Letteratura per l’infanzia, stereotipi di genere e lessici familiari

Scrivo queste poche righe non tanto per scelta, quanto per un’esigenza piuttosto pressante dettata da riflessioni stratificatesi in mesi (quando non anni) di esperienza da lettrice, libraia; esperienza sul campo e del campo; ascoltatrice attenta. Riflessioni che risentono, probabilmente, di un’aspettativa molto alta che ha deviato la mia percezione, essendomi nutrita di libri splendidi, complessi, raffinati, altissimi; avendo ascoltato, letto, frequentato voci altrettanto rapite e profonde.

Riflessioni che si nutrono di una delusione in merito a quanto, e purtroppo, sia ancora radicato il preconcetto nei confronti della letteratura per l’infanzia e, ancor più nello specifico, nei confronti degli albi illustrati che sembrano essere destinati a una fruizione superficiale, a una considerazione, a considerazioni, superficiale, a una lettura superficiale. Mi ero illusa che così non fosse, che fosse uno “stereotipo di genere” appartenente a un passato poco consapevole o informato. E invece scopro un presente che, lasciato il campo degli appassionati, dei pasionari, degli esperti di settore, entra in un altro piuttosto minato, che ignora l’espressione altissima e letteraria che può nascere dal dialogo tra parola scritta e immagini, che sembra non avere la percezione del lavoro e della cura autoriale che ristà dietro ad ogni parola così come ad ogni tratto, che, purtroppo, non gode del risultato narrativo, non equiparabile ad altro, cui questo dialogo tra media genera.

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Illustrazione di Dulac per Stories from Hans Andersen, London, Hodder & Stoughton, Ltd., 1911

L’unico di cui si può godere sin dalla prima infanzia, quando ancora il codice della lingua non comunica nulla all’occhio cui invece parlano le illustrazioni; quando la lingua scritta si fa forte di un medium straordinario che ne crea varianti non riproducibili, mai identiche a sé stesse, che è la lettura ad alta voce; quando si sperimenta l’autonomia in ogni contesto, nessuno precluso, questo compreso.

L’unica narrazione leggibile in due, tre, decine di modi diversi: per immagini, indugiando sul testo, attenendosi ai segni battuti dagli autori, considerando le diverse prospettive di autori diversi di una storia comune, quando la penna è diversa dalla matita, dai pennelli.

La narrativa suggerisce delle immagini alla fantasia di chi legge, è una delle affermazioni che sento più spesso, cosa che non accade a chi guarda un albo illustrato. Le obiezioni sono due: intanto le illustrazioni non si guardano ma si leggono, e bisogna imparare a farlo, sin da piccoli, per acquisire una competenza che non è dettata solo dalla capacità ma anche dall’abitudine ad avere a disposizione prodotti autoriali; privando i nostri bambini di albi illustrati di qualità e proponendo loro prodotti di consumo che nulla hanno a che vedere coi libri propriamente detti, o limitando del tutto l’accesso ad essi, daremo voce ad adulti che tra qualche anno ripeteranno gli stessi “stereotipi di genere”, perché non hanno assolutamente visione o percezione di quello che stanno denigrando. La seconda è che l’illustrazione non sostituisce l’immaginazione del lettore, piuttosto la nutre fornendole alternative e forgiando, di nuovo, un gusto personale e unico, un lessico familiare.

Le scelte degli adulti sono spesso mediocri e rifuggono i desideri dei bambini, che sono invece affamati e dotati di un istinto che li porta verso libri complessi, distanti dalle riduzioni, dagli adattamenti. Fino a quando gli adulti della generazione cui appartengo, o perlomeno la maggioranza di essi, sceglieranno per loro, temo che l’atmosfera sia lungi dal cambiare.

Di porci, maiali e maialibri

Il maialibro, Anthony Browne - 2013, Kalandraka
Il maialibro, Anthony Browne – 2013, Kalandraka

Poveri maiali! Vituperati mai come di questi tempi. Portati ad esempio di egoismo e cattivi comportamenti. Non nego che il pensiero che il “trionfale” ritorno tra le pagine degli albi illustrati del maiale sia dovuto all’impazzare di Peppa Pig sugli schermi e tra gli scaffali delle librerie mi abbia sfiorata. Piccola parentesi che nulla ha a che fare con l’albo che vado a recensire: Peppa Pig a mio parere è un prodotto di tutto rispetto con contenuti semplici, affini alla sensibilità dei bambini, privo di orpelli e affatto inneggiante a stereotipi consumistici. Che poi la RAI e, a ruota, le case editrici da libreria o edicola, la somministrino per ore ed ore e in tutte le salse (adesso anche in lingua originale) ai bambini è un altro problema che si affianca all’incapacità di taluni di arginarlo (non è obbligatorio che i bambini vedano due ore di Peppa o abbiano i suoi libricini). Detto questo torniamo ai maiali, quelli veri.

I maiali veri, dicevo, quelli che, del tutto permeati dagli stereotipi di genere, lasciano che una donna si faccia carico di tutto il fardello che la gestione di una casa e di una famiglia possa comportare.

Il maialibro, Anthony Browne - 2013, Kalandraka
Il maialibro, Anthony Browne – 2013, Kalandraka

La Signora Maialozzi in casa svolge qualsiasi compito: cucina, lava, stira, rassetta, per poi uscire per andare a lavorare e, al ritorno, cucinare, lavare, rassettare. Giorno dopo giorno. Il volto della donna, che è anche la mamma di due bambini, si sforma, diviene un anonimo ovale, perde i propri tratti e la propria personalità, va via via disfacendosi, rischia di annullarsi.

Il marito e i figli dal canto loro danno tutto per scontato e nemmeno si accorgono del proprio egoismo, del loro assomigliare a dei maiali. Fino a quando la Signora Maialozzi si stanca e va via lasciando un biglietto: “Siete dei maiali.” Senza patemi, senza punti esclamativi. È un dato di fatto, e punto.

Il maialibro, Anthony Browne - 2013, Kalandraka
Il maialibro, Anthony Browne – 2013, Kalandraka

D’altra parte avvisaglie ce n’erano state sia della desolazione che avvolgeva la mamma, sia dell’attitudine porcina: sul pomello della porta spuntano narici e grugno. Il vaso da fiori ha un musone grigio/rosa stupito. Le maioliche ritraggono dei deliziosi maiali simmetrici. Persino le prese della corrente, le spille, li ricordano. E questo quando la mamma è ancora in casa a sfaccendare o appena andata via. Quando decide di non tornare la metamorfosi è completa e investe anche gli esseri animati (cane incluso). I tre porcelli, rimasti soli, si rivelano incapaci di badare a loro stessi e di avere cura della casa che diviene, giro pochi giorni, un porcile.

Il maialibro, Anthony Browne - 2013, Kalandraka
Il maialibro, Anthony Browne – 2013, Kalandraka

Non so se per fame, non so per arrendevolezza o per effettiva consapevolezza alla fine i tre si piegano alle condizioni materne: se vogliono che la mamma torni a casa devono collaborare. Tornata l’armonia anche la mamma può ritrovare la propria, riconquistando anche un volto ben definito e sorridente.

Il maialibro, Anthony Browne - 2013, Kalandraka
Il maialibro, Anthony Browne – 2013, Kalandraka

Le tavole illustrate dello stesso autore del testo, Anthony Browne, hanno un ritmo proprio che investe la narrazione testuale: giallo ocra quando la protagonista narrante è la madre, a sottolinearne solitudine e compostezza, colori brillanti e a tratti chiassosi, quando narrano del padre e dei figli. Sempre sorridenti le tre controparti mutano umore e tono quando la madre va via (allegorica anche la scomparsa della donna dal quadro con scena bucolica sul camino) per piombare in un buio triste e foriero di pessimi presagi (deliziosa l’ombra del lupo che si fa contorno netto sulla finestra). Quando la madre ritorna in scena agisce da luce, alba di un tempo nuovo, e da luce illumina tutto, inclusi i tre porcelli, restituendo loro un incarnato roseo affatto spento.

Il maialibro, Anthony Browne - 2013, Kalandraka
Il maialibro, Anthony Browne – 2013, Kalandraka

Un albo che consiglio vivamente del quale solo la tavola finale mi ha poco convinta: la mamma che finalmente può dedicarsi a faccende maschili (aggiustare la macchina) mi sembra un passo indietro, un vanificare il lavoro e i sacrifici fatti per annullare la distanza tra ruoli e generi sottolineando che ci sono cose prettamente maschili e prettamente femminili. Sebbene possa invece attestare esattamente il contrario e la mia possa essere un’impressione derivata dal felice effetto narrativo senza sbavature e inciampi cui tutto il resto del libro mi aveva abituata.

Portada.inddTitolo: Il maialibro
Autore: Anthony Browne
Editore: Kalandraka
Dati: 2013, 40 pp., 16,00 €

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La pestifera Susanna, bimba semplice e straordinaria

Susanna è pestifera, Susanna è sveglia, Susanna è brillante, Susanna è una fucina di idee tutte volte a scansare punizioni e imposizioni, Susanna è una bambina, insomma, in tutto e per tutto, rassomigliante alle sue coetanee bambine, solo che lei è una bambina nata nel 1941 per mano di Martha Bertina che le ha dato corpo e forma e il piglio tipico dei bambini: decisa e impertinente, sorridente e buffa. Ricordano per molti versi altri bambini altrettanto pestiferi: Gian Burrasca o i fratelli Bibì e Bibò, Pippi Calzelunghe o Max e Moritz. Le avventure di Susanna, che si svolgono nello spazio di tre vignette con didascalia, sono semplici e sorprendenti al tempo stesso; il momento della doccia, quantomai ordinario, per esempio, diviene, grazie alla trovata di Susanna, straordinario e divertente. Il rito quantomai fastidioso del bacio allo zio barbuto si spezza in luogo di una irriverente trovata; la naturale tendenza di un lama a sputacchiare trova nella spontaneità di Susanna un’altrettanto naturale “vendetta”.

Martha Bertina - la pestifera Susanna

Martha Bertina - la pestifera Susanna

Il ritmo delle strisce si ripete con lo stesso tempo: la prima vignetta contestualizza e introduce l’argomento della storia, la seconda rappresenta il momento di “riflessione” e stallo, per concludersi con le trovate di Susanna, sempre spassose, spesso inattese.

Susanna è la protagonista incontrastata ma anche il cane Bello svolge la sua buffa parte in parte spalleggiando la sua padroncina in parte facendo da bersaglio nelle birichinate della bambina. La mamma e lo zio Eberardo invece, adulti imbrigliati nelle consuetudini e nelle buone maniere, sono spalle inconsapevoli e loro malgrado dei siparietti della pestifera piccola. Susanna è infatti una bambina molto consapevole del suo ruolo e dei suoi diritti di bambina, appunto, che, nonostante l’apparenza da monella è molto rispettosa degli altri in quanto sembra aver metabolizzato appieno il rispetto per se stessa.

Il tratto di Martha Bertina, scomparsa nel nulla o dimenticata dopo Susanna, ricorda quello che sarà pochissimi anni dopo di Crockett Johnson che lo riserverà, anch’egli, a bambini intelligenti e simpatici che sfuggono, come Susanna, a modelli e schemi tradizionali e che, come Susanna si riveleranno curiosi, un po’ cattivelli, molto coraggiosi e dediti alla scoperta e all’esplorazione: insomma dei normalissimi e straordinari bambini.

Barnaby 1948-Winter - Crockett JohnsonKatzenjammer Kids (Bibì e Bibò) - Knerr

Martha Bertina è nata a Francoforte nel 1897. Ha collaborato con diverse riviste come grafica e caricaturista. È stata una delle più apprezzate disegnatrici del dopoguerra in Germania.

Titolo: La pestifera Susanna
Autore: Martha Bertina
Editore: Beisler editore (Libri sciolti)
Dati: 2004, 60 pp., 12,00 €

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Un galateo irriverente sembrerebbe stridere, se non fosse che lo firma Mark Twain

Quel che è utile quando si ha un fratellino insopportabile da riportare all’ordine è agire con oculatezza, quel che è utile quando si ha una voglia incontenibile di rispondere con una linguaccia alla maestra è che è bene farlo solo se davvero necessario.

Consigli alle bambine di Mark Twain, Vladimir Radunsky - Donzelli
Consigli alle bambine di Mark Twain, Vladimir Radunsky – Donzelli

Ponderare le marachelle, insomma, questo è il principio di base della spassosa short story di Mark Twain illustrata da Vladimir Radunsky per Donzelli. Il packaging è assolutamente accattivante e le illustrazioni come in pochi altri casi così calzanti al testo. Twain è un mostro sacro della letteratura umoristica, ero curiosa di scoprire l’approccio scelto per le immagini e le scopro non di corredo ma complementari, bizzarre, scomposte, irriverenti. Come le parole di Twain che calibrano le birichinate descritte (consigliate direi, visto che si tratta di Consigli alle bambine) con un tono da manuale che fa il verso alle introduzioni ai vecchi ricettari di una volta diretti alle signorine a modo.

Consigli alle bambine di Mark Twain, Vladimir Radunsky - Donzelli
Consigli alle bambine di Mark Twain, Vladimir Radunsky – Donzelli

Il testo è nella sua semplicità e brevità (7 aforismi) pungente e accorto; si riconoscerebbe il marchio Twain anche al buio giacché nella loro diretta semplicità queste parole irriverenti auspicano un fine del tutto difficile da conquistare: la capacità di ciascuno di far valere il proprio punto di vista ritagliandosi in un mondo di regole borghesi il proprio spazio libero, la propria e personale indipendenza.

Questo vademecum, edito per la prima volta in Italia, è stato scritto da Twain nel 1906; validi a tutt’oggi i suoi consigli e la sua spinta a una sana e liberatoria ribellione alle regole, spesso sterili e figlie dei capricci e delle fobie degli adulti. Mi congedo con l’aforisma che ho trovato più divertente: «Le brave bambine mostrano sempre molto rispetto per le persone di una certa età. Mai essere insolenti con i grandi, a meno che non siano loro a cominciare».

consigli-alle-bambine1Titolo: Consigli alle bambine
Autore: Mark Twain, Vladimir Radunsky
Traduzione: Bianca Lazzaro
Editore: Donzelli
Dati: 2010, 24 pp., 16,00 €

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Per ogni lettera una bambina, per ogni bambina una visione

Quando il titolo di una storia o di un libro termina con un punto di domanda la risposta può essere cercata solo e soltanto nelle sue pagine. E infatti pagina dopo pagina, esattamente due per ogni lettera dell’alfabeto, Nikolaus Heidelbach risponde all’apparentemente semplice questione: “Cosa fanno le bambine?”

Cosa fanno le bambine di Nikolaus Heidelbach - Donzelli
Cosa fanno le bambine di Nikolaus Heidelbach – Donzelli

Un abecedario dunque, che apre delle vere e proprie finestre sul mondo affatto candito delle bimbe dalla A di Amelia alla Z di Zoe.  Heidelbach (uno degli illustratori più brillanti della scena contemporanea europea) ha dichiarato di aver imparato da Sendak, del famoso Paese dei mostri selvaggi, da Ungerer e Gorey, che nella letteratura per ragazzi non ci sono limiti di sorta: indecenza, impertinenza, brutalità sono aspetti ineliminabili. Partendo quindi da questo presupposto (per non volergli dare il tono della “lezione”, sebbene sia plausibile) struttura un alfabeto molto originale: ogni lettera corrisponde al nome di una bambina; sulla pagina a sinistra testi laconici e in apparenza piatti si limitano a dirci che cosa quella bimba stia facendo: Brigida esce, Miriam riceve visite, Flora dorme bene. Sulla pagina a destra alla linearità del testo corrisponde un’arte composita ma al contempo esplicita che non assume il tono della morale, anzi se ne discosta con decisione, e lascia libero sfogo alla fantasia, alla trasgressione, senza rischiare di essere ingabbiati in prospettive di edulcorazione che sono tipiche solo del nostro fasullo mondo di adulti e che nulla hanno a che spartire con quello dei bambini.

Cosa fanno le bambine di Nikolaus Heidelbach - Donzelli
Cosa fanno le bambine di Nikolaus Heidelbach – Donzelli

Le illustrazioni sono colorate e intense. Deliziose e originali tratteggiano sogni, angosce, incubi, dolci realtà, simpatiche infrazioni, buffe trovate.

La lettura di questo albo necessita di un approccio che tenga in stretta connessione il testo e le immagini: esplorare le immagini è necessario perché sono dense di piccoli elementi a volte descrittivi e altre simbolici; la lettura esplorativa di queste ultime certamente darà pieno spazio ai voli pindarici dell’interpretazione, per questo leggere le poche parole di corredo riporta alla semplice domanda iniziale, chiave di lettura e volta: Cosa fanno le bambine?

62bb6d57d62f0fd4ea2eb536747e8677_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyTitolo: Cosa fanno le bambine?
Autore: Nikolaus Heidelbach
Editore: Donzelli
Dati: 2010, 60 pp., 19,50 €

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La vera storia del principe azzurro

Il verbo “leggere” non prevede l’imperativo; è una massima di Gianni Rodari che Roberto Denti ricorda a chiusura di un’intervista al Sole 24 Ore di un anno fa. In effetti, lo sostiene Denti stesso e noi siamo concordi, imporre a un bambino un particolare libro perché noi un tempo l’abbiamo amato, perché c’è tra le righe un intento didattico che riteniamo necessario, perché le illustrazioni sono splendide o per altre decine di motivi, è assolutamente controproducente: un libro deve essere scelto da chi lo leggerà, o, in caso contrario, selezionato in linea coi gusti del bambino e non degli adulti.

La vera storia del principe azzurro
La vera storia del principe azzurro

In ogni caso, leggere di fiabe arricchisce il linguaggio in maniera naturale, stimola il pensiero e le facoltà d’associazione, aiuta il bambino a orientarsi nella realtà partendo da presupposti che con quest’ultima non hanno nulla a che vedere. Potrebbe rivelarsi utile, al fine di stimolare l’interesse per i libri e la lettura, che questo processo sia inteso come un mezzo, familiare e inconsueto al tempo stesso, per comunicare, verbalmente e affettivamente, tra genitori e figli. Nutrirsi a vicenda di fantasia, dolcezza, umorismo, avventura, sempre rispettando i gusti del destinatario principale: il bambino.

Difficile fare i conti con le scarpe con le zeppe e gli atteggiamenti frivoli di qualche novella eroina contemporanea se il nostro termine di paragone è il Capitano Nemo ma tant’è. I gusti cambiano e, purtroppo, lo fanno in linea coi tempi.

Questa storia, però, potrebbe accontentare i gusti di grandi e piccini. Piacerebbe agli adulti alla ricerca di una fiaba strutturata in maniera classica, riletta e rinarrata con un linguaggio semplice ma ricco al contempo, e dotata di quello humour e di quell’estro narrativo tanto bistrattati nelle storie usa e getta cui sono abituati i nostri bambini. Allo stesso modo potrebbe incontrare i gusti dei bambini alla ricerca di un tocco di irriverenza nei confronti di certi mostri sacri dell’immaginario di mamma e papà.

Il principe azzurro, ad esempio. Diciamocela tutta, si può credere al “…e vissero felici e contenti” una volta, ci si vuole e deve credere, ma le altre? Con chi visse felice e contento il Principe Azzurro? Con Biancaneve? Con Cenerentola? Con la Bella Addormentata nel bosco? Ebbene, da quello che si legge ne La vera storia del Principe Azzurro pare con nessuna di queste tre e, in verità, con nessun’altra, perché un po’ per il suo essere un ragazzo dai sentimenti un po’ effimeri, un po’ perché sottoposto allo stress dell’etichetta reale, un po’ per, evidentemente, non essere fatto per il matrimonio, preferì dedicarsi, da solo, a fare il mestiere del re che, specie nei regni di fiaba, non è certo semplice.

Tra le colorate illustrazioni di AntonGionata Ferrari i bimbi potranno assistere divertiti ai continui cambiamenti di rotta (amorosa) del Principe Azzurro e dopo il suo balletto tra le varie principesse (da lui comunque salvate, questo glielo dobbiamo) assaporare il gusto agrodolce e buffo del finale.

Roberto Denti è autore di molti libri per ragazzi e adulti e dal 1972 gestisce, insieme alla moglie Gianna, la Libreria dei Ragazzi a Milano.

419qhuwwwbl-_bo1204203200_Titolo: La vera storia del Principe Azzurro
Autore: Roberto Denti
Editore: Piemme Junior
Dati: 2010, 48 pp., ill., 7,50 €

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