Camping

Camping è un silent book che si colloca a metà strada tra il realismo più icastico e il surrealismo più onirico. Ci sono, in apertura, due campeggiatori che si scambiano picchetti storti,  come avviene sempre di dover fare anche ai campeggiatori più accorti, ne manca sempre uno; un sub che mentre indossa la muta salva la sua intimità grazie al provvidenziale tronco di un albero; papà che leggono mentre badano ai bimbi più piccoli, mamme che fissano e tendono i pali della tenda.

E un nano di terracotta dallo sguardo guardingo, che pare tutto supervisionare dall’alto di un tavolino con vaso da fiori (ci si accontenta in mancanza di un giardino). E sin qui siamo nella realtà.

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Eilika Mühlenberg, Camping – 2020 Pulce edizioni

Poi a tenderci la mano del surrealismo è il nano stesso, forse non di terracotta ma certamente amico del nonno con bambino al camping al lago in roulotte, perché nelle pagine successive li accompagna in spiaggia, munito di paletta, mentre poche stuoie di lato è stesa al sole un’anatra dal collare, attrezzata di ciabatte e sportina.

Mentre la realtà si mescola con il sogno, si alza il vento. Ce lo dicono i capelli del figlio dei fiori un po’ nerd e un po’ pirata, ce lo dicono i giunchi che si piegano verso l’acqua, ce lo dice la manica a vento tesa verso est. Sotto alla superficie del lago ancora non se ne è accorto nessuno, sopra invece qualcuno sta già in allerta. Anche il protagonista di questa storia ariosa e vivace: il coccodrillo gonfiabile che sorride sornione con l’aria di chi sa già come andrà a finire.

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Eilika Mühlenberg, Camping – 2020 Pulce edizioni

Una folata e vola, vola talmente in alto che nessuno riesce a riacciuffarlo. E nel caos che si genera e morde la coda tra tutte le stravaganze che affollano le tavole a pagina piena e doppia a noi interessano le sorti degli occhiali da vista del signore che pescava sul molo, che interessano all’anatra ma luccicano e fanno gola alla gazza, ma possono essere utili al coccodrillo, per orientarsi meglio nel nuovo elemento in cui si muove. E al signore col cappello da pescatore tornano nei bagni in comune, laddove il realismo impera e la surrealtà diventa semplice stramberia a opera dei campeggiatori. Si fa chiarezza tra animali gonfiabili e in carne e ossa. Non fosse per il nano da giardino che si lava i denti.

Come nel più classico dei Wimmelbuch persino il quadro entro cui si svolge l’azione brulica, di curiose bizzarrie, di avventure, di piccoli accidenti quotidiani che colorano ogni angolo, anche il più nascosto, di fantasticheria. E il coccodrillo? Beh, lui continua a sfoggiare il sorriso sornione e si gode il finale, di cui conosceva già la colorata allegria.copertina

Eilika Mühlenberg, Camping – 2020 Pulce edizioni

 

 

Als wir allein waren

Immaginiamo di chiedere cortesemente a una bambina o a un bambino di cambiarsi d’abito; di lasciare quegli indumenti colorati che indossa, probabilmente selezionati con cura e scelti da sé, che piacciono, rendono particolare, riconoscibile, in uno stile, in un carattere, in un gruppo. Per indurlo a indossare una divisa, un abito scuro che rende simile a tanti altri, che smarrisce la personalità di ognuno a favore del gruppo dove si è solo un numero.

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Als wir allein waren, David A. Robertson, Julie Flett – Little Tiger Verlag, Gifkendorf, 2020

Che reazione potrebbero avere una bambina o un bambino a questa richiesta? Pensiamo poi di dire loro che debbono tagliarsi i capelli: la bambina rinunciare a lunghe trecce segno di cura e complicità con un’altra donna o con chi la accudisce, e al bambino di rinunciare a un ciuffo desiderato e curato, a una lunghezza segno di pazienza e tenacia, ai suoi riccioli parte di sé, suo orgoglio. Poniamo poi di proporre loro di cambiare lingua cominciando noi a parlarne una nuova, incomprensibile, sollecitando con scherno una reazione a una parola secondo noi, nota, chiara nel significato.

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Als wir allein waren, David A. Robertson, Julie Flett – Little Tiger Verlag, Gifkendorf, 2020

Quindi poniamo di chiedere a una bambina e a un bambino di: non vestirsi come desidera e come gli piace di più; di tagliarsi i capelli e di non parlare più la propria lingua. Tutto suonerebbe alle orecchie dei bambini alquanto bizzarro. Certo, nel trascorrere dei giorni l’abito si cambia spesso scegliendo in grande libertà e i capelli si tagliano con una certa ciclicità, abitudine divertente solo se vi si concede qualche bizzarria, nel gioco si possono inventare e parlare capendosi molte lingue. Ma se tutto questo non fosse gentilmente chiesto e neppure annunciato ma fosse un sopruso, una libertà di una persona su un’altra? Se i bambini fossero presi, spogliati dei loro vestiti e obbligati a indossare divise scure che li fanno sembrare nubi in tempesta, i loro capelli tagliati a forza senza sentir ragione e vederli poi sparpagliati sul pavimento come erba falciata, morta, ché l’orgoglio è cosa da soffocare.

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Als wir allein waren, David A. Robertson, Julie Flett – Little Tiger Verlag, Gifkendorf, 2020

David Alexander Robertson sceglie questi tre esempi banali ma molto sottili, di cui ogni bambino ha esperienza, per raccontare in modo semplice il concetto di libertà e sopruso. Nato e cresciuto a Winnipeg in Canada è oggi autore trasversale per bambini, ragazzi e adulti e membro della Norway House Cree Nation ovvero fa parte di un’etnia così detta minore, la sua famiglia appartiene ai nativi canadesi delle Prime Nazioni. Popoli che hanno subito soprusi, violenze, a cui sono state sottratte le terre, i bambini, la lingua e la propria cultura, che passava anche attraverso abiti dai colori sgargianti e festosi e dai capelli lunghi e lisci, che fanno sentire forti e orgogliosi, segno distintivo di appartenenza, tradizione passata da donna in donna da madre in figlia. E lo fa raccontando, con massima cura, tenera soavità, di un pomeriggio passato con la nonna.

Una Kókom (nonna in cree) che indossa abiti colorati, un golfino viola sopra un’ampia gonna a grandi disegni rossa e arancione, dei calzetti rosa intenso. Gli ancora lunghi, lunghissimi capelli neri, acconciati in una lunga treccia sono per la piccola Nósisim (nipote) come un ramo rampicante. Così in un pomeriggio che profuma di abitudine, tra giardino e orto, una bambina domanda alla nonna il perché di quegli abiti così luminosi dai tessuti ben disegnati, il come di una treccia così lunga ancora, il perché di tanto tempo passato con lo zio a parlare fitto, fitto, a guardarsi negli occhi e prendersi le mani. Così una nonna che era stata una bambina a cui si era cambiato d’abito, tagliati i capelli, parlato in un’altra lingua, separato prima dalla famiglia e poi da suo fratello, racconta ad altezza bambino ciò che mai aveva avuto il coraggio di raccontare. Inginocchiate a sistemare un’aiuola, ravvivando il terriccio, sradicando le erbacce, rimuovendo i fiori secchi. Sorseggiando del buon té caldo chiacchierando amorevolmente. Non più sola, tra ricordi del color della terra e un oggi nuovamente colorato e con la sua famiglia. Ci sono modi gentili per parlare anche degli argomenti più difficili ai bambini.

Quando eravamo soli, pone l’accento sull’identità, sull’espressione di sé e sull’esperienza, vuole portare a riflettere in modo non traumatico sulla perdita della propria identità che passa per i capelli, dai vestiti, dalla propria lingua e dal vivere nella propria comunità.

copertinaTitolo: Als wir allein waren
Autore: David A. Robertson, illustratore Julie Flett, traduzione dal francese Christiane Kayser
Editore: Little Tiger Verlag, Gifkendorf, Germania 2020
Prima edizione Highwater Press, Winnipeg, Manitoba, Canada 2016
Dati: 2020, 40 pp, lingua tedesco

La voce di carta

Ascolta chi sei, dice il sottotitolo dell’ultimo romanzo di Lodovica Cima, e pare un invito anche per chi legge. Una voce sussurrata che ricorre spesso a richiamare la giovanissima protagonista, Marianna, a se stessa, a quanto di forte in essa ci sia, a quante risorse abbia.

Perché gli adulti in principio paiono non ascoltarla, la sua voce, tutt’altro. Arrivato il momento, la stagione giusta, la mettono a parte del viaggio che dovrà compiere, della nuova vita che dovrà affrontare, lontano dalla casa che le è familiare, dai fratelli, dai genitori. Per lavorare a Lecco, giovanissima, ingenua, fragile, povera. Marianna deve andare a lavorare in una cartiera e sarà ospite in un convitto di suore, tutto quello che guadagnerà dovrà spedirlo a casa. Lei è frastornata, impaurita, eppure dispone se stessa alle nuove contingenze e cresce. Sin dall’istante in cui monta sul carretto che l’accompagna a Lecco, cresce.

Anche la zia Ada aveva abbandonato la cascina di campagna per la vita di città ma non per obbedire alla volontà paterna, piuttosto per sfuggirle, alla ricerca di una vita dissoluta per i più, libera per sé e per Marianna. È sua la voce che sussurra alla ragazza di restare vigile, accogliente, di preferire le reazioni di pazienza a quelle irose, di prendere al volo le occasioni con intraprendenza, senza risparmiarsi, di cercare con determinazione le strade verso la libertà, la coscienza di sé. È la zia Ada, forse, che parla; è Marianna.

Dopo l’arrivo a Lecco trionfa il bianco. Bianco è il colore della carta, bianco è il colore degli stracci sudici che la generano, persino di quelli. Bianchi sembrano i pensieri, lucidi e trasparenti come certi fogli e certe limpide sensazioni, d’amicizia, d’amore. Porosi, vellutati al tatto, come certi fogli e certe determinazioni che portano una ragazza di campagna, sul finire dell’Ottocento a un’avventura quotidiana di formazione e crescita.

Marianna scrive e prima di allora impara, faticosamente, a farlo, e così facendo scrive di suo pugno, sulla carta che ha faticosamente contribuito a creare, da sola, la propria esistenza.

Una storia ben narrata, dal lessico accogliente, un romanzo di formazione che consiglio a ragazze e ragazzi dai 10 anni in su.cop

Un gioco da ragazze

Un gioco da ragazze. Che poi sono tre, piccine per l’età, ragazze per l’intraprendenza fantastica. Due gemelle e la loro cugina in visita a casa della nonna, una volta d’autunno, un’altra d’estate. Arrivano che è mattina, per andar via che è sera, dopo esser state nella giungla, in barca ed essersi esibite in capriole spettacolari sulla pista di un circo.

Un gioco da ragazze, di Alessandra Lazzarin, 2020 Orecchio Acerbo
Un gioco da ragazze, di Alessandra Lazzarin, 2020 Orecchio Acerbo

In barca riesci ad andare se il vento è in poppa, riesci ad andarci perbene; e se le vele sono robuste. Bisogna fissarle e tenderle, ci vuole forza, organizzazione. Quelle perfette, che raccolgono tutti i soffi possibili per raggiungere mete lontane, la sera possono anche far da lenzuola, volendo. Basta un ‘oplà!’.

Un gioco da ragazze, di Alessandra Lazzarin, 2020 Orecchio Acerbo
Un gioco da ragazze, di Alessandra Lazzarin, 2020 Orecchio Acerbo

Gioca al gioco dell’immaginazione, Alessandra Lazzarin, e lo fa con un tratto delicato e tenue che si sposa bene con una palette di colori brillante e vivace.  Anche l’acquerello fa bene il suo in questa storia che mescola la fantasia con la realtà, valicandone i confini. Il colore pare agire audacemente, fino a quando non incontra il tratto della matita che lo contiene, dandogli corpo e forma. Proprio come avviene con le bambine, che nel raccogliere mucchi di foglie secche, in autunno, valicano il confine del cortile di casa della nonna per ritrovarsi in un bosco del quale si percepisce l’incanto non tanto per il proliferare di animali selvatici, ma nello sguardo delle tre, che quegli animali selvatici leggono docili.

Un gioco da ragazze, di Alessandra Lazzarin, 2020 Orecchio Acerbo
Un gioco da ragazze, di Alessandra Lazzarin, 2020 Orecchio Acerbo

Scene quotidiane che divengono vividi scenari immaginari e un’ultima che chiude la narrazione, nella quale eravamo entrati con una capriola, mescolando i due piani.

Un gioco da ragazze, di Alessandra Lazzarin, 2020 Orecchio Acerbo
Un gioco da ragazze, di Alessandra Lazzarin, 2020 Orecchio Acerbo

La vena narrativa delle giornate trascorse a casa coi nonni è sempre feconda, Alessandra Lazzarin l’aveva già esplorata con il suo lavoro d’esordio “Grilli e rane“, illustrando le mie parole di avventura, tempo libero di trascorrere senza intralci, libertà. Mi pare di scorgere in “Un gioco da ragazze” gli stessi occhi felici.


cop_un_gioco_da_ragazzeUn gioco da ragazze, di Alessandra Lazzarin, 2020 Orecchio Acerbo

 

 

 

 

Hai la mia parola

Con ‘hai la mia parola’ si intendono più cose. È, per cominciare, una dichiarazione di fedeltà, è un giuramento, di quelli che raramente si infrangono, perché solo a dirlo la consapevolezza della serietà dell’impegno è un sigillo. È una dichiarazione d’amore: tu che mi ascolti sai che qualsiasi cosa io dirò lo farò anche per te; se sarai fragile, dirò parole forti, se sarai avventata ne dirò di caute. Io per te. Oppure a parti invertite potrebbe intendersi come se qualsiasi cosa io possa dire è tua, riflette un tuo pensiero.

Infine, se a parlare è una sorella e ad ascoltare è l’altra, e si sostengono e amano a vicenda allora ‘hai la mia parola’ è la frase perfetta per descriverne il legame ed è un titolo altrettanto calzante per un romanzo che sulla parola e la consapevolezza del suo uso si innesta e cresce.

HAI-LA-MIA-PAROLALe due sorelle si chiamano Nera e Mariagabriela, ma di Nera nessuno dice a voce alta il nome, la chiamano la zoppa, la storta, piuttosto. Mariagabriela è bellissima e mite, la vita all’aria aperta però l’ha resa robusta, forte, le sue radici di bambina orfana di madre e figlia di contadini, invece, la rendono socialmente fragile e quindi preda perfetta per i soprusi dei vili. Nera ha imparato a leggere, ciò l’ha resa consapevole e ribelle, capace di usare le parole per difendersi, come una risorsa per sfuggire alle angherie, per salvare, dalla sorte disgraziata cui pare destinata, la sorella.

Ci sono una matrigna crudele e ottusa, un padre debole e manipolabile; c’è la povertà che tutto ammanta di disperazione e limita le scelte. E infine l’amicizia, l’amore, i legami tra i deboli che diventano catene resistentissime capaci di rivalsa. È una fiaba drammatica e perfetta, con la forma del romanzo. Anche i capitoli girano attorno alle parole e da esse si muovono, una parola, un titolo, per ogni lettera dell’alfabeto e tre parti che sembrano andare in direzioni diverse e infine tutte in una convergono, ‘hai la mia parola’, per sempre.

Nera si muove per le terre di un’isola aspra, che è la Sardegna, con un amico fedele e dei compagni animali (una capretta e un gatto) che vivono con essi d’amore e gratitudine; fa delle parole e della sua capacità di narrarle la propria salvezza, dando luogo a una protagonista indomita e fiera, capace di grandi slanci d’amore, di sacrifici, di coraggio.

Un romanzo avventuroso e pieno, capace anche di un finale non scontato.

Kolysanka na cztery, Ninna nanna per quattro

Kolysanka na cztery, letteralmente Ninna nanna per quattro, è una ninna nanna scandita da quattro tempi: uno, due, tre e quattro.

Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska - Wydawnictwo Wolno, 2018
Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska – Wydawnictwo Wolno, 2018

È giunta l’ora, come sempre puntuale anche in questo giorno, tutto si predispone a quel momento, al sonno: si prepara la camera ad accogliere un bambino, ogni suo angolo è tranquillo nessuno lo disturberà, è un luogo sicuro. Non è più tempo di suonare e le corde del violino si zittiscono. L’amico cane porta un libro, la storia della sera, lo regge con delicatezza tra le sue fauci e poi, dopo che il bambino lo ha preso, sbadiglia vigorosamente stirandosi.

Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska - Wydawnictwo Wolno, 2018
Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska – Wydawnictwo Wolno, 2018

Il letto è pronto e le pantofole sono vicine, in ordine. Anche il tavolo è in ordine e le ruote dell’automobilina giocattolo hanno smesso di stridere e anche il suo pilota è impegnato in un grande sbadiglio. Le zampe del cane riposano finalmente, dopo tanto correre e saltare sul suo cuscino fresco e morbido, nell’angolo della camera scelto per lui, le allunga come per rilassarle, prima di sistemarsi su un fianco e, con uno sbuffo, addormentarsi.

Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska - Wydawnictwo Wolno, 2018
Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska – Wydawnictwo Wolno, 2018

Allora anche il bambino si sdraia nel suo letto, legge un poco il libro portatogli dal suo amico cane, nella sua piccola testa spunta qualche domanda, quelle che sorgono solo la sera, quando la vista s’appanna e la palpebre non hanno più la forza per stare su: quanti angoli ha il libro? Come la coperta, naturalmente. E quanti il cuscino? Come il libro, hanno la stessa forma. Uno sbadiglio spalancato – uno, due – e poi la coperta si arrotola, si accomoda al corpo del bambino come a chiudersi su di esso, per avvolgerlo in un abbraccio, anche il libro si chiude – tre e quattro – così come gli occhi e le orecchie che finalmente riposano senza ascoltare più né rumori né suoni. La stanza si addormenta. E il gioco è fatto!

Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska - Wydawnictwo Wolno, 2018

Il testo brevissimo, sostenuto da illustrazioni che alternano parti tracciate a riga e squadra a parti in collage per lasciare bambino e cane in morbida matita, scandisce un ritmo che va dall’uno al quattro, come una formula magica, un ritornello ipnotico, una cantilena per chi è abituato a cantare per far addormentare i propri bambini, che induce al sonno. L’ambientazione gioca tra reale e surreale, le prospettive cambiano i punti di vista di doppia pagina in doppia pagina così che è come girare attorno ad una scatola, guardare da fuori dentro la finestra, scoperchiarla e guardare dall’alto, entrare per guardare fuori, abbassarsi per guardarsi negli occhi. Così la prima illustrazione svela il gioco. Un cane scodinzola entrando in una porta socchiusa, il pavimento è di legno e le pareti sono bianche, la prospettiva inganna l’occhio che vede una camera in una casa ma questa camera ha il tetto e al suo interno, sulla scrivania è appoggiata una scatola che mostra il coperchio alzarsi e una finestra in tutto uguale a ciò che da fuori stiamo osservando.

Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska - Wydawnictwo Wolno, 2018
Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska – Wydawnictwo Wolno, 2018

Le poche cose disegnate, il tavolo, il rettangolo del letto, la cassettiera, potrebbero essere gli oggetti di una casa di bambola, un gioco interrotto per prepararsi al sonno, in una camera del tutto identica al gioco. Una scatola nella scatola dove ognuno ha la sua storia e trova il suo sbadiglio: sbadiglia il cane, la bambola che guida l’auto, il signore nel quadro accanto al mulino appoggiato sulle nubi con le pale ormai silenziose come quello che si vede al di là della finestra, sbadiglia il bambino. A poco a poco tutto tace esattamente come dentro alla scatola: le corde del violino zittiscono, le zampe del cane si rilassano, le gambe del tavolo, non più sospinto e tirato, trovano finalmente un posto, le ruote dell’auto quietano la loro corsa, le pale del mulino il loro ronzio.

Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska - Wydawnictwo Wolno, 2018
Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska – Wydawnictwo Wolno, 2018

La porta si chiude come gli occhi del bambino. E in una busta di un bel cartoncino dal morbido color avorio dove è stata disegnata è aperta una finestra, la stessa della casa uguale a quella della scatola, scivola il libro che trova il suo posto, anche a lui la sua scatola. Quel che appare alla finestra è il bambino che suona il violino guardando una frasca fuori dalla finestra. Che sia mattino o poco prima di dormire, che batta l’uno o il fatidico quattro sta al lettore immaginarlo.

Titolo: Kolysanka na cztery
Autore: Iwona Chmielewska
Editore: Wydawnictwo Wolno, Lusowo, Polonia 2018
Dati: 2018, 40pp, rilegatura a punto metallico, lingua polacco, 11,22€

Bastano cinque ciliegie

Bastano cinque ciliegie, Vittoria Facchini - Terre di Mezzo, 2020

Bastano, bastano davvero. Col tempo giusto, lo spazio giusto. Che poi sono quelli che ciascuno di noi si prende, sceglie per sé. Quindi bastano, davvero e sempre.

Bambini, guardate!
Le prime ciliegie dell’albero piantato da papà.

Cinque per te e cinque per te, eccole qua.

“Bastano cinque ciliegie” comincia così, con una mamma che distribuisce una manciata di frutti ai propri bambini, cinque ciascuno; o meglio comincia ancor prima, quando sulla prima sguardia una distesa di fiori soffici, profumati, disvela solo in parte il volto sereno e sorridente della mamma e i primi giochi dei bambini. E poi i frutti, rossi, tondi, brillanti e pieni, dai piccioli lunghissimi, resistenti a ogni gioco, ogni pensiero.

Bastano cinque ciliegie, Vittoria Facchini - Terre di Mezzo, 2020
Bastano cinque ciliegie, Vittoria Facchini – Terre di Mezzo, 2020

E le mani che si fanno strumento per lanciare, portare, accompagnare intrecciare giochi, presente, fantasia e ricordi.

Le pennellate sono dense e piene, un tratto corposo e dinamico che segue la narrazione, pagina dopo pagina, e cambia tono, ammorbidendosi sulle tracce delle idee, delle trovate dei bambini, adattandosi alla nostalgia come alla gioia, ai momenti di stanchezza come a quelli di frenesia.

Bastano cinque ciliegie, Vittoria Facchini - Terre di Mezzo, 2020
Bastano cinque ciliegie, Vittoria Facchini – Terre di Mezzo, 2020

I bambini sono due ma sulle prime li ho pensati come se fossero uno solo, che un solo bambino parlasse di tanti e diversi, così come un solo bambino fosse portatore ed espressione di tutti i momenti tanti e diversi di ogni quotidiano, di ogni pomeriggio passato nell’orto, nel salotto di casa, o mattina sotto a un ciliegio.

I due bambini sono vestiti in maniera molto simile e sembrano avere la stessa età, distinti solo dalle scarpe e dal nastro con il quale giocano, sono allo stesso tempo due persone a sé stanti, proprio come due ciliegie nate e pendenti da uno stesso picciolo.

Bastano cinque ciliegie, Vittoria Facchini - Terre di Mezzo, 2020
Bastano cinque ciliegie, Vittoria Facchini – Terre di Mezzo, 2020

Condividono lo stesso numero di ciliegie, hanno la stessa mamma e un comune senso di nostalgia, che li induce a socchiudere gli occhi e allungarsi il più possibile, tendendo le mani, per mandare pensieri e doni a quel papà che si intuisce assente e al quale devono la bellezza dei frutti coi quali giocano, il loro rosso, il loro tondo sapore dolce.

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Bastano cinque ciliegie, Vittoria Facchini – Terre di Mezzo, 2020

Ho avuto il piacere di intervistare Vittoria Facchini per la mia libreria, Il Giardino Incartato.

Il tesoro di Nina

Il tesoro di Nina è uno degli albi finalisti della sesta edizione del Silent Book Contest – Gianni De Conno Award 2019, primo concorso internazionale dedicato al libro senza parole promosso, tra glia altri, da Carthusia Edizioni che per gli albi selezionati ha ideato una collana dedicata.

L’autrice, Sonia Maria Luce Possentini è illustratrice, pittrice. Nelle sue opere, nei suoi libri crea, con l’equilibrio che ne caratterizza lo stile, poetico ed evocativo, storie che illuminano la realtà delle piccole cose, rivelandone la grandezza.

Il tesoro di Nina, di Sonia Maria Luce Possentini - 2020, Carthusia
Il tesoro di Nina, di Sonia Maria Luce Possentini – 2020, Carthusia

Il tesoro di Nina è un albo che saltella con grazia e leggerezza di scalpiccio di piedini sul bagnasciuga, per poi fermarsi, distrarsi mollemente a smuovere la superficie della sabbia e indugiare su quello che c’è, potrebbe esserci, al di sotto di essa.

In una delle prime tavole Nina indica un gabbiano, teso con un tratto deciso a tagliare l’aria, è l’immagine che introduce al senso dell’albo intero: questo ditino che punta verso una cosa meravigliosa, qual è un uccello in volo, lascia spazio a diverse domande che inducono e si radicano nella meraviglia.

Il tesoro di Nina, di Sonia Maria Luce Possentini - 2020, Carthusia
Il tesoro di Nina, di Sonia Maria Luce Possentini – 2020, Carthusia

La stessa immagine mi porta al pensiero di questa bambina ritratta sempre in movimento, anche quando questi ultimi sono lievi, piccoli movimenti di sguardi, di bocca, di mani e piedi in un contesto che sembra immobile pur muovendosi e lo fa non tanto per il mare, che rimane nonostante questa mia percezione, uno dei protagonisti principali: ciò che si legge di più è il vento, l’aria, il movimento del vento sulle cose che crea altro movimento e che genera la narrazione.

Il tesoro di Nina, di Sonia Maria Luce Possentini - 2020, Carthusia
Il tesoro di Nina, di Sonia Maria Luce Possentini – 2020, Carthusia

Si tratta di un albo gioioso in cui l’infanzia è protagonista e invita a prendersi il proprio tempo, per socchiudere gli occhi o spalancarli e fermarsi, tutto il tempo che si desidera, per averne per trovare bellezza, sorrisi, tesori.

Il Tesoro di Nina di Sonia Maria Luce Possentini, Carthusia Edizioni – 2020, 19,90 €, 36 pp.

Gli zoccoli delle castagne (Read Red Road, 2020)

Gli zoccoli delle castagne

di Barbara Ferraro
Illustratore: Sonia MariaLuce Possentini
Editore: Read Red Road

Dati: 2020, 64 pp., 14,00 €
ISBN 978-8894444384


Lina, ha 10 anni, vive in una Calabria rurale e contadina. Un giorno di ottobre parte per andare a raccogliere le castagne. La sua vita, ancora non lo sa, sta per cambiare. In una natura selvaggia, a volte ostile, altre accogliente, il gioco e le risate si mescolano al lavoro duro e lasciano piano piano il posto alla fatica. Era il tempo delle castagne e dopo il raccolto, lontano da casa, Lina torna cresciuta. È cambiata. Una storia realista che mescola il profumo della terra alle lotte di classe, l’anelito alla libertà con il desiderio di crescere e scoprirsi grandi.

Il testo di Barbara Ferraro procede in maniera ritmica e decisa come la stagione che racconta. Le illustrazioni di Sonia Maria Luce Possentini completano la narrazione con tocchi di colore vivi e pulsanti: gli sguardi, i volti, i luoghi – nella luce imperiosa della natura – si tingono di magia. Una storia per ricordarci chi siamo e da quale paese veniamo.

Età di lettura: da 11 anni.


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