L’ospite inatteso

L’ospite inatteso, di Antje Damm - 2019, Terre di Mezzo

L’ospite inatteso di Antje Damm, pubblicato da Terre di mezzo e tradotto da Giulia Genovesi, è un albo nelle cui  prime pagine trionfa un ombroso virato seppia, sebbene in certi punti delle tavole ci siano dei tocchi di luce che lasciano presagire un’evoluzione della storia verso il colore, libera dai toni impastati del grigio che nasce da Elsa stessa, la protagonista, e al contempo la affligge.

L’ospite inatteso, di Antje Damm - 2019, Terre di Mezzo
L’ospite inatteso, di Antje Damm – 2019, Terre di Mezzo

Elsa è una signora dai capelli raccolti in due crocchie sui lati, che beve il tè da sola, in una casa buia in cui la luce sembra restare all’esterno, non riuscendo a penetrare attraverso le finestre nonostante siano trasparenti. Ci si presenta in abito da casa e ciabatte, lo sguardo e pensoso. Sembra triste; Elsa ha paura di tutto.

L’ospite inatteso, di Antje Damm - 2019, Terre di Mezzo
L’ospite inatteso, di Antje Damm – 2019, Terre di Mezzo

Antje Damm ha ritagliato Elsa, poi ha completato la casa con mobili e arredi di cartone e quindi l’ha fotografata. Di tenerla pulita e in ordine si occupa Elsa, lo fa ogni giorno. Elsa  è un ritaglio triste di carta, bianco a quadretti neri e si muove in un contesto che  è tridimensionale, profondo, all’interno del quale, un giorno all’improvviso, dallo spiraglio lasciato aperto di una finestra, entra un aeroplanino di carta azzurra. Il giallo intenso dell’esterno, visibile solo attraverso le finestre di Elsa, ha aperto un varco a questo strano oggetto di cui Elsa ha tremendamente paura. Talmente tanta da bruciarlo. Ciononostante, durante la notte, Elsa non riesce a dormire tormentata dagli incubi e ossessionata dal terrore. Fino a quando, l’indomani, qualcuno bussa alla sua porta e lei, aprendo con lo sguardo arcigno di chi non vuol esser disturbato,  si ritrova di fronte un bambino, il legittimo proprietario di quell’invadente oggetto azzurro.

L’ospite inatteso, di Antje Damm - 2019, Terre di Mezzo
L’ospite inatteso, di Antje Damm – 2019, Terre di Mezzo

Al bambino dai vestiti dai colori sgargianti scappa la pipì, Elsa gli indica il bagno e lui si lascia dietro una scia di colore sempre più lunga. Ad ogni suo passo la casa di Elsa si tinge di nuovo, improvviso, inatteso, di qualcosa di non più tanto spaventoso. Il bambino curiosa, e man mano che il suo sguardo si posa sulle cose, esse si tingono, la stessa Elsa si colora quando comincia a giocare con lui, a leggerli delle storie

L’ospite inatteso, di Antje Damm - 2019, Terre di Mezzo
L’ospite inatteso, di Antje Damm – 2019, Terre di Mezzo

L’ospite inatteso, considerato dal New York Times tra i 10 migliori albi del 2018, è un libro in cui un’idea semplice apre le porte alla luce e al colore della compagnia dei sorrisi, capaci di scacciare il grigio della paura e della solitudine. Composto con eleganza e misura, si confronta con l’ineffabile spontaneità dei bambini, con la loro tenera invadenza, il loro rispondere ostinatamente con azioni semplici e naturali ai volti chiusi, le labbra serrate, gli occhi preoccupati degli adulti.

71oDNWHaCrLTitolo: L’ospite inatteso
Autore: Antje Damm
Editore: Terre di Mezzo
Dati: 2019, 32 pp., 12,90 €

 

 

antje Damm
Antje Damm

Il bambino tutto solo

Il bambino tutto solo, di Roland Topor - 2019 Vanvere edizioni

In Topor tutto è estremo. È estremo il surrealismo, è estrema, ed estremamente complessa, la semplicità, è estrema, come in questo caso, la solitudine. Ma questo è anche il caso della dolcezza; della dolcezza tipica di certe fiabe, in cui basta un nulla, basta una piuma, per sfiorare la situazione più drammatica e cospargerla di un velo di morbidezza, attenuandola, dissolvendola.

Il bambino tutto solo, di Roland Topor - 2019 Vanvere edizioni
Il bambino tutto solo, di Roland Topor – 2019 Vanvere edizioni

Il tratto a penna dai tre colori, blu, rosso e seppia, le illustrazioni piccole in dimensioni, il testo breve e secco, contribuiscono al parossismo della solitudine stessa che è esplicitata nel titolo e rafforzata nelle pagine a seguire, sempre di più fino a raggiungere un culmine nel non esserlo più e nella sitiazione conflittuale che se ne genera.

 Il bambino tutto solo ritorna in libreria dopo cinquant’anni e piace ai bambini, perché a partire da quel bambino fuori dal mondo dei canoni, che vive da solo, nel cavo di un albero in mezzo alla foresta (dove altrimenti potrebbe trovare rifugio un bambino da solo, senza madre né padre?), nutrito da un corvo, che in un bel panierino gli porta ogni giorno di che mangiare, in questo libro piccolo sta tutto il mondo dell’infanzia.

Il bambino tutto solo, di Roland Topor - 2019 Vanvere edizioni
Il bambino tutto solo, di Roland Topor – 2019 Vanvere edizioni

I due protagonisti sono loro: il bambino solo, non fosse per il corvo. A parte questi brevissimi intermezzi di scambio il bambino però si annoia, fino a quando non trova una piuma e può travestirsi da indiano, per giocare. Indossa un costume e di colpo non è più solo. È in compagnia di un indiano e, con un indiano nel suo stesso bosco, deve necessariamente cambiare stile di vita, soprattutto inventare una nuova lingua che sia comprensibile a entrambi, grazie alla quale poter comunicare. Darsi dei nomi: ed ecco nascere Romi e Miro. L’uno l’anagramma dell’altro. Assieme, dividendo tutto, si è felici.

Fino a quando il corvo, un non ben definito giorno, porta un paniere più grande, che contiene una principessa di grande bellezza. Il limite è che una principessa non la si può condividere, specie se l’amore che si nutre nei suoi confronti è di quelli a prima vista. E qui cominciano le zuffe, le incomprensioni. Che spaventano la principessa, che sale sull’albero. I due bimbi sono dei selvaggi senza controllo. Fanno un po’ paura, fanno tenerezza, sono proprio dei bambini.

E per sposarsi devono crescere, devono maturare, devono aspettare perlomeno che la principessa scenda dall’albero. Ma il deus ex machina in forma di corvo rientra in scena con il suo cesto, la principessa vi sale e ritorna dai suoi genitori.

Sarebbe tremendo se finisse qui. Tremendo per Romi, per Miro, per la principessa e per noi che leggiamo. Non sarebbe la fiaba perfetta che, invece, è. Perché oltre alla realtà del quotidiano dell’esser bambino, così come nel quotidiano ancor più reale dell’essere adulti, c’è il potere immaginifico di Topor, che con quello dei bambini collima. E quindi, è la surrealtà a fare in modo che tutto torni a binario, alla meravigliosa normalità della fiaba.

9788894394221_0_170_0_75Titolo: Il bambino tutto solo
Autore: Roland Topor
Editore: Vanvere edizioni
Dati: 2019, 96 pp., 14,00 €

Candido e gli altri

Candido e gli altri, di Fran Pintadera, Christian Inaraja - 2018 Kalandraka

Candido è un uomo elegante, col cappello. Veste d’azzurro e i suoi contorni sono pastosi, neri, a cera. Oltre a questo si sente strano, eccentrico, stravagante. Ma soprattutto incompreso. Talmente incompreso che sotto lo sguardo degli altri si fa più basso, si china, si piega, porta la testa all’ombelico pur di non incrociarne gli occhi.

Candido e gli altri, di Fran Pintadera, Christian Inaraja - 2018 Kalandraka
Candido e gli altri, di Fran Pintadera, Christian Inaraja – 2018 Kalandraka

Il disagio che prova all’idea di subire il giudizio altrui non lo esime dal non esprimerne lui stesso, braccio piegato sul fianco, mano a grattare il mento, punto interrogativo sul cappello. Se non ci si spiega il comportamento o i gusti degli altri vuol dire che si ha un’idea ben definita dei propri, ma no, Candido, nella maggior parte dei casi, si sente fuori posto e allora rinuncia al bell’azzurro dei suoi vestiti per indossare una cappa che lo mascheri, rendendolo uguale alle persone che lo circondano. A volte funziona, altre no.

Candido e gli altri, di Fran Pintadera, Christian Inaraja - 2018 Kalandraka
Candido e gli altri, di Fran Pintadera, Christian Inaraja – 2018 Kalandraka

Qualche pagina e Candido torna a mostrare sicurezza in sé nel sentirsi invisibile, ma è sensazione effimera, si contraddice. Il fatto è che Candido è combattuto tra il voler essere visto e il passare inosservato e ciò lo rende ancora più fragile e incapace di guardarsi attorno davvero, senza il filtro dell’insicurezza. Riuscirebbe a scorgere altre persone che molto hanno in comune con lui o nulla, e non curarsene. Per esempio, come tutti, ama l’estate. Come tutti, tranne me e, sicuramente, come qualcun altro.

Candido e gli altri, di Fran Pintadera, Christian Inaraja - 2018 Kalandraka
Candido e gli altri, di Fran Pintadera, Christian Inaraja – 2018 Kalandraka

Candido è un libro circolare del quale non vi svelo la fine ma da essa si può tornare all’inizio, decine di volte, cambiando protagonista e sostituendolo con un altro che allo stesso modo si senta fuori posto in una società multiforme ma tendente a uniformarsi. Le illustrazioni, di Christian Inaraja, dall’impianto astratto, con tutte le figure senza tridimensionalità, sono piane, sembrano scomponibili e adattabili a ciascuno di noi. Così come lo sfondo in cui si muovono meccanicamente i personaggi è sempre bianco, uniforme e piatto. Quel bianco può essere ovunque, qualsiasi posto.

Il tutto ha un sapore un po’ vintage, specie la palette di colori; mentre il timbro del testo di Fran Pintadera è più che moderno, essenziale, diretto e semplice.

Lui è Candido. È evidente che non è come gli altri.
A volte si sente strano. Incompreso.
Altre volte, invece, è lui a non capirci niente.

Nel suo insieme è un libro particolarmente complesso per quel che racconta, per come lo fa e per ciò che riesce a smuovere nel lettore. Complesso ma semplice, cosa che lo rende decisamente bello.

cuberta candido.inddTitolo: Candido e gli altri
Autore: Fran Pintadera, Christian Inaraja, Elena Rolla (traduzione)
Editore: Kalandraka
Dati: 2018, pp. 48, 15.00 €

Thornhill

Thornhill è un libro con un peso molto consistente. Lo si prende in mano attratti dalla sua eleganza e lo si sente compatto, se ne accarezza la copertina e si percepiscono i vuoti e i pieni del rilievo. È un libro che comunica ancor prima della lettura, al tatto.

L’ho letto diversi mesi fa. Poi l’ho riletto, perché ero certa di avere altro da ricercare oltre a tutto quanto avevo già ricevuto, ed era molto. Avevo intensità; protagonisti complessi e senza stereotipi; tensione narrativa senza cadute o interruzioni. Una straordinaria aria nebbiosa, grigia l’atmosfera tra tanto nero e bianco. Un limbo della narrazione in cui si muovono da una parte Ella, dall’altra Mary, in mezzo un fantasma, un corvo, una antagonista psicotica e crudelissima. E in questo muoversi ciascuno per sé, tutti si incontrano, nella nebbia cozzano l’uno con l’altro e nello scontrarsi dei protagonisti le storie si intrecciano e anche i pensieri di chi legge.

Thornhill, Pam Smy - 2017 Uovonero
Thornhill, Pam Smy – 2017 Uovonero

La storia procede alternando testo e immagini. la narrazione prende le mosse con le immagini nonostante esse siano interrotte da colophon e frontespizio. Sulle sguardie uno steccato con il filo spinato e un chiaro divieto d’accesso che suggerisce un pericolo, un pericolo molto grave che viene alleggerito da dei rampicanti dalle foglie strette e piccole che gli si abbarbicano. Sembrano dare un tocco di leggerezza, di natura che abbellisce e rasserena. O nasconde? O si allea con il pericolo e lo rende ancora più infido nascondendolo alla vista con l’aiuto della bellezza e del tempo?

Poi fa capolino il corvo e su quello steccato troneggia, un po’ sentinella un po’ spauracchio. Quindi il buio e dunque le parole. Si tratta di un diario, e comincia l’8 febbraio 1982. Nelle parole, poche, angoscia, paura, solitudine e disperazione. Lo sappiamo già, c’è una vittima e un’aguzzina, e fa paura. E la vittima si chiama Mary, è una bambina sola, bullizzata, fragile, che vive a Thornhill, un orfanotrofio femminile sul quale grava lo spettro della chiusura.

Dalle parole si passa alle immagini, ritorna il corvo, appollaiato sul filo spinato, con la schiena al lettore, come indifferente, e di nuovo le piante con pampini che diventano artigli a mano  a mano che s’allontanano dalla luce. E una ragnatela tesa e bianca tra di essi, con un ragno enorme che non si precipita sulla sua piccola vittima, piuttosto ristà, in agguato, sottoponendo la sua vittima al terrore di quello che certamente accadrà, più a lungo possibile.

Thornhill, Pam Smy - 2017 Uovonero
Thornhill, Pam Smy – 2017 Uovonero

Si sfogliano le pagine ed esse tagliano l’aria grigia, come le ali del corvo che si alza in volo e lascia il filo spinato per arrivare sulla finestra della stanza di una bambina, nel 2017. Una bambina di nome Ella, che ha appena cambiato casa, trasferendosi vicino a un edificio abbandonato e lugubre, e che ha perso la mamma.

Thornhill, Pam Smy - 2017 Uovonero
Thornhill, Pam Smy – 2017 Uovonero

Attorno all’orfanotrofio, di fianco alla nuova casa incombono un giardino incolto e un edificio abbandonato. questo, oltre al grigio, al bianco e al nero, è il filo conduttore, almeno quello apparente, tra le due storie, e su quel filo vola e si appollaia il corvo. Varcarne i confini potrebbe portare al precipitare degli eventi o scoprire luoghi che si rivelino un rifugio. Ma ci muoviamo tra le pagine di una storia, che definirei dal realismo horror, e si cammina verso un finale che smuove paure profonde e insiste su un senso di impotenza che angoscia.

ThornhillTitolo: Thornhill
Autore: Pam Smy
Traduttore: Sante Bandirali
Editore: Uovonero
Dati: 2017, 538 pp., 18,50 euro

Il Natale di Teo

È la vigilia di Natale e Teo è a casa da solo con la babysitter. Entrambi i genitori sono impegnati a lavoro e la vicina, la signora Goodyere, che di solito gli tiene compagnia, desidera stare un po’ da sola. Teo è piuttosto deluso, vorrebbe decorare l’albero, e ci prova con tutta la buona volontà, seppur un po’ borbottante. Il risultato non è dei migliori, anche perché la gran parte degli addobbi è rovinata, ma Teo è deciso a portare a termine il proprio lavoro e rimesta tra le decorazioni rotte. In fondo allo scatolone, però, trova quattro addobbi diversi dagli altri: un soldatino di stagno un po’ arrugginito che suona il tamburo, un pettirosso dal petto scolorito, un cavallo a dondolo dalle assicelle ricurve mezze mangiate dai tarli e un angelo senza quasi tutte le piume delle ali.

Teo</em>, Katherine Rundell, Emily Sutton - 2017 Rizzoli
Il Natale diTeo, Katherine Rundell, Emily Sutton – 2017 Rizzoli

La vigilia di Teo non è per nulla simile a quella cantata dalle canzoni natalizie, almeno non lo è fino a quando Teo non vede una stella cadere ed esprime un desiderio.

Espresse il desiderio con tutto il cuore, ogni singolo millimetro. Non voglio stare solo, abbandonato da tutti, pensò.

E in quel momento le quattro decorazioni scesero dall’albero, vive come se lo fossero sempre state. Perché la magia esiste e ce n’è anche in questo libro.

Ce n’è molta ma su tre suoi aspetti voglio indugiare, senza dilungarmi su ciò che essa comunica.

La prima è una frase che mi ha toccata e che vi ripropongo integralmente, certa che quando la incontrerete nel contesto della narrazione la sentirete come un caro ricordo. Essa racconta di una lunga storia d’amore, di un amore che il tempo non consuma. Parla di mancanza, della capacità di vivere pienamente e profondamente la propria solitudine, cullandola, avendono cura. E lo fa con un tono schietto e diretto che è l’unico capace davvero di narrare e che è quello che sempre cerco in ciò che leggo (e raramente trovo).

Suonarono il campanello. Mrs Goodyere andò alla porta, sempre portando con sé la fotografia. Non parve sorpresa di vedere un cavallo di legno che mordicchiava il suo zerbino. “Theodore!” disse con un sorriso. “Mi dispiace per stasera. Volevo restare da sola. Stavo pensando al mio Arthur. Avevi bisogno di qualcosa?”

<em>Il Natale diTeo</em>, Katherine Rundell, Emily Sutton - 2017 Rizzoli
Il Natale di Teo, Katherine Rundell, Emily Sutton – 2017 Rizzoli

La seconda sono le illustrazioni ad inchiostro ed acquerello di Emily Sutton, magnifiche, luminose, ricchissime di dettagli. Sembrano tintinnare ogni volta che si sfogliano.

E la terza, l’ultima, è proprio la magia del Natale che riesce a bussare a tutte le porte con naturalezza, come un bambino che tira per la giacca gli adulti chiedendo attenzioni.

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Il Natale diTeo, Katherine Rundell, Emily Sutton – 2017 Rizzoli

Un racconto che non farei mancare nelle librerie dei vostri bambini a Natale, sempre.

Titolo: Il Natale di Teo
Autore: Katherine Rundell
Illustratrice: Emily Sutton
Editore: Rizzoli
Dati: 2017, 64 pp., 17,00 €

 

Voci nel parco

Picture books are being marginalised. I get the feeling children are being pushed away from picture books earlier and earlier and being told to look at proper books, which means books without pictures. [Anthony Brone]

Non era previsto che io riuscissi a partecipare alla presentazione di Voci nel parco  durante l’ultima Bologna Children’s Book Fair. Questioni di tempi strettissimi, che, invece e per fortuna, si sono dilatati; perché mi sono ritrovata in un contesto piacevolissimo e partecipato, molto spontaneo e ricco. E ho scoperto come sia stata lunga e difficile l’acquisizione dei diritti di questo albo da parte di Camelozampa, come sia stata ostinata e perseverante.

Scrivere di questo albo è necessario. Anzitutto per consigliarne l’acquisto, è sicuramente un libro che non può mancare nella vostra libreria, ma, con la stessa urgenza, per ragionare quanto più a lungo possibile su pagine belle, intense, ricche e profonde di ritmo, rimandi colti, ironia e umanità.

Voci nel parco, Anthony Browne - 2017, Camelozampa
Voci nel parco, Anthony Browne – 2017, Camelozampa

Nelle illustrazioni di Anthony Browne ci sono sempre piani di narrazione diversi, sovrapposti con la naturalezza di chi ha molto di interessante da raccontare, quindi senza ridondanza.

Le voci di questo parco sono quattro, così come quattro le font scelte per ciascuna di esse, quattro i toni, quattro le prospettive e quattro le visioni: una madre, un padre, una bambina, un bambino.

Io, come tutti, immagino, ho trovato la mia preferita, sia a livello empatico che a livello di narrazione: la seconda, quella del padre. Sotto forma di gorilla, il padre di Smudge che non ha nome, però è un papà bello e fatto, ci si presenta seduto in una poltrona: occhi mesti, guancia appoggiata al gomito, labbra serrate in una posa di rassegnazione, abiti umili, da lavoro, scarponi pesanti. Alle sue spalle l’ombra, che segna e allarga i contorni e asseconda lo sguardo nell’indugiare sul muso di un cane che da dietro alla poltrona fa capolino. Il muso di quel cane, che si chiama Albert, sembra puntare altrove e si percepisce, pur non vedendola, la frenesia delle zampe, pronte al primo cenno, a scattare in piedi e andare. Andare al parco.

Il papà e Smudge, e Albert, vanno dunque al parco. Il papà testa china e gravata da quel che si intuisce siano pensieri grevi, Smudge sorridente, il cane allerta. Tutto attorno sembra continuare l’opera di esortazione incominciata dal cane: gli alberi spogli si chinano a destra a indicare la strada; così fa il lampione, così le decorazioni in marrone sul muro in mattonelle. I quadri in basso a sinistra, che il terzetto si lascia alle spalle, piangono lacrime dolorosissime, nelle quali si riflettono, accompagnando il nostro sguardo su una povertà fatta di topi e spazzatura. L’accattone incrocia lo sguardo del papà ma, nonostante sia ironico, e molto, non riesce a mutarne l’umore.

Voci nel parco, Anthony Browne - 2017, Camelozampa
Voci nel parco, Anthony Browne – 2017, Camelozampa

Giunti al parco l’entusiamo del cane è evidente, quasi palpabile nello scodinzolio gioioso, e, mentre alle spalle del papà chino fa capolino Mary Poppins, entrano timidamente nella scena i piedini di Smudge, mentre esuberante sulla destra esce il muso di Albert. Libero tra gli alberi di impronta magrittiana Albert corre, velocissimo, in compagnia, sfrecciando tra tronchi sospesi, lampioni fuori contesto, zampe e proboscidi di elefanti.

Ed ecco che entra nella storia la speranza, che è di casa tra le pagine di Browne, per quanto possa sembrare schiacciata dagli accidenti della vita. Il papà legge il giornale in cerca di annunci di lavoro e mentre l’urlo di Munch ha fatto sua la prima pagina del quotidiano, dalla testa messa in moto dalle idee del papà si allungano degli alberi, dei rami, che tendono talmente in alto da non rientrare nella cornice. Quando arriva il momento di andare a casa tutto si scioglie, come un cane felice senza guinzaglio, in una danza colorata e pulita. Un limpido trionfo di cuori e luci in cui ogni cosa piroetta. E mentre Albert si chiede chi abbia sdradicato il lampione per sostituirlo con una campanula luminosa, noi seguiamo la stella sulla felpa di Smudge in una linea obliqua, ritrovandola sulla schiena del palazzo e poi alle spalle di King Kong (ecco chi ha divelto il lampione!) cadente, pronta a raccogliere un desiderio.

Voci nel parco, Anthony Browne - 2017, Camelozampa
Voci nel parco, Anthony Browne – 2017, Camelozampa

Tra tutte le voci, quella che ho scelto di raccontare è forse la più mesta ma è anche quella che più di tutte si nutre di speranza, che è ciò che cerco in un albo per bambini assieme alla verità. E qui le ho trovate entrambe.

Le altre voci sono di una madre ingerente, di una bambina dall’allegria contagiosa e di un bambino frenato nella sua fanciullezza ma ancora libero, capace di voltarsi indietro e porsi domande.

Non c’è mai un momento per smettere di leggere gli albi illustrati. Io da questo non credo potrei allontanarmi mai e così i bambini, che della surrealtà fanno lingua universale.

0159_VOCI_NEL_PARCO_COVERTitolo: Voci nel parco
Autore: Anthony Browne
Editore: Camelozampa
Dati: 2017, 36 pp., 16,00 €

Il postino dei messaggi in bottiglia

<em>Il postino dei messaggi in bottiglia</em>, Michelle Cuevas, Erin E. Stead - 2016, Babalibri
Il postino dei messaggi in bottiglia, Michelle Cuevas, Erin E. Stead – 2016, Babalibri

Sono le sopracciglia, del postino dei messaggi in bottiglia, che mi raccontano chi sia. Non ha nome, il colorito è grigio. Le sopracciglia, due “v” capovolte e morbide, parlano e, inspiegabilmente, senza atteggiarsi in nessuna posa, raccontano di attesa, malinconia, caparbietà, solitudine e sorrisi. Raccontano anche di generosità e poesia. Generosità e poesia che danzano tra le parole di Michelle Cuevas, come a danzare è lieve il pesce che sotto al pelo dell’acqua guarda alla bottiglia, curioso del messaggio che contiene.

Il postino dei messaggi in bottiglia viveva da solo in cima a un’altura, con un albero soltanto a fargli ombra. tutto il tempo teneva gli occhi fissi sulle onde, in cerca di un luccichio di vetro.

La palette dei colori di Erin E. Stead è calda e meravigliosa; laddove predominino l’azzurro e il verde ecco un berretto e dei guanti rossi che tengono caldo. In ogni tavola, giocata sull’equilibrio degli spazi e con una prospettiva forzata che indirizza la sguardo a quel dettaglio o all’altro, c’è un animale a tenere compagnia al postino dei messaggi in bottiglia, che solitario e silenzioso svela una empatia fuori dal comune, fatta di scambi di sguardi complici, di compagnia quieta, piena.

<em>Il postino dei messaggi in bottiglia</em>, Michelle Cuevas, Erin E. Stead - 2016, Babalibri
Il postino dei messaggi in bottiglia, Michelle Cuevas, Erin E. Stead – 2016, Babalibri

Assieme al gabbiano scruta l’orizzonte e il pelo dell’acqua, assieme al gatto indugia dinanzi alla finestra o riposa, sotto lo sguardo premuroso della mucca, il postino si muove dalla sua casa alla spiaggia, con l’uccellino sembra condividere risposte e un segreto; l’uccellino che sbircia dal cappello del pasticciere il messaggio, che è un invito misterioso senza destinatario o mittente, sembra conoscere sia chi l’abbia scritto, sia a chi sia destinato e lo sguardo sotto alle sopracciglia morbide del postino dei messaggi in bottiglia ne pare consapevole.

<em>Il postino dei messaggi in bottiglia</em>, Michelle Cuevas, Erin E. Stead - 2016, Babalibri
Il postino dei messaggi in bottiglia, Michelle Cuevas, Erin E. Stead – 2016, Babalibri

Il postino dei messaggi in bottiglia li raccoglie dal mare e, con qualsiasi tempo e con i soli propri mezzi, li consegna ai destinatari. A volte sono messaggi che aprono il cuore di chi li riceve alla gioia, altri di malinconia, di lontananza. Ma nessun messaggio, mai, è per il postino, sebbene sembra che non se ne curi.

<em>Il postino dei messaggi in bottiglia</em>, Michelle Cuevas, Erin E. Stead - 2016, Babalibri
Il postino dei messaggi in bottiglia, Michelle Cuevas, Erin E. Stead – 2016, Babalibri

Fino a quando non ne arriva uno, che è un invito, che lascia libero spazio alle interpretazioni, e la solitudine può virare con molta naturalezza verso l’amicizia e la condivisione.

71hvxig4dlTitolo: Il postino dei messaggi in bottiglia
Autore: Michelle Cuevas, Erin E. Stead, (trad. C. Brambilla)
Editore: Babalibri
Dati: 2016, 40 pp., 13,50 €

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Il Natale di Marguerite

19 dicembre 2016. #AkAdvent

In copertina un’anziana signora, giacca di lana fucsia, occhiali sul naso e crocchia bianca. In mano tiene una palla di vetro con neve, all’interno della quale è una casa, col tetto innevato. È inverno ed è la vigilia di Natale, tra le mani della vecchia signora, che si chiama Marguerite, e a casa sua. Marguerite sembra considerare delle opzioni guardando la palla di vetro, sembra considerare se stessa: se continuare a vivere in una boccia, o meno; libera, senza paure, non più sola, con sé stessa.

Sulla sua schiena corre un’ombra, mi pare sia quella della consuetudine, quella della rassegnazione. Il tutto con un bordo a quadri bianchi, rossi e neri che conferiscono all’illustrazione di questo libro di India Desjardins e Pascal Blanchet, e alla copertina tutta, un tocco vintage.

Marguerite non festeggia il Natale da anni, ma non è solo questo, potrebbe essere una scelta, e così Marguerite vuol farci credere all’inizio. Prima di tradirsi in dettagli che ci fanno ben intedendere che Marguerite ha paura. Non esce nemmeno più di casa per la paura di tutto quanto ci sia fuori, di quanto incomba oltre la soglia della sua casa.

Si fa recapitare la spesa a domicilio, si fa addirittura acconciare i capelli a domicilio. Non esce più di casa. È un fatto, e che lo sia la fa contenta. Marguerite è contenta così. Dice.

Però la sera della vigilia di Natale tutto può accadere. In realtà la sera di ogni giorno può accadere di tutto, può anche succedere che l’automobile di una famiglia di sconosciuti si rompa proprio davanti al vialetto di casa nostra. E che nevichi. E che sia la vigilia di Natale. Chiunque andrebbe in soccorso; chiunque non avesse paura di tutto ciò che potrebbe esserci oltre la propria soglia. Chiunque, quindi, tranne Marguerite.

Il Natale di Marguerite, di India Desjardins, Pascal Blanchet - Bao 2015
Il Natale di Marguerite, di India Desjardins, Pascal Blanchet – Bao 2015

Le illustrazioni di Pascal Blanchet sono elegantissime, old fashioned, realistiche e ciascuna racconta per sé. Marguerite, nei suoi vestiti dimessi racconta di semplicità e ricordi. La casa di Marguerite di solitudine e distanza. La corona natalizia appesa a una finestra racconta di speranza.

71q8krv89l-1Titolo: Il Natale di Marguerite
Autore: India Desjardins, Pascal Blanchet (Giulia Scatizzi trad.)
Editore: Bao pubishing
Dati: 2015, 68 pp., 18,00 €

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Creature selvatiche (e libere)

Mi sono chiesta, prima di leggere questo libro,  se davvero avessi bisogno di un’altra storia di bambine emarginate, sfortunate, abbandonate, sole. Mi sono chiesta, prima di leggere questo libro, se non mi sarei piuttosto trovata di fronte a righe che potessero far leva sulla mia empatia verso questo genere di protagoniste, che potessero muovermi alle lacrime. E sono un po’ stanca di romanzi che muovono alle lacrime.

Ho deciso che sì, che quelle braccia spalancate in copertina, quella silhouette nera, capelli al vento, piedi ben fermi  (ai piedi un gatto) non potevano che essere foriere di libertà. E ho letto. E ho fatto benissimo.

  • Perché è un libro scritto con un lessico accurato e fresco
  • Perché i personaggi sono delineati in maniera completa e mai esaustiva
  • Perché Zoe è una bambina non ingabbiabile in uno standard
  • Perché ci sono un gatto vecchio e premuroso, e saggio e scontroso come tutti i vecchi, e una cerbiatta veloce e delicata, sfuggente e albina
  • Perché non manca il mistero
  • Perché non manca la tensione narrativa
  • Perché c’è un equilibrio perfetto tra dramma e allegria
  • Perché Zoe è sicura che anche lo zio Henry la abbandonerà, e questo invece non accade
  • Perché nessuna creatura, animale o umana che sia, viene addomestica

E per altre cose che vi dirò a seguire.

Zoe è una bambina di 11 anni, ha vissuto, fino al momento in cui è morta, con la madre malata di mente, in una condizione di degrado e solitudine, soggetta ai colpi di luna della madre e dei suoi numerosi compagni. Nonostante ciò è riuscita a maturare una propria personalità piuttosto equilibrata e originale, sebbene diffidente e, comprensibilmente spigolosa.

Alla morte della madre Zoe viene affidata alle cure dello zio, famoso scultore e celebre cardiologo, Henry. Giunta a casa di Henry la ragazzina stenta ad ambientarsi, sebbene dai piccoli gesti che accompagnano la sua esitazione traspaia il desiderio profondo di farlo.  I pochi vestiti riposti nei cassetti, un vecchio coniglietto marrone senza un orecchio sul letto. Henry è il fratellastro del padre, morto in un incidente stradale.

A casa di Henry c’è un gatto, o meglio un gatto orbita attorno alla casa di Henry senza che lui se ne curi, ma il gatto tutto osserva e tutto considera; annusa il pericolo, distingue nettamente i buoni dai cattivi. E sia Henry, sia Zoe, sia Fred, sia Bessie, dal cuore fragile e dalle trapunte che sembrano quadri, sono buoni. Il rapporto tra i due, zio e nipote, si consolida e si rafforza anche delle persone amiche di cui Henry si circonda. Zoe, un po’ più sicura del suo futuro, si spinge oltre la soglia della casa, esce all’esplorazione dei dintorni. Il gatto la segue, il gatto ci racconta, ci mette in guardia, ci rassicura. Le parole di Zoe si alternano alle sue, stesso spirito acuto, stessa cauta diffidenza, stesso istinto ferino. Zoe si imbatte in persone da evitare, in persone che ne comprendono le qualità, in numerosi libri, in una cerbiatta albina che la rifugge e al contempo la attende, e in una capanna da rimettere a nuovo piena di tesori e in vecchie fotografie che faranno luce su un passato che farà bene a tutti ricordare.

Avevo anticipato altri “perché”, altri buoni motivi per leggere Creature selvatiche. Non posso dire molto altro, ho il timore di rovinare qualche sorpresa, ce ne sono molte…

  • Perché la traduzione di Anna Patrucco Becchi è equilibrata, calza a pennello
  • Perché questa è un’opera prima di un’autrice, Clay Carmichael, e sorprende e tocca

51RRdMRbdTL._SX330_BO1,204,203,200_.jpgTitolo: Creature selvatiche
Autore: Clay Carmichael
Traduttore: Anna Patrucco Becchi
Editore: San Paolo
Dati: 2014, 288 pp., 18,00 €

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