Als wir allein waren

Immaginiamo di chiedere cortesemente a una bambina o a un bambino di cambiarsi d’abito; di lasciare quegli indumenti colorati che indossa, probabilmente selezionati con cura e scelti da sé, che piacciono, rendono particolare, riconoscibile, in uno stile, in un carattere, in un gruppo. Per indurlo a indossare una divisa, un abito scuro che rende simile a tanti altri, che smarrisce la personalità di ognuno a favore del gruppo dove si è solo un numero.

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Als wir allein waren, David A. Robertson, Julie Flett – Little Tiger Verlag, Gifkendorf, 2020

Che reazione potrebbero avere una bambina o un bambino a questa richiesta? Pensiamo poi di dire loro che debbono tagliarsi i capelli: la bambina rinunciare a lunghe trecce segno di cura e complicità con un’altra donna o con chi la accudisce, e al bambino di rinunciare a un ciuffo desiderato e curato, a una lunghezza segno di pazienza e tenacia, ai suoi riccioli parte di sé, suo orgoglio. Poniamo poi di proporre loro di cambiare lingua cominciando noi a parlarne una nuova, incomprensibile, sollecitando con scherno una reazione a una parola secondo noi, nota, chiara nel significato.

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Als wir allein waren, David A. Robertson, Julie Flett – Little Tiger Verlag, Gifkendorf, 2020

Quindi poniamo di chiedere a una bambina e a un bambino di: non vestirsi come desidera e come gli piace di più; di tagliarsi i capelli e di non parlare più la propria lingua. Tutto suonerebbe alle orecchie dei bambini alquanto bizzarro. Certo, nel trascorrere dei giorni l’abito si cambia spesso scegliendo in grande libertà e i capelli si tagliano con una certa ciclicità, abitudine divertente solo se vi si concede qualche bizzarria, nel gioco si possono inventare e parlare capendosi molte lingue. Ma se tutto questo non fosse gentilmente chiesto e neppure annunciato ma fosse un sopruso, una libertà di una persona su un’altra? Se i bambini fossero presi, spogliati dei loro vestiti e obbligati a indossare divise scure che li fanno sembrare nubi in tempesta, i loro capelli tagliati a forza senza sentir ragione e vederli poi sparpagliati sul pavimento come erba falciata, morta, ché l’orgoglio è cosa da soffocare.

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Als wir allein waren, David A. Robertson, Julie Flett – Little Tiger Verlag, Gifkendorf, 2020

David Alexander Robertson sceglie questi tre esempi banali ma molto sottili, di cui ogni bambino ha esperienza, per raccontare in modo semplice il concetto di libertà e sopruso. Nato e cresciuto a Winnipeg in Canada è oggi autore trasversale per bambini, ragazzi e adulti e membro della Norway House Cree Nation ovvero fa parte di un’etnia così detta minore, la sua famiglia appartiene ai nativi canadesi delle Prime Nazioni. Popoli che hanno subito soprusi, violenze, a cui sono state sottratte le terre, i bambini, la lingua e la propria cultura, che passava anche attraverso abiti dai colori sgargianti e festosi e dai capelli lunghi e lisci, che fanno sentire forti e orgogliosi, segno distintivo di appartenenza, tradizione passata da donna in donna da madre in figlia. E lo fa raccontando, con massima cura, tenera soavità, di un pomeriggio passato con la nonna.

Una Kókom (nonna in cree) che indossa abiti colorati, un golfino viola sopra un’ampia gonna a grandi disegni rossa e arancione, dei calzetti rosa intenso. Gli ancora lunghi, lunghissimi capelli neri, acconciati in una lunga treccia sono per la piccola Nósisim (nipote) come un ramo rampicante. Così in un pomeriggio che profuma di abitudine, tra giardino e orto, una bambina domanda alla nonna il perché di quegli abiti così luminosi dai tessuti ben disegnati, il come di una treccia così lunga ancora, il perché di tanto tempo passato con lo zio a parlare fitto, fitto, a guardarsi negli occhi e prendersi le mani. Così una nonna che era stata una bambina a cui si era cambiato d’abito, tagliati i capelli, parlato in un’altra lingua, separato prima dalla famiglia e poi da suo fratello, racconta ad altezza bambino ciò che mai aveva avuto il coraggio di raccontare. Inginocchiate a sistemare un’aiuola, ravvivando il terriccio, sradicando le erbacce, rimuovendo i fiori secchi. Sorseggiando del buon té caldo chiacchierando amorevolmente. Non più sola, tra ricordi del color della terra e un oggi nuovamente colorato e con la sua famiglia. Ci sono modi gentili per parlare anche degli argomenti più difficili ai bambini.

Quando eravamo soli, pone l’accento sull’identità, sull’espressione di sé e sull’esperienza, vuole portare a riflettere in modo non traumatico sulla perdita della propria identità che passa per i capelli, dai vestiti, dalla propria lingua e dal vivere nella propria comunità.

copertinaTitolo: Als wir allein waren
Autore: David A. Robertson, illustratore Julie Flett, traduzione dal francese Christiane Kayser
Editore: Little Tiger Verlag, Gifkendorf, Germania 2020
Prima edizione Highwater Press, Winnipeg, Manitoba, Canada 2016
Dati: 2020, 40 pp, lingua tedesco

Kolysanka na cztery, Ninna nanna per quattro

Kolysanka na cztery, letteralmente Ninna nanna per quattro, è una ninna nanna scandita da quattro tempi: uno, due, tre e quattro.

Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska - Wydawnictwo Wolno, 2018
Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska – Wydawnictwo Wolno, 2018

È giunta l’ora, come sempre puntuale anche in questo giorno, tutto si predispone a quel momento, al sonno: si prepara la camera ad accogliere un bambino, ogni suo angolo è tranquillo nessuno lo disturberà, è un luogo sicuro. Non è più tempo di suonare e le corde del violino si zittiscono. L’amico cane porta un libro, la storia della sera, lo regge con delicatezza tra le sue fauci e poi, dopo che il bambino lo ha preso, sbadiglia vigorosamente stirandosi.

Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska - Wydawnictwo Wolno, 2018
Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska – Wydawnictwo Wolno, 2018

Il letto è pronto e le pantofole sono vicine, in ordine. Anche il tavolo è in ordine e le ruote dell’automobilina giocattolo hanno smesso di stridere e anche il suo pilota è impegnato in un grande sbadiglio. Le zampe del cane riposano finalmente, dopo tanto correre e saltare sul suo cuscino fresco e morbido, nell’angolo della camera scelto per lui, le allunga come per rilassarle, prima di sistemarsi su un fianco e, con uno sbuffo, addormentarsi.

Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska - Wydawnictwo Wolno, 2018
Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska – Wydawnictwo Wolno, 2018

Allora anche il bambino si sdraia nel suo letto, legge un poco il libro portatogli dal suo amico cane, nella sua piccola testa spunta qualche domanda, quelle che sorgono solo la sera, quando la vista s’appanna e la palpebre non hanno più la forza per stare su: quanti angoli ha il libro? Come la coperta, naturalmente. E quanti il cuscino? Come il libro, hanno la stessa forma. Uno sbadiglio spalancato – uno, due – e poi la coperta si arrotola, si accomoda al corpo del bambino come a chiudersi su di esso, per avvolgerlo in un abbraccio, anche il libro si chiude – tre e quattro – così come gli occhi e le orecchie che finalmente riposano senza ascoltare più né rumori né suoni. La stanza si addormenta. E il gioco è fatto!

Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska - Wydawnictwo Wolno, 2018

Il testo brevissimo, sostenuto da illustrazioni che alternano parti tracciate a riga e squadra a parti in collage per lasciare bambino e cane in morbida matita, scandisce un ritmo che va dall’uno al quattro, come una formula magica, un ritornello ipnotico, una cantilena per chi è abituato a cantare per far addormentare i propri bambini, che induce al sonno. L’ambientazione gioca tra reale e surreale, le prospettive cambiano i punti di vista di doppia pagina in doppia pagina così che è come girare attorno ad una scatola, guardare da fuori dentro la finestra, scoperchiarla e guardare dall’alto, entrare per guardare fuori, abbassarsi per guardarsi negli occhi. Così la prima illustrazione svela il gioco. Un cane scodinzola entrando in una porta socchiusa, il pavimento è di legno e le pareti sono bianche, la prospettiva inganna l’occhio che vede una camera in una casa ma questa camera ha il tetto e al suo interno, sulla scrivania è appoggiata una scatola che mostra il coperchio alzarsi e una finestra in tutto uguale a ciò che da fuori stiamo osservando.

Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska - Wydawnictwo Wolno, 2018
Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska – Wydawnictwo Wolno, 2018

Le poche cose disegnate, il tavolo, il rettangolo del letto, la cassettiera, potrebbero essere gli oggetti di una casa di bambola, un gioco interrotto per prepararsi al sonno, in una camera del tutto identica al gioco. Una scatola nella scatola dove ognuno ha la sua storia e trova il suo sbadiglio: sbadiglia il cane, la bambola che guida l’auto, il signore nel quadro accanto al mulino appoggiato sulle nubi con le pale ormai silenziose come quello che si vede al di là della finestra, sbadiglia il bambino. A poco a poco tutto tace esattamente come dentro alla scatola: le corde del violino zittiscono, le zampe del cane si rilassano, le gambe del tavolo, non più sospinto e tirato, trovano finalmente un posto, le ruote dell’auto quietano la loro corsa, le pale del mulino il loro ronzio.

Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska - Wydawnictwo Wolno, 2018
Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska – Wydawnictwo Wolno, 2018

La porta si chiude come gli occhi del bambino. E in una busta di un bel cartoncino dal morbido color avorio dove è stata disegnata è aperta una finestra, la stessa della casa uguale a quella della scatola, scivola il libro che trova il suo posto, anche a lui la sua scatola. Quel che appare alla finestra è il bambino che suona il violino guardando una frasca fuori dalla finestra. Che sia mattino o poco prima di dormire, che batta l’uno o il fatidico quattro sta al lettore immaginarlo.

Titolo: Kolysanka na cztery
Autore: Iwona Chmielewska
Editore: Wydawnictwo Wolno, Lusowo, Polonia 2018
Dati: 2018, 40pp, rilegatura a punto metallico, lingua polacco, 11,22€

Moon Sherbet

Moon Sherbet, di Heena BaekBear Books, 2014

“Tutto accadde durante un’umida notte d’estate.” E questo è l’incipit dell’albo di Baek Heena, illustratrice, autrice, artista coreana, che ambienta la sua storia in una notte particolarmente calda, dove nulla si muove perché ogni movimento sarebbe fonte di ulteriore calore e umidità, dove l’unico rumore che si sente, forte, insinuante, destabilizzante è quello dei motori dei condizionatori che si muovono a tutta velocità come pale di mulini in una giornata ventosa. Già, il vento. In notti così ce lo si sogna il vento, l’unica aria è quella calda mossa sempre dai quei motori appesi fuori alle ringhiere dei balconi, ognuno il suo, che ronza, gira, ronza. Gli appartamenti sono tutti illuminati, non si dorme proprio! Chi si serve ancora un drink super ghiacciato per dare all’ugola un attimo di freschezza, chi cerca spasmodicamente un altro programma in televisione, gambe allungate e piedi appoggiati al tavolino, impossibile leggere con questo caldo! Chi approfitta per farsi la messa in piega e al tavolo della cucina con la testa piena di bigodini sfoglia un libro, chi sonnecchia agitato sul divano, chi gioca a carte, chi tenta di farsi un po’ d’aria, non importa se calda, sventolando un ventaglio di bambù affacciata al terrazzo, chi bagna i fiori.

Si soffoca. Non si muove foglia. E non si sa come né perché ma si inizia a sentire caldo anche fuori dal libro! In tutto questo silenzio appiccicoso reso fisso dal nero della notte che colora la pagina e fa da sfondo al palazzo dove le luci accese degli appartamenti consentono al lettore di entrare e di curiosare un po’, ad un tratto un rumore diverso rompe il monotono ronzio dei condizionatori. Ploc! Ploc! Ploc! In quella notte nera di caldo anche la luna si stava sciogliendo: grosse gocce di un giallo luminoso si staccavano da quel tondo lunare incontrando la terra con un sonorosissimo Ploc! In men che non si dica la custode del palazzo, che fino a poco prima era quella che si stava sventolando in cerca di ristoro, corre fuori recando con sé una grande ciotola tonda per raccogliere le preziose gocce, il tempo di rientrare e porre in frigorifero quel raccolto luminosamente eccezionale e succede un fattaccio: la luce va via in tutto il condominio, troppi condizionatori accesi in città, troppa energia e il mondo si oscura.

Moon Sherbet, di Heena BaekBear Books, 2014
Moon Sherbet, di Heena BaekBear Books, 2014

E mentre una luce, come polvere luminosa esce dal frigorifero della custode creando una scia e tutti gli abitanti del palazzo scendono per vedere cosa succede nel suo appartamento, lei offre un sorbetto alla luna a tutti, fresco e dolce, refrigerante al punto che, rientrati a casa, nella notte buia buia, tutti spalancano le finestre lieti di quel buio, di quel fresco, di quella notte. Se non che nei sogni di tutti si sente un sonorosissimo Toc! Toc! A bussare alla porta della custode sono due coniglietti bianchi ancora imbragati nel sacco porta paracadute. Ora che la luna è sciolta dove potranno mai andare a abitare? Pare questa essere una notte lunga e piena di tormenti. Nella grande ciotola rotonda non resta altro che una goccia di quel sorbetto prezioso: forse per concimare la terra di quel vaso abbandonato, forse ne potrà nascere un fiore tondo e luminoso? Forse potrà crescere come il fagiolo magico? Potrà essere la casa per i due conigli bianchi?

Moon Sherbet, di Heena BaekBear Books, 2014
Moon Sherbet, di Heena BaekBear Books, 2014

La particolarità dell’albo risiede nella realizzazione delle immagini, non una semplice illustrazione ma una specie di diorama, un disegno ritagliato, assemblato, un palazzo costruito piano dopo piano, la piccola scatola arredata e ornata: tappezzerie anni ‘70, a ognuno il suo stile, quadri alle pareti, piastrelle per la cucina. Vecchi oggetti quotidiani, pezzi di giochi reali, molte cose ancora una volte disegnate, colorate, ritagliate e assemblate. Piccoli pezzi di tessuto e pizzo per tende e divani, lenzuola e tovaglie e minuscole sedie intagliate in legno morbido.

Moon Sherbet, di Heena BaekBear Books, 2014
Moon Sherbet, di Heena BaekBear Books, 2014

E poi i personaggi lupeschi: ognuno di loro con un muso, un’altezza, una postura per la quale l’autrice ha particolare cura, una grandezza diversa. Ritagliati perfettamente si muovono sulla scena come bamboline di carta perfettamente abbigliate, alcune in semplice canotta, altre in abiti leggeri, camicie da notte a fiorellini adatte a quel caldo fuori dal normale.

Moon Sherbet, di Heena BaekBear Books, 2014
Moon Sherbet, di Heena BaekBear Books, 2014

Un’arte quella di Baek Heena attenta al particolare, dove mai nulla è fuori posto, dove anche un abito se non è disegnato e colorato su carta è ritagliato nel tessuto cucito e ornato da lei stessa. Dove l’attenzione all’infanzia passa attraverso le figure adulte soprattutto dei nonni.

IMG-6516 (1)Titolo: Moon Sherbet
Autore: Heena Baek
Editore: prima edizione Storybowl, Korea 2010
Bear Books, 2014
Dati: 2010, 32pp, lingua coreano, 7,80€

Kai feiji de da tudou

Al ventottesimo piano di un palazzo il cielo lo tocchi con un dito e se in lontananza il sordo rombare di un aereo ti richiama alla finestra probabilmente lo vedrai sorvolare la tua testa, potrai vederne le ali possenti e il suo carrello che lentamente viene inghiottito nella pancia. E sicuramente ti domanderai dove mai andrà così bello e leggero. C’è un’età nella quale i mezzi di trasporto suscitano un fascino difficile da eguagliare così che tutti i bambini vorrebbero fare ì capotreno o i piloti. E questo è quello che sogna anche Daï Doudou, per tutti Grande patata ma non chiamatelo così, a lui, non fa piacere.

Kai feiji de da tudou, Mei Zihan, illustrato da Bu Jiamei, Jiangsu Shaonian Ertong Press
Kai feiji de da tudou, Mei Zihan, illustrato da Bu Jiamei, Jiangsu Shaonian Ertong Press

Così, nell’esercizio delle possibilità che offrono i mondi a cui l’infanzia può accedere, il giardino di scuola e la ricreazione sono il luogo e il tempo giusto per cimentarsi nella difficile impresa di essere un pilota e di voler raggiungere e sorvolare gli Stati Uniti d’America, il luogo più lontano dalla Cina che un bambino cinese possa immaginare! Ci sono però ricreazioni che trascorrono serene, altre dove la turbolenza è proprio nell’aria ancora prima di mettersi in volo!

Succede dunque, che nel gioco che si ripete quotidiano per affinare capacità e raggiungere competenze inaspettate, per poter tornare sempre e ancora a volare, che qualcuno, quel giorno magari nato un po’ storto, voglia fare lui il pilota.

Questa è la storia di un colossale litigio, di un botta e risposta estenuante e particolarmente innervosente, di un gioco che non riesce a partire sereno, in un giorno in cui tutti, ma proprio tutti, vogliono giocare all’aeroplano, salirci sopra, andare in posti diversi e dove tutti vorrebbero avere il ruolo del comando. Ma chi comanda di più il pilota o il comandante di bordo? Così Lin quel giorno non è disposto a far fare ancora il pilota a Daï, lo ha fatto già ieri e non sarebbe giusto. Ma ieri Daï non pilotava quell’aereo quello che va negli Stati Uniti, no, ne ha pilotato uno che andava solo a Pechino. Ed è così che tra urli e strilli Lin si guadagna il titolo di Comandante di Bordo, ben più importante di un semplice pilota. Almeno così dice Daï. E se è vero che tra i tre litiganti il terzo gode ecco che, appena trovato l’equilibrio interno alla cabina di pilotaggio, proprio mentre Daï annuncia l’imminente decollo, si vedono arrivare di corsa Ma e Yang entrambi pronti a giocare, a volare, entrambi desiderosi di imbarcarsi, entrambi che urlano per salire e che non è vero che l’aereo sta per decollare. Si va e si torna. Si torna quando l’ingiustizia diventa reale e si piomba a terra con un tonfo, quando lo sappiamo tutti che si fa per finta e che allora gioco anch’io. E poi si rivà quando servono una hostess e un poliziotto, ci sarà bene un poliziotto sugli aerei no? E poi però si è nervosi per la destinazione e il rumore dell’aereo non è quello che sembra invece una vecchia macchina. Insomma sembra sempre di esserci arrivati al punto di incontro, alla mediazione tra le parti, a partire finalmente e poi…qualcuno si arrabbia, qualcun altro si innervosisce, qualcuno dice qualcosa e un altro si mette a urlare. Ci vogliono equilibrio e diplomazia. Ma poi alzi gli occhi e vedi arrivare tutti quanti di corsa.

Tutti, ma proprio tutti, un’intera classe pronta a imbarcarsi strattonandosi, prestandosi i piedi, volendo arrivare prima, tirandosi per la maglietta… è qui che generalmente interviene la maestra. Quando i toni si alzano, le bocche si spalancano troppo e i bambini sembrano un tutt’uno polveroso e vociante. Quindi tutti in fila ad aspettare il proprio turno e in ordine di arrivo.

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Kai feiji de da tudou, Mei Zihan, illustrato da Bu Jiamei, Jiangsu Shaonian Ertong Press

Ma in queste giornate neppure l’ordine è una certezza soprattutto se ancora Lin e Daï discutono sulla meta e i bambini scalpitano, i turni saltano e si torna a gridare fino a che… succede sempre che a un bambino scappi detto di non voler più giocare a quel gioco e che forse preferirebbe andare in treno. Che idea! Il treno! Allora ecco che all’improvviso tutti corrono verso il treno, ridono, scherzano, qualcuno cade, si rotola per terra, c’è un che di frizzante nell’aria e nella pancia di tutti. Certo è che con il treno si arriverà solo a Parigi non negli Stati Uniti… va bene ma chi arriva prima: treno o aereo? Ci sono giorni che anche i giochi non hanno pace. E la pace non si trova se non per pochi minuti. Ci sono giorni che volevi arrivare lontano ma che arrivi solo un po’ più in là ma va bene lo stesso, hai dimostrato di saperlo fare. La particolarità dell’alba sta nell’entrare e uscire dal gioco, un attimo in un luogo l’attimo dopo sulla terra, qui e ora. Nei dialoghi che ripercorrono precisamente le dispute bambine e in quello scrivere come se pensassi di dire le cose a qualcuno a te che leggi o a Lin che oggi non fa che urlare e arrabbiarsi.

IMG-5964Titolo: Kai feiji de da tudou
Autore: Mei Zihan, illustrato da Bu Jiamei
Editore: Jiangsu Shaonian Ertong Press, 2012 Cina
Éditions du Centenaire – MilleFleurs, 2013
Dati: 2012, 32 pp, lingua cinese, 11,50 €

Kitsune no Kamisama – Il desiderio della volpe

Succede proprio così: rientrano di corsa dal parco dopo un pomeriggio di gioco, ancora coi capelli al vento si siedono, quasi senza scostare la sedia, felici di trovare la merenda che li aspetta e poi, finita la prima fetta di torta quando già pregustano quel nettare dolce e fresco che hanno davanti a loro nel bicchiere, che calmerà il calore, l’arsura della corsa e si mescolerà alle note fragranti della torta appena gustata… mani alla bocca, occhi spalancati, respiro trattenuto, è lì che ricordano di aver lasciato il loro gioco al parco. È così che, anche se avanza piano piano l’effetto rilassante della merenda ancora a metà, occorre rinfilarsi le scarpe e uscire con altrettanta velocità per recuperare ciò che giace abbandonato al parco.

Kimiko Aman, Komako Sakai . POPLAR Publishing Co. Ltd., Japan 2003
Kimiko Aman, Komako Sakai . POPLAR Publishing Co. Ltd., Japan 2003

Così per Roxie e suo fratello Lukie, più piccolo, che forse potrebbe anche rimanere a casa ma si sa, ai piccoli non sfugge occasione di poter seguire una sorella maggiore! È classico che, seppure ritornati nel punto preciso in cui si è giocato tutto il pomeriggio, il gioco, quello con cui si è usciti, il prescelto per quel giorno, non si trovi lì. Succede quindi che si comincia a guardare attorno, si compiono piccoli passi, si perlustra una zona più grande, si passa dal prato del parco a dentro gli alberi seguendo voci lontane, echi divertiti nei quali pare di riconoscere toni di bambini, di qualche amico, forse addirittura di Thomas e Samantha.

Kimiko Aman, Komako Sakai . POPLAR Publishing Co. Ltd., Japan 2003
Kimiko Aman, Komako Sakai . POPLAR Publishing Co. Ltd., Japan 2003

Poi succede che il bosco, seppure solo qualche albero fitto, porti altrove.

Le voci si fanno più chiare, si contano, un rumore arriva distinto: un sibilo precede lo schiocco di qualcosa che batte il terreno. E poi quella canzoncina…Doxy Foxy/tocca terra/Doxy Foxie/Gira e gira/gira a ovest gira a est/ scegli quel che piace a te. E così il racconto cambia passo.

Kimiko Aman, Komako Sakai . POPLAR Publishing Co. Ltd., Japan 2003
Kimiko Aman, Komako Sakai . POPLAR Publishing Co. Ltd., Japan 2003

Nella radura, quell’altrove fuori dal bosco, sette piccole volpi saltano la corda girata con forza da altre due mentre un’altra, già uscita dal gioco, osserva. Qualcosa però non va, eppure sembra facile: si aspetta la corda arrivare e si salta. Eppure il salto non sembra mai alto abbastanza, la coda si impiglia, si inciampa anche l’un con l’altra. Sarebbe bello, un vero desiderio che si avvera se solo si riuscisse a compiere un giro di filastrocca completa. D’altro canto cosa c’è di più desiderabile per una volpe se non saltare! Non si ingarbuglieranno nella corda cadendo una sopra l’altra alla vista dei due bambini, no! Ne fuggiranno spaventate abbandonando il gioco lì, a terra come fanno le volpi appena vedono un umano.

Kimiko Aman, Komako Sakai . POPLAR Publishing Co. Ltd., Japan 2003
Kimiko Aman, Komako Sakai . POPLAR Publishing Co. Ltd., Japan 2003

Al contrario, sono felici! Sono così felici di avere con loro la più grande saltatrice di corda che abbiano mai visto, l’unica che può insegnare loro a giocare – avrannno osservato a loro volta, nascoste tra gli alberi del boschetto nel parco, Roxie saltare? – E come Roxie sa che è proprio la coda, la sua posizione, va tenuta ben dritta sulla schiena, che impedisce alle volpi di saltare con successo la corda? Un pasticcio coi nomi, Roxie la bambina e Roxie la volpe con quel desiderio grande di riuscire a saltare la corda!

Kimiko Aman, Komako Sakai . POPLAR Publishing Co. Ltd., Japan 2003
Kimiko Aman, Komako Sakai . POPLAR Publishing Co. Ltd., Japan 2003

Quel che è scritto sulla manopola e ciò che appartiene alla piccola volpe salterina può portare a qualche sospetto. Oggi Roxie ha realizzato il suo più grande desiderio, è una giornata fortunata; emersa con le sue sorelle dal boschetto nella radura, appoggiata al ramo dell’ultimo albero ecco lì una corda, una corda per saltare e col suo nome inciso su una manopola! E poi quella bambina, dice di essere Roxie e che la corda è sua, ma l’ha trovata Roxie la volpe e c’è il suo nome, inciso sopra e questo basta per salutare il destino. Un sospetto rimane. Un dubbio coglie il lettore: di quale delle due Roxie sarà la corda? E chi è questa bella bambina dai lunghi capelli color di volpe, così abile saltatrice che parla con le volpi e conosce la posizione che la coda deve tenere quando si salta alla corda? E chi, tra bambina e volpe, ha scordato una corda per saltare un giorno al parco? Ma non importa, ora è tardi, Roxie e Lukie devono tornare a casa. Roxie vuole correre e Lukie ha voluto vincere.

Kimiko Aman, Komako Sakai . POPLAR Publishing Co. Ltd., Japan 2003
Kimiko Aman, Komako Sakai . POPLAR Publishing Co. Ltd., Japan 2003

Kitsune è la volpe in giapponese.

Narra la leggenda che la volpe sia un animale dotato di grande intelligenza, in grado di vivere a lungo e sviluppare, in vecchiaia, poteri soprannaturali. Quello che più le piace è quello che le permette di assumere sembianze umane, soprattutto quelle di una bellissima bambina.

IMG-5876Testi: Kimiko Aman, Illustrazioni: Komako Sakai
edito: prima pubblicazione POPLAR Publishing Co. Ltd., Japan 2003
Chronicle Books LLC, USA 2017
dati: 32 pp, lingua originale giapponese, anno 2003

Une sieste à l’ombre

La prima pagina di quest’albo, cartonato non patinato, quadrato, è interamente dedicata a una copertina quadrata, gialla da una parte e rossa dall’altra. Quella che i bambini si trascinano ovunque, che parla di casa, che consola, avvolge e che all’occorrenza diventa tante, tantissime altre cose creando possibilità incredibili.

Une sieste à l’ombre, di Françoise Legendre, Julia Spiers - Seuil jeunesse, Parigi, 2019
Une sieste à l’ombre, di Françoise Legendre, Julia Spiers – Seuil jeunesse, Parigi, 2019

Qualcuno l’ha stesa sul prato, di quel bel verde intenso dell’erba croccante dell’estate, proprio là all’ombra del melo, dove il giorno si fa più fresco. Da una parte gialla e dall’altra rossa. L’ha accomodata badando che non ci fossero pieghe, perfettamente tesa; deve essere un grande intenditore di pisolini, un professionista della cura, qualcuno che i bambini li capisce al volo, così! Che sa cosa significa giocare nel prato un giorno d’estate e sa che si può essere presi all’improvviso da quella bella stanchezza che merita un sonnellino, una siesta all’ombra.

Une sieste à l’ombre, di Françoise Legendre, Julia Spiers - Seuil jeunesse, Parigi, 2019
Une sieste à l’ombre, di Françoise Legendre, Julia Spiers – Seuil jeunesse, Parigi, 2019

Ma questo qualcuno, chiunque esso sia, mamma o papà, nonno o nonna, è stato soprattutto un bambino e conosce e ricorda la bellezza della copertina, il fascino e l’affetto, la necessità fisica e tattile, di quell’accessorio che accompagna sin dai primi giorni. E quella copertina, gialla da una parte e rossa dall’altra, soffice e in attesa, sembra proprio chiamare.

Presto, già nella pagina accanto, una bambina risponde al richiamo. È il suo pensiero che si fa testo. Ha tolto i sandalini rossi, lasciandoli sul prato. Ha con sé il suo bicchiere con l’acqua e il suo fedele compagno d’infanzia, l’inseparabile cane di pezza, ha capelli e occhi neri, una piccola bocca rossa e indossa una maglietta a larghe righe color giallo. La troviamo sdraiata, il suo cane accanto, una mano è scivolata subito verso l’angolo della coperta ad afferrarne un lembo. L’altra mano si chiude a pugno mentre il braccio si rilassa, alto, e il torace si distende, l’aria fresca fluisce, tonifica, rilassa… la siesta sarà lunga sulla copertina gialla da una parte e rossa dall’altra.

Une sieste à l’ombre, di Françoise Legendre, Julia Spiers - Seuil jeunesse, Parigi, 2019
Une sieste à l’ombre, di Françoise Legendre, Julia Spiers – Seuil jeunesse, Parigi, 2019

Il pensiero si offusca godendo della situazione, mentre la copertina a ogni minimo movimento della bambina sembra cogliere la necessità di un abbraccio avvolgente. Il sonno sopraggiunge quando ancora la bambina sta assaporando il piacere dell’incontro con la sua copertina; il pensiero si fa sogno, la copertina gialla da una parte e rossa dall’altra, si fa bivacco sul quel prato, rigoglioso di arbusti, di fiori, erbe, dove piccoli e grandi animali vengono a salutarla. Si distinguono un cervo, un leprotto e una piccola lumaca.

Une sieste à l’ombre, di Françoise Legendre, Julia Spiers - Seuil jeunesse, Parigi, 2019
Une sieste à l’ombre, di Françoise Legendre, Julia Spiers – Seuil jeunesse, Parigi, 2019

Può diventare igloo in uno sbuffo, proprio lì nel giardino di casa, circondata da pinguini. Una grotta il cui ingresso sembra la bocca di un animale molto più grande, feroce. Una tenda degli indiani dove un gatto – volpe rossa – passa a annusarti un po’.
Quella copertina gialla da una parte e dall’altra rossa, può farsi deserto o collina, lago o mantello, può scatenarvisi sopra una tempesta, diventare una mongolfiera, una corazza, il mare profondo o il cielo infinito in una notte di luna piena. Rappresenta un viaggio, un pezzo di mondo: la fine di uno l’inizio di un’altro che nel sogno si esplorano. In quel giardino conosciuto, su quel quadratino giallo da una parte e rosso dall’altra, i giochi, uno ad uno, gli animali, dal gatto al coccodrillo, il pallone e il fido cane di pezza, concorrono all’avventura, si animano, il contatto con la copertina sempre presente sulla pelle della bambina si trasforma nel sogno, e nell’illustrazione dove il giallo e una fantasia a puntini rossi si fanno, tenda, capanna, grotta e nuvole. Via, via che il sonno avanza, sopra o sotto.

Une sieste à l’ombre, di Françoise Legendre, Julia Spiers - Seuil jeunesse, Parigi, 2019
Une sieste à l’ombre, di Françoise Legendre, Julia Spiers – Seuil jeunesse, Parigi, 2019

E poi si ritorna, ci si affaccia tutti assieme, il cane vero e di pezza, il gatto, le scimmie, ai confini del sogno, un attimo prima di sentire il mondo, una mongolfiera si allontana in un cielo rosso.
Stiracchiandosi la bimba ridefinisce i confini di sé e del reale. Il pisolino sulla copertina gialla da una parte e rossa dall’altra è terminato, in un attimo la copertina torna a essere sola lì sul prato sotto il melo alla frescura della sua ombra, ora un poco stropicciata. Un albo per i più piccoli che narra di un luogo e di un oggetto che a sua volta narra, rappresenta, è così fanciullo nel suo essere per tutta la vita giallo da una parte e rosso dall’altra. Un oggetto, primo regalo, inseparabile conforto per lungo tempo, luogo al quale si torna, accessorio del possibile e dell’impossibile, del sempre con sé da non essere quasi mai rappresentato dai conoscitori dell’infanzia nei libri dei piccoli.

unnamedUne sieste à l’ombre
testi: Françoise Legendre
illustrazioni: Julia Spiers
editore: Seuil jeunesse, Parigi
dati: 2019, pp. 30, lingua originale francese

Die Hochzeit von Lumpenpüppchen und Besenstiel und wer alles dabei war

Die Hochzeit von Lumpenpüppchen und Besenstiel und wer alles dabei war, di Carl Sandburg e Harriet Pincus - 2013 Diogenes Verlag, Zürich

Quel che sembra a prima vista potrebbe non essere, Carl Sandburg, autore e poeta americano, e Harriet Pincus, illustratrice, lasciano ai lettori il dubbio. Di certo, sappiamo sin dal titolo che si tratta di una storia d’amore, chiunque abbia agito il gioco, o l’azione, li ha fatti innamorare.

Die Hochzeit von Lumpenpüppchen und Besenstiel und wer alles dabei war, di Carl Sandburg e Harriet Pincus - 1922 Diogenes Verlag, Zürich
Die Hochzeit von Lumpenpüppchen und Besenstiel und wer alles dabei war, di Carl Sandburg e Harriet Pincus – 2013 Diogenes Verlag, Zürich

Di Bambola di pezza si sa che è molto ambita, tutti le vogliono bene, chiunque sarebbe ben felice di sposarla ma come noto, se non è azzurro, si sposerà chi per te farà un gesto di rara bellezza e bontà. E Manico di scopa le farà il regalo più bello al quale lei potesse ambire. Successe un giorno che un bambino distratto, diciamo così, la scaraventò contro la porta e fu lì, in quel tafferuglio che perse i suoi occhi, due bottoncini in vetro, rotondi, luminosi! Manico di scopa trovò un giorno due prugne secche e le pose laddove un giorno erano quei due bottoni. Bambola di pezza non ebbe alcun dubbio quando lui, là sull’altalena, una sera rosa di tramonto le offrì un fiore chiedendola in sposa. Fu organizzata una bellissima cerimonia e al corteo nuziale parteciparono tutti, ma proprio tutti, fu il più pazzo, divertente, sgangherato, esilarante corteo nuziale che storia possa mai vantare.

Die Hochzeit von Lumpenpüppchen und Besenstiel und wer alles dabei war, di Carl Sandburg e Harriet Pincus - 1922 Diogenes Verlag, Zürich
Die Hochzeit von Lumpenpüppchen und Besenstiel und wer alles dabei war, di Carl Sandburg e Harriet Pincus – 2013 Diogenes Verlag, Zürich

Fino a qui è un gioco quel che immaginiamo leggendo parole e figure, un gioco ricco di tutti quegli oggetti, piccoli e grandi, pertinenti o näif, aggiustati e in ordine ma taluni forse anche male in arnese, che non importa quel che sono purché funzionali al gioco. Così una casetta con un tavolo e seggiole, un cilindro nero farà per una volta la parte della torta al cioccolato, la pala per il carbone vestita di tutto punto per l’occasione di quel thè tra amici, spazzola liscia e ben pettinata indosserà un completo a pois e visto che è piccina potrà avvalersi del poggiapiedi colorato, mentre caffettiera al thè caldo preferirà una bibita rinfrescante. E per la cerimonia nuziale, nella camera rosa dalle belle tappezzerie e il lampadario imponente, tutti porteranno un fiore!

Die Hochzeit von Lumpenpüppchen und Besenstiel und wer alles dabei war, di Carl Sandburg e Harriet Pincus - 1922 Diogenes Verlag, Zürich
Die Hochzeit von Lumpenpüppchen und Besenstiel und wer alles dabei war, di Carl Sandburg e Harriet Pincus – 2013 Diogenes Verlag, Zürich

Poi inizia la festa e lo è sul serio. Arrivano tantissimi invitati, buffi e strampalati: i lecca cucchiai, i suona pentola, le bocche al cioccolato, i bavaglini sporchi, gli orecchioni puliti, i sempre allegri, i succhia zuppa, i bambini paciocconi e i pigiamati. E mentre si è coinvolti dalle immagini che scorrono come al cinema e da un testo che si più musicale meno racconto, quasi filastrocca con un ritornello, scostandoci un po’, ci accorgiamo che in quel bailamme di suoni, giravolte, risate, dispetti è un rituale che si sta mettendo in atto. Se le prime pagine sono bambine, il corteo nuziale sa di adulto che preleva, si sostituisce al gioco e scherzando lo continua cominciando un rito che porterà alla nanna.

Cucchiai e cucchiaini entrano in gioco, lingue golose che leccano e schioccano, mestoli da battere, più difficili da succhiare. Si ride si fa una giravolta e si torna a leccare e succhiare. Ma si può anche battere il cucchiaio sul pentolino di rame: si può grattare, farlo scivolare, batterlo con gran frastuono. A fine pasto un dolce rende le bocche di cioccolato e intanto si ride, si scherza, si gioca, si lecca, si batte si fa una giravolta e si morde ancora un po’ di cioccolato che si scioglie tra le mani e imbratta i volti e sporca nasi e orecchie come solo il cioccolato sa fare con l’infanzia. Sui bavaglini dei luridi fringuelli ora impronte di dita e mani, erano colorati prima e odorosi di bucato: bianchi, a quadretti o rigati, blu o con un volo di farfalle. E poi orecchie pulite, nelle quali nessuno sa cosa si bisbiglia ma di sicuro qualcosa di divertente sempre, forse qualcosa di così lieve da fare solletico. Pulite dal cioccolato, nessuna briciola dentro o fuori, ribelli e piccole, tirate per farle muovere è una giravolta per muoverle ancora. E dopo questa tortura un po’ di solletico, guance paffute e lucide di sapone da pizzicare. Qualcosa da bere e i bambini ora sono tranquilli, hanno gote rosa e paffute, sorridono, si calmano piano, gli occhi lucidi per la festa e il gran divertimento, lo sguardo già un po’ più lontano è ora dei pigiamini. Che arrivano felici di partecipare al gioco sono freschi ma le loro teste ciondolano, ondeggiano come se i loro piedi non sapessero bene dove condurli. Nessuna giravolta ora, nessuna risata Argentina, non si scrolla la testa, non si muovono le orecchie. Il rito è compiuto la festa riuscita.

Die Hochzeit von Lumpenpüppchen und Besenstiel und wer alles dabei war, di Carl Sandburg e Harriet Pincus - 1922 Diogenes Verlag, Zürich
Die Hochzeit von Lumpenpüppchen und Besenstiel und wer alles dabei war, di Carl Sandburg e Harriet Pincus – 2013 Diogenes Verlag, Zürich

Albo del 1967 e primo illustrato da Harriet Pincus, newyorkese del Bronx, contemporanea di Maurice Sendak della cui influenza risentono le sue illustrazioni, dalla grafica particolare, ha molto fascino ancora oggi. I risguardi colorati a piccoli tratti di colore come l’album da disegno di un bambino, i personaggi bizzarri dalle grandi orecchie e lingue tirate fuori come per leccarsi le briciole o le macchie di cioccolato agli angoli della bocca e anche per sbeffeggiare all’occorrenza; le somatiche caricature dell’immaginario, l’ambientazione come in un sogno colorato e la particolare cura nel porre scarpe ai piedi, disegnare capello per capello, o magliette e pantaloni, bizzarri calzari per altrettanti fantastici animali, calzette colorate e patterns, gambe sgambettanti e ancora una giravolta e una risata!

È stata una parata meravigliosa non credi?

SenzanomeDie Hochzeit von Lumpenpüppchen und Besenstiel und wer alles dabei war
testi: Carl Sandburg
illustrazioni: Harriet Pincus
editore: Diogenes Verlag, Zürich
prima edizione: Harcourt, Brace & World, Inc., San Diego, California, 1922
dati: 2013, pp. 40, lingua originale inglese 1922, tedesco

Kilobo l’elefante sporco

Ci sono storie che nascono così, per la strada, quando meno te lo aspetti: una piccola cosa attira il tuo sguardo mentre cammini fieramente diretto dove vuoi andare, la incontri con lo sguardo,  la raccogli toccandola, e appena l’hai tra le mani un contatto particolare è stabilito. Quelle prime sensazioni tattili ne disegnano alcune più sottili che trovano il loro cuore laddove fluiscono i pensieri e le parole nate per accompagnarli. Così per Kilobo, elefantino di pezza, sporco di fango e dei tanti giorni lontano da casa, consumato da un amore tenero durato a lungo, di bambino ora profugo, perduto in un campo sull’Isola di Lesbo dopo un viaggio infinito e difficile. Gli scherzi della vita.

Kilobo l’elefante sporco, di Daphne Bloumidis e Anna Georgiadou
Kilobo l’elefante sporco, di Daphne Bloumidis e Anna Georgiadou

Chi lo trova abbandonato al suo destino di perduto è Daphne Bloumidis, autrice dell’albo a lui dedicato, che in quel campo dona la sua assistenza a grandi e piccini stanchi, frustrati e spaventati, anche loro in qualche modo perduti. Attivista e fondatrice di associazioni internazionali che si prefiggono di organizzare e migliorare programmi educativi per immigrati e giovani, con particolare attenzione ai minori non accompagnati. È  lei che, raccolto, gli dedica la sua attenzione, le sue riflessioni e poi un racconto. A Kilobo un gioco di pezza, un elefante, un minore non accompagnato.

Kilobo l’elefante sporco, di Daphne Bloumidis e Anna Georgiadou
Kilobo l’elefante sporco, di Daphne Bloumidis e Anna Georgiadou

La voce narrante è quella di una nonna che incontrato un elefante, uno straniero, decide di portarlo a casa e di offrirgli ciò che reputa necessario: un buon bagno per pulirsi e rilassarsi, un’igienica strofinata ai denti per una buona accoglienza nel microcosmo di casa, una bella e sostanziosa cena e poi un letto, morbido, accogliente e pulito dove poter addormentarsi sicuro. Una casa.

Ma non tutte le case sono uguali nel mondo e soprattutto non tutti gli usi e gli oggetti quotidiani sono gli stessi.

Kilobo l’elefante sporco, di Daphne Bloumidis e Anna Georgiadou
Kilobo l’elefante sporco, di Daphne Bloumidis e Anna Georgiadou

Kilobo sonnecchia sotto a un albero, almeno così pare. Attorno a lui grandi e piccini impegnati nel gioco vociano in una lingua a lui sconosciuta. Quel che è chiaro, sin dal primo sguardo, è che Kilobo non è di quelle parti. Non vi appartiene né per caratteristiche, né per colore, né per la sporcizia di cui è macchiato. Come sia arrivato sull’isola e soprattutto da dove venga, Asia? Africa?, nessuno lo sa. Ma di certo non è nato lì. Se è arrivato sfruttando un passaggio, allungando una pensierosa passeggiata, in auto no, sicuramente, forse in un grande camion, nessuno lo sa e forse lo saprà mai. Ma è così stanco e fangoso, così sporco – forse pioveva durante il tragitto e il terreno era diventato poltiglia – che viene  fatto di pensare che durante il suo viaggio abbia trovato altri come lui coi quali giocare e rotolarsi nel fango e nella terra. Ma ora è lì, nel campo, sporco e bagnato, impossibile non notarlo, non desiderare di avvicinarlo, di invitarlo a casa, offrirgli un bagno caldo, in mezzo a tutta quella gente che per casa ora ha solo sé stessa. In fin dei conti ci sono pochissime cose di cui una creatura ha bisogno: sentirsi accettato, sicuro e amato. Sentirsi a casa. Essere a casa anche se casa non è.

Kilobo l’elefante sporco, di Daphne Bloumidis e Anna Georgiadou
Kilobo l’elefante sporco, di Daphne Bloumidis e Anna Georgiadou

Ma si sa tra grandi e piccini la storia è sempre quella del fare il contrario di ciò che viene chiesto o proposto. I grandi pensano cose che ai bambini sembrano strane, si tratta sempre di pretese impossibili e i grandi, dal canto loro,  pensano che i bambini siano assolutamente irragionevoli e testardi. 

Così se l’invito a seguirla a casa, nato dal cuore dal desiderio di accudire e offrire qualcosa di meglio di un rifugio, poteva non essere una cattiva idea sicuramente lo era fare il bagno, proprio inaccettabile, impossibile! Ci era voluto, come si dice, del bello e del buono ma poi tra mille bolle, in quell’acqua calda, confortevole, il bagno era stato anche divertente e piacevole. Ma non lo spazzolarsi i denti troppo grandi e lunghi per riuscire a usare un oggetto così piccino, difficile da impugnare. Solo offrendo parole dolci l’elefantino si lascerà aiutare. Il phon lo terrorizza, la salvietta non basta a coprirlo. A cena risulterà impossibile evitargli di afferrare la scatola dei biscotti e di riempirsi la bocca con avidità, ma un bambino può comportarsi bene innanzi a tutto quel croccante e fragrante? Solo un adulto può pensarlo. Un bambino si allunga verso il pigiamino più comodo da prendere senza pensare se può o meno indossarlo.

Kilobo l’elefante sporco, di Daphne Bloumidis e Anna Georgiadou
Kilobo l’elefante sporco, di Daphne Bloumidis e Anna Georgiadou

Solo un adulto può pensare è di questo o è di quello.  Forse all’inizio potrebbe non sembrare facile, ma sarà sorprendente incontrarsi nella curiosità reciproca, conoscersi, crescere assieme. Così come quel bimbo che appena nato non si conosce e poi, in una scoperta quotidiana e reciproca, diventa di casa.

unnamedTitolo: Kilobo l’elefante sporco
Autore: Daphne Bloumidis
Illustratore: Anna Georgiadou
Editore: Metaixmio, Atene, Grecia
Dati: 2017, 40 pp., lingua greco, €8,80

i 10 libri che hanno reso più bello AtlantideKids nel 2019 (+ 1)

La pietra blu, di Jimmy Liao – 2019 Camelozampa

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Quando interviene la nostalgia, anche le pietre più grandi, quelle più granitiche, quelle blu, possono sgretolarsi. È infida, la nostalgia, talvolta dolce, sembra che non ci sia, che dopo un momento di intensità profonda, sia passata, si sia mescolata ad altro, magari alla rassegnazione, e invece ristà, quieta. Sedimenta e si radica. Basta un soffio di vento che sfiora il viso, basta una parola catturata per caso in mezzo al vociare, basta uno sguardo; la nostalgia riaffiora, si fa largo tra le fenditure dell’anima, tra le venature della pietra e si manifesta, prorompente, autonoma, incontrollabile. […continua a leggere]

Il segreto di Ella, di Cath Howe – 2019, Terre di Mezzo

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Cath Howe mi ha rapita. Notte tarda, sonno che bussa insistente alle porte dei miei occhi, eppure dalla prima pagina la narrazione fresca, accudente, mai retorica, mi ha avvinta a lungo. Non mi succede spesso, anche perché mi pongo nei confronti dei romanzi contemporanei degli ultimi anni con una certa diffidenza per ragioni che non considero qui proprio perché devo giustizia a questa storia che si discosta dalle altre per tono, per timbro, per cura. Ella avrebbe tutti i motivi per essere vittima delle contingenze e di se stessa: si è appena trasferita con la madre e il fratellino in una nuova città, il padre è in prigione per truffa e ci resterà a lungo, la scuola è nuova, le amiche anche e un brutto eczema le tormenta le notti, i giorni, le mani. […continua a leggere]

Il Bimboleone e altri bambini, di Gabriele Clima, Giacomo Agnello Modica – 2019, Edizioni Corsare

Belli questi Tantibambini, per citare Munari; sono tanti e diversi, sono vitali, imperfetti, unici, si muovono sulla pagina nel pieno delle loro peculiari identità, di una pienezza che è sfumata al contempo, che arriva e poi sfugge, che gioca in armonia con la pagina e con il lettore, che non fatica a riconoscersi in un bimbo o in quell’altro ma anche in questo qui. Proprio questo qui. […continua a leggere]

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Migrazioni, di Mike Unwin, Jenni Desmond – 2019, Editoriale scienza

Migrazioni gode dell’innegabile fascino dei libri a carattere naturalistico che intrecciano a informazioni scientificamente attendibili  una narrazione che trova proprio nell’aderenza alla realtà la sua poesia. In copertina si staglia un uccello, simbolo degli animali migranti per eccellenza. Ad ali spiegate e ferme plana tra la pioggia, sotto di lui il mare. Ma all’interno, doppia pagina dopo doppia pagina, le migrazioni sono di tutte le specie: terrestri, marine, volanti. Rettili, insetti, mammiferi, pesci.

Migrazioni, di Mike Unwin, Jenni Desmond - 2019, Editoriale scienza
Migrazioni, di Mike Unwin, Jenni Desmond – 2019, Editoriale scienza
Cosa c’è nella tua valigia?, di Chris Naylor-Ballesteros – 2019, Terre di Mezzo

Uno strano animale, dallo sguardo stanco, la schiena ricurva di peso e pensieri, trascina una grossa valigia. Arriva scalando una montagna che sembra essere l’ultimo ostacolo da superare dopo un lungo viaggio.  Passando, attira lo sguardo degli animali del luogo: una gallina, una volpe, un coniglio. La loro curiosità prende la strada lunga e indaga sullo strano animale, ma in maniera indiretta. Si chiede, la gallina, che cosa ci sia dentro la valigia. La risposta dello straniero la lascia di stucco. Nella valigia c’è una tazza. Ma non solo una tazza, anche un tavolino e una seggiola, e una piccola capanna che è la sua casa. La valigia contiene tutta la sua casa. [… continua a leggere]

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Cosa c’è nella tua valigia?, di Chris Naylor-Ballesteros – 2019, Terre di Mezzo
Il balcone, di Kalina Muhova, Atanas Dalchev – 2019, Tunuè

Surreale che non sia data a sé stessi la possibilità della luce, dell’aria. Surreale la sensazione che avvolge nel momento in cui si svela la presa di coscienza dell’indifferenza, del non saper guardare oltre, del non cercare l’altro e l’altrove. Smarriscono gli ultimi versi della poesia di Atanas Dalchev, Il balcone (1928), e lo fanno con disinvolta mestizia, instillano con naturalezza una nostalgia dura a dissolversi. […continua a leggere]

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Il balcone, di Kalina Muhova, Atanas Dalchev – 2019, Tunuè
Emil il polpo gentile, Tomi Ungerer – 2019 Lupoguido

Questa storia incomincia con un palombaro, che ha un titolo e un nome, capitano Samofar, che danza lieve sul fondo del mare. Un mare che è verde e del suo verde tinge anche le alghe, i pesci, lo squalo che stava passando oltre ma poi torna sulle sue nuotate e realizza che stava per farsi sfuggire un bel bocconcino. Non ha fatto i conti con Emil, il polpo gentile, però, che interviene in suo aiuto salvandogli la vita. […continua a leggere]

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Emil, il polpo gentile, Tomi Ungerer – 2019 Lupoguido
Il bambino tutto solo, di Roland Topor – 2019 Vanvere edizioni

In Topor tutto è estremo. È estremo il surrealismo, è estrema, ed estremamente complessa, la semplicità, è estrema, come in questo caso, la solitudine. Ma questo è anche il caso della dolcezza; della dolcezza tipica di certe fiabe, in cui basta un nulla, basta una piuma, per sfiorare la situazione più drammatica e cospargerla di un velo di morbidezza, attenuandola, dissolvendola.

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Il bambino tutto solo, di Roland Topor – 2019 Vanvere edizioni
Dove sono tutti?, di Remy Charlip – 2019, Orecchio acerbo

Quando ho parlato di Remy Charlip su queste mie pagine ho sempre sottolineato come fosse meravigliosa e sorprendente la capacità di piroettare in egual misura e con egual talento tra il tratto della matita e le volute nell’aria. Parlavo di ritmo ma anche di approccio al foglio, parlavo di gestione dello spazio e di repentini cambi d’azione resi con la stessa maestria, la stessa consapevole, autorialità. […continua a leggere]

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Dove sono tutti?, di Remy Charlip – 2019, Orecchio acerbo
Il cuore e la bottiglia, di Oliver Jeffers – 2019, Zoolibri

I libri di Oliver Jeffers sono sempre belli. Il cuore e la bottiglia oltre ad essere bello è anche struggente, malinconico. Per raccontarlo parto, come molto spesso ho fatto negli ultimi mesi, dalle risguardie. Quelle d’apertura, di un bell’azzurro su fondo panna, raccontano del legame tra nipoti e nonni, tra i bambini e certi adulti capaci di porgere un orecchio attento (e giocoforza ancora un poco acerbo) alle domande dei piccoli: quelle esclamate per la meraviglia, quelle sussurrate, quelle del quotidiano, quelle del surreale.

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Il cuore e la bottiglia, di Oliver Jeffers – 2019, Zoolibri
Ein Apfelbaum in Bauch, Les éditions de la courte échelle, Canada, Simon Boulerice, illustrato da Gerard DuBois – Diogenes

Succede di dirlo ai bambini, con tono fermo ma intenzioni scherzose. Lo dici tu che sei grande e loro, piccini, ci credono. Resta in una parte della loro testolina e, a volte, quando diventano grandi, lo ripetono anche loro ai propri bambini, con tono fermo e intenzioni scherzose. Si dice con leggerezza “tieni la mela, ma fai attenzione a non ingoiare i semi o ti crescerà un albero nella pancia!”; oppure si dice “ecco la tua mela, mi raccomando non sprecare nulla, ché della mela si mangia tutto, tranne il picciolo, ricorda”. E, sebbene sommesse, le tue parole resteranno a imperitura memoria, perché nessuno vorrebbe mai vedersi crescere un albero nella pancia e tantomeno sperimentare di ingoiare un picciolo! [… continua a leggere]

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Ein Apfelbaum im Bauch, Les éditions de la courte échelle, Canada, Simon Boulerice, illustrato da Gerard DuBois – Diogenes