L’amore sconosciuto

Rebecca Stead ha una qualità che avevo apprezzato anche leggendo Segreti e bugie: riesce a mettersi in un angolino con il suo bagaglio di esperienza e di adulto, e osservare i ragazzi, non vista. Senza intervenire mai, senza mettere in guardia, senza porsi mai in maniera giudicante.

E queste sono qualità che si apprezzano specie quando si applicano anche alla narrazione, che è limpida, non interventista, appunto, che riesce a comunicare tutta la complessità dei rapporti tra ragazzi dodici/tredicenni, tutto l’impasto ingarbugliato di passioni, paure, sentimenti. Rebecca Stead li mette sulla pagina così come sono, o sarebbero, se li si osservasse da un angolino, non visti.

L'amore sconosciuto. Dettaglio della copertina, ill. di Marcos Chin
L’amore sconosciuto. Dettaglio della copertina, ill. di Marcos Chin

Bridge è sopravvissuta a un incidente stradale gravissimo: andava sui pattini quando è stata investita. Ricorda poco e niente di quel momento ma un’infermiera, durante la lunga degenza che l’ha tenuta lontana da scuola per un anno intero, le confida che se è sopravvissuta a quell’incidente terribile è perché la sua esistenza ha uno scopo.

Bridge è inquieta, talvolta, per questo suo “scopo”, altre volte vi si aggrappa, specie quando si sfilacciano, e poi si ricuciono e poi cambiano ancora, i rapporti di fiducia e amore con le sue due amiche di sempre, Tab ed Emily, che ha ritrovato come se nulla fosse cambiato durante la sua assenza e con le quali ha stretto un patto: non litigare mai. Eppure qualcosa è successo e non è solo l’incidente, si tratta anche del naturale processo di crescita che giocoforza interviene a limare, ammorbidendo, o ad appuntire, esacerbando.

Bridge, conosce poi un ragazzo, Sherm, al quale è affidata una narrazione parallela, dal proprio punto di vista, parlata per mezzo delle lettere scritte, e mai spedite, al nonno che li ha abbandonati per cambiare vita. Con lui, amatissimo, Sherm aveva un rapporto di intimità equilibrata e bella. Ora che non c’è più, che ha lasciato dietro di sé la sua vita com’era e una scia di dolore in chi è rimasto, gli rivolge con la stessa schiettezza dell’affetto domande complesse e dal senso profondo che pone a lui, come a se stesso.

Ma la mia domanda è: lo sconosciuto è il nuovo te, o la persona che ti sei lasciato alle spalle?

C’è una ragazza che parla in seconda persona, a San Valentino, che si percepisce, che è, più matura rispetto alle altre. Il cui essere “più grande” implica un altro tono, una prospettiva diversa, con tanti substrati. E infine c’è un ragazzo, Patrick, che entra in questa complessità quotidiana e narrativa con un cellulare, un amore acerbo e delle foto intime che finiscono nella rete del pubblico, utili allo sguardo crudele e superficiale di tutti.

Un romanzo che definirei composto da veli su altri veli, come una cipolla. Si sfoglia, strato dopo strato, fino a un nucleo profumato e pungente, intensissimo.

CL252x168_12150Titolo: L’amore sconosciuto
Autore: Rebecca Stead, (Traduzione Claudia Valentini)
Editore: Terre di mezzo
Dati: 2019, 313 pp., 14,90 €

Il cuore e la bottiglia

I libri di Oliver Jeffers sono sempre belli.

Il cuore e la bottiglia oltre ad essere bello è anche struggente, malinconico.

Il cuore e la bottiglia, di Oliver Jeffers - 2019, Zoolibri
Il cuore e la bottiglia, di Oliver Jeffers – 2019, Zoolibri

Per raccontarlo parto, come molto spesso ho fatto negli ultimi mesi, dalle risguardie. Quelle d’apertura, di un bell’azzurro su fondo panna, raccontano del legame tra nipoti e nonni, tra i bambini e certi adulti capaci di porgere un orecchio attento (e giocoforza ancora un poco acerbo) alle domande dei piccoli: quelle esclamate per la meraviglia, quelle sussurrate, quelle del quotidiano, quelle del surreale.

C’era una volta una ragazza più o meno come tante altre

Comincia così, preludendo a molto altro, ma io ho indugiato su quel “più o meno”, che dice tanto negando tutto ma su una base comune, che scopriremo pagina dopo pagina: con gusti diversi, diverse inclinazionei, diversi interessi tutti i bambini si interrogano, interrogano; pongono domande esplicite, ad altre girano attorno. Ciò che fa la differenza è l’interlocutore che incontrano. E lo dicevano già le risguardie che oltre a svolgere la funzione loro propria, oltre quindi a proteggere il libro affinché non si sciupi, protegge anche l’orecchio di chi ascolta, affinché non maturi, una volta smarrita l’infanzia. Affinché conservi la disponibilità del cuore all’ascolto.

Il cuore e la bottiglia, Oliver Jeffers - 2019, Zoolibri
Il cuore e la bottiglia, Oliver Jeffers – 2019, Zoolibri

Oliver Jeffers usa con molta consapevolezza la luce e l’ombra, la densità del colore, la texture anche, in maniera sorprendente e un poco spiazzante, per mettere accenti, per cambiare tono. Sul davanzale della finestra sta un girasole che, come tutti i girasoli usano fare, investito dal pieno sole gli volta le spalle. Il sole entra dalla finestra e investe di luce un nonno e una bambina, l’uno in poltrona, composto, l’altra in piedi, con una gamba a terra e l’altra pronta a partire; e le tante domande e le tante risposte che si scambiano sono così concrete, così presenti, da far ombra anch’esse, assieme a tutto quanto abbia un corpo solido. Sullo scaffale una bottiglia con dentro un veliero.

Ogni nuova scoperta la incantava…

…finché un giorno, trovò una sedia vuota.

Il sole non splende più. La luce è quella flebile della luna. Persino il girasole pare testimone attonito di quel vuoto e della sua pesantissima ombra.

A questo punto, la ragazza decide di preservare il proprio cuore da quel dolore così potente e lo infila in una bottiglia, che appende al collo. E sta bene così, al riparo. È una scelta profonda che nasce dall’essere avventati. Forse spaventati. Chi non lo è del dolore imprevedibile, quello che investe e annienta? Chi non lo è della perdita, del distacco che è per sempre, dell’amore che non c’è più, della cura che svanisce?

E da quel giorno, col cuore in bottiglia, la ragazza non si pose più domande e scoprì di non essere più capace di dare delle risposte.

Questo è forse il momento più intenso di tutto l’albo. Lo sguardo smarrito, alla ricerca di un senso che è fatto di due soli puntini eppure racconta di una presa d’atto, di una svolta, un climax. Da qui in poi bisogna esporre il proprio cuore al vento, alle intemperie, alla gioia sferzante del mare in tempesta, alla burrasca, al refolo leggero, alla pioggerella impalpabile e fresca dell’amore, alla luce calda del sole, a quella fredda della luna.

Le risguardie di chiusura, tornano al cuore. Quello anatomico, con tanto di sezione. Semmai nel frattempo vi foste posti la domanda.

Ah!, c’era un vascello in una bottiglia. Così come per il cuore, ci auguriamo per lui il mare aperto.

Il cuore e la bottiglia, di Oliver Jeffers - 2019, Zoolibri
Il cuore e la bottiglia, di Oliver Jeffers – 2019, Zoolibri

 

 

Il cuore e la bottiglia

Il cuore e la bottiglia, di Oliver Jeffers

Zoolibri  2019, 32 pp., 16,00 €

Niente paura, Little Wood!

Genie ed Ernie sono in vacanza dai nonni in campagna, in Virginia. I genitori devono partire per la Giamaica per una vacanza che li aiuti a ritrovarsi, a cercare di porre rimedio alla distanza che il tempo ha messo tra di loro (da qui il “devono”). Per i due fratelli lasciare New York per la Virginia rurale è uno strappo consistente in abitudini e contesto; per Genie non avere il wi-fi, per uno come lui che a Google pone almeno tre domande al giorno, è cosa inconcepibile, per Ernie non avere un pubblico nutrito a considerarlo fico, altrettanto fastidioso, ma tant’è. Senza fronzoli o periodi di adattamento i due fratelli si ritrovano a vivere in una campagna solitaria, con una nonna energica coltivatrice di piselli e un nonno cieco, che indossa sempre gli occhiali da sole e nasconde più di un segreto.

In quella che non tarda a diventare la routine dei due ragazzi, si inserisce una ragazza che subito fa breccia nel cuore di Ernie e che per Genie rappresenta una possibilità di rimanere connesso, di avere qualche risposta: a casa sua c’è il wi-fi. Ma anche una madre patologicamente ipocondriaca. Attorno a queste case popolate da sofferenze e misteri, boschi fitti e una natura che si conserva selvaggia e con la quale gli uomini interagiscono con ferina spontaneità (il nonno di Genie prima di diventare cieco era un cacciatore, così come a caccia, perfino di scoiattoli, va il suo migliore amico).

Genie è di natura curioso e molto empatico. Per una distrazione rompe una macchinina rossa, oggetto molto prezioso per la nonna; da questo imprevisto una scoperta amara, la morte dello zio in guerra, che sarà la maglia di aggancio tra lui e il nonno, che di quella morte non ha ancora maturato il dolore e per la quale si sente in colpa.

Un passo incerto dopo l’altro, Genie scopre che ogni adulto con il quale ha a che fare nasconde in sè molte fragilità e che esse paradossalmente possono rivelarsi terreno fertile tra l’età adulta e l’infanzia, la fanciullezza di cui lui è invece l’orgoglioso portatore. Con molta pazienza e altrettanto amore, riesce a far uscire il nonno dalla casa in cui si era recluso, riesce a darsi spazio, coraggio.

La principale maestria dell’autore, Jason Reynolds, è quella di rendere vere le voci di Genie, Ernie, del nonno; di non indugiare in ricami, di passare lievemente, invece, sulla realtà, con un tono e un timbro che induce il lettore ad addentrarsi in questi boschi, in cui i Wood, grandi e piccoli, tra intraprendenza e rischiosi riti di passaggio, fronteggiano e vincono le proprie paure.

81vExsHICrLTitolo: Niente paura, Little Wood!
Autore: Jason Reynolds (traduzione Giuseppe Iacobaci)
Editore: Terre di Mezzo
Dati: 2018, 328 pp., 14,90 €

Macaroni!

Per Romeo, undicenne di città, si prospetta una settimana di vacanza a casa del nonno,  che vive in una grigia cittadina belga, da solo, in una casa con l’orto, il porcile e nessuna televisione. Romeo scongiura il padre di risparmiargliela, ma la settimana dal nonno è programmata, decisa e necessaria. Il nonno si chiama Ottavio, segaligno e scorbutico alterna a borbottii in francese frasi e parole scandite a viva voce in italiano. “Maledetti!”, la più frequente. Rivolta soprattutto a chi manca di rispetto alla memoria.

Macaroni!, di Thomas Campi, Vincent Zabus - 2018 Coconino Press
Macaroni!, di Thomas Campi, Vincent Zabus – 2018 Coconino Press

E la sua, di memoria, custodisce i ricordi di una storia piena di sofferenze e sacrifici che stenta a riportare di sua sponte ma non si esime dal raccontare nel momento in cui gli si chiede: racconta di dita tagliate di proposito per recuperare i soldi necessari a curare il figlio (padre di Romeo), di dissenteria, di polvere nera che dal ventre buio della miniera sfugge per ricoprire tutto: i tetti, le strade, le piante, il cibo, i polmoni.

È la storia di un migrante, Macaroni!, della perdita delle proprie radici, della sofferenza della lontananza, dello sfruttamento, del razzismo, di tedeschi, di fascismi (di cui Ottavio si vendica chiamando ogni suo maiale Mussolini, perché non c’è nome più adatto per un maiale), del disprezzo, dei pregiudizi. Ma è anche la storia di tre generazioni di uomini, nonno, padre e nipote, che si intreccia e poi dipana da un avvenimento che segna il destino di tutti loro: un gesto di egoismo.

Macaroni!, di Thomas Campi, Vincent Zabus - 2018 Coconino Press
Macaroni!, di Thomas Campi, Vincent Zabus – 2018 Coconino Press

Pagina dopo pagina Ottavio di tanto in tanto si siede e sogna e le strisce vengono occupate da treni dai contorni sfumati, dal volto di una donna, dall’immagine di una madre che tiene in braccio un bambino e dalla voce disperata di Ottavio che invoca: Giulia!

E chi legge si chiede se sia la moglie, l’amore perduto prima del tempo. Se sia la storia di un abbandono. E infine comprende che sì, un po’ la storia di un abbandono lo è, nel momento in cui scopre che Giulia, la moglie di Ottavio, gli ha nascosto l’arrivo di una lettera d’assunzione come ferroviere in Italia, per il desiderio egoista di andare oltre confine, in Belgio, laddove tutto s’immagina sia meraviglioso; condannando Ottavio alla miniera, allo sradicamento.

Macaroni!, di Thomas Campi, Vincent Zabus - 2018 Coconino Press
Macaroni!, di Thomas Campi, Vincent Zabus – 2018 Coconino Press

Un graphic novel che incomincia con una tavola che alla luce della lettura anticipa quanto in maniera toccante sarà poi narrato: Il ricordo struggente di una terra perduta, la pianta di pomodoro; la bombola d’ossigeno cui è costretto Ottavio a causa della silicosi contratta in miniera; Ottavio alla finestra con le spalle basse, segnate dal rimpianto; il cassetto finalmente aperto, il contenuto svelato, con la lettera d’assunzione rimasta senza risposta.

Una settimana in Belgio con un “vecchio rompiscatole” per riannodare amicizia, amore filiale, storia. E per ricordare il valore insultante, e contemporaneo, di parole e atteggiamenti, modi e soprusi.

Macaroni-COVER-OK-DEF-570x771Titolo: Macaroni!
Autore: Thomas Campi, Vincent Zabus (Traduttore E. Caillat)
Editore: Coconino Press
Dati: 2018, 143 pp., 20,00 €

 

TempeStina

TempeStina, di Lena Anderson -2018 LupoGuido
TempeStina, di Lena Anderson – 2018 LupoGuido

Chi è Stina? È una bambina dai capelli argentei, che si aggira scalza tra gli scogli salati e fioriti sui quali sorge la casa del nonno, davanti al mare. Impugna un bastone con legata in cima una piuma, un po’ strumento di equilibrio, un po’ rivelatore della direzione del vento, un po’ cimelio, amuleto, un po’ vessillo di libertà.

Ecco che arriva Stina come un vento di tempesta.
È così che dice il nonno.
Stina va sempre a caccia di oggetti sospinti a riva da mare o semplicemente lì per terra in attesa di essere scoperti.

Stina è una bambina che cerca e cercando trova, scopre, colleziona, conserva. Osserva, Stina, con uno sguardo attento e limpido, scevro da qualsiasi costruzione, allegro e pragmatico: il pesce pescato dal nonno è una cena ancora guizzante che spera di gustare alla sera.

È in visita dal nonno per l’estate, Stina, e con il vecchio pescatore solitario e gentile è in completa sintonia. Vanno a ritmo questo nonno e questa nipote. Lui pesca, lei organizza, lui cucina, lei lava i piatti, lui, accorto e premuroso, controlla che Stina sia a letto, quando la tempesta si avvicina, lei, da par suo, la tempesta la va a cercare. Fino a trovarla, ad averne paura, a sentirsi sola.

TempeStina, di Lena Anderson -2018 LupoGuido
TempeStina, di Lena Anderson – 2018 LupoGuido

Zuppa di pioggia, il nonno la trova e la abbraccia.

“Quando c’è una tempesta è meglio essere in due. […]”

In due e ben coperti, cappello, impermeabile cerato e stivali. Questo il modo giusto per guardare uscire e collezionare il ricordo di una tempesta e un cassetto portato a riva dal mare. Ideale uno per non averne più paura, l’altro per raccogliervi tutte le cose trovate.

Gli acquerelli di Lena Anderson restituiscono un’immagine dell’estate serena e limpida, così come di una tempesta angosciante e spaventosa. Una realtà senza fronzoli in cui anche le piccole “cose trovate” acquisiscono valore e senso.

TempeStina, di Lena Anderson -2018 LupoGuido
TempeStina, di Lena Anderson – 2018 LupoGuido

Le tavole stese sulla doppia pagina, prive di segno grafico, seguono un movimento che è sempre tale anche quando raccontano la stasi. Intervengono una mano, a stropicciare un occhio, o il lavoro con le reti del nonno, sullo sfondo, a muovere il quadro.

Il testo si muove anch’esso, descrittivo, sulla banda in basso della pagina, un blocchetto ciascuna; e si completa con dettagli pittorici che a leggerli assieme, uno di seguito all’altro, già raccontano questa storia dolce e lieve. Come un persico al burro con le patate.

covertempestinaTitolo: TempeStina
Autore: Lena Anderson (trad. Laura Cangemi)
Editore: LupoGuido
Dati: 2018, 32 pp., 13,00 €

L’estate che conobbi il Che

Per cercare di metter su un mondo che sia più giusto per tutti ci vuole amore ed eroismo. Entrambi, amore ed eroismo, devono essere rivelarsi, testardi, come solo certi bambini, certi vecchi o certi uomini rivoluzionari sanno essere.

Cesare porta il nome di un imperatore, vive in una villa, ha un padre amministratore delegato di un’azienda florida e una madre chirurga di fama. Non conosce molte ribellioni, ottiene tutto piuttosto facilmente, però se non ha l’impeto della rivalsa conosce certamente l’amore, quello profondo e bello che è “la più spietata delle rivoluzioni”. Ha, infatti, anche un nonno, che ama teneramente, falegname eccellente e abilissimo narratore.

Costretto in ospedale a causa di un infarto, il nonno racconta a Cesare la storia di un rivoluzionario che il ragazzino non aveva mai sentito nominare ma che, nello spazio di poco tempo, conquista il suo cuore e i suoi sogni. Quando aveva intravisto quella faccia rivoluzionaria tatuata sulla spalla del nonno l’aveva attribuita a Gesù, ma no. Non si trattava di Gesù, il volto tatuato era quello di Che Guevara. Cesare, che non aveva mai sentito parlarne, scopre la storia di un uomo, ma anche di un intero mondo a lui completamente ignoto, avvincente, intensa, appassionante. La storia di un rivoluzionario e di una rivoluzione che si innesta in un momento della sua vita di ragazzo adolescente alle prese coi cambiamenti personali e del quotidiano sociale che incidono sulla sua comunità: posti di lavoro da eliminare, padri e madri di famiglia da licenziare, case in vendita… cambiamenti che impattano sul “mondo” di Cesare modificandolo e modificando la sua percezione della realtà. E il primo amore, quello per Blanca.

Di pari passo alla storia del Che matura in Cesare la propria, con un ritmo che sembra palpabile alla lettura, grazie a uno stile molto vivace e ritmico, cui Luigi Garlando già ci aveva abiuati con “Per questo mi chiamo Giovanni”.

Si può essere duri senza perdere la tenerezza. Non vergognartene mai, Cesare. Non c’è contraddizione. Si può essere innamorati e rivoluzionari. Anzi, da innamorati si fa ancora meglio la rivoluzione, perché l’amore è la più spietata delle rivoluzioni.

Titolo: L’estate che conobbi il Che
Autore: Luigi Garlando
Editore: Rizzoli
Dati: 2015, 179 pp., 15,00 €

Mio nonno era un ciliegio

Quando avevo quattro anni, avevo quattro nonni: due nonni di città e due nonni di campagna.Quelli di città si chiamavano Luigi e Antonietta e assomigliavano spiccicati a tutta la gente di città. Quelli di campagna si chiamavano Ottaviano e Teodolinda e non assomigliavano a nessuno, nemmeno ai loro vicini di casa.

Tonino ha quattro nonni, due dei quali vivono in campagna, sono degli splendidi e affettuosi anticonformisti e lo amano per il bambino che è. La nonna Teodolina massiccia e imponente, sorridente, il nonno Ottaviano strambo e orgoglioso. Insieme avevano dato vita a Felicità, la mamma di Tonino, e avevano piantato un albero di ciliegio; bambina e albero crescevano assieme e i nonni se ne prendevano cura perché il ciliegio era come un secondo figlio e piangeva e rideva come un bambino. Del resto “Se gli alberi respirano, perché non dovrebbero anche ridere?”.

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Quando la nonna Teodolinda muore, il rapporto tra il nonno Ottaviano e Tonino diventa ancora più forte, unico, senza fronzoli e pieno. Ma interviene uno sfortunato evento: il Comune vuole togliere la terra al nonno, e tagliare il ciliegio. Questo fa piombare il nonno in un senso di disperazione che lo porterà alla malattia. Ma dopo la sua scomparsa Tonino e la mamma combatteranno coraggiosamente, con lo stesso strambo cipiglio del nonno, per riuscire a salvare il ciliegio che tanto amava e, insieme, riusciranno a farlo.

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In questo bellissimo romanzo per bambini e bambine dai 7 anni, intervengono a rendere la lettura intensa e piacevole il senso della memoria, le differenze tra generazioni, la distanza tra la campagna e la città. Ne consiglio la lettura anche perché offre un assaggio di una scrittura, quella di Angela Nanetti (premio Andersen nel 2003 proprio come migliore scrittrice), che è piuttosto diversa dalle scritture contemporanee per respiro e per stile.

Mio nonno era un ciliegio è un romanzo del 1998, tradotto in oltre venti paesi non può mancare nella libreria dei vostri bambini.

51yuuqliw0l-_sx334_bo1204203200_Titolo: Mio nonno era un ciliegio
Autore: Angela Nanetti, ill. Anna e Elena Balbusso
Editore: Einaudi ragazzi
Dati: 2009, 137 pp., 11,90 €

Trovate questi libri tra gli scaffali del Giardino Incartato, libreria per ragazzi in via del Pigneto 303/c, Roma. Oppure, se non siete a Roma potete trovarci su Bookdealer o chiederci di spedire a casa vostra, lo faremo con molto piacere ricorrendo a Libri da asporto.

Il dono, che sempre scorre, dei ricordi

Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscello, Gaëlle Perret e Aurélia Fronty - Donzelli

Quando, nei momenti di tristezza, cerco un’immagine che mi rassicuri e rinforzi, mi capita spesso di ricordare le mani di mio nonno che racchiudono tra le pieghe di rughe profonde, solchi direi meglio, tutto quello che cerco: forza, serenità, sicurezza.

Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscello, Gaëlle Perret e Aurélia Fronty - Donzelli
Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscello, Gaëlle Perret e Aurélia Fronty – Donzelli

Il mio nonno mi ha donato la gioia del raccontare e ascoltare le fiabe, della sua entusiastica passione ho fatto la mia. Mi sembrava e sembra un dono meraviglioso, perché lo è, sebbene non evocativo e immaginifico come potrebbe essere stato un ruscello.

Perché c’è stato un bambino il cui nonno un giorno gli ha donato proprio un ruscello. E di come questa meraviglia sia potuta accadere ce lo raccontano in uno splendido e coloratissimo albo Gaëlle Perret e Aurélia Fronty (di cui ho già parlato qui). “Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscello/Lo teneva stretto in mano/All’orecchio, gorgogliava dolcemente/Un fremito leggero d’ali di libellula”.

Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscello, Gaëlle Perret e Aurélia Fronty - Donzelli
Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscello, Gaëlle Perret e Aurélia Fronty – Donzelli

I pennelli morbidi e i colori pastosi, dai toni sempre onirici sebbene straordinariamente naturali, accompagnano con leggerezza le parole che compongono i versi di quella che è una lunga poesia in forma di prosa. Nessuna immagine è sfuggente, nessuna retorica si cela dietro alle parole misurate e belle che parlano di uccelli che s’abbeverano, dello sciabordio dell’acqua, del suo gorgogliare, dei ciottoli colorati e delle risate di un bambino, complici, divertite.

Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscello, Gaëlle Perret e Aurélia Fronty - Donzelli
Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscello, Gaëlle Perret e Aurélia Fronty – Donzelli

Il ruscello è un ricordo, una dolce immagine che il nonno regala al proprio nipotino, una forza fresca e scintillante che lo accompagnerà sin dai momenti di gioco spensierato e di paura dell’infanzia, fino ai fremiti e alle insicurezze dell’adolescenza, fino alla maturità consapevole dell’essere adulti. La vita scorre senza sosta, esattamente come un ruscello, ora borbottante, ora luccicante del riverbero del sole; si blocca un po’, rallenta nelle anse naturali e spigolose per poi liberarsi escivolare lieve su ciottoli levigati e brillanti.

Una sera, aprendo la porta della sua camera, il ragazzo si trova ad essere investito da una montagna di spruzzi, vede gabbiani impauriti e pesci sconvolti, c’è da combattere contro la tempesta montante; il letto diviene navicella in balia delle onde. Ma il nonno spuntato dal nulla prende il timone e appare ben deciso e saldo. Riporta la tranquillità. Rasserena fino al sonno.

Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscello, Gaëlle Perret e Aurélia Fronty - Donzelli
Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscello, Gaëlle Perret e Aurélia Fronty – Donzelli

Ecco, a tutti i bambini che hanno avuto la fortuna di ricevere un dono meraviglioso dai propri nonni, così come a quelli che ancora non l’hanno ricevuto, io consiglio la lettura di questo albo, e chissà che non sia esattamente questo il dono atteso capace di conforto e sorrisi.

aurelia-fronty_cop1Titolo: Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscello
Autori: Gaëlle Perret e Aurélia Fronty
Editore: Donzelli
Dati: 2011, 44 pp., 24,00 €

L’autobus di Rosa

“C’è sempre un autobus che passa nella vita di ognuno di noi. Tu tieni gli occhi aperti, non perdere il tuo”

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L’autobus di Rosa, Fabrizio Silei, Maurizio A. C. Quarello – 2011, Orecchio acerbo

Ci sono dei libri che mettono alla prova. Mettono alla prova in diversi momenti e per svariati motivi. Saggiano il nostro coraggio, constatano la nostra pavidità, considerano la nostra attenzione e soppesano la nostra empatia. Si presentano così chiaramente da indurre (condurre, direi meglio) a imboccare vie battute, sentieri sicuri nel giudicarne il valore, quando invece la loro fortissima e pregnante bellezza non ristà in ciò che manifestamente palesano, o perlomeno non tutta.

L’autobus di Rosa si presenta qual è: un bellissimo scrigno. Siamo a Detroit, un nonno afroamericano accompagna il nipote in visita allo Henry Ford Museum. Il ragazzino è riottoso, l’idea di trascorrere la mattinata in un museo non lo esalta ma molto presto la visita si trasforma in un vero e proprio viaggio a ritroso nella storia, andando a illuminare senza alcuna pietà i suoi angoli bui durante i quali nelle scuole c’erano classi per i bianchi e classi per i neri,  le persone di colore, così come gli ispanici, non potevano entrare nei locali pubblici,  i neri potevano sedere sull’autobus solo nei posti loro riservati e solo se nessun bianco restava in piedi. I due, nonno e bambino, salgono su un vecchio autobus esposto in una grande sala e il nonno racconta; è l’autobus di Rosa, Rosa Parks, lo stesso sul quale in Alabama il primo dicembre del 1955 ella si rifiutò di cedere il proprio posto a un bianco. Questo lo scrigno; con la sua drammatica e struggente verità ci ha toccati, commossi.

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L’autobus di Rosa, Fabrizio Silei, Maurizio A. C. Quarello – 2011, Orecchio acerbo

Il tesoro, però, e quello ci ha abbagliati, l’abbiamo scoperto nelle parole del nonno, nel suo dichiarare la propria pavidità, nel suo rimpiangere la mancata occasione: “la storia mi passò a fianco ed era un autobus, mi sfiorò e io non seppi salirvi”; lo dice, ne soffre affermandolo. Ciò che racconta per lungo tempo l’ha tormentato. Sull’autobus di Rosa c’era anche lui; furono anche sue le parole, dettate dalla paura, che cercarono di distogliere la gracile donna di colore che fermamente si ostinava a rispondere di no a quanti le ordinavano di alzarsi. Sempre la paura di essere percosso, arrestato, lo indusse ad alzarsi e cedere il posto; poi la vergogna si occupò, dopo l’arresto di Rosa, di maturare il rimorso e lo spinse a non parlarne. Non parlarne nemmeno coi colleghi che a lavoro lo esortavano a unirsi al boicottaggio e a non prendere più l’autobus proprio in seguito al gesto, al rimaner ferma, di Rosa Parks.

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L’autobus di Rosa, Fabrizio Silei, Maurizio A. C. Quarello – 2011, Orecchio acerbo

“la paura è il nostro primo tiranno e l’arma prediletta di tutti i tiranni […]; la paura ci isola, ci allontana da chi è colpito dall’ingiustizia e da chi all’ingiustizia tenta di ribellarsi”. Così scrive Christine Weise, Presidente della Sezione Italiana di Amnesty International che ha sostenuto la pubblicazione di questo albo.autobus-di-rosa1

Quando l’eroismo di qualcuno, quando la forza di un unico individuo induce al movimento e all’unione di tanti, però, si può parlare di coraggio collettivo. Il fallimento del nonno che, coraggiosamente, non ha remore a raccontare al nipote la propria egoistica codardia, lo rende più simile a tanti fra noi di quanto non lo sia Rosa. Rosa ha messo in moto l’autobus e l’autobus s’è fatto mezzo, simbolo, strumento di ribellione. Nel 1956 grazie all’azione singola di Rosa e all’anno di boicottaggio collettivo di tutta la popolazione afroamericana, la Corte Suprema dichiarò incostituzionale la segregazione razziale sui mezzi di trasporto.

Le illustrazioni di Maurizio A. C. Quarello ricompongono il presente e il passato. Illuminano il presente della luce giallognola e pastello degli anni Cinquanta e ripropongono quegli stessi anni in virato seppia riducendo la distanza tra la memoria e il racconto.

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Autore: Fabrizio Silei, illustrazioni di Maurizio A. C. Quarello
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2011, 40 pp., 15,00 €

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