La voce di carta

Ascolta chi sei, dice il sottotitolo dell’ultimo romanzo di Lodovica Cima, e pare un invito anche per chi legge. Una voce sussurrata che ricorre spesso a richiamare la giovanissima protagonista, Marianna, a se stessa, a quanto di forte in essa ci sia, a quante risorse abbia.

Perché gli adulti in principio paiono non ascoltarla, la sua voce, tutt’altro. Arrivato il momento, la stagione giusta, la mettono a parte del viaggio che dovrà compiere, della nuova vita che dovrà affrontare, lontano dalla casa che le è familiare, dai fratelli, dai genitori. Per lavorare a Lecco, giovanissima, ingenua, fragile, povera. Marianna deve andare a lavorare in una cartiera e sarà ospite in un convitto di suore, tutto quello che guadagnerà dovrà spedirlo a casa. Lei è frastornata, impaurita, eppure dispone se stessa alle nuove contingenze e cresce. Sin dall’istante in cui monta sul carretto che l’accompagna a Lecco, cresce.

Anche la zia Ada aveva abbandonato la cascina di campagna per la vita di città ma non per obbedire alla volontà paterna, piuttosto per sfuggirle, alla ricerca di una vita dissoluta per i più, libera per sé e per Marianna. È sua la voce che sussurra alla ragazza di restare vigile, accogliente, di preferire le reazioni di pazienza a quelle irose, di prendere al volo le occasioni con intraprendenza, senza risparmiarsi, di cercare con determinazione le strade verso la libertà, la coscienza di sé. È la zia Ada, forse, che parla; è Marianna.

Dopo l’arrivo a Lecco trionfa il bianco. Bianco è il colore della carta, bianco è il colore degli stracci sudici che la generano, persino di quelli. Bianchi sembrano i pensieri, lucidi e trasparenti come certi fogli e certe limpide sensazioni, d’amicizia, d’amore. Porosi, vellutati al tatto, come certi fogli e certe determinazioni che portano una ragazza di campagna, sul finire dell’Ottocento a un’avventura quotidiana di formazione e crescita.

Marianna scrive e prima di allora impara, faticosamente, a farlo, e così facendo scrive di suo pugno, sulla carta che ha faticosamente contribuito a creare, da sola, la propria esistenza.

Una storia ben narrata, dal lessico accogliente, un romanzo di formazione che consiglio a ragazze e ragazzi dai 10 anni in su.cop

La Signora Frisby e il segreto di Nihm

Nihm è un acronimo, sta per National Institute of Mental Health. Ma cosa ha a che vedere un dolce e mite topolina di campagna con un segreto di tale importanza?

La signora Brisby vive in un mattone di calcestruzzo, rimasto sepolto nell’orto del Signor Fitzgibbon, assieme ai suoi quattro topolini, dei quali si prende cura da sola da quando è rimasta vedova del suo amatissimo Jonathan. La Primavera è alle porte e con essa si avvicina il periodo dell’aratura, per cui la famiglia Brisby dovrebbe traslocare nella sua residenza estiva, per evitare di finire male tra i ferri dell’aratro. Ma purtroppo il figlio Timothy, si ammala di polmonite. È il più fragile, il più delicato dei quattro. La signora Brisby sa che deve trovare una soluzione e deve farlo in fretta.la signora frisby

Da questa presa di coscienza, che deriva da un’urgenza come in tutti i romanzi che si rispettino, parte un’avventura, che conserva i toni bucolici à la Beatrix Potter per quanto riguarda le descrizioni dettagliate e lievi della natura in cui i protagonisti si muovono, ma al contempo si riempie di mistero e ne intreccia altre nutrite di personaggi ben caratterizzati, di amicizia, d’amore, di coraggio.

Con l’aiuto di un topo ‘druido’ piuttosto intelligente, la vita di Timothy è salva, ma il topolino non può affrontare il viaggio verso la residenza estiva. L’unica è spostare la casa fuori dall’orto. I ratti del roseto possono farlo. Sembrerebbe impossibile, come un manipolo di ratti potrebbe? E invece quei ratti possono far questo e molto molto altro. Il Segreto di Nihm è tutto lì e non si esaurisce tra le pareti di roccia di una tana bellissima, ma si dirama e tocca il passato il presente e il futuro.

copertinaInfine, una parola per il corvo, che fa parte di quei personaggi per nulla brillanti in intelligenza ma senza i quali, senza la loro spontaneità, senza la loro leggerezza, senza la loro generosità, nessun eroe potrebbe mai essere tale.

Questo romanzo di Robert C. O’Brien, edito da Mondadori, si è aggiudicato la Newbery Medal nel 1972, è illustrato in bianco e nero con inserti a pagina piena da Fabio Pia Mancini e tradotto dall’inglese da Davide Morosinotto.

L’ultimo regalo di Natale

Il Monte Rotolo è lassù, molto, molto lontano. Eppure Babbo Natale indossa la giacca sul pigiama, infila gli scarponi e parte. Deve raggiungerlo perché ha scordato sul fondo del sacco il regalo per Beniamino Stamberbugio, che vive lì in una casupola coi suoi genitori che sono molto poveri e non possono comprargliene. E deve farlo senza l’aiuto delle renne, perché sono ormai stremate dopo aver girato attorno al mondo, senza contare che una di loro ha anche il mal di pancia.

L'ultimo regalo di Natale, di John Burningham - 2019, Mondadori
L’ultimo regalo di Natale, di John Burningham – 2019, Mondadori

Nella notte fredda dell’inverno che si colora del rosso che anticipa l’alba, Babbo Natale parte. Sulla sua strada incontra un pilota che si offre di accompagnarlo. Purtroppo una tempesta di neve li costringe ad atterrare ma, in una catena di eventi che alternano i bei momenti del caso a quelli meno belli, addirittura pericolosi, tra jeep, aereoplani, motociclette e corde da scalata, Babbo Natale riesce ad arrivare in tempo ai piedi del letto di Beniamino.

L'ultimo regalo di Natale, di John Burningham - 2019, Mondadori
L’ultimo regalo di Natale, di John Burningham – 2019, Mondadori

La strada del ritorno è altrettanto lunga ma il sorriso di Beniamino, che conclude la storia, vale tutte le disavventure che un viaggio così lungo può comportare. In ogni tavola, specie in quelle a doppia pagina, Babbo Natale appare come un uomo semplice, caparbio e coraggioso, ma privo di quei poteri che gli permettono di consegnare milioni di regali a bambini di ciascun angolo del mondo. I paesaggi appaiono immensi, minacciosi e allo stesso tempo immergono in una realtà magica, appunto, che si nutre della volontà di questo anziano signore determinato a non deludere un bambino.

L'ultimo regalo di Natale, di John Burningham - 2019, Mondadori
L’ultimo regalo di Natale, di John Burningham – 2019, Mondadori

Una storia classica di un grande autore della letteratura per l’infanzia, John Burningham, che consiglio ai bambini che nutrono il proprio quotidiano di magia. A tutti i bambini, quindi.

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Autore: John Burningham (traduzione di Giuditta Capella)
Editore: Mondadori
dati: 2019, 48 pp., 17,00 €

La rete

Ci sarebbero numerosi punti di partenza per dar luogo a delle considerazioni su La rete. Il più fruttuoso, anche nell’ordine della considerazione che diviene riflessione, è il nesso con la radice fiabesca che si esplicita nel topos del genitore che abbandona il proprio figlio nel bosco, lasciandolo solo a gestire la propria vita quotidiana e, conseguentemente, il proprio destino. La rete comincia a intrecciarsi in maniera drammatica quando ci si ritrova in macchina assieme a un padre e a un figlio insultante, sboccato, irrequieto. Il padre lo sta portando in un posto non ben definito, lo lascia in un bosco, da solo, senza alcuno strumento, senza nessuna spiegazione. E si allontana, va via. Le premesse sono certamente opposte, i genitori di Daniel, Maddalena ed Eliah compiono questa scelta per il bene dei propri figli, ma ciò che ne consegue è molto simile all’abbandono fiabesco e al valore simbolico che gli si attribuisce. I ragazzi, ciascuno deve affrontare una proprio momento buio, si ritrovano nel folto di un bosco, da soli, senza alcuna idea sul perché siano in quelle contingenze e in quel luogo. Dal momento dell’abbandono in poi non possono far altro che ricorrere alle proprie risorse per sopravvivere. Non hanno con sé il supporto della tecnologia o il sostegno degli adulti, così come dei coetanei. Nel momento in cui si addormentano o allentano l’attenzione, qualcuno interviene nel loro “nuovo” mondo, lasciando delle istruzioni perentorie su biglietti anonimi. Si mangia solo se si lavora, per esempio, ma anche istruzioni sul lavoro da compiere e dei tempi per farlo.

All’iniziale smarrimento dei ragazzi, ai loro tentativi di opporsi allo stato delle cose, di ribellarsi, di ignorare gli ordini, segue l’accettazione della loro nuova condizione. Si assiste al loro dolore, alla loro fatica, ai loro progressi quasi dimenticandosi del motivo per cui si ritrovano in quel faticoso isolamento e si entra in una profonda e dolorosa empatia che molto ricorda quella che si prova con sé stessi, da genitori, quando si spedisce il proprio figlio a rimuginare da solo in camera, in punizione, e lo si sente blaterare di quanto si sia crudeli e impietosi; e si vorrebbe cedere, offrire quello che pretende, tutto purché nemmeno un grammo di soddisfazione e gli sia negato. Eppure,  è doloroso e difficile ma poco a poco ci si abitua, si metabolizza. E loro con noi; o noi con loro…

La struttura dell’impianto narrativo è rispondente al gusto contemporaneo del cambio di voce e prospettiva. Lo stile è per ciascuna ugualmente lacerante ed empatico. Si intuisce che qualche nodo si scioglierà ma arriva come una lama la consapevolezza che qualcun altro rimarrà irrisolto. La disperazione si esaspera e acuisce e sta qui il merito maggiore di questo libro, nel non piallare il processo di crescita, nel raccontarlo anche nel momento in cui si inceppa, in cui rimane ruvido e sconnesso.

E si torna alla fiaba anche nel finale in cui qualcuno si trova, altri si perdono. Il passato si mescola al presente e lascia sperare nel futuro.

Un romanzo che avvince e la cui lettura consiglio dai 13 anni in su.

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Autore: Sara Allegrini
Editore: Mondadori
Dati: 2019, 255 pp., 17,00 €

La mia estate indaco

L’estate concede troppo tempo. Ai pensieri, alla noia, alla notte, al sonno. Ce ne sono alcune, poi, che si frastagliano e sfrangiano in decine di piccole estati, ciascuna con la sua gioia, il suo dolore, la mancanza, la nostalgia, la gioia mai così grande. L’estate concede momenti lunghissimi, dilatati, in cui indugiare. Capita a volte di fermarsi a cercare d’afferrare l’aria morbida e vaporosa, alcolica, che si muove, bollente, sull’asfalto. E, riuscendoci per metà, avere il tempo di riprovare a farlo, senza contare se sia utile o meno.

Per questa ragione, a metà, credo che per Viola sia un momento di passaggio, una soglia, attraversando la quale qualsiasi cosa cambia; per la possibilità, cioè, di indugiare sui dolori, gli affetti, le mancanze, senza riuscire ad afferrarne l’oggettiva portata, il vero senso, senza riuscire a ingoiarli, metabolizzarli, farne passato, vissuto. È il tempo, troppo, che concede l’estate. E poi sono i tredici anni. Che arrivano e danno i brividi e gli mettono fretta, anche a quello più lento.

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Entrambe le cose, il tempo lento, trattato con cura, e le emozioni piene dell’estate, si ritrovano nel tono di Marco Magnone, che consegna alla sua protagonista un timbro di concerto diretto e lieve.

Viola si è appena trasferita in una città nuova, di provincia, ha lasciato i suoi amici e per la prima volta non trascorre le sue vacanze in montagna, coi nonni, amatissimi, in roulotte. La nonna è morta e il nonno non sta per niente bene. Viola subisce gli eventi ma non li accetta e lo mostra apertamente. Meno apertamente ma molto intensamente, gestisce le proprie emozioni, incanalandole con molta energia verso l’amore, gli affetti pieni. Vive nel ricordare spesso a se stessa il giorno in cui ha toccato il fondo, così lo definisce, un momento di esposizione completa allo sguardo e al giudizio altrui che non solo l’ha segnata ma che continua a zavorrarla senza che sembri possibile tagliare la fune e riemergere, respirando a pieni polmoni.

Viola non entra più in acqua, fino a quando qualcuno dagli occhi magnetici e dall’attitudine misteriosa, non libera il suo entusiasmo, la sua scattante energia. Con lui, Viola affronta se stessa, gli altri, un viaggio. Si chiama Indaco e nasconde un segreto che non sembra affatto una bugia.

Ci sono anche le bugie, in questo romanzo realistico di adolescenza piena. E meno male, perché altrimenti non sarebbe stato affatto vero.

978880471545HIG-628x965Titolo: La mia estate indaco
Autore: Marco Magnone
Editore: Mondadori
Dati: 2019, 280 pp., 17,00 €

ELISA ATTRAVERSO LO SPECCHIO #14

Dove andrà il gusto per i libri di Elisa? In quale direzione? Io ho cercato di indirizzarla, di darle consigli, suggerirle letture. Ho letto tanto per lei e con lei, e sempre nel suo sguardo coglievo un’opinione, spesso non detta, talvolta spietata. Fino al momento, per me amarissimo, del: “No, mamma, sto leggendo altro”.

Cocciuta; cocciuta anche io. E dunque l’opera silenziosa del disordine ragionato è partita e, signori miei, ha dato i suoi frutti. Lasciar sparsi i libri, lo diceva anche Munari. Io silenziosamente indico una strada. Buon viaggio, dunque.

#ElisaAttraversoLoSpecchio #Mondadori #StarGirl #lettureautonome #foto_recensione #recensioni #JerrySpinelli
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*StarGirl è com’è
*è d’amicizia
*è d’amore
*in alcuni momenti è commovente

La voce delle ombre

A prescindere dalla impeccabile struttura narrativa, intrecciata da fili perfettamente in armonia gli uni con gli altri cui Frances Hardinge ci ha abituati, La voce delle ombre ha qualcosa di altrettanto complesso ed è una complessità che non ristà solo nella maestria autoriale, quanto anche in un’empatia nei confronti dei personaggi protagonisti che valica la premura autore/creazione, per spostarsi sul sentiero accidentato della narrazione con luogo nella mente umana, con le sue contraddizioni, forza, paure, istinti e coraggio. E del rimorso, dell’incertezza di un passato in cui si radica e fonda il presente.
Makepeace è una ragazzina abituata a fronteggiare se stessa e un drappello sempre nuovo, mutevole e minaccioso, di spiriti che tentano di insinuarsi nella sua mente, allo scopo non solo di cercare di manipolare i suoi pensieri, ma soprattutto di trovare un alloggio e un involucro giovane e sicuro per restare attaccati quanto più possibile alla vita terrena.
In un processo che sembra avere tutte le caratteristiche della persecuzione, distante dall’immagine ideale di cura materna e per questo disturbante, la madre di Makepeace la sottopone a lunghe notti nei cimiteri per rafforzare la propria capacità di resistenza a quegli spiriti ‘insinuanti’. Una madre che pare carnefice, sorda alle suppliche della ragazza, indifferente al suo terrore, incrollabile, crudele addestratrice di una figlia che soffre senza la consolazione di una luce in prospettiva, per il tormento cui è destinata e per l’intransigenza della madre in più larga misura.

Poi accade che nell’Inghilterra del Seicento, Londra sia in tumulto, come le contee attorno ad essa, confuse, anch’esse piene di spiriti in contrasto fra loro; la città un ventre puzzolente e pericoloso che dà nutrimento e vita e allo stesso tempo si mostra ostile e indomabile, contro il re, contro i ribelli, contro tutti assieme. Accade che Makepeace e sua madre siano stritolate dalla folla che lotta, da quella confusa, da quella violenta, da quella che si difende, e che la madre si perda ancora una volta, smarrisca il suo essere madre e poi muoia, restando aleggiante sulla coscienza della figlia, inerme, sola, alle prese con decine di spiriti in agguato. Più uno.

Non si è mai certi della direzione che prenderanno gli eventi, ma così procedendo, anche in un contingente che è di per sé straordinario, essi non perdono mai in efficacia nel sorprendere. Giungono inattesi come potrebbe essere la zampata di un orso nel sorprendere un viandante nella calma del bosco. Stanno in agguato tra le pagine, in ogni pagina di questo romanzo corposo e denso, pronte a sbucare dalle tane più impensabili, dagli anfratti più nascosti della selva o della mente umana.

Nel corso della narrazione Makepeace cambia molte volte nome ma mai voce. È sempre salda nella sua irrequietezza, coi suoi artigli da orso si aggrappa ostinatamente ai suoi affetti, al futuro, a se stessa. Ha in comune con gli animali che tanto ama un istinto che conserva ferino, primordiale; quell’istinto la porta a tentare di salvare un orso, a scagliarsi contro i suoi carnefici, a dimenticare la paura. Quell’orso sarà il suo compagno, fedelissimo, brutale, dolcissimo nella sua ingenuità. L’accompagnerà sempre, invisibile solo agli stolti. Presente agli occhi che a pieno diritto potrebbero leggerlo protagonista.

Oltre a tutto questo, che è veramente poco e frutto di una sola voce, la mia, ci sono poi l’eccellente traduzione di Giuseppe Iacobaci e attenzioni grafiche molto efficaci ed eleganti. Tra molto pensare ho scelto di citare un passo di congedo che, sono certa, anche a una seconda rilettura sarà per me sempre il più bello.

[…] Era un tasso, che gironzolava tranquillo per i fatti suoi, come se non ci fossero guerre da combattere. Makepeace lo guardò affascinata. Si ricordò tutto quel che aveva appreso sui tassi nel bestiario a Grizehayes. Il tasso, le cui zampe erano più lunghe su un lato, per facilitargli il movimento sul terreno scosceso…
… e invece no. Lo vide distintamente che zampettava tranquillo sotto una macchia di luce: tutte le zampette erano delle stesse, modeste, tozze dimensioni.
Forse nessuna delle antiche verità era più vera. Questo poteva essere un mondo interamente nuovo, con regole tutte diverse. Un mondo nel quale i tassi non erano sghembi […]

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Titolo: La voce delle ombre
Autore: Frances Hardinge
Traduzione: Giuseppe Iacobaci
Editore: Mondadori
Dati: 2018, 429 pp., 17,00 €

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IL CALENDARIO DELL’AVVENTO DI ATLANTIDEKIDS – 2018

 

Un libro al giorno, ventiquattro libri da leggere e rileggere in attesa del Natale. Ho selezionato albi illustrati, narrativa, visioni laiche che prendono le mosse dal momento più atteso per chi invece crede. Ho scelto libri che invitassero alla lettura partecipata, così come altri da gustare da soli, avvolti in una coperta morbida, nel caldo molle e profumato delle festività natalizie. Vi invito a metterne qualcuno sotto l’albero o nella calza della Befana. Quali tra i tanti? Beh… questo decidetelo voi, io da parte mia ne considererò uno al giorno, quindi l’appuntamento è su questa pagina dal primo al 24 dicembre.

  1. Natale nel grande bosco, Ulf Stark e E. Eriksson, Il gioco di leggere
  2. Il piccolo abete, Delia Huddy e Emily Sutton, Emme edizioni
  3. Il mistero della magia del Natale, Segrè, Forza, Edizioni corsareo
  4. Peter e Petra, Astrid Lindgren, Iperborea
  5. La prima neve, Bomi Park, Lupoguido
  6. La piccola renna, Michael Foreman, Camelozampa
  7. Il gatto sulla collina, Michael Foreman, Il Castoro
  8. Natale bianco, Arianna Papini, Interlinea
  9. La volpe e il Tomte, Astrid Lindgren, Eva Eriksson, Il gioco di leggere
  10. Il piccolo Babbo Natale diventa grande, Anu Stohner, Henrike Wilson, Emme edizioni
  11. Buon Natale Mog, Judith Kerr, Mondadori
  12. Il Natale del topo che non c’era, Giovanna Zoboli, Lisa D’Andrea, Topipittori
  13. Il pacchetto rosso, Linda Wolfsgruber, Gino Alberti, Edizioni Arka
  14. La banda dei cinque, Enid Blyton, Mondadori
  15. Orme nella neve, Beatrice Masini, Einaudi
  16. Olivia e il Natale, Ian Falconer, Nord-Sud
  17. Canto di Natale e altri racconti, Sara Marconi, Pintor, Lapis edizioni
  18. Mamma Natale, Penny Ives, Edizioni el
  19. La preghiera di un passero, Gianni Rodari, Einaudi ragazzi
  20. Greta Grintosa, Astrid Lindgren, Iperborea
  21. Schiaccianoci e il re dei topi, Hoffmann, Lamarque, Rizzoli
  22. Racconti di natale, Louisa May Alcott, Garzanti
  23. Il Grinch, Dr. Seuss, Mondadori
  24. La cena di Natale, Clichy

Il lupo, la papera e il topo

Quale evento può essere più straordinario nella vita semplice e bucolica di un topolino? Oltre a essere mangiati da un lupo, intendo.

Il lupo, la papera e il topo, di Mac Barnett, Jon Klassen -2018, Mondadori
Il lupo, la papera e il topo, di Mac Barnett, Jon Klassen -2018, Mondadori

Può straordinariamente accadere che il topo si ritrovi nella pancia del lupo tondo tondo, con la coda al suo posto, nemmeno un baffo stropicciato. Buio, buio pesto, eccezion fatta per una luce, flebile, di candela. E in barba a quanto ci si potrebbe aspettare, a parte qualche gorgoglio digestivo, affatto silenzioso.

“Ebbene?” chiese la papera.

Perché, sì, in quella pancia di lupo debolmente illuminata c’è una papera distesa in un lettuccio con tanto di tappeto ai piedi del letto e berretto da notte. Disturbata dalla presenza del topo in casa propria. Perché non avete idea delle cose che si possono trovare nella pancia di un lupo: un intero set di pentole, tovagliati, ingredienti d’alta cucina, quadri, tavole, seggiole. Oltre che una serenità e un quieto vivere che fuori dalla pancia non erano della stessa qualità, anzi. E alle quali il topo non tarda ad adattarsi…

Il lupo, la papera e il topo, di Mac Barnett, Jon Klassen -2018, Mondadori
Il lupo, la papera e il topo, di Mac Barnett, Jon Klassen -2018, Mondadori

L’elemento che rende questa storia originale è la commistione tra generi. Parte come una favola, con la vita quotidiana di questi due animali ben assortiti che filosofeggiano e agiscano alla maniera umana, poi s’intromette a smuovere eventi e pancia un cacciatore, che è proprio quello che va alla caccia del lupo di chiara matrice fiabesca, per poi concludersi ancora alla maniera della favola con una chiosa classica che non vi anticipo.

<em>Il lupo, la papera e il topo</em>, di Mac Barnett, Jon Klassen -2018, Mondadori
Il lupo, la papera e il topo, di Mac Barnett, Jon Klassen -2018, Mondadori

Lo stile ironico di Jon Klassen si incrocia perfettamente con quello asciutto e altrettanto intelligente di Mac Barnett e ben si esplica nella doppia pagina in cui la papera ricorda con un certo pathos la sua vita piena di rischi quando la trascorreva nel bosco, fuori dalla pancia: zampetta palmata ferma a mezz’aria per volgere uno sguardo di sbieco dietro ala sua coda, giacché un albero per una pura casualità si è spezzato e caduto. Per quale fortuito caso non l’ha schiacciata? No… meglio l’umidità della pancia del lupo. “Uhi! Uuuh!”

Il lupo, la papera e il topo, di Mac Barnett, Jon Klassen -2018, Mondadori
Il lupo, la papera e il topo, di Mac Barnett, Jon Klassen -2018, Mondadori

51+39Ktn57L._SX377_BO1,204,203,200_Titolo: Il lupo, la papera e il topo
Autore: Mac Barnett, Jon Klassen
Traduzione: Chiara Carminati
Editore: Mondadori
Dati: 2018, 40 pp., 16,00 €