Macaroni!

Per Romeo, undicenne di città, si prospetta una settimana di vacanza a casa del nonno,  che vive in una grigia cittadina belga, da solo, in una casa con l’orto, il porcile e nessuna televisione. Romeo scongiura il padre di risparmiargliela, ma la settimana dal nonno è programmata, decisa e necessaria. Il nonno si chiama Ottavio, segaligno e scorbutico alterna a borbottii in francese frasi e parole scandite a viva voce in italiano. “Maledetti!”, la più frequente. Rivolta soprattutto a chi manca di rispetto alla memoria.

Macaroni!, di Thomas Campi, Vincent Zabus - 2018 Coconino Press
Macaroni!, di Thomas Campi, Vincent Zabus – 2018 Coconino Press

E la sua, di memoria, custodisce i ricordi di una storia piena di sofferenze e sacrifici che stenta a riportare di sua sponte ma non si esime dal raccontare nel momento in cui gli si chiede: racconta di dita tagliate di proposito per recuperare i soldi necessari a curare il figlio (padre di Romeo), di dissenteria, di polvere nera che dal ventre buio della miniera sfugge per ricoprire tutto: i tetti, le strade, le piante, il cibo, i polmoni.

È la storia di un migrante, Macaroni!, della perdita delle proprie radici, della sofferenza della lontananza, dello sfruttamento, del razzismo, di tedeschi, di fascismi (di cui Ottavio si vendica chiamando ogni suo maiale Mussolini, perché non c’è nome più adatto per un maiale), del disprezzo, dei pregiudizi. Ma è anche la storia di tre generazioni di uomini, nonno, padre e nipote, che si intreccia e poi dipana da un avvenimento che segna il destino di tutti loro: un gesto di egoismo.

Macaroni!, di Thomas Campi, Vincent Zabus - 2018 Coconino Press
Macaroni!, di Thomas Campi, Vincent Zabus – 2018 Coconino Press

Pagina dopo pagina Ottavio di tanto in tanto si siede e sogna e le strisce vengono occupate da treni dai contorni sfumati, dal volto di una donna, dall’immagine di una madre che tiene in braccio un bambino e dalla voce disperata di Ottavio che invoca: Giulia!

E chi legge si chiede se sia la moglie, l’amore perduto prima del tempo. Se sia la storia di un abbandono. E infine comprende che sì, un po’ la storia di un abbandono lo è, nel momento in cui scopre che Giulia, la moglie di Ottavio, gli ha nascosto l’arrivo di una lettera d’assunzione come ferroviere in Italia, per il desiderio egoista di andare oltre confine, in Belgio, laddove tutto s’immagina sia meraviglioso; condannando Ottavio alla miniera, allo sradicamento.

Macaroni!, di Thomas Campi, Vincent Zabus - 2018 Coconino Press
Macaroni!, di Thomas Campi, Vincent Zabus – 2018 Coconino Press

Un graphic novel che incomincia con una tavola che alla luce della lettura anticipa quanto in maniera toccante sarà poi narrato: Il ricordo struggente di una terra perduta, la pianta di pomodoro; la bombola d’ossigeno cui è costretto Ottavio a causa della silicosi contratta in miniera; Ottavio alla finestra con le spalle basse, segnate dal rimpianto; il cassetto finalmente aperto, il contenuto svelato, con la lettera d’assunzione rimasta senza risposta.

Una settimana in Belgio con un “vecchio rompiscatole” per riannodare amicizia, amore filiale, storia. E per ricordare il valore insultante, e contemporaneo, di parole e atteggiamenti, modi e soprusi.

Macaroni-COVER-OK-DEF-570x771Titolo: Macaroni!
Autore: Thomas Campi, Vincent Zabus (Traduttore E. Caillat)
Editore: Coconino Press
Dati: 2018, 143 pp., 20,00 €

 

Il regno invisibile

Questa è la storia di come ho letto Il regno invisibile, di Rob Ryan.

Questa è la storia di una famiglia, una famiglia reale che ha un protagonista bambino, prima, e ragazzo, poi.

Si apre con una parentesi, che troverà la sua chiusura in coda alla storia, e ci parla di ritratti fotografici, quelli classici che ciascuno di noi ha in casa: i bimbi da piccoli, la nostra foto del diploma, quella del primo viaggio da soli, quelle in bianco e nero dei nostri nonni, e bisnonni. Ciascun ritratto racconta una storia, che si tramanda di generazione in generazione, di alcuni si perde memoria. È il corso naturale delle cose in una casa come le altre, in una casa come la nostra.

Il regno invisibile, di Rob Ryan - 2015 Ippocampo
Il regno invisibile, di Rob Ryan – 2015 Ippocampo

Non accade che un membro della famiglia sia dimenticato, nelle famiglie reali. Per ciascun membro di quelle famiglie c’è un lavoro sulla memoria collettiva che ottiene i suoi indelebili, seppur colorati o sbiaditi frutti.

Continuo a leggere e la storia che mi si racconta è quella di una famiglia reale, di come ciascuno per il solo fatto di essere nato in un luogo piuttosto che un altro abbia più diritto alla memoria costruita. Mi domando dove l’autore voglia condurmi e quindi, con la terza premessa lo comprendo: in un palazzo. Questa che leggo quindi è la storia di un palazzo e di come sia costruito per livelli e di come ogni livello abbia la sua importanza: dal piano più alto fino a quelli bassi, in cui vivono i servi. E i ciabattini.

Il regno invisibile, di Rob Ryan - 2015 Ippocampo
Il regno invisibile, di Rob Ryan – 2015 Ippocampo

Però no, non è il palazzo ciò di cui mi si racconta. È la storia, piuttosto, di un bambino. Un bambino solo, un bambino che è una silhouette nera, un bambino ritratto in due dimensioni. Piccolo, silenzioso.

A questo punto comincio a mettere assieme i pezzi: questa è una storia di ritratti, di una famiglia, di un palazzo, di un bambino, poi ragazzo. È una storia di memoria.

E leggendo comprendo che la stanza più importante non è tanto quella del re, ma la soffitta. Assieme alla stanza del ciabattino, il quale si rivela un amico prezioso per il bambino che non ha alcun compagno di giochi e che interagisce solo con gli adulti. Il bambino non ha mai abbandonato il palazzo, non ha idea di cosa sia la città. Per cui, quando la scopre è come se si aprisse davanti ai suoi occhi un mondo sconosciuto.

Come nelle fiabe, il bambino incontra il suo aiutante, umile, sì, ma in possesso di uno strumento magico (un inchiostro che si illumina e rivela disegni e scritte solo sotto la luce di una speciale torcia), che lo aiuta a fissare la propria immaginazione e al contempo a proteggerla da occhi indiscreti. Grazie a questo rituale, che metterà in atto ogni sera, il bambino trova un passaggio segreto verso l’esterno.

Alla morte del padre il suo destino è scritto e si compie: sarà re. Ma prima dovrà raccogliere la vera eredità lasciatagli dal padre, che non consiste in terre o palazzi, ma nella chiave della libertà.

Raccontare questo libro è complesso, perché la storia è molto articolata, complessa, e definendone i dettagli toglierei piacere alla vostra, di lettura. Ciò che non posso esimermi dal dirvi è di come le illustrazioni, realizzate con la tecnica del papercut, siano buie e luminose al contempo. Nelle notti cittadine i lampioni risplendono di una luce che par vera. L’inchiostro magico riluce su tacchi e tende.

La stessa sovraccoperta si trasforma in un grande poster con un opera, anch’essa a papercut, di Rob Ryan.

61scvxkmtl-_sx363_bo1204203200_Titolo: Il regno invisibile
Autore: Rob Ryan
Editore: Ippocampo
Dati: 2015, 62 pp., 18,00 €

Lo trovi tra gli scaffali virtuali di Amazon.it

Frantz e il Golem nato dalla parola

L’occhio della luna è un regista che applica magistralmente la carrellata indietro a scoprire nella notte buia della Praga del 1892. L’occhio della luna illumina e si posa in ambienti scuri, chiusi, e disvela e racconta dal basso verso l’alto chi vi abita: al primo piano Aaron Wassertrum, che infonde un’anima ai suoi burattini di legno, al secondo Myriam, figlia del robivecchi. Al terzo, che poi è l’ultimo, Frantz Munka.

Frantz e il Golem, Irène Cohen-Janca, Maurizio A. C. Quarello - 2016, Orecchio acerbo
Frantz e il Golem, Irène Cohen-Janca, Maurizio A. C. Quarello – 2016, Orecchio acerbo

Un burattinaio che infonde l’anima in ciò che è inerte; una bambina dalla pelle di madreperla; un robivecchi; un ragazzino curioso. Gli elementi di questa storia, lunga e intensa, sono tutti qui. In queste prime due pagine e nell’illustrazione che le chiude. È “la Pistola di Čechov”, se la vedi tra le pagine prima o poi sparerà, qui magistralmente resa in una narrazione d’un fiato che coinvolge rigo dopo rigo e si chiude con lo sguardo di Frantz, puntato su chi legge nell’atto di suggerirci di non tradirlo, spalancato nel comunicarci l’urgenza dell’atto che sta per compiere e la sua sconsideratezza. Frantz si muove rapido sul foglio, la sciarpa si sposta nel passo concitato, in procinto di uscirne, in basso a destra, abbandona la pagina e la quiete del suo palazzo grigio per addentrarsi verso un altrove misterioso e sconosciuto.

Mai nessuno dovrà tentare di salire in soffitta. E neppure socchiudere la botola per guardare dentro. Chi ci ha provato ha perso la ragione. Un altro ha perso la vita. Avete capito bene?

Un luogo proibito quello cui Frantz arriva nonostante le raccomandazioni, nonostante il divieto. Un luogo pericoloso.

bozz 11
Frantz e il Golem, Irène Cohen-Janca, Maurizio A. C. Quarello – 2016, Orecchio acerbo

È il 21 gennaio del 1892 e nel leggere dei passi coraggiosi e disubbidienti di Frantz imparo la perseveranza della curiosità e il brivido che ne consegue; imparo, o credo di riuscirci, a leggere un orologio a doppio quadrante.

Nella stregata luce della luna, Frantz, gli occhi chiusi e i pugni stretti, attraversa frontiere proibite.

Frantz apre la botola della soffitta, abitua i suoi occhi al buio e nel farlo si da il coraggio che gli manca. Rimane tremante, ma il tremore non basta a farlo esitare nel momento in cui si avvicina a un mucchio di stracci da robivecchi. Sceglie un mantello incrostato di fango e polvere e lo indossa. Perché? Cosa lo induce a compiere con tale determinazione un gesto che gli fa ribrezzo?
La magia è già iniziata, questo gesto la conclude, ma essa aveva preso vita, si era radicata in Frantz, già mentre ascoltava la storia narrata dal rabbino. È una magia fredda e travolgente che lo porta indietro nel tempo in una buia notte d’inverno a Praga, nel 1580. Notte in cui il Maharal della città ha deciso che il tempo delle persecuzioni nei confronti degli ebrei deve finire. Come riuscirci lo scopre in un sogno: dovrà creare un golem d’argilla, esso li proteggerà.

Nel 1580 cambia il tono, cambia il lessico. Si leggono formule arcaiche, si ricorre a espedienti magici per contrastare una realtà violenta e persecutoria. Il Maharal dà vita, dalla pietra e dal fango, a una creatura che realmente sarà capace di proteggerli, ma non è il burattinaio capace di dare alla proprie creature di legno un’anima. Il golem ne è privo e senza di essa non può che impazzire, per ritrovare poi la sua pace inerte, grazie all’intervento di madreperla di una ragazza di nome Myriam.

211 Frantz e il GolemTitolo: Frantz e il Golem
Autore: Irène Cohen-Janca, Maurizio A. C. Quarello
Traduttore: Paolo Cesari
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2016, 48 pp., 16,50 €

Lo trovi tra gli scaffali virtuali di Amazon.it

Lindbergh, l’avventurosa storia del topo che sorvolò l’oceano

Quando facevo da assistente personale al Professor Giuliano Bonfante, celebre filologo, mi capitava spesso di godere delle sue memorie private, dei suoi racconti di studioso, di scienziato sfuggito alle persecuzioni naziste, assieme alla moglie, Dompè, dall’Italia verso New York, e mentre lo ascoltavo non potevo fare a meno di riflettere, forse ingenuamente, su un pensiero che già avevo maturato da studentessa di letteratura tedesca: gran parte delle idee geniali arrivano dagli USA, perché? Perché le nostre menti geniali, tante, le abbiamo perseguitate, le abbiamo scacciate, le abbiamo costrette a fuggire, a brillare altrove.

Lindberg, Torben Kuhlmann -Orecchio acerbo, 2014
Lindberg, Torben Kuhlmann -Orecchio acerbo, 2014

La premessa è piuttosto personale e ha radici assai lontane da quel che è questo albo, però è stato inevitabile per me parlarne, giacché leggendo la storia del topo Lindberg non ho potuto fare a meno di pensarvi. Giacché prima di immergermi nelle splendide illustrazioni, che giocano con tutte le varianti del color cuoio del cappello da aviatore, prima ancora di tendermi, proprio fisicamente, verso questo eroico roditore, non ho potuto fare a meno di valutare lo spreco perpetrato dalle civette nello sfruttare lo splendido dono della visione notturna nel controllo della vita altrui: il giallo intenso, la rotonda perfezione degli occhi rapaci si perde, si fanno vacui, invadenti. Non ho potuto fare a meno di indugiare sugli artigli mollemente persi del gatto, splendido in uno dei tanti closeup che arricchiscono la narrazione per immagini, la cui felina sveltezza si sfuma in una caccia che non è fiera, piuttosto ubbidiente.

Lindberg, Torben Kuhlmann -Orecchio acerbo, 2014
Lindberg, Torben Kuhlmann -Orecchio acerbo, 2014

Tutte energie sprecate ma funzionali purtroppo allo sterminio dei topi per mezzo di sorveglianza continua, rastrellamenti, trappole. Un topo però riesce a districarsi, riesce a ingegnarsi e sfuggire al controllo, trovando riparo non in un luogo bensì in sé stesso, nella propria curiosità, nella propria intelligenza.

Lindberg, Torben Kuhlmann -Orecchio acerbo, 2014
Lindberg, Torben Kuhlmann -Orecchio acerbo, 2014

Il topo in questione, infatti, trascorre la maggior parte del suo tempo tra i libri, certo ogni tanto li rosicchia, ma intanto li legge e fa scorta di cellulosa e scienza. Un giorno, appena sfuggito alle grinfie di un gatto, si imbatte in uno stormo di pipistrelli: si direbbero quasi topi, però hanno le ali. Da qui l’idea: munirsi di ali per raggiungere l’America. Ma le ali non bastano, il topo fallisce la sua prima prova ma non demorde e ci riprova; stavolta costruendo un vero e proprio velivolo col quale si alza nel cielo di Amburgo, che ci appare morbida e antica nei suoi panorami virato seppia, e se la lascia alle spalle per avventurarsi nei cieli dell’Atlantico. Ad attenderlo in America il successo, la libertà, la notorietà.

Lindberg, Torben Kuhlmann -Orecchio acerbo, 2014
Lindberg, Torben Kuhlmann -Orecchio acerbo, 2014

Si racconta persino, e qui non è tanto la storia che diventa leggenda ma la leggenda che dà luogo alla storia, che un bambino, leggendo dell’impresa compiuta dal topo decidesse che anche lui avrebbe solcato il cielo, e che il suo nome fosse Charles Lindebergh.

Lindberg, Torben Kuhlmann -Orecchio acerbo, 2014
Lindberg, Torben Kuhlmann -Orecchio acerbo, 2014

Un albo illustrato magnifico, una narrazione che arriva alle orecchie intensa, limpida all’immaginazione; una storia che si fa sogno elegante, avvincente, acquerelli con movimenti di presa entusiasmanti. A parer mio l’albo più bello che io abbia avuto modo di leggere nel 2014, che consiglio, e vivamente, a tutti i bambini con il senso dell’avventura, con il coraggio dell’entusiasmo, con lo slancio dell’intraprendenza. A tutti i bambini, insomma.

Lindbergh_cover_itaTitolo: Lindbergh, l’avventurosa storia del topo che sorvolò l’oceano
Autore: Torben Kulhmann
Traduttore: Damiano Abeni
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2014, 96 pp., 19,50 €

Lo trovi tra gli scaffali virtuali di Amazon.it

Quasi ninna, quasi nanna. Sognare chiudendo o aprendo gli occhi

Quasi ninna quasi nanna, Mariana Chiesa - 2013, Orecchio acerbo
Quasi ninna quasi nanna, Mariana Chiesa – 2013, Orecchio acerbo

Che cos’è una ninna nanna? Una filastrocca? Una nenia? Un canto sussurrato? Una cantilena?

Tra tutte le ipotesi non ce n’è una esattamente rispondente, così come non ce n’è una del tutto fuori luogo. Tra tutte, però, dal punto di vista dell’origine etimologica, così come dell’aspetto semantico,  una c’è che, a parer mio, meglio s’adatta a rendere la “Quasi ninna, quasi nanna” di Mariana Chiesa (edita da orecchio acerbo e in libreria dall’11 luglio): si tratta di filastrocca, parola che solo a pensarne le origini già sussurra significati ampi e magici, nata dall’unione del latino filum e del greco – lat. historicus , dal filo lucente della narrazione, dalla tecnica sequenziale e dalla capacità di raccontare. Tecnica e magia del racconto che si intersecano assieme per indurre al sonno, per indurre i sogni.

Quasi ninna quasi nanna, Mariana Chiesa - 2013, Orecchio acerbo
Quasi ninna quasi nanna, Mariana Chiesa – 2013, Orecchio acerbo

Per quanto sia difficile da immaginare, nel contesto della ninna nanna, le parole non sono molte tra queste pagine e non sono nemmeno ripetitive, non c’è un ritornello da mandare facilmente a memoria.

 “Quasi ninna quasi nanna/ farfalla leggera/falena perfetta/ che apre a ventaglio/ la notte le ali”. Questi i versi rimasti tra tutti nella mia memoria, indissolubilmente legati a filo con le illustrazioni, rappresentazioni dilatate o meticolose di momenti onirici, sogni. Ogni tavola racconta di una paura, un gioco, una speranza. Oppure di un momento di crescita, di una ricerca del tepore e dell’affetto materno. Un bimbo legge le parole di Sendak, di Leo Lionni, di Munari: le loro storie già prendono le forme dei sogni quando interviene la ninna nanna a fare da specchio ai timori fatti belve feroci, a dar spazio al gioco da mettere in pratica al risveglio, a tornare al ventre materno, a trasformare in neonati bisognosi di cure, in fanciulli alla scoperta di sé.

Quasi ninna quasi nanna, Mariana Chiesa - 2013, Orecchio acerbo
Quasi ninna quasi nanna, Mariana Chiesa – 2013, Orecchio acerbo

Leggendo, ho riscontrato tanti punti di contatto tra il momento della ninna nanna, quello che porta al sonno e ai sogni, e quello della nascita. Non a caso una delle tavole (che nel libro s’accosta alla parola “misteriosamente”) fa da copertina a uno splendido numero de gli asini, “Benvenuto tra noi. Pratiche e riflessioni intorno al parto e alla nascita”, in cui il giaciglio che culla i sogni è un nido, il cuscino si fa uovo, il gatto dal volto bambino guardiano dei sogni nel sogno, mentre l’immagine assopita del bimbo gatto fa compagnia a un gufo che è chioccia guardiana e guardinga. Misteriosamente, dunque, si passa dal sonno alla veglia, misteriosamente s’abbandona la culla acquatica personale e unica per arrivare al mondo non più liquido della realtà, così come a quello sfumato e vago dei sogni. Misteriosamente ma con una lingua e un fine comune: annunciare l’alba di un nuovo giorno o di una nuova vita.

Quasi ninna quasi nanna, Mariana Chiesa - 2013, Orecchio acerbo
Quasi ninna quasi nanna, Mariana Chiesa – 2013, Orecchio acerbo

ninna nanna coverTitolo: Quasi ninna quasi nanna
Autore: Mariana Chiesa
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2013, 64 pp., 18,00 €

Lo trovi tra gli scaffali virtuali di Amazon.it

La ragazza Chissachì che sa come affrontare la verità

“Chi sono?” ricordo di avere chiesto a Bernardette un giorno che eravamo in cucina.
“Tu sei il mio Zuccherino dolce. La mia dolcissima bambina”, cinguettò in risposta.
“Sul serio, Bernie: chi sono io veramente?”
“Tu sei Heidi. Heidi Chi.”
“Tutto qui?”
“Questo sei ora. Non ti basta?”
“Una persona non dovrebbe avere una storia?” Chiesi.

Ciò che resta tra le dita, finito di leggere queste intense pagine, è il ricordo di un maglione di lana rosso consunto e di una caparbietà fuori dal comune. Quella lana e quel colore denso rivestono e ammorbidiscono una mente all’apparenza decisa e priva di paure, rendendola quello che realmente è: la mente di una bambina.

C’è qualcosa in questo libro di indecifrabile come certi sorrisi; indecifrabile come quella sensazione a metà strada tra la tristezza e la gioia. Le ultime pagine, e non solo quelle, di questa tenera storia sortiscono lo stesso effetto nell’animo di chi legge dello sguardo docile di un animale in gabbia: una indicibile tenerezza.

La ragazza Chissachì narra la storia di più bambine: Heidi, sua madre e Bernie. Heidi bambina per l’età, la madre per malattia e Bernie per paura.

Quando Heidi aveva solo pochi giorni, una signora di nome Bernadette, schiava di una grave agorafobia, la trova tra le braccia di sua madre, sul proprio pianerottolo. Da quel momento Heidi e la giovane madre, che da sola non riesce nemmeno ad allacciarsi le scarpe, vivranno con lei, con Bernie, fino a quando, dopo tredici anni, Heidi ritrova in un cassetto un vecchio rullino fotografico e lo fa sviluppare.
Tra le foto diversi volti, un luogo e una parola “suff” che la madre ripete spesso e alla quale né Heidi, né Bernie sono mai riuscite ad attribuire un significato.

Da questo momento in poi la narrazione sembra voler correre a perdifiato verso una soluzione, verso qualcosa o qualcuno capace di dissipare i dubbi e fornire qualche certezza a una ragazzina che di sé e della propria madre non conosce nemmeno il nome.
Chi Sa Chi, questo il nome della madre e Heidi, Heidi Chi.

Anche solo questo nome e questo cognome sarebbero sufficienti a smarrire e commuovere, ma non si tratta solo di questo.
Heidi scrive tante liste, è un’abitudine, e la maggior parte di esse sono domande, punti interrogativi.
Heidi possiede una dote naturale e straordinaria: vince sempre nei giochi d’azzardo.
Heidi non ha amici, fatta eccezione per un ragazzino vicino di casa, e non si è mai spinta al di là del proprio quartiere. Nonostante ciò parte, da sola, protetta solo da un maglione rosso, e viaggia per giorni, per arrivare laddove l’istinto e gli indizi la conducono: verso il proprio passato, verso la propria identità.

Sarah Weeks è una musicista, una cantautrice e una scrittrice di libri per ragazzi. Non a caso una sorta di musica si percepisce tra le righe.
Non capita di frequente di leggere un libro così raffinato e allo stesso tempo così semplice. La ragazza Chissachì è soprattutto un libro per ragazzi, ma anche per adulti. A qualsiasi età lo si incontrasse sarebbe, comunque, difficile separarsene.

41naxpxsmilTitolo: La ragazza Chissachì
Autore: Sarah Weeks
Editore: Beisler Editore
Dati: 2005, 197 pp., 10,90 €