingannare gli altri (spesso riuscendoci) con lo scopo di nascondersi, ritenendosi così come gli altri la definiscono, “lenta”, Ally riesce a cambiare prospettiva, a non voler più arrivare laddove vogliono gli altri, con volo dritto e lineare, ma esattamente laddove vuole lei stessa, con volo parabolico, volteggiante.

Un pesce sull’albero è un libro la cui lettura consiglio a ragazze e ragazzi dai 10 anni. Vi troveranno caparbietà, coraggio e sorrisi, di cui è meglio non fare senza.

un pesce sullalberoTitolo: Un pesce sull’albero
Autore: Lynda Mullay Hunt (traduzione di Sante Bandirali)
Editore: Uovonero
Dati: 2016, 263 pp., 14,00 €

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