The Skeleton Tree

Una barca affonda lungo le coste dell’Alaska. A bordo si trovano il dodicenne Chris con suo zio Jack e un ragazzo di nome Frank, che lo zio gli ha presentato due giorni prima.the skeleton tree.jpg

Una barca affonda e si concretizza un naufragio in cui solo l’unico adulto che si manifesta in questo libro non sopravvive, anzi, muore in una circostanza che aggiunge dramma al dramma già in atto. La base di partenza è floridissima di pathos e avventura. Il luogo in cui i ragazzi vengono rilasciati dalle onde è ostile, non vi è anima viva, sono soli. Ed è questa solitudine, dinanzi alla grandezza e alla maestosa ostilità della natura selvaggia, che è il punto di partenza migliore per un romanzo che rientri perfettamente in ciò che cerco in una castaway story. Perché non l’ho detto, ma sono un’appassionata di storie di naufragi con pochi sopravvissuti che riescano a ricostituire se stessi e un mondo a loro misura anche negli ambienti meno accoglienti della Terra o assieme a compagni di sventura con i quali hanno ben poco da spartire e talvolta molto da temere. Ho incominciato con Robinson Crusoe, passando per Vita di Pi, Il signore delle Mosche…

In tutte le storie custodite nella mia memoria c’è un pattern nel quale si muove la struttura e il ritmo delle storie di naufragio. In Skeleton Tree anche, ma con qualche passo a vuoto che mi ha smarrita, lasciandomi senza scialuppa di salvataggioSi tratta, però, di opinione mia, falsata forse proprio dalle tante letture. The Skeleton tree rimane un bellissimo romanzo nel cui evolversi, però, i ragazzi non si evolvono.

Frank si mostra subito astioso, freddo, nei confronti di Chris, nonostante quest’ultimo faccia di tutto per esserne benvoluto, prima, perlomeno non maltrattato, dopo. Chris sembra avere la peggio ma di fatto sono vittime di un luogo che con è inospitale con entrambi in egual misura. Scoprono quasi subito una capanna abbandonata nella foresta e in essa trovano un rifugio che, per quanto piccolo e rudimentale, si mostra ricco di segreti e tracce fondamentali. Pescano salmoni su salmoni in previsione di un inverno che non tarda ad arrivare, senza però porsi con serietà domande su come conservarli, il che cozza con la consapevolezza di dover fare provviste. Sono queste alcune delle piccole incongruenze che hanno sospeso il mio giudizio del tutto positivo. Si tratta di un romanzo che rientra nella tradizione dei più intensi romanzi d’avventura da dispersi ma non ne contempla la stessa crescita, la stessa maturazione dei personaggi. Senza la loro crescita, che in qualche condizione c’è ma solo emotiva, tutto viene affidato alla fortuna, a un fato che li prende sotto la propria ala benevola di corvo e li protegge, cura e salva. Da soli, il loro destino sarebbe stato segnato.

C’è molta magia sulle coste selvagge dell’Alaska, c’è anche tantissima ferinità. Ferinità che esplode in maniera potente nella scena dell’orso che attacca e perseguita Chris (dopo aver già perseguitato altri con infauste conclusioni) e, ancora, c’è molto misticismo. Un albero imponente cui sono appese delle bare, piene di persone di cui si è persa memoria. Una statua di legno feticcio, portata a riva come un segno dallo Tsunami del Giappone (sì, c’è anche lo Tsunami) e la fede rinvigorente in ciò che gli adulti suggeriscono loro nei sogni.

E mentre i due ragazzi continuano a convivere sopportandosi, Chris stringe amicizia con il vero protagonista eroico della storia: il corvo. Sul quale ancora mi interrogo: a chi parlava ricordando? Di chi parlava con odio cieco seminando il terrore? Perché Chris non si sente inquieto, non ha paura di una voce, quella di un uccello, così inquietante e chiara? Quando gracchia con parole umane, esse sono le stesse che il corvo diceva al precedente abitante della capanna, il quale era forse crudele con lui? Si tratta di voci dall’oltretomba? Si tratta forse della stessa voce di Chris, che per mezzo suo esprime l’odio che da solo non riuscirebbe a esplicitare?

Il freddo si fa strada anche nelle speranze dei due ragazzi; il più grande si rivela tale svelando al minore il segreto dolorosissimo di una radice comune, e i salmoni marciscono a causa delle mosche. I due ragazzi si ritrovano nel sembrare perduti.

Io, da parte mia, avrei preferito meno ingredienti in questo romanzo che resta gustoso e che consiglio a ragazze e ragazze dagli 11 anni in su.

Titolo: The Skeleton Tree
Autore: Iain Lawrence (traduzione Christina Mortara)
Editore: Edizioni San Paolo
Dati: 2019, 288 pp., 18,00 €

La pietra blu

Quando interviene la nostalgia, anche le pietre più grandi, quelle più granitiche, quelle blu, possono sgretolarsi. È infida, la nostalgia, talvolta dolce, sembra che non ci sia, che dopo un momento di intensità profonda, sia passata, si sia mescolata ad altro, magari alla rassegnazione, e invece ristà, quieta. Sedimenta e si radica. Basta un soffio di vento che sfiora il viso, basta una parola catturata per caso in mezzo al vociare, basta uno sguardo; la nostalgia riaffiora, si fa largo tra le fenditure dell’anima, tra le venature della pietra e si manifesta, prorompente, autonoma, incontrollabile.

La pietra blu giaceva serena nel profondo della foresta.

Richiama la tranquillità delle lapidi di un cimitero, questo incipit, e in questo libro la morte ricorre spesso, talvolta naturale, talvolta tragica, sin dalla dedica, parole che Jimmy Liao riserva agli amatissimi genitori. Ciò che ne segue pare sia destinato alla serenità. Fino a quando non si insinua nelle pieghe del destino l’intervento dei vivi, della natura che compie il suo ciclo certo e al contempo imprevedibile: nella foresta la pietra pensa di rimanere per sempre, ad ascoltare il canto degli uccelli a gioire del profumo dell’erba. Fino a quando un incendio non distrugge tutto attorno a lei.

La pietra blu, di Jimmy Liao - 2019 Camelozampa
La pietra blu, di Jimmy Liao – 2019 Camelozampa

La pietra si ritrova sola, in un luogo desolato e arido. Poi la pioggia e il tempo fanno il proprio mestiere e tutt’attorno riaffiorano i colori e la pietra blu si convince con gioia che tutto tornerà come prima e per sempre; e invece no. La pietra viene divisa in due parti e una portata via, catturata in una enorme rete, destinata ad altro e altrove.

Da questo momento si instilla nella metà trascinata via la nostalgia e, prima dolore, poi fastidio, poi rassegnazione, ristà, quieta. Fino a quando una bambina, nella grande sala in cui è esposta scolpita a forma d’elefante, le si mette dinanzi e le chiede dove sia la sua casa. La bambina è vestita di blu, tiene in mano un palloncino blu.

A mezzanotte, un palloncino blu le vola davanti e la pietra comincia a pensare all’altra metà rimasta nella foresta. Sopraffatta da un’intensa nostalgia, in un instante va in frantumi.

La pietra blu, di Jimmy Liao - 2019 Camelozampa
La pietra blu, di Jimmy Liao – 2019 Camelozampa

Da questo momento in avanti, la pietra si frantumerà sempre e sempre, ogni volta sarà scolpita in forme diverse e ogni volta, all’insorgere della nostalgia, si frantumerà, in una struggente andatura ritmica che passa attraverso le stagioni, gli anni, i decenni, le sofferenze degli uomini e la propria, imperitura.

La pietra blu, di Jimmy Liao - 2019 Camelozampa
La pietra blu, di Jimmy Liao – 2019 Camelozampa

Un albo illustrato che lascia moltissimo spazio alle immagini che come sempre, sono accompagnate da brevissimi testi, altrettanto incisivi e intensi.

Sara Saorin, editrice di Camelozampa cui dobbiamo l’edizione italiana di questo libro nella traduzione di Silvia Torchio, ha detto, durante un incontro nella mia libreria, che la pietra blu esisteva già nelle intenzioni di Jimmy e ha svelato che altre volte era stata disegnata, piccola o grande, ad anticipare sotto altra forma, la sua storia. L’ho cercata, la pietra blu; la cercavo piccola, tonda, la immaginavo tra i ciottoli di un viale, o su di una spiaggia. L’ho trovata enorme, sulla doppia pagina di un albo che è anch’esso una storia d’amore “Incontri disincontri”, continuerò a cercarla anche altrove.

51C-NTmcCtL._SX411_BO1,204,203,200_.jpgTitolo: La pietra blu
Autore: Jimmy Liao, traduzione di Silvia Torchio
Editore: Camelozampa
Dati: 2019, 148 pp., 22,00 €

Miss Comedy Queen

Talvolta mettersi a tavolino e redigere una lista aiuta. Mette ordine nei pensieri, stabilisce degli obiettivi da raggiungere passo passo, da la sensazione rasserenante di essere perlomeno a un buon punto dell’opera.
Talvolta però, e mi pare che sia il caso di Sasha e della sua lista per svicolare dal dolore, mettere nero su bianco i propri obiettivi può costringerci a fronteggiarli con più sofferenza di quanta ne proveremmo lasciando che gli eventi percorrano il proprio corso.

Sasha è una ragazza di 12 anni. Un anno prima, la madre, gravemente depressa, si è suicidata. Dal momento in cui il padre le ha telefonato per dirle quanto avvenuto, Sasha, che ha le funny bones, si impone di reagire mettendo a frutto il proprio talento naturale e dedicare tutta se stessa, trascurando anche la scuola per riuscirci, a diventare Miss Comedy Queen. Ridere è la risposta alle lacrime, ridere potrà cambiare il suo mondo. Forse.

Occhi che si riempiono di lacrime. Facendo grande attenzione, mi distendo sul pavimento, per impedire loro di uscire. Guardo il soffitto, dove l’intonaco sta cominciando a staccarsi. Non voglio sbattere le palpebre perché altrimenti le lacrime potrebbero scendere, e io mi rifiuto di piangere. E se le lacrime rimangono negli occhi senza scendere sulle guance, non è pianto. Per distrarmi penso alla lista.

Ma per farlo ha bisogno di un metodo e il suo metodo parte proprio dalla lista, una lista che ha come fondamento il capovolgere tutto quanto la leghi alla madre o al ricordo della madre, a partire dai capelli (lunghi e castani per entrambe) da tagliare, per finire con prese di posizione capaci di irrigidire la mordidezza dei ricordi, cristallizzare ancor più la sofferenza: “La mamma cercava di prendersi cura di una bambina (me). Ed è andata malissimo. 2. Evitare di prendersi cura di esseri viventi”. Che per una ragazza empatica come Sasha, nonostante il suo desiderio di nasconderlo, è diventa una imposizione crudele e limitante.

Sasha vive con il padre, attento e premuroso, sebbene egli stesso provato e sofferente, e ha dei forti rapporti d’affetto con un’amica, anch’essa attenta e piena di cure, e uno zio, buffo, chiassoso, che si fa complice, la coccola e protegge.

Nel testo, che scorre molto agilmente, si scorgono le radici della letteratura nordica contemporanea per ragazzi, permeata da un realismo che riesce a rendere avvincente il quotidiano, il contingente, un semplice pomeriggio trascorso a mangiare un dolce casalingo, una mattinata in classe, un viaggio in auto.
Apprezzo questo da sempre e sempre di più: la capacità straordinaria degli autori contemporanei di matrice nordica di rendere meraviglioso il quotidiano senza valicare mai il confine del realismo, senza che esso diventi prettamente magico, il quotidiano diviene straordinario e capace di creare un legame forte con il lettore che legge, e legge, volendo leggere ancora, e, senza sospendere la credulità, fruire di momenti incantati.

Con le proprie ossa, comunque, bisogna fare i conti: esse ci sostengono, fuor di dubbio. Se  poi sono funny, è meglio. Se sono proprio come quelle di un genitore che ci ha lasciati, che non riusciamo a perdonare, che amiamo, bisogna imparare ad amarle anch’esse, oltre che usarle per sopravvivere, come se fossero la nostra armatura.

380586a7-cbf0-407c-b163-ddbcf4a04df3.jpgTitolo: Miss Comedy Queen
Autore: Jenny Jägerfeld
Editore: De Agostini
Dati: 2019, 255 pp.,  14,90 €

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Il cuore e la bottiglia

I libri di Oliver Jeffers sono sempre belli.

Il cuore e la bottiglia oltre ad essere bello è anche struggente, malinconico.

Il cuore e la bottiglia, di Oliver Jeffers - 2019, Zoolibri
Il cuore e la bottiglia, di Oliver Jeffers – 2019, Zoolibri

Per raccontarlo parto, come molto spesso ho fatto negli ultimi mesi, dalle risguardie. Quelle d’apertura, di un bell’azzurro su fondo panna, raccontano del legame tra nipoti e nonni, tra i bambini e certi adulti capaci di porgere un orecchio attento (e giocoforza ancora un poco acerbo) alle domande dei piccoli: quelle esclamate per la meraviglia, quelle sussurrate, quelle del quotidiano, quelle del surreale.

C’era una volta una ragazza più o meno come tante altre

Comincia così, preludendo a molto altro, ma io ho indugiato su quel “più o meno”, che dice tanto negando tutto ma su una base comune, che scopriremo pagina dopo pagina: con gusti diversi, diverse inclinazionei, diversi interessi tutti i bambini si interrogano, interrogano; pongono domande esplicite, ad altre girano attorno. Ciò che fa la differenza è l’interlocutore che incontrano. E lo dicevano già le risguardie che oltre a svolgere la funzione loro propria, oltre quindi a proteggere il libro affinché non si sciupi, protegge anche l’orecchio di chi ascolta, affinché non maturi, una volta smarrita l’infanzia. Affinché conservi la disponibilità del cuore all’ascolto.

Il cuore e la bottiglia, Oliver Jeffers - 2019, Zoolibri
Il cuore e la bottiglia, Oliver Jeffers – 2019, Zoolibri

Oliver Jeffers usa con molta consapevolezza la luce e l’ombra, la densità del colore, la texture anche, in maniera sorprendente e un poco spiazzante, per mettere accenti, per cambiare tono. Sul davanzale della finestra sta un girasole che, come tutti i girasoli usano fare, investito dal pieno sole gli volta le spalle. Il sole entra dalla finestra e investe di luce un nonno e una bambina, l’uno in poltrona, composto, l’altra in piedi, con una gamba a terra e l’altra pronta a partire; e le tante domande e le tante risposte che si scambiano sono così concrete, così presenti, da far ombra anch’esse, assieme a tutto quanto abbia un corpo solido. Sullo scaffale una bottiglia con dentro un veliero.

Ogni nuova scoperta la incantava…

…finché un giorno, trovò una sedia vuota.

Il sole non splende più. La luce è quella flebile della luna. Persino il girasole pare testimone attonito di quel vuoto e della sua pesantissima ombra.

A questo punto, la ragazza decide di preservare il proprio cuore da quel dolore così potente e lo infila in una bottiglia, che appende al collo. E sta bene così, al riparo. È una scelta profonda che nasce dall’essere avventati. Forse spaventati. Chi non lo è del dolore imprevedibile, quello che investe e annienta? Chi non lo è della perdita, del distacco che è per sempre, dell’amore che non c’è più, della cura che svanisce?

E da quel giorno, col cuore in bottiglia, la ragazza non si pose più domande e scoprì di non essere più capace di dare delle risposte.

Questo è forse il momento più intenso di tutto l’albo. Lo sguardo smarrito, alla ricerca di un senso che è fatto di due soli puntini eppure racconta di una presa d’atto, di una svolta, un climax. Da qui in poi bisogna esporre il proprio cuore al vento, alle intemperie, alla gioia sferzante del mare in tempesta, alla burrasca, al refolo leggero, alla pioggerella impalpabile e fresca dell’amore, alla luce calda del sole, a quella fredda della luna.

Le risguardie di chiusura, tornano al cuore. Quello anatomico, con tanto di sezione. Semmai nel frattempo vi foste posti la domanda.

Ah!, c’era un vascello in una bottiglia. Così come per il cuore, ci auguriamo per lui il mare aperto.

Il cuore e la bottiglia, di Oliver Jeffers - 2019, Zoolibri
Il cuore e la bottiglia, di Oliver Jeffers – 2019, Zoolibri

 

 

Il cuore e la bottiglia

Il cuore e la bottiglia, di Oliver Jeffers

Zoolibri  2019, 32 pp., 16,00 €

Niente paura, Little Wood!

Genie ed Ernie sono in vacanza dai nonni in campagna, in Virginia. I genitori devono partire per la Giamaica per una vacanza che li aiuti a ritrovarsi, a cercare di porre rimedio alla distanza che il tempo ha messo tra di loro (da qui il “devono”). Per i due fratelli lasciare New York per la Virginia rurale è uno strappo consistente in abitudini e contesto; per Genie non avere il wi-fi, per uno come lui che a Google pone almeno tre domande al giorno, è cosa inconcepibile, per Ernie non avere un pubblico nutrito a considerarlo fico, altrettanto fastidioso, ma tant’è. Senza fronzoli o periodi di adattamento i due fratelli si ritrovano a vivere in una campagna solitaria, con una nonna energica coltivatrice di piselli e un nonno cieco, che indossa sempre gli occhiali da sole e nasconde più di un segreto.

In quella che non tarda a diventare la routine dei due ragazzi, si inserisce una ragazza che subito fa breccia nel cuore di Ernie e che per Genie rappresenta una possibilità di rimanere connesso, di avere qualche risposta: a casa sua c’è il wi-fi. Ma anche una madre patologicamente ipocondriaca. Attorno a queste case popolate da sofferenze e misteri, boschi fitti e una natura che si conserva selvaggia e con la quale gli uomini interagiscono con ferina spontaneità (il nonno di Genie prima di diventare cieco era un cacciatore, così come a caccia, perfino di scoiattoli, va il suo migliore amico).

Genie è di natura curioso e molto empatico. Per una distrazione rompe una macchinina rossa, oggetto molto prezioso per la nonna; da questo imprevisto una scoperta amara, la morte dello zio in guerra, che sarà la maglia di aggancio tra lui e il nonno, che di quella morte non ha ancora maturato il dolore e per la quale si sente in colpa.

Un passo incerto dopo l’altro, Genie scopre che ogni adulto con il quale ha a che fare nasconde in sè molte fragilità e che esse paradossalmente possono rivelarsi terreno fertile tra l’età adulta e l’infanzia, la fanciullezza di cui lui è invece l’orgoglioso portatore. Con molta pazienza e altrettanto amore, riesce a far uscire il nonno dalla casa in cui si era recluso, riesce a darsi spazio, coraggio.

La principale maestria dell’autore, Jason Reynolds, è quella di rendere vere le voci di Genie, Ernie, del nonno; di non indugiare in ricami, di passare lievemente, invece, sulla realtà, con un tono e un timbro che induce il lettore ad addentrarsi in questi boschi, in cui i Wood, grandi e piccoli, tra intraprendenza e rischiosi riti di passaggio, fronteggiano e vincono le proprie paure.

81vExsHICrLTitolo: Niente paura, Little Wood!
Autore: Jason Reynolds (traduzione Giuseppe Iacobaci)
Editore: Terre di Mezzo
Dati: 2018, 328 pp., 14,90 €

La canzone di Orfeo

La canzone di Orfeo sin dal titolo cita in maniera esplicita il mito di Orfeo ed Euridice ma non si ferma nell’intessere una narrazione che ne riprende i temi: la morte, l’amore, la disperazione, il cedere alla passione, la fragilità dell’essere vivi. Prosegue sulla strada del mito ripercorrendone i modi: chiamando in causa per poi svicolare, dando sempre l’impressione di arrivare a una soluzione, portando la tensione fino al punto di spezzarla, far intendere che si possa allentare e invece tendere sino alla rottura. E lasciare smarriti, con un monito non detto incombente, incerti sul da farsi, incerti sul destino dei protagonisti, sulla vera verità.

È un romanzo complesso che parla d’amore. Dell’amore tra Claire, che racconta la vicenda per essere l’unica sopravvissuta, ed Ella, amiche sin dall’infanzia, innamorate sin da allora l’una dell’altra di un amore che resta senza parole e si nutre di sguardi e di baci, capace di lasciar andare, capace di dirsi addio. Dell’amore tra Ella e Orpheus ammaliato dalla musica della lira, dalle parole cantate, sussurrate, che incomincia con una conversazione telefonica durante la quale Orpheus induce Ella, restata a casa per volere dei genitori mentre gli altri amici “hipster” sono in vacanza in spiaggia, a dire ad alta voce il proprio nome, mettendo in atto un vero e proprio incantesimo, costringendola a scoprirsi nella sua nuda essenza, e legandola per sempre a lui facendole recitare una formula che è fatta di musica e due parole: Ella Grey.

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È un romanzo composito che cambia spesso ritmo, assieme al tono, che alterna momenti di furia intensa, di narrazione esasperata, cruda, diretta, a momenti di quiete, in cui il contingente si ricompone a momenti quotidiani semplici, familiari, scolastici.

È un romanzo lirico, visionario, che ricorda il timbro di William Blake. «L’immaginazione non è uno stato mentale: è l’esistenza umana stessa.» (W. Blake)

È un continuo sognare, immaginare, vivere pienamente il sogno e l’immaginazione con naturalezza, senza tracciare un confine con la realtà o attraversandolo di continuo, senza porsi domande, anche quello tragico e drammatico tra la vita e la morte.

Mi raccontò la sua storia quel mattino, quando lo trovai che giaceva fuori dal cancello, mentre l’Ouseburn scorreva e le sbarre tintinnavano e vibravano e la luce s’intensificava su tutto il Tyneside. Non mi domandò neanche una volta se gli credessi.

Al risveglio, con la testa ancora impastata della materia dei sogni, Orpheus racconta e racconta un sogno che è vero, visionario e credibile, realtà oggettiva.

È una storia di morte, tragica e intensa; che lascia soli e accompagna, che si nutre di disperazione, assenza e ricordo. Che credo indurrà i lettori a rileggere il mito, Milton e il suo Paradiso Perduto, William Blake. Che li indurrà a chiedersi, forse a non rispondersi mai.

“Sono felice” disse. “È una cosa accettabile? È questa la cosa più assurda di tutte adesso. Sono maledettamente felice, Claire. Com’è mai possibile?”

51FXHJ0JixL._SX331_BO1,204,203,200_Titolo: La canzone di Orfeo
Autore: David Almond
Traduzione: Giuseppe Iacobaci e Wendell Ricketts
Editore: Salani
Dati: 2018, 248 pp., 14,90 €

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Per mare

Di cosa mi racconta Per mare; mi racconta di libertà, mi racconta di paura, mi racconta di illusioni, mi racconta di viaggi o mi racconta di ricerche?

O forse, Per mare, mi racconta una storia che conosce così bene il suo mestiere da riuscire a raccontarmi tutto questo?

L’ho letto più volte, Per mare, e quest’ultima mi ha raccontato, nel brevissimo spazio di dodici tavole e di altrettanti blocchetti di testo, del mare e, per farlo, mi ha raccontato della vita e della morte.

Per mare, di Riccardo Bozzi, Emiliano Ponzi - Lapis 2016
Per mare, di Riccardo Bozzi, Emiliano Ponzi – Lapis 2016

C’è un cammeo nel frontespizio. È tondo, sembra lo sguardo concesso all’occhio da un cannocchiale. Su quella che sembra un’isola, tre uomini, tre pirati forse (lo dico per i profili dei loro cappelli) attorno al fuoco; sembrano raccontare. Raccontare questa storia, o altre, o una variante di questa storia.

È notte e, certo, mi sembra che stiano riposando. Perché il mare, “è largo e rotondo. Non ha spigoli, tranne qualche scoglio che bisogna saper evitare”. È come la vita, larga e rotonda, con scogli incombenti (che a volte assumono le sembianze della morte) che legittimano la sua meravigliosa distesa, azzurra, placida o burrascosa. Eccitante.

Ci si preoccupa, per mare, ci si sente in pericolo. Altri si sentono al sicuro. Altri si annoiano, per mare. La stessa bonaccia può rivelarsi confortevole o disturbante; proprio come certe storie.

Per mare, di Riccardo Bozzi, Emiliano Ponzi - Lapis 2016
Per mare, di Riccardo Bozzi, Emiliano Ponzi – Lapis 2016

E per mare vanno le navi, e ciascuna nave ha la propria ciurma, il proprio equipaggio. In questo vasto mare, che è la vita e la morte, c’è sempre un tesoro, che è bene e consigliabile saper cercare.
Ciascun marinaio,
ciascun passeggero,
ciascun mozzo,
ciascun avventuriero
è capace di guardare con la mano tesa sulla fronte, di giorno, per scrutare l’orizzonte facendo ombra allo sguardo, o di amplificarlo, è capace, attraverso le lenti di un binocolo. Anche di notte. Di scrutare con il miglior sguardo possibile, è capace. Cullando una personalissima mappa; ciascuno ha la propria, nessuno ha la stessa. Sono mappe intime e segrete.

Però si condivide il viaggio, si condivide la ricerca. Talvolta, si condivide anche il tesoro.

41afygxj22l-_sy465_bo1204203200_Titolo: Per mare
Autori: Riccardo Bozzi, Emiliano Ponzi
Editore: Lapis
Dati: 2016, 32 pp., 14,50

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Carlotta e le prime parole del web

Se fossimo nel 1952, anno di pubblicazione di questo capolavoro della letteratura per l’infanzia e se fossimo a scrivere sulle pagine del New York Times (!), avremmo a dire che E. B. White ha scritto un libro per bambini in cui albergano voglia di vivere e felicità, tenerezza e sorpresa, grazia e humor e il dono della sintesi che soltanto le storie caratterizzate dalla genuina immaginazione riescono a possedere.

Ma non siamo sul New York Times e, nonostante ci si trovi in completo accordo con quanto detto sopra, diamo inizio a queste nostre considerazioni con un’osservazione frivola: ho avuto la fortuna di acquistare La tela di Carlotta in un negozio di libri usati; una copia della prima edizione in italiano (del 1976) per gli Oscar Mondadori, passata tra le mani di Andrea prima e Simona poi. Ho avuto questa fortuna perché la copertina riporta una delicata illustrazione di Giancarlo Zucconelli ben lungi dalle copertine delle diverse edizioni che di questa storia hanno visto la luce dopo il film con Dakota Fanning che ne è stato tratto nel 2006. Il marketing preferisce sui libri, anche sulle storie belle (memorabile la copertina della nuova edizione, anche questa frutto di un post-film, de Il mulino dei dodici corvi, che fa rimpiangere la prima di Longanesi) copertine scarsamente raffinate ma di richiamo, dovrò farmene una ragione, del resto in teoria non si dovrebbe giudicare un libro dalla copertina…

Per tornare a La tela di Carlotta, sorella del più celebre Stuart Little (almeno in Italia, anche qui a causa o grazie al maggior successo del film), è una storia raffinata e tenera come poche altre mi sia capitato di leggere. Il senso lieve della vita intesa come occasione di gioia e generosità, il senso greve della morte raccontata come sacrificio generoso ed espressione di amicizia. «Perché hai fatto tutto questo per me? – chiese Filiberto. – Non lo meritavo: non ho mai fatto nulla per te io. – Mi sei stato amico – rispose Carlotta – e questa è già per se stessa una cosa eccezionalmente importante. E io ho tessuto le mie tele per te perché ti volevo bene. Che cos’è un’esistenza, in fondo? Si nasce, si vive per un periodo brevissimo, si muore. L’esistenza di un ragno, poi, non può non ridursi a una miseria, con tutto questo intrappolare e mangiare mosche. Essendoti di aiuto, ho forse cercato di elevare la mia vita di un poco».

La tela di Carlotta è la storia di un legame d’affetto profondo che unisce Filiberto a Carlotta, appunto, e nasce in un porcile, luogo in cui Filiberto scopre con amarezza di essere destinato a diventare salsiccia. Il porcellino non sa rassegnarsi a questo destino e si dispera. Le sue lacrime verranno asciugate dalla dolcezza e dal conforto di Carlotta, ragno che, nonostante conservi tutte le attitudini poco piacevoli dei ragni, si rivelerà molto intelligente e devoto al senso alto dell’amicizia che subito si instaurerà tra i due. Grazie a questo legame, forse si devierà il corso di un destino così crudele.

Il libro, che ha fatto commuovere generazioni da quando ha visto la luce, noi compresi, è complesso ma solo al livello del tema proposto che rimane il più delicato da maneggiare, specie se ci si rivolge ai bambini: il legame ineluttabile tra la vita e la morte.

È complesso e delicato, proprio come le tele tessute da Carlotta, e come queste ultime riluce quando incrocia i raggi brillanti del sole così come quelli tenui della luna.

Riporto i dati di un’edizione del 2011, sempre Mondadori, illustrata da Anton Gionata Ferrari e tradotta da Donatella Ziliotto

51gurloee2l-_sy346_Titolo: La tela di Carlotta
Autore: E. B. White (Autore), A. Ferrari (Illustratore), D. Ziliotto (Traduttore)
Editore: Mondadori
Dati: 2011, 198 pp., 9 €

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Le storie, a volte, si fanno da sé e scelgono come essere raccontate

Pepe, Calì e Lalò sono amici; insieme inventano storie straordinarie e giocano in cortile. Un giorno, però, Lalò scompare e Pepe e Calì si accorgono che senza di lui giocare a inventare storie non è né facile né divertente. Si avventurano allora in una difficile ricerca trovando infine una risposta, seppur amara, alle loro domande.

uomo_nero_verde_blu_22-858x1440Forse Lalò è diventato magro magro e, come un uccello, è passato attraverso le sbarre della gabbia volando via, così ipotizzano Pepe e Calì dinanzi all’uomo verde “Becco di corvo/Tutto si perde/Questa è la casa/Dell’uomo verde”. O potrebbe essere stato rapito dall’uomo nero, come talvolta succede ai bimbi che non si trovano più; Pepe e Calì lo chiedono a lui in persona “Grigia betulla/Buoi sentiero/Questa è la tana/dell’uomo nero”. Oppure, considerato che dalla dimora dell’uomo blu passano tutte le storie del mondo, forse, anzi, per forza, dovrebbe esserci anche la storia di Lalò “Onda di mare/Salta su e giù/Questa è la nuvola/Dell’uomo blu”.

Si nutrono di storie e fiabe, le stesse che inventavano assieme, le speranze e le ricerche dei due amici che non si rassegnano alla realtà. E le fiabe si inventano meglio seduti in cerchio sotto alle fronde di un albero. Il cerchio formato dai tre amici era perfetto, il nuovo, senza Lalò, è schiacciato ma forse è comunque sufficiente a dar loro l’ispirazione per una nuova fiaba che li protegga dalla realtà amara che ha colpito il loro piccolo amico e con la quale dovranno necessariamente venire a patti.

Come sempre raccontare la morte ai bambini è difficile e altrettanto difficile è prendere atto che alcuni, come gli autori di questo libro, sono capaci di farlo senza scadere in pietosi abbellimenti e banali rifugi linguistici e narrativi. La vena narrativa è dolce e al contempo diretta, disperata la ricerca dei due bambini, dolorose le scoperte ma leggeri gli animi e morbida la sensazione che segue la coraggiosa ricerca. Peccato solo che l’uomo nero, verde e blu non possano mostrarsi ai nostri occhi nei loro colori. Le delicate illustrazioni di Giulia Rivolta sono, purtroppo, riportate in bianco e nero e, seppur in minima parte, sminuiscono l’intensità del testo.

Colore che invece non manca al gusto di una succulenta frittata che, solo a immaginarla, fa venire l’acquolina in bocca. La frittata è la prima di tre storie da mangiare che Anna Vivarelli (sempre assieme a Guido Quarzo come nella storia precedente e con le illustrazioni di Andrea Astuto) ci racconta con una scrittura leggera e gustosa: tutta da assaporare!

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vivarelli1Anna Vivarelli si è aggiudicata il premio Andersen 2010 com migliore scrittrice “per una produzione narrativa dai risultati quanto mai convincenti e qualificati. Per essere una delle firme più interessanti degli ultimi anni, dimostrando di sapersi efficacemente e brillantemente confrontare con temi e moduli narrativi diversi”, come peraltro ci racconta in questa intervista.

D: La Sua scrittura ha già di per sé il sapore dolce e morbido delle fiabe. È grazie a questo talento che preferisce scrivere storie per bambini e ragazzi?
R: La ringrazio per questo giudizio, che mi fa molto piacere. Credo sia calzante soprattutto per alcuni miei libri, mentre per altri la cifra è completamente diversa, molto più realistica e “cattiva”: penso a Il vero nome di Lupo Solitario o al più recente Preferirei chiamarmi Mario. Invece, in Uomo nero, verde blu e in altri miei, il tono magico e fiabesco è predominante. Questi due modi di raccontare mi appartengono entrambi: quando mi viene in mente una storia, è la storia stessa che chiede di essere raccontata con maggiore poeticità e leggerezza, o invece con realismo e ruvidezza.

D: Alcune Sue storie sono scritte a quattro mani. Entrambi i libri che consigliamo, per esempio (Uomo nero, verde, blu; Storie da mangiare). È difficile o naturale lavorare assieme a qualcun altro?
R: Io ho iniziato a scrivere per ragazzi proprio a quattro mani, e in modo quasi casuale. Provengo dalla scrittura teatrale e radiofonica, e mi sono gettata nell’avventura dei racconti per bambini pensando che si trattasse solo di una parentesi. Sono passati quindici anni, ed è diventata la mia vita… Con Guido Quarzo, l’autore con cui ho scritto i due libri che lei consiglia, sono unita da un’amicizia trentennale. Con Anna Lavatelli, l’altro autore con cui collaboro spesso, l’amicizia è più recente – si fa per dire: dodici anni non sono uno scherzo! – e anche con lei ho un grande feeling. Sia Guido che Anna sono dei perfezionisti, maniacali quasi quanto me nel cercare la precisione sia nella scrittura che nell’intreccio, ed è per questo che riesco a lavorare bene con loro. Condivido con entrambi una stessa idea di letteratura per ragazzi: avventurosa,  per nulla didascalica, che nasce per divertire e appassionare, e non per ammaestrare. Lavorare con loro quindi, è piacevole e stimolante.

D: Pensiamo che scrivere per i bambini in qualche modo sia anche scrivere ai bambini. È d’accordo con noi? E, se sì, ne sente la responsabilità?
R: Uno scrittore deve sentirsi sempre responsabile di ciò che pubblica. E non tanto perché le storie trasmettono dei “messaggi”, quanto perché un buon libro può contribuire a formare un lettore, mentre un brutto libro può allontanarlo per sempre dal piacere della lettura. A volte penso che quel mio libro particolare potrebbe essere il primo libro preso in mano volontariamente da un lettore, il primo libro scelto autonomamente in libreria o in biblioteca: se non riesco a catturare il mio lettore, il rischio è che potrebbe anche essere l’ultimo.
Se invece per responsabilità si intende un compito morale, allora no, non mi sento responsabile di come sono. Racconto storie di amicizie, parlo di infelicità o di gioia, narro di bambini che si rapportano a fatica con i coetanei o con i genitori, e conduco la storia dove i personaggi mi portano, e dove mi portano le mie esperienze, il mio modo di essere, il mio sguardo sul mondo. Talvolta è un lieto fine, altre volte no. Non insegno a vivere, non intendo farlo: non è compito mio. Credo che la lettura sia un piacere infinito, che sia un privilegio poterlo esercitare, ma la formazione di un bambino non può avvenire solo attraverso i libri, anche se i libri possono contribuirvi.

D: Quali sono gli scrittori che preferisce? Ce n’è qualcuno cui si ispira?
R: Nel campo degli scrittori per bambini e ragazzi, amo molto Roald Dahl, Eva Ibbottson, Philip Pullman, Jerry Spinelli. Come vede, autori molto diversi tra loro e anche molto diversi da me. Ma tutti sono grandi narratori: hanno intrecci appassionanti, e la loro è una scrittura di qualità.
Fra gli italiani leggo ogni libro di Guido Quarzo e di Anna Lavatelli: non solo perché ci lega una grande amicizia, ma anche perché ho stima assoluta di entrambi e, nonostante li conosca così bene, ogni volta riescono a sorprendermi.

D: Lei ha lavorato per la radio: trova che ci sia un’affinità tra la comunicazione orale della radio e le fiabe?
R: Forse sì. La mia formazione teatrale e radiofonica mi ha permesso di acquisire una certa facilità nella stesura dei dialoghi, che sono importantissimi nelle mie storie. Io a volte confesso ai bambini che incontro nelle scuole che mentre scrivo “sento le voci”, ed è proprio così: è come se i personaggi parlassero nella mia testa, e io mi limitassi a trascrivere ciò che mi dicono. Forse per questo spesso preferisco il racconto in prima persona.

D: C’è una tra le sue storie che ama particolarmente? Ci fa fare la sua conoscenza?

R: Fra le storie che ho pubblicato, amo molto Mimì che nome è? perché dopo oltre dieci anni di vita riesce sempre a catturare l’interesse dei bambini. Ma sono affezionata anche a Per caso e per naso, che è un libro pieno di rime e offre grandi possibilità di lettura collettiva. E da ultimo, Senza nulla in cambio, scritto con Anna Lavatelli: è un libro per grandi, ed è una storia di amori e passioni nell’Italia del 1821. Ci siamo divertite moltissimo a scriverlo e, anche se siamo sempre pronte ad autocriticarci, stavolta ci siamo dette che il risultato non era male…

uomo_nero1Titolo: Uomo nero, verde, blu
Autori: Quarzo Guido, Vivarelli Anna
Editore: Interlinea
Dati: 2009, 64 pp., ill., 10,00 €

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storie-da-mangiare_cover1-873x1440Titolo: Storie da mangiare
Autori: Quarzo Guido, Vivarelli Anna
Editore: Interlinea
Dati: 2001, 47 pp., ill., 7,75 €

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