The Skeleton Tree

Una barca affonda lungo le coste dell’Alaska. A bordo si trovano il dodicenne Chris con suo zio Jack e un ragazzo di nome Frank, che lo zio gli ha presentato due giorni prima.the skeleton tree.jpg

Una barca affonda e si concretizza un naufragio in cui solo l’unico adulto che si manifesta in questo libro non sopravvive, anzi, muore in una circostanza che aggiunge dramma al dramma già in atto. La base di partenza è floridissima di pathos e avventura. Il luogo in cui i ragazzi vengono rilasciati dalle onde è ostile, non vi è anima viva, sono soli. Ed è questa solitudine, dinanzi alla grandezza e alla maestosa ostilità della natura selvaggia, che è il punto di partenza migliore per un romanzo che rientri perfettamente in ciò che cerco in una castaway story. Perché non l’ho detto, ma sono un’appassionata di storie di naufragi con pochi sopravvissuti che riescano a ricostituire se stessi e un mondo a loro misura anche negli ambienti meno accoglienti della Terra o assieme a compagni di sventura con i quali hanno ben poco da spartire e talvolta molto da temere. Ho incominciato con Robinson Crusoe, passando per Vita di Pi, Il signore delle Mosche…

In tutte le storie custodite nella mia memoria c’è un pattern nel quale si muove la struttura e il ritmo delle storie di naufragio. In Skeleton Tree anche, ma con qualche passo a vuoto che mi ha smarrita, lasciandomi senza scialuppa di salvataggioSi tratta, però, di opinione mia, falsata forse proprio dalle tante letture. The Skeleton tree rimane un bellissimo romanzo nel cui evolversi, però, i ragazzi non si evolvono.

Frank si mostra subito astioso, freddo, nei confronti di Chris, nonostante quest’ultimo faccia di tutto per esserne benvoluto, prima, perlomeno non maltrattato, dopo. Chris sembra avere la peggio ma di fatto sono vittime di un luogo che con è inospitale con entrambi in egual misura. Scoprono quasi subito una capanna abbandonata nella foresta e in essa trovano un rifugio che, per quanto piccolo e rudimentale, si mostra ricco di segreti e tracce fondamentali. Pescano salmoni su salmoni in previsione di un inverno che non tarda ad arrivare, senza però porsi con serietà domande su come conservarli, il che cozza con la consapevolezza di dover fare provviste. Sono queste alcune delle piccole incongruenze che hanno sospeso il mio giudizio del tutto positivo. Si tratta di un romanzo che rientra nella tradizione dei più intensi romanzi d’avventura da dispersi ma non ne contempla la stessa crescita, la stessa maturazione dei personaggi. Senza la loro crescita, che in qualche condizione c’è ma solo emotiva, tutto viene affidato alla fortuna, a un fato che li prende sotto la propria ala benevola di corvo e li protegge, cura e salva. Da soli, il loro destino sarebbe stato segnato.

C’è molta magia sulle coste selvagge dell’Alaska, c’è anche tantissima ferinità. Ferinità che esplode in maniera potente nella scena dell’orso che attacca e perseguita Chris (dopo aver già perseguitato altri con infauste conclusioni) e, ancora, c’è molto misticismo. Un albero imponente cui sono appese delle bare, piene di persone di cui si è persa memoria. Una statua di legno feticcio, portata a riva come un segno dallo Tsunami del Giappone (sì, c’è anche lo Tsunami) e la fede rinvigorente in ciò che gli adulti suggeriscono loro nei sogni.

E mentre i due ragazzi continuano a convivere sopportandosi, Chris stringe amicizia con il vero protagonista eroico della storia: il corvo. Sul quale ancora mi interrogo: a chi parlava ricordando? Di chi parlava con odio cieco seminando il terrore? Perché Chris non si sente inquieto, non ha paura di una voce, quella di un uccello, così inquietante e chiara? Quando gracchia con parole umane, esse sono le stesse che il corvo diceva al precedente abitante della capanna, il quale era forse crudele con lui? Si tratta di voci dall’oltretomba? Si tratta forse della stessa voce di Chris, che per mezzo suo esprime l’odio che da solo non riuscirebbe a esplicitare?

Il freddo si fa strada anche nelle speranze dei due ragazzi; il più grande si rivela tale svelando al minore il segreto dolorosissimo di una radice comune, e i salmoni marciscono a causa delle mosche. I due ragazzi si ritrovano nel sembrare perduti.

Io, da parte mia, avrei preferito meno ingredienti in questo romanzo che resta gustoso e che consiglio a ragazze e ragazze dagli 11 anni in su.

Titolo: The Skeleton Tree
Autore: Iain Lawrence (traduzione Christina Mortara)
Editore: Edizioni San Paolo
Dati: 2019, 288 pp., 18,00 €

IL BAMBINO CHE PARTÌ PER IL NORD ALLA RICERCA DI BABBO NATALE

Il bambino che partì per il Nord alla ricerca di Babbo Natale, di Kim Leine, Peter Bay Alexandersen - 2019, Iperborea

Lo scrittore danese Kim Leine è a Più libri più liberi (la fiera della piccola e media editoria indipendente di Roma), ho colto l’occasione per rivolgergli alcune domande su Il bambino che partì per il Nord alla ricerca di Babbo Natale, il suo primo libro per bambini dopo diversi romanzi per adulti tradotti in tutto il mondo.

Speravo in una storia che fosse così, esattamente così come l’ho incontrata, in cui la neve, il bianco, il silenzio di una casa solitaria nell’inverno del Nord, aprissero la mia percezione al Natale. Si tratta di una storia di Natale, infatti, ma anche di una fiaba senza tempo in cui l’ambientazione (la lunga notte polare in un villaggio groenlandese) conta tanto quanto il timbro, limpido e diretto, quanto il tono, realista e sfrontato, quieto.

Il bambino che partì per il Nord alla ricerca di Babbo Natale, di Kim Leine, Peter Bay Alexandersen - 2019, Iperborea
Il bambino che partì per il Nord alla ricerca di Babbo Natale, di Kim Leine, Peter Bay Alexandersen – 2019, Iperborea

Un bambino si confronta con il papà. Ama il Natale, tutti lo amano, ma il papà no, e questo suona stridente con quello che sente, in cui, fortemente, crede, e con tutto quello che sta loro attorno, che non fa altro che sottolinearlo. Crede soprattutto in Babbo Natale. Allora convince il papà a partire per un viaggio assieme, verso il Nord (ancora più a Nord!), per incontrarlo giacché è lì che, come noto, vive. Andreas ci crede e questo è quello che conta e che lo sostiene e incita tra la neve e il buio fitto di una notte lunghissima, attraverso una terra in cui non crescono alberi. La natura delle latitudini subpolari è semplice ed estrema, affascinante, bellissima. Apre allo stupore, alla meraviglia, anche dei papà più ostinati.

Il bambino che partì per il Nord alla ricerca di Babbo Natale, di Kim Leine, Peter Bay Alexandersen - 2019, Iperborea
Il bambino che partì per il Nord alla ricerca di Babbo Natale, di Kim Leine, Peter Bay Alexandersen – 2019, Iperborea

La carta di tutto questo libro è porosa, calda; accoglie le illustrazioni di Peter Bay Alexandersen dai bellissimi blu, dai bianchi intensi e morbidi.

D: Il titolo è molto lungo, di per sé molto narrativo e anticipa il tema centrale della storia. Come mai questa scelta?
R: Ho scelto un titolo molto lungo perché volevo restituire quell’atmosfera da fiaba che è tipica dei racconti popolari della tradizione norvegese raccolti e pubblicati da Asbjørnsen e Moe. Sono cresciuto in Norvegia e queste favole sono state le favole della mia infanzia.

D: Sono numerosi i tratti realistici, tutto radica alla realtà, e per tanto tempo sembra che ogni elemento supporti la teoria del padre, eppure allo stesso tempo la percezione è che sia tutto magico, così come vorrebbe il bambino. Tu da che parte stai?
R: Bé, essendo una storia pensata per i più piccoli, ovviamente sto dalla parte del bambino. La testarda razionalità del padre finisce per sembrare stupidità e ci rendiamo conto che deve avere a che fare con la sua paura del Natale, forse col timore di dover affrontare il dolore di non aver mai celebrato il Natale quand’era bambino. Perciò l’orso polare rappresenta una sorta di catarsi che gli permette di schierarsi dalla stessa parte del figlio e di credere in Babbo Natale e accettare il Natale stesso: solo allora riceve le pantofole dell’orso, come ricompensa per la sua conversione.

D: Pensi che una storia come questa sortisca più fascino in noi lettori del Mediterraneo? Basterebbero anche solo le cene natalizie a base di carne di foca per renderla straordinaria ai nostri occhi. La fascinazione secondo te è in egual misura per lettori abituati all’atmosfera e ai luoghi che racconti? Quanto conta l’ambientazione nella buona riuscita di una storia per bambini?
R: Quando devo scrivere un libro per bambini, oltre alle favole della tradizione norvegese ci sono altre due importantissime fonti di ispirazione, cioè i libri di Astrid Lindgren e di Laura Ingalls Wilder. Queste due scrittrici usano sempre il mondo fisico con tutti i suoi rimedi come parte fondamentale delle proprie storie. Quando scrivo racconti ambientati in un villaggio della Groenlandia cerco di sfruttare la collocazione spaziale in maniera naturalistica, per poi mescolarla con il realismo magico dell’azione. In ogni caso i danesi non hanno grande familiarità con la vita di tutti i giorni della Groenlandia come si potrebbe pensare. Alle loro orecchie suona strana ed esotica quanto a quelle di un lettore italiano.

D: Sia il lessico che il timbro da te usati sono diretti e senza fronzoli. Un poco appuntiti, come il ghiaccio ma non altrettanto freddi. Come trovi un equilibrio così efficace tra narrazione accudente e narrazione franca, esplicita?
R: Penso sia molto importante essere leali e solidali col punto di vista del bambino quando si scrive un libro per bambini, ed è fondamentale essere totalmente onesti. L’ironia non appartiene alla letteratura per l’infanzia, se mai ce n’è stata, perché è un maniera fredda e falsa di comunicare, motivo per cui appartiene al solo mondo degli adulti! Credo che sia questa solidarietà col bambino a dare l’impressione di calore nella scrittura.

D: Hai scritto libri destinati a un pubblico adulto. Cosa ti ha portato alla letteratura per l’infanzia?
R: L’illustratore, Peter Bay Alexandersen, mi contattò e mi chiese se fossi interessato a scrivere narrativa per l’infanzia. Io per primo ho quattro figli, due già grandi e due bimbi di sette e dieci anni, e ho sempre letto per loro una storia della buonanotte tutti i giorni sin da quando erano piccoli. Perciò è stato naturale, per me, accettare la proposta. Ad oggi abbiamo pubblicato tre libri insieme, due storie brevi, come «The boy» e una lunga. Il prossimo anno dovrebbero vedere la luce altri due nostri libri, uno sempre nella serie delle storie brevi e uno di più ampio respiro. Uno dei motivi per cui amo scrivere racconti per bambini è che mi ritrovo costretto a trovare una storia pura e bella, e mi è concesso di usare del vero pathos e intensità e grandi emozioni. La letteratura per l’infanzia è, in qualche modo, più pulita di quella per adulti, e mi piace questo concetto di purezza e onestà.

A1UulrtlIdL.jpgTitolo: Il bambino che partì per il Nord alla ricerca di Babbo Natale
Autore: Kim Leine, Peter Bay Alexandersen (traduzione I. Basso)
Editore: Iperborea
Dati: 2019, 60 pp., 13,00 €

 

La voce delle ombre

A prescindere dalla impeccabile struttura narrativa, intrecciata da fili perfettamente in armonia gli uni con gli altri cui Frances Hardinge ci ha abituati, La voce delle ombre ha qualcosa di altrettanto complesso ed è una complessità che non ristà solo nella maestria autoriale, quanto anche in un’empatia nei confronti dei personaggi protagonisti che valica la premura autore/creazione, per spostarsi sul sentiero accidentato della narrazione con luogo nella mente umana, con le sue contraddizioni, forza, paure, istinti e coraggio. E del rimorso, dell’incertezza di un passato in cui si radica e fonda il presente.
Makepeace è una ragazzina abituata a fronteggiare se stessa e un drappello sempre nuovo, mutevole e minaccioso, di spiriti che tentano di insinuarsi nella sua mente, allo scopo non solo di cercare di manipolare i suoi pensieri, ma soprattutto di trovare un alloggio e un involucro giovane e sicuro per restare attaccati quanto più possibile alla vita terrena.
In un processo che sembra avere tutte le caratteristiche della persecuzione, distante dall’immagine ideale di cura materna e per questo disturbante, la madre di Makepeace la sottopone a lunghe notti nei cimiteri per rafforzare la propria capacità di resistenza a quegli spiriti ‘insinuanti’. Una madre che pare carnefice, sorda alle suppliche della ragazza, indifferente al suo terrore, incrollabile, crudele addestratrice di una figlia che soffre senza la consolazione di una luce in prospettiva, per il tormento cui è destinata e per l’intransigenza della madre in più larga misura.

Poi accade che nell’Inghilterra del Seicento, Londra sia in tumulto, come le contee attorno ad essa, confuse, anch’esse piene di spiriti in contrasto fra loro; la città un ventre puzzolente e pericoloso che dà nutrimento e vita e allo stesso tempo si mostra ostile e indomabile, contro il re, contro i ribelli, contro tutti assieme. Accade che Makepeace e sua madre siano stritolate dalla folla che lotta, da quella confusa, da quella violenta, da quella che si difende, e che la madre si perda ancora una volta, smarrisca il suo essere madre e poi muoia, restando aleggiante sulla coscienza della figlia, inerme, sola, alle prese con decine di spiriti in agguato. Più uno.

Non si è mai certi della direzione che prenderanno gli eventi, ma così procedendo, anche in un contingente che è di per sé straordinario, essi non perdono mai in efficacia nel sorprendere. Giungono inattesi come potrebbe essere la zampata di un orso nel sorprendere un viandante nella calma del bosco. Stanno in agguato tra le pagine, in ogni pagina di questo romanzo corposo e denso, pronte a sbucare dalle tane più impensabili, dagli anfratti più nascosti della selva o della mente umana.

Nel corso della narrazione Makepeace cambia molte volte nome ma mai voce. È sempre salda nella sua irrequietezza, coi suoi artigli da orso si aggrappa ostinatamente ai suoi affetti, al futuro, a se stessa. Ha in comune con gli animali che tanto ama un istinto che conserva ferino, primordiale; quell’istinto la porta a tentare di salvare un orso, a scagliarsi contro i suoi carnefici, a dimenticare la paura. Quell’orso sarà il suo compagno, fedelissimo, brutale, dolcissimo nella sua ingenuità. L’accompagnerà sempre, invisibile solo agli stolti. Presente agli occhi che a pieno diritto potrebbero leggerlo protagonista.

Oltre a tutto questo, che è veramente poco e frutto di una sola voce, la mia, ci sono poi l’eccellente traduzione di Giuseppe Iacobaci e attenzioni grafiche molto efficaci ed eleganti. Tra molto pensare ho scelto di citare un passo di congedo che, sono certa, anche a una seconda rilettura sarà per me sempre il più bello.

[…] Era un tasso, che gironzolava tranquillo per i fatti suoi, come se non ci fossero guerre da combattere. Makepeace lo guardò affascinata. Si ricordò tutto quel che aveva appreso sui tassi nel bestiario a Grizehayes. Il tasso, le cui zampe erano più lunghe su un lato, per facilitargli il movimento sul terreno scosceso…
… e invece no. Lo vide distintamente che zampettava tranquillo sotto una macchia di luce: tutte le zampette erano delle stesse, modeste, tozze dimensioni.
Forse nessuna delle antiche verità era più vera. Questo poteva essere un mondo interamente nuovo, con regole tutte diverse. Un mondo nel quale i tassi non erano sghembi […]

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Titolo: La voce delle ombre
Autore: Frances Hardinge
Traduzione: Giuseppe Iacobaci
Editore: Mondadori
Dati: 2018, 429 pp., 17,00 €

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La prima neve

Che rumore fa la neve mentre cade? Nessuno. È esattamente quel nessun rumore che avvolge e riempie, che accoglie e rasserena.

Shhh, ascolta…
Senti qualcosa?
È arrivata la neve.

La neve arriva in silenzio e sveglia in piena notte una bambina. Il suo “shhh”, rompe il silenzio, perché è il suo, non ci sono altri sulla scena, non ci sono adulti. È la sua presenza che suona di un pit, pit, pit contro la finestra, dei suoi passi lievi e dei suoi gesti accorti mentre infila scarponcini, giacca, una sciarpa rossa. Sono i suoi passi che cantano appena fuori dalla soglia, di uno scricchiolio contento.

La prima neve, di Bomi Park - 2018, Lupoguido
La prima neve, di Bomi Park – 2018, Lupoguido

La bimba si lascia la porta socchiusa alle spalle. Dietro di essa un mondo che si intuisce colorato. Fuori, sulla neve, bianco. Bianco è anche il cagnetto che la segue e la osserva, curioso del suo impastare, appallottolare e poi spingere in avanti. Azioni che sembrano avere uno scopo ben preciso che va oltre quello di creare una palla di neve, la base per un pupazzo.

Sembra che ad ogni giro, mentre le sue dimensioni aumentano, la palla di neve conduca verso un luogo magico di cui è il lasciapassare.

La prima neve, di Bomi Park - 2018, Lupoguido
La prima neve, di Bomi Park – 2018, Lupoguido

E infatti la bambina la guarda fisso, non si lascia distrarre, come se dalla sua perfetta tondezza dipenda qualcosa di veramente importante. Intanto i fiocchi di neve danzano nell’aria e nell’aria danza anche la sciarpa rossa, unico tocco di vivo colore oltre ai bianchi, ai neri e ai bruni degli animali del bosco, unici compagni di viaggio, silenti e attenti. Tutti la osservano mentre cammina per il bosco della fanciullezza dove solo bambini e spiriti ferini passano attraverso. Solo un orso non si cura di lei, è impegnato con la sua palla di neve.

E qui un varco, un altro dopo la porta, dopo i margini della foresta. È l’uscita di una caverna, un portale nel fianco della montagna. Sembra un ingresso.

Oltre di esso tutto è bianco, la neve domina, la palla è ormai enorme. La palla della bambina come quelle di altri bambini, berretti rossi, guanti rossi.

 

La prima neve, di Bomi Park - 2018, Lupoguido
La prima neve, di Bomi Park – 2018, Lupoguido

Shhh, mi verrebbe da dire, ascolta. Suona come una formula magica. È la neve. O la sua leggerezza. Sono i bambini, con la loro.

5Titolo: La prima neve
Autore: Bomi Park
Editore: LupoGuido
Dati: 2018, 40 pp., 13,00 €

Natale a casa con Toto e Pepe

Da bambina ero innamorata di due specchi che le mie zie (di poco più grandi di me) tenevano appesi alla parete della loro stanza. Vagheggiavo di come sarebbe stato bello averne almeno uno nella mia di stanza. Uno stretto e lungo, uno quadrato, entrambi piccini e decorati con le bimbe e i bimbi di Holly Hobbie. Li ho desiderati a lungo, fino a quando le mie zie me li regalarono entrambi e, oggi, campeggiano sulle pareti della camera dei miei bambini.

Quelle immagini mi raccontavano di un mondo semplice, in accordo con la natura, che era un po’ il mio e al quale ancora oggi anelo. Un mondo in cui una bambina possa essere pienamente felice invasando una viola o un bimbo raccogliendo dei fiori assieme a un gatto. Un mondo in cui il Natale è perfetto in casa, con un albero addobbato e una cena tra amici. Come il Natale a casa con Toto e Pepe.

Natale a casa con Toto e Pepe, di Holly Hobbie - 2017 Fatatrac
Natale a casa con Toto e Pepe, di Holly Hobbie – 2017 Fatatrac

Toto e Pepe sono due maialini, amici fraterni. Natale si avvicina e Toto sta tornando a casa, dove Pepe lo attende entusiasta. L’impostazione della narrazione è quella classica: un personaggio saggio e amorevole dona un oggetto di cura e protezione al piccolo protagonista che è generoso e coraggioso, tanto da non farsi ostacolare dal maltempo pur di raggiungere il proprio amico.

Natale a casa con Toto e Pepe, di Holly Hobbie – 2017 Fatatrac
Natale a casa con Toto e Pepe, di Holly Hobbie – 2017 Fatatrac

Il viaggio verso casa, laddove Pepe speranzoso e trepidante organizza tutto perché l’accoglienza e l’atmosfera siano perfette, si rivela molto difficile e lungo ma grazie alla noce e all’intervento di un personaggio più che speciale il Natale a casa, così come desiderato si realizza. Una storia natalizia che ha lo stesso sapore dei miei sogni di bambina, mano nella mano con i bimbi di Holly Hobbie per la campagna: tenera, divertente, avventurosa. Deliziosa le illustrazioni ad acquerello, specie la tavola in cui i due maialini in pigiama rosso natale addobbano l’albero, in essa soprattutto rivedo la Blue Girl compagna della mia infanzia.

Natale a casa con Toto e Pepe, di Holly Hobbie – 2017 Fatatrac
Natale a casa con Toto e Pepe, di Holly Hobbie – 2017 Fatatrac

11_Natale a casa con Toto e PepeTitolo: Natale a casa con Toto e Pepe
Autore: Holly Hobbie (trad. Elena Baboni)
Editore: Fatatrac
Dati: 2017, 15,90 €

Il Natale di Teo

È la vigilia di Natale e Teo è a casa da solo con la babysitter. Entrambi i genitori sono impegnati a lavoro e la vicina, la signora Goodyere, che di solito gli tiene compagnia, desidera stare un po’ da sola. Teo è piuttosto deluso, vorrebbe decorare l’albero, e ci prova con tutta la buona volontà, seppur un po’ borbottante. Il risultato non è dei migliori, anche perché la gran parte degli addobbi è rovinata, ma Teo è deciso a portare a termine il proprio lavoro e rimesta tra le decorazioni rotte. In fondo allo scatolone, però, trova quattro addobbi diversi dagli altri: un soldatino di stagno un po’ arrugginito che suona il tamburo, un pettirosso dal petto scolorito, un cavallo a dondolo dalle assicelle ricurve mezze mangiate dai tarli e un angelo senza quasi tutte le piume delle ali.

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Il Natale diTeo, Katherine Rundell, Emily Sutton – 2017 Rizzoli

La vigilia di Teo non è per nulla simile a quella cantata dalle canzoni natalizie, almeno non lo è fino a quando Teo non vede una stella cadere ed esprime un desiderio.

Espresse il desiderio con tutto il cuore, ogni singolo millimetro. Non voglio stare solo, abbandonato da tutti, pensò.

E in quel momento le quattro decorazioni scesero dall’albero, vive come se lo fossero sempre state. Perché la magia esiste e ce n’è anche in questo libro.

Ce n’è molta ma su tre suoi aspetti voglio indugiare, senza dilungarmi su ciò che essa comunica.

La prima è una frase che mi ha toccata e che vi ripropongo integralmente, certa che quando la incontrerete nel contesto della narrazione la sentirete come un caro ricordo. Essa racconta di una lunga storia d’amore, di un amore che il tempo non consuma. Parla di mancanza, della capacità di vivere pienamente e profondamente la propria solitudine, cullandola, avendono cura. E lo fa con un tono schietto e diretto che è l’unico capace davvero di narrare e che è quello che sempre cerco in ciò che leggo (e raramente trovo).

Suonarono il campanello. Mrs Goodyere andò alla porta, sempre portando con sé la fotografia. Non parve sorpresa di vedere un cavallo di legno che mordicchiava il suo zerbino. “Theodore!” disse con un sorriso. “Mi dispiace per stasera. Volevo restare da sola. Stavo pensando al mio Arthur. Avevi bisogno di qualcosa?”

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Il Natale di Teo, Katherine Rundell, Emily Sutton – 2017 Rizzoli

La seconda sono le illustrazioni ad inchiostro ed acquerello di Emily Sutton, magnifiche, luminose, ricchissime di dettagli. Sembrano tintinnare ogni volta che si sfogliano.

E la terza, l’ultima, è proprio la magia del Natale che riesce a bussare a tutte le porte con naturalezza, come un bambino che tira per la giacca gli adulti chiedendo attenzioni.

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Il Natale diTeo, Katherine Rundell, Emily Sutton – 2017 Rizzoli

Un racconto che non farei mancare nelle librerie dei vostri bambini a Natale, sempre.

Titolo: Il Natale di Teo
Autore: Katherine Rundell
Illustratrice: Emily Sutton
Editore: Rizzoli
Dati: 2017, 64 pp., 17,00 €

 

Il dito magico

Cosa farebbero i bambini se avessero una capacità magica? E, più nello specifico, cosa farebbero se questa capacità magica fosse la possibilità di puntare il dito e realizzare ciò che si desidera?

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Il dito magico, Roald Dahl e Quentin Blake – Nord Sud, 2007

Le risposte potrebbero essere centinaia. Quello che so per certo, e Dahl lo racconta con la sua classica e sana ironia, è che non bisogna mai far arrabbiare i bambini con un forte senso di giustizia giacché ci si potrebbe, ragionevolmente, ritrovare trasformati in pennuti.

Non sopporto la caccia, proprio non la sopporto. Non mi sembra giusto che gli uomini e i ragazzi uccidano gli animali solo per il divertimento che ne ricevono.

È ciò che avviene a una famiglia di cacciatori di anatre, che una bimbetta di otto anni trasforma in ciò che cacciano, anatre appunto. È un vero e proprio racconto, d’autore, composito e ricco, la cui lettura è però sollecitata dalla passione indomita dei primi lettori per “finire i capitoli” e fare a gara a chi ne legge di più.

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Il dito magico, Roald Dahl e Quentin Blake – Nord Sud, 2007

Su Libri Calzelunghe, Alessandra Starace racconta la storia editoriale di questo libro, scomodo per molti versi, che dovette sgomitare per essere pubblicato. Un motivo in più per gustarlo: i libri che a qualcuno non piacciono perché portatori di verità sono sempre i migliori!

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Titolo: Il dito magico
Autore: Roald Dahl, illustrazioni di Quentin Blake
Editore: Nord-Sud, (Gli scriccioli)
Dati: 2007

Dora e il Gentilorco ovvero sulla magia della poesia

Per fare una magia sono necessari il talento, certo, ma anche degli strumenti. Devono essere custoditi con cura, maneggiati con destrezza. Per fare la magia della poesia occorrono: una penna, non una qualunque penna, proprio quella lì; dei pezzetti di carta; un sorriso, a dentatura brillante o sdentato, non importa, l’essenziale è saperlo usare al momento giusto.

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Dora e il Gentilorco, Sonia Maria Luce Possentini, Matteo Razzini – 2016, Valentina Edizioni

Per fare un albo illustrato magico occorrono ancora più cose. Per esempio serve un rosso che non è carminio e nemmeno aranciato, è un rosso brunito, la formula, come vedete, non la so… deve essere però un rosso che tinga le labbra, che colori i fiori, che si fermi sui visi, tra i capelli, si faccia bottoni. E di una storia che racconti, che sveli verità per mezzo dei misteri.

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Dora e il Gentilorco, Sonia Maria Luce Possentini, Matteo Razzini – 2016, Valentina Edizioni

Dora è una bambina, occhi scuri, capelli ricci, zigomi picchiettati di lentiggini. Dora ha la fortuna di scegliere di fermarsi ad ascoltare un matto, un mago, un gentilorco. Il gentilorco ha un naso grosso e molle; un mento invadente, narici irsute. Si chiama Franco e ha la fortuna di un’indole aperta alla condivisione: regala poesie.

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Dora e il Gentilorco, Sonia Maria Luce Possentini, Matteo Razzini – 2016, Valentina Edizioni

Per fare un albo illustrato che sia magico, occorre anche una controparte che con la sua grigia e ostinata indifferenza faccia risplendere ancora di più i rossi, quei rossi che forse sono rosso creta cotta.

Io non vado oltre, ci tengo solo a dirvi che è un albo, Dora e il gentilorco, lieve, intenso. Un albo che parla di memoria, che manifesta quanto sia necessario prendersene cura, cullandola di ricordi e di parole. Parole danzanti, rosse, forse come tizzoni ardenti.

copTitolo: Dora e il Gentilorco
Autore: Sonia Maria Luce Possentini, Matteo Razzini
Editore: Valentina Edizioni
Dati: 2016, 32 pp., 12,00 €

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Frantz e il Golem nato dalla parola

L’occhio della luna è un regista che applica magistralmente la carrellata indietro a scoprire nella notte buia della Praga del 1892. L’occhio della luna illumina e si posa in ambienti scuri, chiusi, e disvela e racconta dal basso verso l’alto chi vi abita: al primo piano Aaron Wassertrum, che infonde un’anima ai suoi burattini di legno, al secondo Myriam, figlia del robivecchi. Al terzo, che poi è l’ultimo, Frantz Munka.

Frantz e il Golem, Irène Cohen-Janca, Maurizio A. C. Quarello - 2016, Orecchio acerbo
Frantz e il Golem, Irène Cohen-Janca, Maurizio A. C. Quarello – 2016, Orecchio acerbo

Un burattinaio che infonde l’anima in ciò che è inerte; una bambina dalla pelle di madreperla; un robivecchi; un ragazzino curioso. Gli elementi di questa storia, lunga e intensa, sono tutti qui. In queste prime due pagine e nell’illustrazione che le chiude. È “la Pistola di Čechov”, se la vedi tra le pagine prima o poi sparerà, qui magistralmente resa in una narrazione d’un fiato che coinvolge rigo dopo rigo e si chiude con lo sguardo di Frantz, puntato su chi legge nell’atto di suggerirci di non tradirlo, spalancato nel comunicarci l’urgenza dell’atto che sta per compiere e la sua sconsideratezza. Frantz si muove rapido sul foglio, la sciarpa si sposta nel passo concitato, in procinto di uscirne, in basso a destra, abbandona la pagina e la quiete del suo palazzo grigio per addentrarsi verso un altrove misterioso e sconosciuto.

Mai nessuno dovrà tentare di salire in soffitta. E neppure socchiudere la botola per guardare dentro. Chi ci ha provato ha perso la ragione. Un altro ha perso la vita. Avete capito bene?

Un luogo proibito quello cui Frantz arriva nonostante le raccomandazioni, nonostante il divieto. Un luogo pericoloso.

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Frantz e il Golem, Irène Cohen-Janca, Maurizio A. C. Quarello – 2016, Orecchio acerbo

È il 21 gennaio del 1892 e nel leggere dei passi coraggiosi e disubbidienti di Frantz imparo la perseveranza della curiosità e il brivido che ne consegue; imparo, o credo di riuscirci, a leggere un orologio a doppio quadrante.

Nella stregata luce della luna, Frantz, gli occhi chiusi e i pugni stretti, attraversa frontiere proibite.

Frantz apre la botola della soffitta, abitua i suoi occhi al buio e nel farlo si da il coraggio che gli manca. Rimane tremante, ma il tremore non basta a farlo esitare nel momento in cui si avvicina a un mucchio di stracci da robivecchi. Sceglie un mantello incrostato di fango e polvere e lo indossa. Perché? Cosa lo induce a compiere con tale determinazione un gesto che gli fa ribrezzo?
La magia è già iniziata, questo gesto la conclude, ma essa aveva preso vita, si era radicata in Frantz, già mentre ascoltava la storia narrata dal rabbino. È una magia fredda e travolgente che lo porta indietro nel tempo in una buia notte d’inverno a Praga, nel 1580. Notte in cui il Maharal della città ha deciso che il tempo delle persecuzioni nei confronti degli ebrei deve finire. Come riuscirci lo scopre in un sogno: dovrà creare un golem d’argilla, esso li proteggerà.

Nel 1580 cambia il tono, cambia il lessico. Si leggono formule arcaiche, si ricorre a espedienti magici per contrastare una realtà violenta e persecutoria. Il Maharal dà vita, dalla pietra e dal fango, a una creatura che realmente sarà capace di proteggerli, ma non è il burattinaio capace di dare alla proprie creature di legno un’anima. Il golem ne è privo e senza di essa non può che impazzire, per ritrovare poi la sua pace inerte, grazie all’intervento di madreperla di una ragazza di nome Myriam.

211 Frantz e il GolemTitolo: Frantz e il Golem
Autore: Irène Cohen-Janca, Maurizio A. C. Quarello
Traduttore: Paolo Cesari
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2016, 48 pp., 16,50 €

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