Muschio

Se mai dovessi avere un cane, lo chiamerò Muschio.

Perché il protagonista di questo romanzo mi ha toccata, ha smosso in me una lettura partecipe e commossa e lo ha fatto con una semplicità che non trovavo da tempo tra le pagine di un romanzo per bambini.

Muschio è un cane nero dal pelo riccio, ha molta empatia per ciò che succede agli esseri, umani o animali che siano, coi quali interagisce: coglie la paura, fiuta l’affetto, lecca con trasporto l’amore. Ma una cosa proprio non comprende: la guerra. E non la comprende mai, nemmeno quando gli strappa con una bomba la famiglia in cui viveva felice, compagno di giochi di due bambini; non la comprende quando si ritrova in un campo di concentramento a impedire, suo malgrado, che i prigionieri scappino; non la capisce coi morsi della fame; con la solitudine.

<em>Muschio</em>, di David Cirici, Federico Appel - 2016, Il Castoro
Muschio, di David Cirici, Federico Appel – 2016, Il Castoro

Muschio è un cane ostinato e caparbio. Una volta annusata la felicità non ne dimentica mai l’odore e la cerca e la cerca, deciso a ritrovarla. Questa sua ricerca, che si nutre d’affetto, lo porta a incontrare e farsi nuovi amici: un gruppo di cani bizzarri e fedeli. Assieme a loro percorre accidenti più o meno avventurosi, spaventosi, che li annientano lasciandoli meno numerosi ma sempre più compatti.

Muschio, assieme ai suoi amici, viene fatto prigioniero da una coppia di balordi, gestori di un “circo” che sfrutta la miseria e la paura della guerra mandando a morte animali innocenti, resi feroci dalle privazioni. In quel circo ci sono altri animali, ritratti con umanità magistrale. Nei boschi incappano in un cinghiale minaccioso, che trasuda pericolo e morte.

Muschio incontra anche un uomo, prigioniero, intelligente, sfinito dalla guerra ma ancora capace di reagirle. Con lui diventa artefice e protagonista di una fuga che lascia presagire la speranza. Grazie a lui e una fortunata casualità riuscirà laddove nessuno, tantomeno chi legge, pensava potesse riuscire allargando cuori e sorrisi.

Un ottimo romanzo illustrato per bambine e bambini dagli 8 anni, dalla composizione onesta e coinvolgente. Lo consiglio con trasporto.

Titolo: Muschio
Autore: David Cirici, Federico Appel, (trad. Francesco Ferrucci)
Editore: Il Castoro
Dati: 2016, 111 pp., 13,50 €

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Maionese, Ketchup o latte di soia

“l’amore non è nel cuore, ma riconoscersi dall’odore…”, cantava così Eugenio Finardi e ai miei quattordici anni sembrava affermazione più che vera. Chissà se Gaia Guasti ha ascoltato anche lei Non è nel cuore, certo è che questo tascabile semplice da portare sempre con sé ne è pervaso, di odore che fa rima con amore.

Gli scienziati li chiamano feromoni.
Ci avviciniamo a qualcuno e, oplà, le nuvolette si incontrano.
Ci parliamo così, con il corpo, senza saperlo. Ci raccontiamo chi siamo. Andiamo subito d’accordo o proviamo subito antipatia.
Cosa mangia Éleanor?
Perché conosco il suo odore?
Che cosa mi racconta la sua nuvoletta quando le vado vicino?

Noah frequenta una scuola pubblica, la madre è un essere fragile, dolce, piuttosto fuori dalla realtà. Emana tristezza e Noah sente di doverla proteggere dalle delusioni. Éleanor ha cambiato quartiere, ha un padre guru di professione e si ritrova nella classe di Noah, magrissima, coi capelli lisci e neri a nasconderle il volto e un odore pungente e persistente. Gli odori delle persone sono anche nelle scale del palazzo di Noah, nei corridoi della scuola, alcuni sopportabili, altri meno. Ma perché quello di Éleanor è così forte? Da cosa dipende?

Noah sa che i profumi stucchevoli delle sue compagne di scuola lo disgustano perché troppo intensi, invadenti, sa che l’odore del signor Laudier è di sporcizia… quello della nuova arrivata non è chimico e non dipende dall’igiene. Da cosa allora? Noah incomincia una ricerca sugli odori e su cosa li causi e scopre che molto dipende da ciò che si mangia. Allora, cosa mangia Éleanor? Di certo non hamburger Ketchup e maionese. E tantomeno latte. Ma questo Noah non lo scopre documentandosi, piuttosto facendo amicizia con lei, superando l’ostacolo olfattivo.

Éleanor è una vegana convinta che ha fatto del veganesimo una scelta di vita non solo per la salute che, a sentir lei, ne consegue, ma anche per sentirsi più vicina alla madre che aveva lo stesso identico odore che l suo ricordo la lega e al quale non rinuncerebbe mai.

Districandosi tra stili di vita opposti, bulli, e incomprensioni, un’amicizia profonda e vera nasce tra i due ragazzi, nutrendosi di giorno in giorno di maionese, ketchup o latte di soia, raccontata con un lessico diretto e spontaneo, il cui merito va anche alla traduzione dal francese di Silvia Rogai, che non lava via l’odore schietto e talvolta crudele dei ragazzini e del loro registro linguistico.

Titolo: Maionese, ketchup o latte di soia
Autore: Gaia Guasti (trad. Silvia Rogai)
Editore: Camelozampa
Dati: 2016.112 pp., 10,90 €

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Ultimo venne il verme. Favole

Ultimo venne il verme, di Nicola Cinquetti e Franco Matticchio - 2016, Bompiani

Quando spariva anche l’ultimo spicchio di sole, lui si chinava a sollevare un sasso, e sotto quel sasso c’era sempre una favola.

<em>Ultimo venne il verme</em>, di Nicola Cinquetti e Franco Matticchio - 2016, Bompiani
Ultimo venne il verme, di Nicola Cinquetti e Franco Matticchio – 2016, Bompiani

E oltre a una favola, con molta probabilità, chinandosi a sollevare un sasso, sotto ci sarebbe un verme. Che per un ineluttabile destino, in tutta umiltà, arriva sempre per ultimo.  Sulla copertina una immagine molto elegante di impermanenza, che inquieta per poi sciogliere l’inquietudine grazie al verme, che, come sdraiato comodamente tra le orbite, placido sorride come a rimarcare l’oggettiva necessità della sua presenza.

Promette bene.

<em>Ultimo venne il verme</em>, di Nicola Cinquetti e Franco Matticchio - 2016, Bompiani
Ultimo venne il verme, di Nicola Cinquetti e Franco Matticchio – 2016, Bompiani

Ultimo venne il verme è una raccolta di favole i cui protagonisti animali talvolta cedono il posto agli uomini. Sono favole pungenti, divertenti. La cui morale finale classica si trasforma in una conclusione bislacca e ferma, sulla quale si indugia non per porsi problemi di ordine morale, appunto, ma per sorridere sulle implicazioni paradossali della realtà, che resta frutto incontrovertibile di azioni, scelte o tempo.

Aurelio abbracciava la luna, non è da tutti. Aurelio compie un’azione straordinaria che molto ha a che vedere con la poesia, e poi, col tempo, Aurelio, come tutti, muore, sebbene anche n questa circostanza riesca a farlo da poeta.

C’è anche un bambino diverso dagli altri. Stessi occhi, stessi capelli ma diverso. Perché diversi ha i pensieri. La favola di questo bambino è precipitosa: i pensieri divergenti infastidiscono i bulli che lo puniscono, dimentichi del fatto che il loro pensiero omologato nulla ha a che vedere con quello libero del bambino diverso dagli altri. E il finale della favola indugia su quel sorridere del lettore di cui prima accennavo. Che torna, e ritorna.

<em>Ultimo venne il verme</em>, di Nicola Cinquetti e Franco Matticchio - 2016, Bompiani
Ultimo venne il verme, di Nicola Cinquetti e Franco Matticchio – 2016, Bompiani

Le favole, alcuni hanno la fortuna di trovarle sotto i sassi. Oppure raccontate da Nicola Cinquetti e illustrate da Franco Matticchio senza ridondanze, senza alcun intento didascalico, piuttosto libere. Il tono delle illustrazioni è surreale, a volte sottolinea esasperando, andando a braccetto col tono asciutto e diretto della narrazione per parole. L’insieme è molto riuscito, sin dalla copertina, che è una danza armonica fatta di riferimenti colti, filosofici. Sulla quale ancora oggi, e da molte settimane, mi interrogo dando a me stessa risposte tra loro diverse che si traducono in un impeto irrefrenabile alla lettura (a caso, come nella migliore tradizione favolistica) o a uno sfogliare distratto ma non troppo, alla ricerca di qualcosa che mi parli, di qualcuno che in quel giorno, in quell’esatto momento, sia in sintonia con il mio giorno, il mio momento, prima che, ultimo, venga il verme.

Titolo: Ultimo venne il verme
Autore: Nicola Cinquetti, Franco Matticchio
Editore: Bompiani
Dati: 2016, 154 pp., 12,00 €

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L’estate che conobbi il Che

Per cercare di metter su un mondo che sia più giusto per tutti ci vuole amore ed eroismo. Entrambi, amore ed eroismo, devono essere rivelarsi, testardi, come solo certi bambini, certi vecchi o certi uomini rivoluzionari sanno essere.

Cesare porta il nome di un imperatore, vive in una villa, ha un padre amministratore delegato di un’azienda florida e una madre chirurga di fama. Non conosce molte ribellioni, ottiene tutto piuttosto facilmente, però se non ha l’impeto della rivalsa conosce certamente l’amore, quello profondo e bello che è “la più spietata delle rivoluzioni”. Ha, infatti, anche un nonno, che ama teneramente, falegname eccellente e abilissimo narratore.

Costretto in ospedale a causa di un infarto, il nonno racconta a Cesare la storia di un rivoluzionario che il ragazzino non aveva mai sentito nominare ma che, nello spazio di poco tempo, conquista il suo cuore e i suoi sogni. Quando aveva intravisto quella faccia rivoluzionaria tatuata sulla spalla del nonno l’aveva attribuita a Gesù, ma no. Non si trattava di Gesù, il volto tatuato era quello di Che Guevara. Cesare, che non aveva mai sentito parlarne, scopre la storia di un uomo, ma anche di un intero mondo a lui completamente ignoto, avvincente, intensa, appassionante. La storia di un rivoluzionario e di una rivoluzione che si innesta in un momento della sua vita di ragazzo adolescente alle prese coi cambiamenti personali e del quotidiano sociale che incidono sulla sua comunità: posti di lavoro da eliminare, padri e madri di famiglia da licenziare, case in vendita… cambiamenti che impattano sul “mondo” di Cesare modificandolo e modificando la sua percezione della realtà. E il primo amore, quello per Blanca.

Di pari passo alla storia del Che matura in Cesare la propria, con un ritmo che sembra palpabile alla lettura, grazie a uno stile molto vivace e ritmico, cui Luigi Garlando già ci aveva abiuati con “Per questo mi chiamo Giovanni”.

Si può essere duri senza perdere la tenerezza. Non vergognartene mai, Cesare. Non c’è contraddizione. Si può essere innamorati e rivoluzionari. Anzi, da innamorati si fa ancora meglio la rivoluzione, perché l’amore è la più spietata delle rivoluzioni.

Titolo: L’estate che conobbi il Che
Autore: Luigi Garlando
Editore: Rizzoli
Dati: 2015, 179 pp., 15,00 €

Smart

È un coraggio impavido, quello di Kieran; ingenuo, caparbio. Un coraggio che sa nutrirsi dell’ostinazione di un animo che in teoria dovrebbe avere difficoltà a essere empatico con le persone con cui ha a che fare e invece si rivela scevro di qualsiasi condizionamento. È un coraggio libero, che conosce e riconosce l’altrui coraggio, e ad esso si affida, esso sceglie come compagno d’avventura. Quei coraggiosi difende e protegge.

Kieran ha una maestra dedicata, partecipe e affabile; ha una mamma dalla vita complicata che il patrigno picchia ad ogni occasione, che lavora tutto il giorno; non ha il papà, morto mentre lui era molto piccolo; ha un amico ancora più emarginato di quanto Kieran stesso possa essere; un’amica barbona di nome Jane, che una volta era un’ostetrica e ora vive in strada piegata dal dolore per la morte del figlio. Kieran ha una nonna che lo ama e con la quale, per ordine del patrigno, né lui né la madre possono più interagire.

Infine Kieran ha due passioni: quella per il giornalismo, per le indagini, per la cronaca nera. Non perde una puntata di CSI, o meglio, non ne perderebbe nemmeno una se il figlio del patrigno non occupasse la tv tutto il giorno con videogiochi sanguinolenti. E quella per il disegno: realizza disegni straordinari, ricchissimi di dettagli, assolutamente originali.

Quando una mattina come tante si imbatte in Jane, disperata perché il suo amico Colin è stato ucciso, Kieran avrà le competenze e gli strumenti per risolvere il mistero che avvolge questa morte. E per cogliere le opportunità che l’intraprendenza e la pazienza che lo caratterizzano gli offriranno.

Molto mi hanno colpito le voci dei protagonisti, molto naturali, molto vere: quella della madre, così fragile e impotente, quella di Kieran decisa e sincera, quella di Jane, impastata di lacrime. Credo che proprio le voci, i timbri, siano le qualità migliori di Smart che è un romanzo d’esordio e dell’esordio conserva e sfrutta l’immediatezza e l’entusiasmo.

Finalista al PREMIO STREGA RAGAZZE E RAGAZZI 2016 – Categoria +11

Titolo: Smart
Autore: Kim Slater (trad. Anna Carbone)
Editore: Il Castoro
Dati: 2016, 240 pp., 15,50 €

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Nove braccia spalancate

Questa storia è fatta da

Nove braccia spalancate
tre sorelle
una spostola
un padre
quattro fratelli
dozzine di sigari malfatti
una nonna
un occhio da civetta
un coccodrillo pieno di foto
una lapide
un gradino
due mani da sarto
un sacchetto di bottoni
una lapide
un gradino
due mani da sarto
una zingara
un falegname

Le sorelle Fing, Muulke e Jes si sono trasferite da poco in una casa piuttosto malmessa, che sorge di fianco a un cimitero e in disuso da anni. Non è il primo trasferimento che le ragazzine affrontano. Le case e i quartieri che hanno cambiato a causa di una gestione paterna superficiale degli affari sono molti, ma questa forse è la più bizzarra. E dai molti indizi raccolti dalle ragazze nasconde certamente un segreto oscuro. Ambientato nei Paesi Bassi alla fine degli anni Trenta del secolo scorso, si tratta di un romanzo complesso, articolato, elegante, avvincente. È certamente uno dei più belli che io abbia letto quest’anno.

Nove sono le braccia spalancate che occorrono per misurare la lunghezza della casa. Casa che le ragazze esplorano in lungo e in largo, facendo scoperte sconvolgenti in cantina.

Tre le sorelle dal legame fortissimo; diverse tra loro e tra loro complementari.

Una la vertebra perennemente lussata (che chiamano affettuosamente spostola) che tormenta la salute della sorella minore, suo malgrado, più fragile.

Un padre che malgrado tutte le sue bizzarrie e i suoi disastri è poetico e premuroso. Che ritiene si debba credere per vedere, che sostiene e persegue il “contrario di tribolare”. Che progetta un laboratorio per fabbricare sigari, malriusciti, nel retro della casa, assieme ai suoi 4 figli maschi.

Una nonna che di nome fa Mei; pragmatica, con un occhio strabico da civetta, con le maniche sempre rimboccate, impegnata a tenere in equilibrio ogni cosa, anche il passato. Che di tanto in tanto racconta, sfoglia le fotografie e imbastisce storie che ne costruiscano uno, di passato, che sia esemplare, che sia indimenticabile.

Nel cimitero di fianco alla casa, una lapide misteriosa e senza nome su cui siede sempre un matto dalle mani agili e capaci di ricamare di tutto, anche il tabacco. Un matto che è un amico e che sgranocchia bottoni.

Nato dall’amore di una zingara e di un falegname. Ma questa è un’altra storia. Non c’entra nulla con la famiglia di Fing, Muulke e Jes; è lontana nel tempo, ha diversi protagonisti. Ha diversi e altrettanto splendidi protagonisti. Ed è fatta da

Una zingara
un falegname
numerosi “benvenuti in città”
una sedia che affonda nel terreno
una casa
uno scalino
una lapide

Ma questa è un’altra storia. Non c’entra nulla con la famiglia di Fing, Muulke e Jes. O forse sì?

71mOURjCagLTitolo: Nove braccia spalancate
Autore: Benny Lindelauf
Traduttore: Anna Patrucco Becchi
Editore: San Paolo
Dati: 2016, 312 pp., 15,00 €

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