Mezzanotte: è Tempo di tornare a casa, Cenerentola!

Cinderella Crane, Walter, London: George Routledge and Sons, 1875.

Regolano, gli orologi, regolano il mio e il vostro tempo. Regolano, dando a noi tutti la patetica impressione di poterlo controllare. Ancor più perché sono oggetti metafisici creati dall’ingegno umano. Confortano, questi oggetti meccanici regolatori di tempo, e cullano con fermezza. Mettono fretta, gli orologi, e talvolta, a osservarli a lungo, pare che rallentino. Altra impressione fasulla, altro dispetto.

Quando un orologio va avanti o indietro condiziona l’esistenza di chi ad esso si affida. Si compiono azioni che altrimenti sarebbero compiute in un altro momento, quello più appropriato, quello preposto. Oppure ci si illude di fare qualcosa per tempo, quando invece è ormai troppo tardi.

Un orologio che si rispetti è puntuale. Altrimenti non è un orologio, ma il suo feticcio. È un inganno.

Gli orologi ticchettano incessantemente ma quando decidono di fermarsi, e capita che lo facciano, è per comunicare qualcosa. È per dire che c’è qualcosa che ne inceppa il meccanismo, perché hanno bisogno di essere ricaricati, o è per raccontare altro. Molto altro. È questo atto fortissimo di affermazione che regola il momento di congiunzione tra il regno dei vivi e quello dei morti. Tra il reale e il magico. Tra il certo e l’ignoto. Tra lo scorrere naturale degli eventi e il conturbante. Tra il tempo degli uomini e quello delle streghe.

Talvolta si fermano a una data ora, in un preciso istante, gli orologi. Altre volte misurano e parlano. Parlano la lingua dei rintocchi.

Méliès nel 1899 realizza il suo primo film strutturato sulla base della fiaba di Cenerentola. In esso gli orologi sovrastano la scena. Tutte le scene, a incominciare dalla prima in cui Cenerentola sta al proverbiale focolare, fino alla prova della scarpetta, sono caratterizzate dalla presenza incombente di un orologio. Cenerentola si dispera, vorrebbe andare al ballo; piange dopo essere stata maltrattata dalle sorelle quand’ecco che giunge la fata che, ponendosi proprio al di sotto al regolatore del tempo, comincia a manipolarlo, compiendo in un istante azioni che avrebbero richiesto ore, giocando con esso, per poi, però, ribadire a Cenerentola che ha un tempo determinato gestito da chi ne ha la forza, l’orologio meccanico, oltre il quale la sua di forza, quella magica, non ha più alcun potere. Lo indica, lo mostra. Non deve esserci alcun dubbio, nessuna variabile.

La variabile interviene, però, ed è potente: l’amore che sopraggiunge nella sala da ballo e annulla la percezione del tempo da parte di Cenerentola. Il tempo vola quando si danza. Ma l’orologio, enorme, ben in vista, continua a ticchettare e si fa presenza ingombrante. I rintocchi segnano la Mezzanotte, Cenerentola torna a essere la fanciulla dimessa che era prima e subisce lo scherno di tutti. Torna alla sua soffitta, perseguitata da orologi beffardi, crudeli che la scherniscono, si prendono gioco di lei che ha voluto loro disubbidire. C’è persino una sorta di satiro, il satiro del tempo che, assieme ai quadranti ticchettanti, diventa ossessione e rimpianto. [Georges Méliès, Cendrillon, 1899]

Ma in quale momento della storia della fiaba di Cenerentola entrano in fabula i rintocchi dell’orologio?Nel corso del tempo, e per Cenerentola si tratta di molto tempo (si ritiene che Cenerentola sia di origine cinese e sia stata raccontata per la prima volta nel IX sec.), così come percorrendo spazi immensi di bocca in bocca, le fiabe cambiano. È l’essenza delle fiabe il modificarsi nel tempo, ed è la trasmissione orale che porta a una fertilità di varianti straordinaria (basti per questo considerare, avvicinandosi di più al nostro tempo, alle varianti di questa fiaba raccolte da Calvino ne Fiabe italiane). La stessa tradizione può inciampare, dimenticare una parte, indugiare su un’altra; talvolta è un errore, una frase detta con più veemenza, una dimenticanza, una ridondanza, una tendenza del cantastorie all’iperbole. Ed ecco che nella fiaba entra un elemento. Ed ecco che quell’elemento diventa caratterizzante, diventa parte integrante, entra nella Storia della storia.

La versione di Perrault è quella che più si allontana dalla tradizione orale (per esempio non c’è più la madre, o meglio, la presenza della madre sotto forma animale) ed è quindi di sostanziale importanza sottolineare come il rintocco della Mezzanotte sia entrato invece in maniera fondante nella fiaba proprio con Perrault, sia divenuto mitopoietico.

Nel passaggio dalla tradizione orale a quella scritta la fiaba ha necessariamente perduto parte delle sue “funzioni” mitiche; si sono attenuati i risvolti simbolici, sono scomparsi i rituali.

L’orologio meccanico che scandisce le ore, i rintocchi che risuonano nella sala da ballo e la conseguente fuga della fanciulla introducono un’altra prospettiva, se non addirittura altre prospettive. Da Perrault in poi (nella Zezolla di Basile – 1634-36 – la Mezzanotte non c’è, né tantomeno ci sono i rintocchi che restano fuori anche dalla versione dei Grimm) quello dello scoccare della Mezzanotte diventa parte integrante della fiaba, rilevante quasi come la scarpetta di cristallo. Stigmatizzato nell’immaginario collettivo dal bel film d’animazione del 1950 prodotto dalla Disney.

Cenerentola è in compagnia del Principe; alle loro spalle un orologio. Partono i rintocchi e la scena si fa concitata, gli eventi precipitano e dalla quiete la ragazza passa alla fuga, con i rintocchi che continuano a segnare i suoi passi febbrili e il grande orologio che incombe minaccioso in dissolvenze ingombranti nella sequenza. [Cinderella, Walt Disney Studios, 1950, Lo scoccare della Mezzanotte]

Ma perché Charles Perrault ha arricchito la fiaba di questo dettaglio che diverrà elemento onnipresente, da allora in poi, in tutte le versioni letterarie, cinematografiche, teatrali e musicali?

La sua Cendrillon è del 1697, Cartesio aveva già fatto propria l’analogia dell’orologiaio, e inoltre Perrault era un sostenitore accanito dello statuto scientifico dell’arte tanto che ne scrisse polemicamente in seguito (Parallèle des Anciens et des Modernes, 1688); ecco, probabilmente questo anelare al rinnovare, alla modernità, potrebbe averlo indotto a inserire l’orologio, simbolo perfetto della capacità dell’uomo moderno di misurare l’incessante, il tempo.

In Cenerentola i rintocchi scandiscono l’infrazione di una regola, se non addirittura un tabù: i rintocchi parlano e suggeriscono, minacciosi, alla ragazza la gravità di quanto sta per commettere: sta per perdere il contatto con la realtà; paradossalmente, tentando di prolungare i termini del sovrannaturale, essa sta cercando il modo di radicarsi nel reale. Una realtà che la affrancherebbe dalla sua condizione miserevole e, al contempo, un reale, meccanico, preciso, che incombe impietoso e rintocca ossessivamente, che segna la fine di un sogno, interrompe la magia; è più potente delle arti di una fata/strega. Si tocca con mano nei balletti, nei film tratti da Perrault, laddove interviene il suono a sottolineare la forza dei rintocchi, ma si legge con molta chiarezza anche in tutte le illustrazioni che di quel momento sono state realizzate, in cui il ‘fermo immagine’ contribuisce ad appuntare la pregnanza narrativa del momento.

Walter Crane, siamo nel 1875, sceglie di illustrare il momento in cui i rintocchi della Mezzanotte sono già terminati; Cenerentola è tornata a vestire i suoi panni umili da serva, un piede è scalzo. Anche lo sguardo è dimesso e torna indietro carico di rimpianto rivolgendosi al principe che invece sembra voler intervenire sull’orologio, raggiungerlo nella direzione opposta alla realtà della fuga della ragazza, cercando un confronto impari con l’oggetto che ritiene essere causa della sua disperazione.

Cinderella Crane, Walter, London: George Routledge and Sons, 1875.
Cinderella Crane, Walter, London: George Routledge and Sons, 1875.

Dulac, nel 1910 sceglie di fermare l’immagine a un quarto d’ora prima che gli eventi precipitino. Cenerentola è ancora ben vestita, nel pieno del gioco amoroso, il principe si inchina al suo meraviglioso e fatato cospetto. L’orologio veglia sulla scena, memento.

Sir Arthur Quiller-Couch. The Sleeping Beauty and Other Tales From the Old French. Edmund Dulac, illustrator. New York: Hodder & Stoughton, 1910. [Cenerentola]
Sir Arthur Quiller-Couch. The Sleeping Beauty and Other Tales From the Old French. Edmund Dulac, illustrator. New York: Hodder & Stoughton, 1910. [Cenerentola]

Nel frontespizio per Cenerentola del suo Cruikshank Fairy book (1911), George Cruikshank  racconta tutta la fiaba in un’unica immagine: c’è la condizione misera della ragazza, c’è la fata madrina, c’è la scarpetta di cristallo mollemente adagiata su un cuscino e trionfante, incorniciato da tutti gli elementi magici della storia, c’è l’orologio. Le lucertole, la zucca, i topi, sono ancora bestiole e ortaggi, privi di magia, sebbene il topolino regga la propria coda come se maneggiasse una bacchetta magica pronta a intervenire sull’orologio, che, quieto, segna cinque minuti prima della Mezzanotte. Sovrasta centralmente e incornicia tutta la storia, ma non tornerà se non nell’ultima tavola, quella del matrimonio. Anche in questa occasione è incastonato sullo scranno del re e della regina, come a voler sottolineare la concretezza del sogno ormai divenuto parte del flusso reale del tempo.

Cruikshank fairy book 1911
Cruikshank fairy book 1911

Arthur Rackham coglie l’esatto momento del rintocco. Il principe è sorpreso dalla fuga repentina, la scarpetta si libera dalla silhouette nera mostrandosi nel suo trasparente cristallo.

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Con Roberto Innocenti Cenerentola approda agli anni Venti del Novecento. E la scena dei rintocchi scende nei dettagli decadenti: il principe abbandonato sulle scale è disperato e frastornato dai bagordi assieme. I cavalli e i lacchè tornati ad essere topi e lucertole sono fuori contesto ai piedi di un palazzo nobiliare e segnano con la loro presenza il confine mobile tra ricchezza e povertà. Mentre Cenerentola si allontana rientrando nel suo status (e dovendo scostare un ubriacone sul marciapiedi) la torre dell’orologio svetta impietosa sovrastando tutti e regolando il destino degli uomini.

Cenerentola Roberto Innocenti, Charles Perrault – La Margherita edizioni, 2007
Cenerentola Roberto Innocenti, Charles Perrault – La Margherita edizioni, 2007

L’orologio, occhio del tempo, archetipo e specchio della vanitas umana si adatta alle vicende di Cenerentola perfettamente, connettendo tra loro tutti gli aspetti simbolici di una delle più celebri fiabe della tradizione europea e mondiale, permettendole di vivere il proprio tempo e di arrivare al nostro per tempo, prima che la carrozza torni a essere una zucca.


Una bibliografia completa delle fonti e dei testi di questo articolo su LibriCalzelunghe, dove questo mio pezzo è stato pubblicato per la prima volta nel 2017.

 

Lo schiaccianoci, una storia di Natale

7 dicembre 2016. #AkAdvent

In un gioco di rimandi, piroette e viaggi tra il mondo del fantastico e quello del reale, la storia dello Schiaccianoci e del re dei topi dal 1816 è giunta ai nostri giorni fresca, appassionante, da fiato sospeso. Inquietante e oscura, sempre in bilico, oltre che tra realtà e fantastico anche tra incubo e sogno.

Lo schiaccianoci, E.T.A. OHoffmann, Liesbeth Zewrger - NOrd-Sud 2008
Lo schiaccianoci, E.T.A. Hoffmann, Liesbeth Zwerger – Nord-Sud 2008

Durante gli anni è stata data alle stampe nella sua versione originale, quella appunto del 1816 di E.T.A. Hoffmann, e poi in quella di Dumas padre, variante più fresca nella prosa; infine messa in scena in forma di balletto su musiche di Ciajkovskij (ispirata, quest’ultima alla riscrittura di Dumas).

Maria e Fritz ricevono in dono uno schiaccianoci; è la vigilia di Natale e l’atmosfera è carica di magia, la statuetta meccanica reca con sè una sorta di trepidazione che si concretizza nel sogno di Maria che è un incubo: un topo a sette teste la minaccia durante la notte e solo grazie all’intervento salvifico dello schiaccianoci e di intrepidi soldatini di piombo, Marie riesce a trovare il coraggio di allontanare l’orrendo roditore con una ciabattata. Da questo incubo orrendo la bambina si sveglia provata e febbricitante e porta i segni di una ferita sul braccio che sanguina proprio come se fosse reale e non riportata durante un sogno. A farle visita il padrino Drosselmeir, artigiano e orologiaio dall’aspetto piratesco, che per sollevarla dall’indisposizione, le racconta una storia con protagonisti dei topi molto simili a quelli conosciuti, suo malgrado, da Marie, e un ragazzo intrepido, con un talento speciale: denti duri come le leve di uno schiaccianoci.

Un gioco di mise en abîme, di storie all’interno di altre storie che ne raccontano altre, diverse ma imparentate, proprio come antichi stemmi familiari.

Lo schiaccianoci vanta decine di illustrazioni; da quelle celebri di Sendak (realizzate per le scene del balletto e dal timbro brioso, come quest’ultimo) a quelle angoscianti di Innocenti, passando per decine di varianti più o meno zuccherine.

Nella mia libreria ne ho trovate diverse versioni, tra cui quella (per una volta ampliata e non ridotta) della Scala d’oro UTET, le cui illustrazioni da bambina trovavo inquietanti e in cui lo Schiaccianoci è brutto, ma brutto davvero.

Donzelli ha pubblicato nel 2011 un bel volume con entrambe le versioni (di Hoffmann e Dumas) e illustrato da Aurelia Fronty.

L’edizione che vi consiglio di mettere sotto l’albero di Natale è quella illustrata da Lisbeth Zwerger.

Lo schiaccianoci, E.T.A. OHoffmann, Liesbeth Zewrger - NOrd-Sud 2008
Lo schiaccianoci, E.T.A. Hoffmann, Liesbeth Zwerger – Nord-Sud 2008
Lo schiaccianoci, E.T.A. OHoffmann, Liesbeth Zewrger - NOrd-Sud 2008
Lo schiaccianoci, E.T.A. Hoffmann, Liesbeth Zwerger – Nord-Sud 2008

Nelle tavole cui il tratto realistico s’accompagna alla surrealtà e l’atmosfera è morbida e rarefatta, come al momento del risveglio, quando ancora non ci si rende conto se si sogna o si è desti.

519bh7w7el-_sx359_bo1204203200_Titolo: Lo schiaccianoci
Autire: E.T.A. Hoffmann, Liesbeth Zwerger
Editore: Nord-Sud
Dati: 2008, 12,00 €

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Favole di campagna, dicembre

Se Gesù è Gesù, non può nascere solo una volta e in un solo luogo. Per questo insisto e ti dico che questa notte è davvero Natale.

Sono atea, ma questa frase mi ha toccato. Fa parte dell’ultimo periodare di dicembre. L’ultimo mese dell’anno raccontato dalle favole di campagna di Ermanno Detti e illustrate da Roberto Innocenti.

Mi sono sentita un po’ come il bue di questo racconto, piuttosto razionale, piuttosto radicato nella realtà. Fino in fondo, fino a condividere la sua stessa commozione. Una commozione bovina ma non per questo meno intensa.

favole di campagna innocenti detti
Favole di campagna, dicembre, Ermanno Detti, Roberto Innocenti – 2015, Gallucci

È la notte di Natale, non ci si trova nell’antica Roma né in Palestina eppure c’è un fienile, fa freddo, ci sono un bue e un asinello e una coppia che presto avrà un bambino. L’asino è un ottimista, è cocciuto. È grazie a lui che assieme al bue raggiungeranno il rifugio e saranno d’aiuto all’uomo e alla donna. Il bue è diffidente, ma ciononostante si muove con premura, specie quando, nemmeno a farlo apposta, a mezzanotte nasce un bambino. La coppia viene da lontano, di là dal mare.

Non ci è dato di sapere il loro futuro, ma il presente è solidale e pieno. Un brevissimo racconto illustrato di generosità e di Natale.

cop favole di campagnaTitolo: Favole di campagna, dicembre
Autore: Ermanno Detti, Roberto Innocenti
Editore: Gallucci
Dati: 2015, 32 pp., 18,00 €

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Un Canto di Natale

Canto di Natale, Roberto Innocenti - La Margherita edizioni
Canto di Natale, Roberto Innocenti – La Margherita edizioni

A vederli così, per strada, seduti direttamente sulla neve, cenciosi, laceri, soffocati da muri grigi di mattoni che incombono piuttosto che dar riparo, li si penserebbe senza speranza, senza grandi speranze, questi mendicanti. A vederli sorridere nonostante il freddo, nonostante gli scialli leggeri, le striminzite giacchette, li si penserebbe in attesa, lieti, ciononostante.

Canto di Natale, Roberto Innocenti - La Margherita edizioni
Canto di Natale, Roberto Innocenti – La Margherita edizioni

Ma in attesa di cosa? Qual è la ragione di questa luce morbida e ambrata che tutto tocca e investe? Che non si sofferma sui capi sanguinanti delle oche appena sgozzate, sugli sguardi afflitti e pensosi dei bambini alla finestra, sui poveri stracci stesi al gelo, ma indugia piuttosto sugli occhi di un bimbo che sta relegato in un angolo in basso, di una delle tavole più intense e ricche realizzate da Roberto Innocenti per il Canto di Natale dickensiano? Gli occhi di quel bimbo, mani giunte delicatamente sul grembo, bocca serrata, parlano proprio con noi che leggiamo e restano indifferenti alla perplessità del gruppo di persone appena investite dalla neve spalata dal tetto: non ragionar di loro, interessati a me; sono iperrealistici, sono struggenti. Richiedono attenzione esclusiva, e la ottengono, sebbene anch’essi ripongano la stessa domanda: cos’è che fa morbidi gli accidenti, sorridenti i volti?

Canto di Natale, Roberto Innocenti - La Margherita edizioni
Canto di Natale, Roberto Innocenti – La Margherita edizioni

Ma il Natale! O meglio, il suo canto; il canto dei giorni che lo precedono, l’attesa, la speranza che quelle ore possano essere davvero magiche, che davvero offrano l’occasione di piroettare sulla neve, senza cadute, senza pensieri. Di guarire, di mettere nello stomaco un boccone caldo, di diventare umani.

Canto di Natale, Roberto Innocenti - La Margherita edizioni
Canto di Natale, Roberto Innocenti – La Margherita edizioni

Lo sguardo dall’alto, la prospettiva forzata, l’anima nera come il carbone londinese di Ebenezer Scrooge, i vicoli stretti e soffocanti, i volti come gonfi, contusi o infossati e scarni, tutto si fa simbolico ed esasperato,  diventando spiriti, fantasmi di un Natale trascorso o che ancora deve arrivare e potrebbe essere occasione, svolta. Un cambiamento per Scrooge e per tutti coloro che, loro malgrado, gli gravitano attorno.

La narrazione si chiude con uno sguardo attraverso una finestra che dà sulla primavera, mentre tracce vivide dell’inverno e del Natale ormai passato restano a tenere il segno di quello che è stato.

indexTitolo: Un canto di Natale
Autore: Charles Dickens, Roberto Innocenti
Editore: La margherita Edizioni
Dati: 2014, 159 pp., 29,00 €

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