Miss Comedy Queen

Talvolta mettersi a tavolino e redigere una lista aiuta. Mette ordine nei pensieri, stabilisce degli obiettivi da raggiungere passo passo, da la sensazione rasserenante di essere perlomeno a un buon punto dell’opera.
Talvolta però, e mi pare che sia il caso di Sasha e della sua lista per svicolare dal dolore, mettere nero su bianco i propri obiettivi può costringerci a fronteggiarli con più sofferenza di quanta ne proveremmo lasciando che gli eventi percorrano il proprio corso.

Sasha è una ragazza di 12 anni. Un anno prima, la madre, gravemente depressa, si è suicidata. Dal momento in cui il padre le ha telefonato per dirle quanto avvenuto, Sasha, che ha le funny bones, si impone di reagire mettendo a frutto il proprio talento naturale e dedicare tutta se stessa, trascurando anche la scuola per riuscirci, a diventare Miss Comedy Queen. Ridere è la risposta alle lacrime, ridere potrà cambiare il suo mondo. Forse.

Occhi che si riempiono di lacrime. Facendo grande attenzione, mi distendo sul pavimento, per impedire loro di uscire. Guardo il soffitto, dove l’intonaco sta cominciando a staccarsi. Non voglio sbattere le palpebre perché altrimenti le lacrime potrebbero scendere, e io mi rifiuto di piangere. E se le lacrime rimangono negli occhi senza scendere sulle guance, non è pianto. Per distrarmi penso alla lista.

Ma per farlo ha bisogno di un metodo e il suo metodo parte proprio dalla lista, una lista che ha come fondamento il capovolgere tutto quanto la leghi alla madre o al ricordo della madre, a partire dai capelli (lunghi e castani per entrambe) da tagliare, per finire con prese di posizione capaci di irrigidire la mordidezza dei ricordi, cristallizzare ancor più la sofferenza: “La mamma cercava di prendersi cura di una bambina (me). Ed è andata malissimo. 2. Evitare di prendersi cura di esseri viventi”. Che per una ragazza empatica come Sasha, nonostante il suo desiderio di nasconderlo, è diventa una imposizione crudele e limitante.

Sasha vive con il padre, attento e premuroso, sebbene egli stesso provato e sofferente, e ha dei forti rapporti d’affetto con un’amica, anch’essa attenta e piena di cure, e uno zio, buffo, chiassoso, che si fa complice, la coccola e protegge.

Nel testo, che scorre molto agilmente, si scorgono le radici della letteratura nordica contemporanea per ragazzi, permeata da un realismo che riesce a rendere avvincente il quotidiano, il contingente, un semplice pomeriggio trascorso a mangiare un dolce casalingo, una mattinata in classe, un viaggio in auto.
Apprezzo questo da sempre e sempre di più: la capacità straordinaria degli autori contemporanei di matrice nordica di rendere meraviglioso il quotidiano senza valicare mai il confine del realismo, senza che esso diventi prettamente magico, il quotidiano diviene straordinario e capace di creare un legame forte con il lettore che legge, e legge, volendo leggere ancora, e, senza sospendere la credulità, fruire di momenti incantati.

Con le proprie ossa, comunque, bisogna fare i conti: esse ci sostengono, fuor di dubbio. Se  poi sono funny, è meglio. Se sono proprio come quelle di un genitore che ci ha lasciati, che non riusciamo a perdonare, che amiamo, bisogna imparare ad amarle anch’esse, oltre che usarle per sopravvivere, come se fossero la nostra armatura.

380586a7-cbf0-407c-b163-ddbcf4a04df3.jpgTitolo: Miss Comedy Queen
Autore: Jenny Jägerfeld
Editore: De Agostini
Dati: 2019, 255 pp.,  14,90 €

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Una per i Murphy

Carley Connors è talmente vera da sembrare finta. Soffre di pene che ferirebbero anche il cuore più coriaceo, soffre di abbandoni che non sono solo fisici. Soffre anche di sé stessa, a causa di un cumulonembo di lacrime che rimane compatto, non si scioglie in pioggia, mentre disseterebbe la consolazione, la speranza. Ma Carley viene da Las Vegas e lì, a quanto pare, piangere è da idioti. Quindi non si piange, nemmeno quando ci si risveglia in ospedale ricoperte di lividi, nemmeno quando si ha un ricordo inquietante sul come ci si è procurati quei  lividi, nemmeno quando la propria madre naturale è in coma e si viene dati in affido a una famiglia che sembra candita. I Murphy sono impeccabili, profumati, gentili, organizzati. I Murphi sono talmente perfetti da sembrare costruiti.

L’incontro tra queste due finzioni apparenti sembrerebbe condurre su sentieri poco praticabili. E invece, con una maturità più consapevole da parte dell’autrice rispetto a Un pesce sull’albero, le due strade trovano diversi punti di intersezione sebbene continuino a mantenersi sempre indipendenti  tra loro. Leggendo si percepisce una cura molto attenta proprio al non lasciare che la corsa della storia, che è quella di un’adolescente, quindi va veloce di per sé, subisse il passare del tempo, l’immediatezza dei sentimenti, il loro evolversi. Si arriva sempre come se si passeggiasse lentamente; di tanto in tanto per inciampi, qualche salto repentino, qualche sosta, per recuperare l’affanno di certe emozioni.

Carley è caparbia, intelligente, generosa. E ha una qualità tra le più belle e salvifiche: si pone sempre delle domande e non si ferma mai alla prima risposta. Sa stupirsi nel vedere disattesi i propri pregiudizi e cresce, e crescendo cambia, e mentre tutto questo accade, attorno a lei anche gli altri crescono e cambiano, fino a un finale che è forse il più giusto ma anche tremendamente doloroso.

Anche in questo secondo romanzo di Lynda Mullay Hunt ho avuto lo stesso timore che avevo rischiato nel primo: che a un certo punto il rapporto tra Carley e il figlio maggiore dei Murphy, Daniel, potesse risolversi nel classico contrasto tra caratteri forti che si scontrano duramente per poi imparare ad amarsi nel riconoscersi simili. Ma ho sciolto il nodo così come era avvenuto con Un pesce sull’albero, modificando solo il contingente: non è piuttosto vero che in un contesto come quello familiare, le dinamiche di aggregazione rispondono a determinati principi, si muovono su binari piuttosto definiti?

E infatti mi sono dovuta ricredere, in un certo senso l’incedere della storia mi ha rassicurata. Non c’è niente di scontato, specie quando si tratta di considerare e raccontare il rapporto tra una figlia e la propria madre, o, meglio, tra una figlia e le due madri che ha avuto occasione di conoscere e amare.

Più volte è citato un celebre albo di Shel Silverstein, L’albero. In quell’albo si racconta di un bambino che gioca con un albero, e passa il tempo assieme a lui, il tempo della sua crescita, e ad esso confida i suoi segreti, entrambi si innamorano l‘uno dell’altro, l’albero regala al bambino i suoi frutti e il bambino li accetta con naturalezza, come se fosse scontato – perché lo è tra una bambino e la propria madre -, fino a chiedere qualsiasi cosa, e a riceverla, fino a chiedere tutto, e ad essere, comunque, inconsapevoli nel ricevere e felici nel dare.

“L’albero è proprio scemo”.

[…]

“Carley, tesoro. È un libro sull’amore incondizionato”. Prima di finire esita un istante. “L’albero è un libro sull’amore di una madre per il proprio figlio”.

Faccio un passo indietro e mi appoggio di nuovo alla parete.

Una per i Murphy è un libro sull’amore incondizionato; anch’esso, come L’albero, smarrisce, pone domande, mette con le spalle alla parete.

one-for-the-murphy.jpgTitolo: Una per i Murphy
Autore: Lynda Mullaly Hunt
Traduzione: Sante Bandirali
Editore: Uovonero
Dati: 2018, 270 pp., 14,00 €

Nella pancia della balena

Quando l’angoscia investe ogni angolo del proprio presente è il momento in cui è semplice perdere la propria dimensione. Meglio, perdere del tutto una dimensione, quella che ci dà corpo, profondità, sostanza. Ci si appiattisce nell’essere bidimensionali e si spera di passare inosservati, o che quell’accidente che ci ha investito non si accorga più di noi, passi oltre. Così, appiattiti, è più semplice accovacciarsi nella pancia della balena che troneggia su un muretto, graffito imponente.

È nel tempo di realizzare un graffito, che si svolge questa storia struggente di Alice Keller.

Sono le 14.00 di un giorno qualunque, il giorno in cui tutto ha inizio. Quando il ragazzo della balena comincia a disegnarla. E lei all’inizio è solo un occhio, seppur enorme, che guarda ai palazzoni, così come all’inizio è solo una sensazione, seppur pressante, che qualcosa si sia rotto nel quotidiano del ragazzo.

D’altra parte il ragazzo e sua madre sono bravi a fare i conti coi cocci.

Perché, oltre alla disperazione, di questa storia sono protagonisti in tre: un ragazzo dai vestiti fuori moda e dalla caparbietà ingenua; una madre piccola, sola e fragile; una balena, che, formandosi pezzo dopo pezzo, tutto osserva, vede e ristà, immobile.

La madre sparisce, il ragazzo manda avanti le ore e i giorni, sperando che torni, rigettando l’idea che possa essere rimasto completamente solo. Anche quando tutto gli suggerisce il contrario, anche quando il graffito/balena è terminato e la mamma ancora non c’è.

Anche la storia incombe, s’affretta verso la fine, per inseguire la tensione dell’animo del ragazzo, i suoi passi e le sue corse, grazie anche al lessico, al ritmo che non cede, che parla con il tono di chi sta raccontando una brutta avventura a un amico.

La abbraccio. È fredda. Di porcellana.
Ho paura di romperla.
Mi guardo le mani.
Non romperti, mamma.
Parlo da solo. Lei mi si appoggia e basta.
Non torniamo a casa.

Lo so che non torniamo.

E arrivando in fondo si ritorna all’inizio, che ce lo anticipava. Purtroppo. Perché spesso a rendere belle le storie non è affatto il lieto fine.

Titolo: Nella pancia della balena
Autore: Alice Keller
Editore: Camelozampa
Dati: 2017, 80 pp., 9,90 €

 

 

Non sono tua madre!

Ciò che è subito evidenza, sin dalle prime pagine del libro, è che Otto, lo scoiattolo, sia un essere piccolo. Piccolo di per sé e piccolo rispetto a quanto lo circonda. L’albero in cui vive, per esempio, è enorme, il più grande della foresta: rami possenti e lunghi, fogliame fitto fitto…

Non sono tua madre!, di Marianne Dubuc - 2017 Orecchio acerbo
Non sono tua madre!, di Marianne Dubuc – 2017 Orecchio acerbo

Otto è piccolo, non è affatto curioso, in compenso è molto cauto. Quindi una mattina, quando uscendo di casa si ritrova sul vialetto d’ingresso una palla verde e spinosa, se ne cura il giusto per scavalcarla e proseguire dritto.

Però di palle spinose verdi, che non siano ricci di ippocastani (e il grande albero in cui vive Otto non è un ippocastano e più un albero rifugio, protettivo, immortale), uno scoiattolo non ne trova molte, o di frequente, sul proprio tragitto; quindi, suo malgrado e nonostante non sia curioso, come dicevamo, un orecchio a ciò che accade fuori dalla sua porta Otto lo tende. E lo tende talmente bene da sentire il rumore del suo schiudersi.

<em>Non sono tua madre!</em>, di Marianne Dubuc - 2017 Orecchio acerbo
Non sono tua madre!, di Marianne Dubuc – 2017 Orecchio acerbo

“MAMMA” fa un essere minuscolo, tutto tondo e peloso con un piccolo naso buffo.
“Ah no! No, no! NON SONO tua madre!” risponde lo scoiattolo.

Siamo piuttosto increduli da questa parte delle pagine! Non vorrà lasciare lì quella deliziosa pallottola di pelo bianco?!?
Ma Otto non è curioso, è prudente e, nonostante la nostra perplessità, il peloso rimane fuori dalla porta.

Però, la notte è troppo buia anche per uno scoiattolo molto prudente.

Nel giro di poche ore, Otto cambia idea. “Va bene, ma solo per stanotte. Domani bisognerà ritrovare tua madre”.

“Ritrovare”, dice Otto, non “trovare”. Qui sta il nodo da sciogliere: il piccolo peloso una madre ce l’ha e l’ha persa o una madre la cerca e vorrebbe trovarla?

<em>Non sono tua madre!</em>, di Marianne Dubuc - 2017 Orecchio acerbo
Non sono tua madre!, di Marianne Dubuc – 2017 Orecchio acerbo

Otto non è entusiasta del nuovo inquilino, che come tutti i piccoli quando dorme cresce e cresce (“non svegliate i piccoli”, dice mia nonna,  “disturbate la loro crescita!”. Devo prestarle questo libro). Di giorno in giorno, mentre Otto si affanna nella ricerca della madre del peloso, il cucciolo cresce e si mostra pieno di iniziativa e qualità. E di coraggio. E di affetto.

A nulla valgono i volantini pazientemente realizzati a mano da Otto, a nulla le sue lunghe passeggiate a setacciare il bosco. A nulla il tentativo in picchiata dell’aquila. La mamma del peloso non si trova, ma va bene così. Nemmeno gli artigli dell’aquila riusciranno a separarli. Otto, il piccolo scoiattolo, e Piu, il grande e tenero peloso.

L’equilibrio pensato da Marianne Dubuc tra testo e illustrazioni è perfetto. Essenziale il testo, essenziali le immagini. Efficace il testo, efficaci le immagini. Tutto contribuisce a una fruizione intensa e partecipe di questo albo la cui lettura consiglio a bambine e bambini dai tre anni in su.

non-sono-tua-madreTitolo: Non sono tua madre!
Autore: Marianne Dubuc (traduzione di Paolo Cesari)
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2017, 72 pp., 18,00 €

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Naso naso

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Naso naso, Jorge Luján, Mandana Sadat – 2015 Lapis

Quando penso a uno dei momenti più complici trascorsi con i miei figli mi viene sempre in mente il “naso naso”, quando gli occhi sorridono e si incontrano. Bello è stato ritrovarlo, il “naso naso” in apertura e in chiusura di questo albo tenero e intenso; trovarlo in copertina, con gli elefanti a farsene protagonisti (e chi meglio di loro!) in nero su base panna, con momenti azzurri e rossi. Naso naso si fa racconto in italiano, nell’attenta traduzione di Teresa Porcella, e nell’originale in spagnolo di Jorge Luján, che spesso danza assieme alle illustrazioni in tecnica mista di Mandana Sadat.

Naso naso: così mamma foca
sta vicina alla fochina
e insieme fanno la scoperta
che un bacio scalda più d’una coperta.

Da un mare ondulato si sporge mamma foca a far naso naso con il suo cucciolo che su uno scoglio agita le pinne emozionato, mentre in lontananza un papà pinguino, nei toni del rosso, si prende cura del suo piccolo e nel fondo del mare una mamma balena nuota con la sua, anch’esse rosse. Persino le nuvole, genitore e figlia, si scambiano un abbraccio che tra il rosso della mamma e l’arancio del piccolo diventa un rosso intenso e ci ricorda e cita un altro affetto incondizionato, quello tra due piccoli amici.

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Naso naso, Jorge Luján, Mandana Sadat – 2015 Lapis

Ci sono mamme che sonnecchiano, mamme spericolate, mamme burlone. Ciascuna ha il suo diverso approccio, ciascuna suggerisce con un unico gesto la propria attitudine. Tutte nella loro texture nera e panna hanno una cosa in comune: la premura. Nel loro sguardo, sveglio, assopito, divertito che sia si legge sempre l’amore.

naso naso copTitolo: Naso naso
Autore: Jorge Luján, Mandana Sadat
Editore: Lapis
Dati: 2015, 28 pp., 13,50 €

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Piccola orsa, Grande Orsa è con te.

Piccola Orsa, Jo Weaver - 2016, Orecchio acerbo
Piccola Orsa, Jo Weaver – 2016, Orecchio acerbo

Il muso di Grande Orsa è illuminato dal sole e del sole di Primavera gode, occhi chiusi e naso teso verso il cielo, ad assaporarne il tepore. Grande Orsa e Piccola Orsa guardano il cielo e del cielo sembrano conservare la lucentezza di quando erano costellazioni. Grande Orsa e Piccola Orsa, che le zampetta di fianco, si muovono brillanti in terra, tra le fronde, sui prati, tra i tronchi, come se avessero, per una stagione, scelto di abbandonare il firmamento e godersi il tepore e la luce del cielo piuttosto che illuminarlo esse stesse.

Piccola Orsa, Jo Weaver - 2016, Orecchio acerbo
Piccola Orsa, Jo Weaver – 2016, Orecchio acerbo

Ogni volta che Grande Orsa deve orientarsi nel tempo guarda in su. Cerca la stella Polare mi dico, cerca conferme e conforto, un segno chiaro e familiare. Gli orsi annusano l’aria, tutti gli animali selvaggi lo fanno, ma Grande Orsa lo fa con un piglio che è unico: deciso e morbido, sapiente.

Oppure, Grande Orsa lo sguardo lo porta a terra e, sì, insegna alla sua Piccola Orsa, ma pare imparare anch’essa. Indica con gli occhi stupefatti delle api ronzanti sui fiori, con gli occhi una famiglia di ricci. Con le zampe dialoga con gli uccelli, tra i rami d’autunno carichi di frutti maturi, con una sospesa a mezz’aria ristà, in attesa che Piccola Orsa si decida a rinunciare al proprio gioco, per raggiungerla e sfuggire all’inverno.

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Piccola Orsa, Jo Weaver – 2016, Orecchio acerbo

Piccola Orsa segue, osserva, pare sorridere. Lungo una strada costellata di meraviglia. Luminescente come solo il bianco sul nero può essere, chiara come solo il nero sul bianco.

Bianco che si pone in primo piano sui fianchi delle pagine: è un soffione, sono spighe lunghe e strette, fronde sparute di cespugli, uccellini notturni. Nero che fa lo stesso e sottolinea il legame tra la madre e il suo cucciolo evidenziando le ombre, sempre distinte ma vicine, e le impronte, della madre, della figlia, assieme. In attesa che il cielo si lasci annusare e sappia di Primavera.

Piccola Orsa, Jo Weaver - 2016, Orecchio acerbo
Piccola Orsa, Jo Weaver – 2016, Orecchio acerbo

È da molto tempo che non lo affermavo con tanta certezza: questo è un albo che non può mancare nella libreria dei vostri bambini. È un libro urgente, che muove con intensa calma, che svela intimità profonde, che le rende universali e fortissime. Di rara raffinatezza e cura editoriale. Splendido.

Su Lettura Candita di Carla Ghisalberti, che peraltro è autrice della traduzione, scopro un po’ della storia di Grande Orsa e Piccola Orsa quando ancora erano Big Bear e Little One. Andate ad annusare, l’aria da quelle parti è deliziosa.

51cdc1RVo+L._SX492_BO1,204,203,200_Titolo: Piccola Orsa
Autore: Jo Weaver
Editore: Orecchio Acerbo
Dati: 2016, 32 pp., 16,00 €
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Lo sguardo senza filtro dei bambini gonfia di rivalsa un palloncino rosso

Il palloncino, Isol

“Comunicare con i bambini è la cosa più semplice da fare giacché sono sempre pronti con le orecchie dritte, con gli occhi spalancati, le manine agili e curiose. Comunicare è semplice ma, secondo me, è necessario farlo con meno cautele rispetto a quanto certe paure contemporanee ci spingono e costringono a farlo. E il potere comunicativo delle fiabe ha un potenziale enorme, non computabile”. Così aprivo un articolo su La bella Griselda di Isol. E non posso fare a meno di riportare questo incipit, giacché, con diversi esiti, calza a pennello anche a Il Palloncino.

Il palloncino, Isol - Logos 2011
Il palloncino, Isol – Logos 2011

Che Isol sia perfida e senza pietà è ben noto; che proprio la sua perfidia sia la linfa vitale delle brevi e pungenti  storie che scrive e illustra è altrettanto noto, così come vero.  Che sia artista apprezzata nel mondo e che la lista dei premi da lei vinti sia lunghissima (ultimo quello assegnatole a Bologna pochi giorni fa, il celebre e probabilmente il più prestigioso tra i premi destinati agli autori della letteratura per l’infanzia: il Premio letterario Astrid Lindgren 2013 – ALMA) è cosa buona e giusta per il suo essere un’artista completa, intelligente, divertente e raffinata e per il suo saper traslare nelle proprie storie le stesse qualità. Ma che tra i pochi titoli pubblicati in italiano di Isol (tutti editi da Logos) ce ne siano anche di controversi è altrettanto vero, perlomeno secondo il mio punto di vista. Per alcune ragioni che andrò via via a esplicitare.

Piacciono molto ai genitori che li leggono sornioni, ridacchiando e apprezzandone l’ironica crudeltà; i genitori in questione a volte non si fanno nemmeno molti scrupoli a spendere 14,00 euro per un libricino di dimensioni ridotte e poche pagine seppur di pregiata fattura editoriale. Ma mi chiedo: piacerebbe davvero ai bambini, (piace?), Il palloncino?

Il palloncino, Isol - Logos 2011
Il palloncino, Isol – Logos 2011

Camilla ha una mamma di quelle che strillano, si agitano e strillano tanto da diventar paonazze, rosse e gonfie come un palloncino. Un giorno Camilla, sorprendentemente ieratica dinanzi alle arrabbiature della madre, desidera che la mamma divenga un palloncino e il suo desiderio diviene realtà. Il palloncino ha in comune con la mamma il rosso e le forme tondeggianti. Per il resto è silenzioso e questo a Camilla basta. La bambina lo porta al parco e lì incontra un bimbo per mano alla propria mamma, longilinea e bella; “Che bel palloncino!” le dice il bambino. “Che bella mamma!”, risponde Camilla. “E tutte e due se ne tornano a casa, pensando: “Pazienza… Non si può mica avere tutto!”.

Ebbene, il libricino in questione è destinato a bimbi di due anni, e su questa scelta mi trovo d’accordo con l’editore, giacché ritengo che sia esattamente quella l’età piena dell’egocentrismo/egoismo dei bambini, che poco si preoccupano dei sentimenti di coloro che stanno attorno al loro (che forse sono lì per far loro da cornice, che altro senso avrebbero, altrimenti?).

Il palloncino, Isol - Logos 2011
Il palloncino, Isol – Logos 2011

Però, possibile che per sottolineare la crudele arguzia di Camilla si debba ridurre il ruolo della madre a mera urlatrice? Che i bimbi siano tanto intelligenti e pungenti si sa, ma siamo certi che oltre a saziare il proprio egocentrismo in queste pagine trovino anche altro? Non si tratta piuttosto di far leva sulla necessità di espiazione dei genitori urlanti, distratti, di fretta, inducendoli a ridere di quella che spesso (non sempre ma spesso) è una manifestazione altrettanto umana della propria condizione? Insomma mi chiedo: che lavoro faccia la mamma di Camilla, se sia amata, se Camilla sia esasperante o meno, se la mamma abbia la possibilità di far frequentare a Camilla un asilo nido, se sia sola, se sia felice.  Se la mamma alta e coi capelli fluenti incontrata al Parco abbia a casa una governante che mentre passeggia col proprio bambino (beata lei) stia preparando il pranzo al posto suo… insomma, mi sembra che si rida di un disagio e non lo condivido, giacché sono convinta che dietro all’urlo di molte madri urlanti ci sia sempre un disagio (ritengo infatti che a nessuno piaccia urlare o agitarsi) e che non tutte le madri abbiano la fortuna di poter sorridere sempre.  Peraltro quelle che lo fanno, spesso non hanno idea del loro essere privilegiate.isol

Per tornare al rapporto dei bambini coi libri: il bimbo di due anni si sente attratto dal palloncino rosso (e chiunque abbia avuto a che vedere con un bimbo di due anni sa che cosa farebbe per averne uno);  e si diverte. Apprezza le illustrazioni, sebbene non colga l’ironico senso di fondo. I bimbi più grandi si commuovono e si pongono domande. Domande di diverso genere: tornerà la mamma di Camilla? Ma è morta la mamma di Camilla? Ma adesso chi c’è a casa di Camilla?

Altri, giacché lo sguardo dei bambini è consapevole sempre, in ogni circostanza, alla prima occasione minacceranno fieri: “guarda mamma (o all’occorrenza papà) che ti trasformo in un palloncino!”

copertina isolTitolo: Il palloncino
Autore: Isol
Editore: Logos
Dati: 2011, 32 pp., 14,00 €

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Tu mi vuoi bene anche se…?

Tu mi vuoi bene anche se? - Ève Tharlet
Tu mi vuoi bene anche se? – Ève Tharlet

Quando si pensa ai legami lo si fa spesso con una punta di malinconia: alcuni si rompono, altri si indeboliscono, così come altri ancora, per fortuna, si rafforzano o semplicemente cambiano. Nell’età adulta il legame affettivo o amoroso si complica di fattori assai diversi tra loro che talvolta poco c’entrano con l’affetto o l’amore. I bambini, invece, vivono il legame con la propria mamma in tutta naturalezza. In effetti è probabilmente l’unico rapporto d’amore, quello tra madre e figli (così come tra padre e figli) invariabile e immutabile nel tempo. Arriva però l’età delle domande e dei dubbi quando i piccoli cominciano a prendere coscienza del proprio essere in relazione agli altri e a perdere un po’ di quel loro straordinario egocentrismo che tutto affronta e tutto supera, e allora prima o poi la domanda s’affaccia timidamente: Tu mi vuoi bene anche se…?

Tu mi vuoi bene anche se? - Ève Tharlet
Tu mi vuoi bene anche se? – Ève Tharlet

Per l’orsetto protagonista di questo albo illustrato di Catherine Leblanc e Ève Tharlet, il momento giusto per porla arriva quando giocando strappa la propria giacca. La mamma è seduta su una poltrona, appare stanca; “Ho fatto proprio un bel guaio… ma tu mi vuoi ancora bene?”; la mamma ovviamente lo rassicura amorevolmente, e mentre continua a cucire con un’opera paziente e puntuale che ricorda la vita e punto dopo punto lo scorrere del tempo, l’orsetto lascia che tutte le domande in merito si prendano il proprio spazio. “E se divento tanto monello e distruggo la casa?”, “E se divento enorme, tutto verde e pieno di pulci?”, per poi passare a domande meno furbette o surreali: “E se io non ti voglio più bene?” “E se tu muori?”… Le domande non finiscono qui ma per tutte la mamma ha una risposta: ti amerei sempre. Alla fine la giacca è sistemata e l’orsetto sereno può tornare a giocare, sentendosi amato e libero di amare.

Tu mi vuoi bene anche se? - Ève Tharlet
Tu mi vuoi bene anche se? – Ève Tharlet

Un albo tenero che invito a leggere assieme ai vostri bambini per godere assieme della consapevolezza di vivere una condizione elettiva che si nutre di sé e che continua immutabile anche nei momenti di assenza o separazione.

Gli acquerelli di Ève Tharlet contribuiscono a sottolineare l’intensità e la delicatezza del tema.

Titolo: Tu mi vuoi bene anche se…?
Autore: Catherine Leblanc, Ève Tharlet
Editore: Minedition
Dati: 2012, 28 pp., 14,00 €

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Il tempo comincia da quando siamo felici, il resto si chiama passato

Verbena è una ragazzina sveglia, caparbia, sicura di sé e allo stesso tempo estremamente fragile. Sembra aver tutto (due genitori che la amano profondamente, un’amica fraterna, animali domestici compagni di gioco) e tutto sembra mancarle. Momenti lieti s’adombrano, ore serene si imbizzarriscono e scalpitano per poi tornare a guardarsi attorno e rasserenarsi ancora. Undici anni sono pochi per scoprire che se la tua altezza non aumenta quanto dovrebbe in relazione agli altri bambini, che se per vedere bene devi indossare degli occhiali molto spessi, che se per imparare a leggere hai dovuto fare dieci volte lo sforzo che gli altri bambini fanno è perché la tua madre naturale era alcolista, e lo era tanto da non smettere di esserlo nemmeno in gravidanza.

Undici anni sono pochi per scoprire che la madre che ti ama non è la tua madre biologica e che quello che hai sempre considerato uno zio un po’ sui generis è in realtà tuo padre, peraltro un assassino in galera. Tutta la frustrazione, tutta la ribellione assolutamente naturale dei suoi undici anni assume per Verbena una sorta di deficit congenito. Così com’è nata con la sindrome alcolico fetale, forse si porta appresso una rabbia che è ereditaria giacché non è nata, come pensava, da genitori miti ma da un’alcolista e da un criminale. L’insofferenza verso le premure materne diviene fonte di sensi di colpa che smarriscono la bambina e la inducono a imboccare un circolo vizioso fatto di emozioni e reticenze. Undici anni sono difficili da rivalutare alla luce delle nuove, terribili scoperte.

E invece rimangono pochi anche quando decide di scendere a patti con l’evidenza. Ma questo per fortuna, perché se ne avesse avuti di più forse non avrebbe trovato nell’amicizia e nell’avventura la propria via di fuga.

Verbena abita vicino al lago in una cittadina non distante da New York. D’estate dalla Grande mela (o Mela Marcia, come la definiscono i suoi concittadini) arrivano molti turisti. Tra di essi un bambino, Pulce. Con lui Verbena darà vita a una profonda amicizia condita da misteri, pericoli e fantasmi; un’avventura alla fine della quale, in un susseguirsi di eventi tra il semplice e lo straordinario, Verbena finirà per accettare se stessa e per scoprire quanto possa rivelarsi semplice essere felice.

Come ho amato La ragazza Chissachì non avrei potuto mai amare altro libro nato dalla stessa penna, altra protagonista; devo ad Heidi Chi una certa fedeltà, sebbene la potenza e la delicatezza con cui la Weeks racconta del rapporto madre figlia in queste pagine fresche di stampa abbiano fatto in diverse occasioni vacillare la mia fermezza. Davvero intensa la sua resa, davvero naturale e autentica. Meno efficace invece la struttura della trama che subisce qualche scossone e qualche accelerata che scombussolano un po’ l’orientamento del lettore, il quale talvolta si ritrova a non avere il tempo per assimilare gli eventi.

Da oggi sono felice è un romanzo da leggere, da leggere assolutamente, perché in esso i ragazzi che lo leggeranno troveranno un esempio e una guida per dare la giusta direzione a un conflitto che sempre ingaggiano contro se stessi per motivi più o meno importanti; una storia dolorosa ma esemplare al contempo per essere sempre assolutamente e pienamente coscienti del diritto e della facoltà di ciascuno di decidere che sì, da oggi si può essere sé stessi, da oggi si può essere felici.

Titolo: Da oggi sono felice
Autore: Sarah Weeks
Editore: Beisler Editore
Dati: 2012, 168 pp., 11,80 €