E se…?

E SE...?, di Anthony Browne - 2020 Camelozampa

Anthony Browne racconta storie che sempre si dipanano sul sentiero dell’irrequietezza, giocando coi toni, col timbro delle voci, con la luce e la sua assenza. Tra queste pagine i passi di mamma e bambino sembrano risuonare nel buio già pesto della sera, si percepisce lo scricchiolio delle suole sul marciapiedi di questa che si intuisce una periferia cittadina. Si cerca l’indirizzo giusto, quello che aprirebbe le porte a una festa ma si incappa in spaccati di vita, si sbircia in momenti privati, velocemente, solo per rendersi conto se si è nel posto giusto o meno, ma in tempo per veder concretizzare oltre ogni finestra una delle decine di ipotesi catastrofiche che sgomitano nella mente del bambino: E se…?

E SE...?, di Anthony Browne - 2020 Camelozampa
E SE…?, di Anthony Browne – 2020 Camelozampa

Joe è preoccupato, labbra serrate, capo un po’ chino, rigido, come se risentisse della pressione che le mani stanno operando sul pacchetto regalo, strette. Il piede destro pronto a partire ma non del tutto staccato da terra, esita. Joe vorrebbe andare alla festa cui è stato invitato, ma è preoccupato, e la sua preoccupazione si fa ombra talmente ingombrante da superare il margine dell’illustrazione, strisciare su tutta la pagina, fino al suo limite.

E SE...?, di Anthony Browne - 2020 Camelozampa
E SE…?, di Anthony Browne – 2020 Camelozampa

È il crepuscolo, ma l’albo si apre con molto colore. L’immagine di Joe ne è piena. Poi si passa all’ombra con tutti i dubbi che porta con sé: E se…?

E se alla festa ci fosse qualcuno di sconosciuto?, si chiede Joe; sarebbe il momento giusto per fare nuove amicizie, gli risponde, rassicurante, la madre. E Joe prontamente ribatte: “Non se sono TREMENDE!” E qui, in questo esatto momento, incomincia il gioco dell’alternanza campo lungo/campo corto nell’altra serie di ipotesi che accompagna quelle esplicite di Joe: sarà quella la casa di Tom?

E SE...?, di Anthony Browne - 2020 Camelozampa
E SE…?, di Anthony Browne – 2020 Camelozampa

Come fosse una macchina da presa lo sguardo, di Joe e di sua madre, si acuisce per passare dall’ipotesi del campo lungo, all’evidenza del campo corto. E sì, sono tremende le persone che lo sguardo inquadra: orecchie a punta, piccole antenne carnose e basi delle lampade munite di denti affilati; brutti cipigli e un’evidente tendenza a trascurare il proprio animale da compagnia dagli occhi tristissimi.

E SE...?, di Anthony Browne - 2020 Camelozampa
E SE…?, di Anthony Browne – 2020 Camelozampa

Alla preoccupazione di Joe sulla presenza di tante persone risponde un’elefantiaca e grigia solitudine. Mentre nella tavola successiva Anthony Browne, in un surrealismo parossistico, cita Lewis Carroll, come aveva esplicitamente già fatto in Willy The Dreamer, mettendo un sorridente Humpty Dumpty nel portauovo di una tavola male imbandita.

Si percepisce l’inquietudine del bambino nel momento in cui il suo sguardo incontra e raffigura un contesto da festa dell’orrore à la Bruegel. La prospettiva cambia invece quando la via d’accesso alla casa degli altri piuttosto che la finestra è la porta. Una porta che si apre, sorrisi che accolgono. L’ansia di Joe si dissipa e trasfonde nell’animo della madre che ritorna sui suoi passi in preda ai dubbi. Non sappiamo come abbia trascorso quelle ore di festa la mamma di Joe, quel che vediamo è un luminosissimo Joe, stavolta senza ombre a segnare il passo e l’allegria, sorridente, al suo ritorno.

copertinaTitolo: E SE…?
Autore: Anthony Browne (traduzione di Sara Saorin)
Editore: Camelozampa
Dati: 2020, 36 pp., 16,00 €

Cerfoglio

Il Cerfoglio dei prati è un’erbetta selvatica che nei miei ricordi profuma dolcemente di zucca. Lo riconosco sulle sguardie di questo albo edito da Lupoguido che affonda le sue belle radici di penna e di pennelli nel secolo scorso, e il mio sguardo, da sempre interessato ai fiori e alle erbe selvatiche, indugia su queste due pagine lisce, morbide, luminose. Sono sguardie e proteggono la storia che dopo di loro sempre viene, ma sono anche il suo indice.

La pagina cui rimanda il Non ti scordar di me è l’incipit.

Cerfoglio, di Ludwig Bemelmans - 2020, Lupoguido
Cerfoglio, di Ludwig Bemelmans – 2020, Lupoguido

 

Sulla pagina di sinistra il Non ti scordar di me che fa da titolo, un blocchetto di testo che non lo è ma sembra poesia, in cui ciascuna riga ha per protagonista un elemento e già di per sé racconta.

Su quella di destra una tavola che, così come ha già fatto il testo, anticipa le sorti della storia e ugualmente racconta, muovendo il filo della narrazione su quattro diversi piani. In primo piano un pino maestoso, talmente immenso da poterne rappresentare solo una piccola parte, poi in secondo piano una rupe, rocciosa e brulla; quindi la valle, e dietro e sopra di essa, per ultimo, il cielo. Il sole, schiacciato e giallo, illumina d’oro il protagonista, abbarbicato alla rupe, che di quella luce risplende, poetico.

Quando spuntò, il vecchio pino, tese i suoi piccoli rami verso il cielo. Tutto intorno a lui, emozionate, le viole mammole paiono inchinarsi, le campanule trillare, le lepri, tremanti, s’abbracciano, i cervi tendono le orecchie mentre discosto, appollaiato su un ramo un gufo fa, per l’occasione, le ore piccole e una lumaca, quasi più grande di lui, tende le antenne e gli occhi.

Questa che ho appena considerato è stata scelta anche come illustrazione di copertina, perché è effettivamente ritratto del momento in cui tutto può succedere, tutto, o quasi, è ancora da scrivere. Ha una cornice, fatta di insettini rossi tutti l’uno diverso dall’altro. È la foto ricordo, quella che entra nell’album.

Cerfoglio, di Ludwig Bemelmans - 2020, Lupoguido
Cerfoglio, di Ludwig Bemelmans – 2020, Lupoguido

Ma non sempre tutto va nella direzione immaginata, questo è il caso in cui s’accinge ad andare, per quanto non sembri, esattamente in quella sperata: il pino prende coscienza dell’essere nato sul ciglio di un burrone. Non sarebbe stato affatto semplice crescere lì, avrebbe dovuto lottare. Ma l’importante è esserne coscienti, e caparbi. E allora, nel capitolo intitolato dalle violette mammole, in un trionfo di piani sovrapposti, il nostro sguardo si fa largo tra i tronchi degli alberi maestosi, le cui radici affondano nella terra nutriente e ferma, e lo si intravede, riverso, curvo, come accartocciato, proteso verso terra, per scelta, per intelligenza, per spirito di sopravvivenza, ben ammantato della luce rossa e intensa del tramonto che tinge con linee piene anche i contorni delle montagne e poi, infine, ancora, il cielo.

Cerfoglio, di Ludwig Bemelmans - 2020, Lupoguido
Cerfoglio, di Ludwig Bemelmans – 2020, Lupoguido

Intanto gli alberi attorno a lui vengono abbattuti, diventano altro, si allontanano dalla foresta. Lui resta, curvo, perfettamente curvo per accogliere Cerfoglio, un cervo che l’ha scelto come tana, rifugio sicuro per sé e i suoi piccoli. Insieme crescono, invecchiano. Il cervo mangia il dolce cerfoglio dal profumo di zucca che cresce attorno al vecchio pino e tutto sembra scorrere tranquillo, quando la linea retta di un fucile interviene a tagliare a metà l’illustrazione, a mettere un freno al tempo sereno. Al di sotto del fucile un indistinto grigiore di ombre e il volto di un cacciatore. Il bosco si percepisce ma la sua vitalità è spenta, pare ammuffita; al di sopra il vecchio pino, ormai spoglio, a proteggere il verde, il giallo dei denti di leone, dei ranuncoli, dell’erba zolfina e Cerfoglio.

Cerfoglio, di Ludwig Bemelmans - 2020, Lupoguido
Cerfoglio, di Ludwig Bemelmans – 2020, Lupoguido

Non c’è pietà per il cacciatore che non ne ha, non ce n’è nemmeno un nonnulla. Di lui s’immagina il destino, ma tant’è. Magari no, magari è un altro.

Una splendida storia di Ludwig Bemelmans, di resilienza e amicizia, raccontata senza patetismi, senza edulcorazioni,  che aspettavamo dal 1953.

Cerfoglio, di Ludwig Bemelmans - 2020, Lupoguido
Cerfoglio, di Ludwig Bemelmans – 2020, Lupoguido

cerfoglioTitolo: Cerfoglio
Autore: Ludwig Bemelmans (trad. Gabriella Tonoli)
Editore: Lupoguido
Dati: 2020, 44 pp., 17,00 €

Miles of Smiles

Quando si dice dona un sorriso o basta un sorriso! Un bel sorriso è sufficiente per creare un effetto domino, una catena particolare fatta di sorrisi perché un sorriso donato dona felicità a chi lo riceve, è un regalo, un toccasana, e pone la persona, sia essa bambino o adulto, nella situazione di desiderare di donarne un altro. Così i sorrisi si allungano, a volte sino a diventare molto lunghi! Chilometri di sorrisi!
Quanto può viaggiare lontano un sorriso? Il gioco è svelato nel titolo, nei risguardi il lungo percorso di un sorriso. Il primo sorriso parte una bella mattina di primavera da un tranquillo quartiere residenziale, casette piccole e colorate, accostate una all’altra o cresciute su di un prato fiorito. La scuola, lo stadio, il ristorante, qualche ufficio, i vicini e le relazioni tra di loro. Fiori bianchi a punteggiare giardini e aiuole e alberi dalle ricche e verdissime foglie.

Miles of Smiles, di Karen Kaufman Orloff, Illustrazioni di Luciano Lozano -Sterling Children’s Books
Miles of Smiles, di Karen Kaufman Orloff, Illustrazioni di Luciano Lozano -Sterling Children’s Books

In casa, mentre una bimba in tutù rosa e coroncina prova il passo di danza per il pomeriggio già di prima mattina, Baby tutto rotondo, tra le sue braccia sorride alla mamma. La mamma coglie quel momento e trattiene per sé, un poco solo per sé, il bel sorriso di Baby prima di donarlo alla maestra, Mrs Glass, assieme a un mazzetto fiorito e odoroso. Grata, Mrs Glass regalerà quel sorriso alla sua classe. Lo stesso sorriso, accompagnato da un ottimo voto sul foglio che Mrs Glass gli sta porgendo, fa sorridere Sebastian che felice lo porterà alla sua squadra.

Miles of Smiles, di Karen Kaufman Orloff, Illustrazioni di Luciano Lozano -Sterling Children’s Books
Miles of Smiles, di Karen Kaufman Orloff, Illustrazioni di Luciano Lozano -Sterling Children’s Books

È cominciato il viaggio del sorriso di Baby, di bocca in bocca, di situazione in situazione, di persona in persona. Da Roberto all’allenatore un po’ sconsolato per il risultato della squadra, dall’allenatore a Valerie che si è fatta male, da Valerie alla nonna, dalla nonna all’operatore ecologico, da lui al suo capo che lo donerà al cameriere, la sera a cena, che lo restituirà a Shane per il suo compleanno e Shane al nonno e il nonno… il nonno alla nuova vicina, cotonata e fiorata, appena arrivata, accompagnato da un grandissimo mazzo di fiori e da un biglietto di benvenuto. Lei, a sua volta, lo chiuderà in una busta per inviarlo a Jen, la sua nipotina che abita lontana, qualche casetta un po’ più in là, e che è malata ma che non rinuncerà alla sua corsa dopo aver trovato un sorriso così luminoso è incoraggiante nella cassetta delle lettere.

Jen lo porterà ai cuccioli abbandonati e quel cucciolo… quel cucciolo saltando, abbaiando e lanciando leccatine da lontano farà tornare il sorriso sulle labbra di Baby che sino a poco prima era molto contrariato. La giornata è stata lunga. I sorrisi pare abbiano fatto il giro del mondo, hanno consolato, premiato, scaldato il cuore, portato felicità e altri sorrisi per darsi poi appuntamento alla grande festa del quartiere che si svolge solo un po’ più in là, nel giardino della scuola con l’erba rasata per l’occasione, e tutti i vicini con un lungo e radioso sorriso stampato in viso! Chilometri di sorrisi!

Luciano Lozano è autore, grafico e illustratore spagnolo, i suoi lavori appaiono su numerose riviste internazionali e ha quella mano particolare di chi ha disegnato moda o si è occupato di illustrazione editoriale. La mamma di Baby è una bellissima donna, capello corto alla francese, foulard tra i capelli, jeans stretto a mezzo polpaccio, una Gucci al braccio. È, anche se solo illustrata, molto elegante e spicca tra le pagine. Così come spicca l’infanzia ma non certo per gli stessi motivi.

Molti sono i bambini raffigurati nelle pagine dell’albo ma neppure Baby, il più piccolo di tutti, intenerisce per bellezza. Sua sorella è la classica bimba tondetta che aspira alle scarpette a punta, vive in tutù e il suo viso è meravigliosamente rotondo. Così gli altri. Chi con gli occhiali, chi con le lentiggini, chi con i capelli tagliati a zero con ciuffo. È un’infanzia, quella disegnata da Lozano, non perfetta ma in divenire, che intenerisce. Intenerisce la sorella di Baby nel suo trench giallo, perfetto, lo si intuisce di sartoria, accanto a una mamma così elegante lei, paffutella in rosa con tutù e coroncina: è l’infanzia che sogna. Irregolare. Come la compagna con il viso troppo largo e quel sorriso che dice di denti da cambiare e mandibola da formare. È un’infanzia reale, abbozzata. Qualcosa in divenire. Ma spumeggiante e soprattutto sorridente! Chilometri e chilometri di sorrisi!

IMG-5466Titolo: Miles of Smiles
Autore: Karen Kaufman Orloff
Illustrazioni: Luciano Lozano
Editore: Sterling Children’s Books, New York, USA
Dati: 2016, 32pp, lingua inglese, US$ 14,95

L’ospite inatteso

L’ospite inatteso, di Antje Damm - 2019, Terre di Mezzo

L’ospite inatteso di Antje Damm, pubblicato da Terre di mezzo e tradotto da Giulia Genovesi, è un albo nelle cui  prime pagine trionfa un ombroso virato seppia, sebbene in certi punti delle tavole ci siano dei tocchi di luce che lasciano presagire un’evoluzione della storia verso il colore, libera dai toni impastati del grigio che nasce da Elsa stessa, la protagonista, e al contempo la affligge.

L’ospite inatteso, di Antje Damm - 2019, Terre di Mezzo
L’ospite inatteso, di Antje Damm – 2019, Terre di Mezzo

Elsa è una signora dai capelli raccolti in due crocchie sui lati, che beve il tè da sola, in una casa buia in cui la luce sembra restare all’esterno, non riuscendo a penetrare attraverso le finestre nonostante siano trasparenti. Ci si presenta in abito da casa e ciabatte, lo sguardo e pensoso. Sembra triste; Elsa ha paura di tutto.

L’ospite inatteso, di Antje Damm - 2019, Terre di Mezzo
L’ospite inatteso, di Antje Damm – 2019, Terre di Mezzo

Antje Damm ha ritagliato Elsa, poi ha completato la casa con mobili e arredi di cartone e quindi l’ha fotografata. Di tenerla pulita e in ordine si occupa Elsa, lo fa ogni giorno. Elsa  è un ritaglio triste di carta, bianco a quadretti neri e si muove in un contesto che  è tridimensionale, profondo, all’interno del quale, un giorno all’improvviso, dallo spiraglio lasciato aperto di una finestra, entra un aeroplanino di carta azzurra. Il giallo intenso dell’esterno, visibile solo attraverso le finestre di Elsa, ha aperto un varco a questo strano oggetto di cui Elsa ha tremendamente paura. Talmente tanta da bruciarlo. Ciononostante, durante la notte, Elsa non riesce a dormire tormentata dagli incubi e ossessionata dal terrore. Fino a quando, l’indomani, qualcuno bussa alla sua porta e lei, aprendo con lo sguardo arcigno di chi non vuol esser disturbato,  si ritrova di fronte un bambino, il legittimo proprietario di quell’invadente oggetto azzurro.

L’ospite inatteso, di Antje Damm - 2019, Terre di Mezzo
L’ospite inatteso, di Antje Damm – 2019, Terre di Mezzo

Al bambino dai vestiti dai colori sgargianti scappa la pipì, Elsa gli indica il bagno e lui si lascia dietro una scia di colore sempre più lunga. Ad ogni suo passo la casa di Elsa si tinge di nuovo, improvviso, inatteso, di qualcosa di non più tanto spaventoso. Il bambino curiosa, e man mano che il suo sguardo si posa sulle cose, esse si tingono, la stessa Elsa si colora quando comincia a giocare con lui, a leggerli delle storie

L’ospite inatteso, di Antje Damm - 2019, Terre di Mezzo
L’ospite inatteso, di Antje Damm – 2019, Terre di Mezzo

L’ospite inatteso, considerato dal New York Times tra i 10 migliori albi del 2018, è un libro in cui un’idea semplice apre le porte alla luce e al colore della compagnia dei sorrisi, capaci di scacciare il grigio della paura e della solitudine. Composto con eleganza e misura, si confronta con l’ineffabile spontaneità dei bambini, con la loro tenera invadenza, il loro rispondere ostinatamente con azioni semplici e naturali ai volti chiusi, le labbra serrate, gli occhi preoccupati degli adulti.

71oDNWHaCrLTitolo: L’ospite inatteso
Autore: Antje Damm
Editore: Terre di Mezzo
Dati: 2019, 32 pp., 12,90 €

 

 

antje Damm
Antje Damm

Il lupo non verrà

81rIOwfVJwLLa copertina di questo albo illustrato racconta tutto, esasperando la quantità di informazioni che già fossero la metà sarebbe sufficiente. Puramente espressionista l’immagine ci racconta di un coniglietto solo e indifeso nel suo lettino, terrorizzato da un’ombra piuttosto netta che si staglia sul pavimento e ai piedi del letto: un lupo, minaccioso, ferino, incombente. È notte, le tende sono chiuse… Interviene il titolo a sviare le nostre certezze, Il lupo non verrà. A meno che non si legga prima il titolo e poi lo sguardo scenda sull’illustrazione di copertina, come forse è più naturale. Allora che Il lupo non verrà diviene una flebile e vana illusione, tutto considerato.

– Dormi, leprottina mia.
– Sei sicura che il lupo non verrà?
– Sicurissima.
– Come fai a essere così sicura?

Mamma lepre rimbocca le coperte alla sua piccolina, alla quale non basta la risposta apparentemente non impugnabile della madre che vede tutti i lupi spacciati sotto al fuoco dei cacciatori. La leprottina parte essa stessa con un fuoco dal ritmo sostenuto di obiezioni, accompagnate da risposte ferme, che cercano di ricondurre anche le più pressanti alla realtà dei fatti: il lupo non verrà.

Il lupo non verrà, di Myriam Ouyessad, Ronan Badel - 2019, Lo editions
Il lupo non verrà, di Myriam Ouyessad, Ronan Badel – 2019, Lo editions

Nel momento in cui la leprottina da il via alla danza del botta e risposta parte anche l’alternarsi di un contesto sicuro, racchiuso tra le pareti di una stanza accogliente nella pagina di sinistra, a un ambiente selvaggio, una pagina piena, a destra, dalla quale parte il lupo, per avvicinarsi domanda dopo domanda, sempre di più, in maniera sempre più rocambolesca e minacciosa, alla casa della piccina.

La tensione della storia sale e sale, per poi sciogliersi in maniera inattesa nel suo concludersi. Finale a sorpresa del quale si percepisce sentore quando le domande si esauriscono e con esse l’alternarsi visivo al cui ritmo ci eravamo piacevolmente abituati.

Il lupo non verrà, di Myriam Ouyessad, Ronan Badel - 2019, Lo editions
Il lupo non verrà, di Myriam Ouyessad, Ronan Badel – 2019, Lo editions

Amo moltissimo le storie che sembrano andare in una direzione e invece ne prendono tutt’altra, sorprendendo, divertendo. E anche quelle che ingannano l’occhio e instradano nella direzione più naturale, usando espedienti semplici, come una sedia sulla quale appoggiare i vestiti prima di andare a dormire, aggiungendo elementi e stratificando i piani della narrazione, che non tradisce l’ineffabile logica dell’infanzia e la premia con dolci, dolcissimi abbracci.

Il lupo non verràTitolo: Il lupo non verrà
Autore: Myriam Ouyessad, Ronan Badel (trad. Paola Gallerani)
Editore: Lo editions
Dati: 2019, 32 pp., 14,00 €

Kilobo l’elefante sporco

Ci sono storie che nascono così, per la strada, quando meno te lo aspetti: una piccola cosa attira il tuo sguardo mentre cammini fieramente diretto dove vuoi andare, la incontri con lo sguardo,  la raccogli toccandola, e appena l’hai tra le mani un contatto particolare è stabilito. Quelle prime sensazioni tattili ne disegnano alcune più sottili che trovano il loro cuore laddove fluiscono i pensieri e le parole nate per accompagnarli. Così per Kilobo, elefantino di pezza, sporco di fango e dei tanti giorni lontano da casa, consumato da un amore tenero durato a lungo, di bambino ora profugo, perduto in un campo sull’Isola di Lesbo dopo un viaggio infinito e difficile. Gli scherzi della vita.

Kilobo l’elefante sporco, di Daphne Bloumidis e Anna Georgiadou
Kilobo l’elefante sporco, di Daphne Bloumidis e Anna Georgiadou

Chi lo trova abbandonato al suo destino di perduto è Daphne Bloumidis, autrice dell’albo a lui dedicato, che in quel campo dona la sua assistenza a grandi e piccini stanchi, frustrati e spaventati, anche loro in qualche modo perduti. Attivista e fondatrice di associazioni internazionali che si prefiggono di organizzare e migliorare programmi educativi per immigrati e giovani, con particolare attenzione ai minori non accompagnati. È  lei che, raccolto, gli dedica la sua attenzione, le sue riflessioni e poi un racconto. A Kilobo un gioco di pezza, un elefante, un minore non accompagnato.

Kilobo l’elefante sporco, di Daphne Bloumidis e Anna Georgiadou
Kilobo l’elefante sporco, di Daphne Bloumidis e Anna Georgiadou

La voce narrante è quella di una nonna che incontrato un elefante, uno straniero, decide di portarlo a casa e di offrirgli ciò che reputa necessario: un buon bagno per pulirsi e rilassarsi, un’igienica strofinata ai denti per una buona accoglienza nel microcosmo di casa, una bella e sostanziosa cena e poi un letto, morbido, accogliente e pulito dove poter addormentarsi sicuro. Una casa.

Ma non tutte le case sono uguali nel mondo e soprattutto non tutti gli usi e gli oggetti quotidiani sono gli stessi.

Kilobo l’elefante sporco, di Daphne Bloumidis e Anna Georgiadou
Kilobo l’elefante sporco, di Daphne Bloumidis e Anna Georgiadou

Kilobo sonnecchia sotto a un albero, almeno così pare. Attorno a lui grandi e piccini impegnati nel gioco vociano in una lingua a lui sconosciuta. Quel che è chiaro, sin dal primo sguardo, è che Kilobo non è di quelle parti. Non vi appartiene né per caratteristiche, né per colore, né per la sporcizia di cui è macchiato. Come sia arrivato sull’isola e soprattutto da dove venga, Asia? Africa?, nessuno lo sa. Ma di certo non è nato lì. Se è arrivato sfruttando un passaggio, allungando una pensierosa passeggiata, in auto no, sicuramente, forse in un grande camion, nessuno lo sa e forse lo saprà mai. Ma è così stanco e fangoso, così sporco – forse pioveva durante il tragitto e il terreno era diventato poltiglia – che viene  fatto di pensare che durante il suo viaggio abbia trovato altri come lui coi quali giocare e rotolarsi nel fango e nella terra. Ma ora è lì, nel campo, sporco e bagnato, impossibile non notarlo, non desiderare di avvicinarlo, di invitarlo a casa, offrirgli un bagno caldo, in mezzo a tutta quella gente che per casa ora ha solo sé stessa. In fin dei conti ci sono pochissime cose di cui una creatura ha bisogno: sentirsi accettato, sicuro e amato. Sentirsi a casa. Essere a casa anche se casa non è.

Kilobo l’elefante sporco, di Daphne Bloumidis e Anna Georgiadou
Kilobo l’elefante sporco, di Daphne Bloumidis e Anna Georgiadou

Ma si sa tra grandi e piccini la storia è sempre quella del fare il contrario di ciò che viene chiesto o proposto. I grandi pensano cose che ai bambini sembrano strane, si tratta sempre di pretese impossibili e i grandi, dal canto loro,  pensano che i bambini siano assolutamente irragionevoli e testardi. 

Così se l’invito a seguirla a casa, nato dal cuore dal desiderio di accudire e offrire qualcosa di meglio di un rifugio, poteva non essere una cattiva idea sicuramente lo era fare il bagno, proprio inaccettabile, impossibile! Ci era voluto, come si dice, del bello e del buono ma poi tra mille bolle, in quell’acqua calda, confortevole, il bagno era stato anche divertente e piacevole. Ma non lo spazzolarsi i denti troppo grandi e lunghi per riuscire a usare un oggetto così piccino, difficile da impugnare. Solo offrendo parole dolci l’elefantino si lascerà aiutare. Il phon lo terrorizza, la salvietta non basta a coprirlo. A cena risulterà impossibile evitargli di afferrare la scatola dei biscotti e di riempirsi la bocca con avidità, ma un bambino può comportarsi bene innanzi a tutto quel croccante e fragrante? Solo un adulto può pensarlo. Un bambino si allunga verso il pigiamino più comodo da prendere senza pensare se può o meno indossarlo.

Kilobo l’elefante sporco, di Daphne Bloumidis e Anna Georgiadou
Kilobo l’elefante sporco, di Daphne Bloumidis e Anna Georgiadou

Solo un adulto può pensare è di questo o è di quello.  Forse all’inizio potrebbe non sembrare facile, ma sarà sorprendente incontrarsi nella curiosità reciproca, conoscersi, crescere assieme. Così come quel bimbo che appena nato non si conosce e poi, in una scoperta quotidiana e reciproca, diventa di casa.

unnamedTitolo: Kilobo l’elefante sporco
Autore: Daphne Bloumidis
Illustratore: Anna Georgiadou
Editore: Metaixmio, Atene, Grecia
Dati: 2017, 40 pp., lingua greco, €8,80

Costruttori di stelle

Costruttori di stelle è un Silent book il cui tono iniziale è tutto giocato sui toni del grigio, è come se ogni cosa fosse coperta da una patina di vecchio, di polvere e di cenere; è come se la luna e le stelle si fossero spente e il loro stesso calore, che si intuisce un tempo sfavillante, le abbia tinteggiate di ombra. C’è il grigio nebbioso della Luna, di uno spicchio di luna, e il giallo opaco di una serie di stelle che appaiono abbandonate, decadenti, appuntate su un manto di cielo plumbeo, sul quale si staglia il titolo dell’albo, che si mostra sfocato, restituendo le parole come farebbe un neon quasi esausto.

Costruttori di stelle, di Soojin Kwak - 2019, Carthusia edizioni
Costruttori di stelle, di Soojin Kwak – 2019, Carthusia edizioni

Un camion, che ha tutto l’aspetto di un camion della nettezza urbana, si sposta su una strada il cui margine è fatto di pochi alberi sottili. Dal suo carico buio e scuro si perdono, cadendo, 3 stelle. In realtà alla guida di quel camion c’è una donna sorridente, che apre la lettura a qualcosa di molto diverso da un contesto cupo. Si ritrova lo stesso volto sereno in un ufficio durante una riunione. Ci si concentra attorno al progetto di una stella il cui prototipo sta ben custodito in una teca e fa da ispirazione ed esempio.

Costruttori di stelle, di Soojin Kwak - 2019, Carthusia edizioni
Costruttori di stelle, di Soojin Kwak – 2019, Carthusia edizioni

Una fabbrica di stelle che svela passo passo, e per la prima volta, le loro origini meccaniche. Un albo dallo sguardo che ha una diversa prospettiva in cui, per una volta, il progresso e la scienza umana sembrano aggiustare piuttosto che guastare, in un tempo che sembra fatto di materia onirica, di desideri intensi, di ombra e poi di luce.

Costruttori di stelle di Soojin Kwak è il libro vincitore del Silent Book Contest 2019 – Gianni de Conno Award, primo concorso internazionale dedicato i libri senza parole. Soojin Kwak è un’illustratrice nata in Sud Corea e cresciuta in una famiglia numerosa, oggi vive a Seoul, città che ama anche per la sua complessità; le sue illustrazioni sono realizzate con pittura digitale e texture. Questo è il suo primo libro.

copertina.jpgTitolo: Costruttori di stelle
Autore: Soojin Kwak
Editore: Carthusia
Dati: 2019, 19,90 €

Museum

Il libro (Da un soggetto di un maestro dell’albo illustrato, Javier Sáez-Castán, illustrato da Manuel Marsol, da poco insignito del Premio Internazionale di Illustrazione alla Fiera del Libro di Bologna.) si apre senza proferire alcuna parola, in realtà strada facendo, e si incomincia proprio nell’abitacolo di una macchina con una lunga strada davanti da percorrere, sotto la guida preponderante dello sguardo, una voce piuttosto ferma si alza dalle targhette, che in questo caso, essendo parte integrante delle opere d’arte esposte, definirei cartellini.

Museum, di Javier Sáez-Castán e Manuel Marsol - 2019, Orecchio acerbo
Museum, di Javier Sáez-Castán e Manuel Marsol – 2019, Orecchio acerbo

Mi colpisce in copertina uno sguardo che già sembra volgersi al passato, alla strada percorsa (o a me che leggo?) nel riflesso nello specchietto retrovisore; si procede con le targhette che si fanno rilevanti all’interno del testo narrativo, incominciando proprio dal titolo in copertina che è esso stesso il principio della narrazione, il titolo dell’opera e un’indicazione della linea, o perlomeno una di esse, di lettura.MUSEUM cover.jpg

Non è ben chiaro se fosse nelle intenzioni dell’uomo alla guida dell’auto rossa, del furgoncino rosso, andare a visitare il museo o meno. La struttura che lo ospita sembra essere proprio la sua meta, ma in realtà è il furgoncino che si rompe a imporre la fermata proprio davanti al suo vialetto d’ingresso, sebbene la strada fino alla porta sembri essere praticata molto di rado, sia fitta di erba e a malapena se ne scorga il profilo. Ciononostante è l’unica traccia di urbanità nel raggio di molti chilometri, per cui, dandosi un’aggiustatina al cappello, L’uomo si incammina. S’avvia a far parte.

Museum, di Javier Sáez-Castán e Manuel Marsol - 2019, Orecchio acerbo
Museum, di Javier Sáez-Castán e Manuel Marsol – 2019, Orecchio acerbo

Giunto davanti al portone il punto d’osservazione si fa chiaro. Dalla finestra, in un gioco prospettico che richiama gli studi sulle profondità e sulla prospettiva lineare quattrocenteschi, dal riquadro della pagina si entra nella cornice della finestra, dalla quale si scorge un quadro, che dietro alle cortine di una tenda svela una signora vestita di rosso, che appoggia le sue mani su una gabbia che contiene un pappagallo. Si tratta di Chaty con pappagallo. Chaty sorride, il pappagallo meno.

Museum, di Javier Sáez-Castán e Manuel Marsol - 2019, Orecchio acerbo
Museum, di Javier Sáez-Castán e Manuel Marsol – 2019, Orecchio acerbo

Fortunatamente il museo è aperto. La porta ha uno spioncino che pare disegnato, oppure tradisce la presenza di qualcuno all’interno, un qualcuno dagli occhi cerulei. Sull’architrave campeggia una linea orizzontale di occhi, e ancora c’è un occhio che è come se stesse spiando dall’interno verso l’esterno dal buco della serratura. Una volta entrati si comprende quanto non fosse una semplice casualità, si comprende che gli occhi intravisti dagli spiragli, dagli spioncini riflettevano il cielo azzurro, riflettevano, rappresentandolo, ciò che guardavano.

Museum, di Javier Sáez-Castán e Manuel Marsol - 2019, Orecchio acerbo
Museum, di Javier Sáez-Castán e Manuel Marsol – 2019, Orecchio acerbo

Lo avevamo intuito, dal tratto che richiamava fortemente Magritte, che saremmo entrati in un luogo surreale e che avremmo letto di surrealtà. Infatti, i quadri alle pareti immergono l’uomo in un contesto fatto di presente, passato eventi di vita vissuta, che si fanno via via esperienza e quindi ancora rappresentazione e poi presente, vissuto.

Museum, di Javier Sáez-Castán e Manuel Marsol - 2019, Orecchio acerbo
Museum, di Javier Sáez-Castán e Manuel Marsol – 2019, Orecchio acerbo

Dal quadro esce il pappagallo, che entra in collisione con la realtà presente dell’uomo che lo guardava rappresentato, mentre nei quadri entra il camioncino rosso. Riconoscendolo, l’uomo ne è sconvolto; comprende in un solo frangente quello che noi sospettavamo: la sua esistenza si sta mescolando all’astrazione di quella appesa ai muri, i cartellini lo sottolineano ed esplicitano: la sua esistenza sta diventando rappresentazione e il processo è valido anche nel senso inverso, per cui, le rappresentazioni stanno diventando realtà. Gli occhi sbarrati raccontano la presa di coscienza, fatta da sguardi che rilevano che non ci sono solo essere innocui ritratti nei quadri appesi alle pareti ma anche occhi sbarrati dal terrore, bestie spolpate delle quali rimangono solo dei teschi adornati di fiori e una tigre feroce, che perlomeno è stata rappresentata così. Una tigre guardiana.

Museum, di Javier Sáez-Castán e Manuel Marsol - 2019, Orecchio acerbo
Museum, di Javier Sáez-Castán e Manuel Marsol – 2019, Orecchio acerbo

L’uomo cerca una via di fuga, ma senza alcuna spiegazione o prevedibilmente, il museo ora è chiuso. L’unica sua via d’uscita, l’unica sua salvezza, è di riuscire a interagire scientemente con il presente che gli si rappresenta davanti ed essere quindi artefice lui stesso dei dipinti futuri.

Le illustrazioni di Manuel Marsol sono dipinte su legno, il che conferisce loro una consistenza densa e porosa, che assorbe e restituisce i colori proprio come assorbono e restituiscono i quadri che esse raccontano.

Il finale è sorprendente. Due volte sorprendente. Anzi, se si aggiunge la quarta di copertina, il finale è 3 volte sorprendente.

MUSEUM coverTitolo: Museum
Autore: Javier Sáez-Castán, Manuel Marsol
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2019, 52 pp., 14,00 €

The Skeleton Tree

Una barca affonda lungo le coste dell’Alaska. A bordo si trovano il dodicenne Chris con suo zio Jack e un ragazzo di nome Frank, che lo zio gli ha presentato due giorni prima.the skeleton tree.jpg

Una barca affonda e si concretizza un naufragio in cui solo l’unico adulto che si manifesta in questo libro non sopravvive, anzi, muore in una circostanza che aggiunge dramma al dramma già in atto. La base di partenza è floridissima di pathos e avventura. Il luogo in cui i ragazzi vengono rilasciati dalle onde è ostile, non vi è anima viva, sono soli. Ed è questa solitudine, dinanzi alla grandezza e alla maestosa ostilità della natura selvaggia, che è il punto di partenza migliore per un romanzo che rientri perfettamente in ciò che cerco in una castaway story. Perché non l’ho detto, ma sono un’appassionata di storie di naufragi con pochi sopravvissuti che riescano a ricostituire se stessi e un mondo a loro misura anche negli ambienti meno accoglienti della Terra o assieme a compagni di sventura con i quali hanno ben poco da spartire e talvolta molto da temere. Ho incominciato con Robinson Crusoe, passando per Vita di Pi, Il signore delle Mosche…

In tutte le storie custodite nella mia memoria c’è un pattern nel quale si muove la struttura e il ritmo delle storie di naufragio. In Skeleton Tree anche, ma con qualche passo a vuoto che mi ha smarrita, lasciandomi senza scialuppa di salvataggioSi tratta, però, di opinione mia, falsata forse proprio dalle tante letture. The Skeleton tree rimane un bellissimo romanzo nel cui evolversi, però, i ragazzi non si evolvono.

Frank si mostra subito astioso, freddo, nei confronti di Chris, nonostante quest’ultimo faccia di tutto per esserne benvoluto, prima, perlomeno non maltrattato, dopo. Chris sembra avere la peggio ma di fatto sono vittime di un luogo che con è inospitale con entrambi in egual misura. Scoprono quasi subito una capanna abbandonata nella foresta e in essa trovano un rifugio che, per quanto piccolo e rudimentale, si mostra ricco di segreti e tracce fondamentali. Pescano salmoni su salmoni in previsione di un inverno che non tarda ad arrivare, senza però porsi con serietà domande su come conservarli, il che cozza con la consapevolezza di dover fare provviste. Sono queste alcune delle piccole incongruenze che hanno sospeso il mio giudizio del tutto positivo. Si tratta di un romanzo che rientra nella tradizione dei più intensi romanzi d’avventura da dispersi ma non ne contempla la stessa crescita, la stessa maturazione dei personaggi. Senza la loro crescita, che in qualche condizione c’è ma solo emotiva, tutto viene affidato alla fortuna, a un fato che li prende sotto la propria ala benevola di corvo e li protegge, cura e salva. Da soli, il loro destino sarebbe stato segnato.

C’è molta magia sulle coste selvagge dell’Alaska, c’è anche tantissima ferinità. Ferinità che esplode in maniera potente nella scena dell’orso che attacca e perseguita Chris (dopo aver già perseguitato altri con infauste conclusioni) e, ancora, c’è molto misticismo. Un albero imponente cui sono appese delle bare, piene di persone di cui si è persa memoria. Una statua di legno feticcio, portata a riva come un segno dallo Tsunami del Giappone (sì, c’è anche lo Tsunami) e la fede rinvigorente in ciò che gli adulti suggeriscono loro nei sogni.

E mentre i due ragazzi continuano a convivere sopportandosi, Chris stringe amicizia con il vero protagonista eroico della storia: il corvo. Sul quale ancora mi interrogo: a chi parlava ricordando? Di chi parlava con odio cieco seminando il terrore? Perché Chris non si sente inquieto, non ha paura di una voce, quella di un uccello, così inquietante e chiara? Quando gracchia con parole umane, esse sono le stesse che il corvo diceva al precedente abitante della capanna, il quale era forse crudele con lui? Si tratta di voci dall’oltretomba? Si tratta forse della stessa voce di Chris, che per mezzo suo esprime l’odio che da solo non riuscirebbe a esplicitare?

Il freddo si fa strada anche nelle speranze dei due ragazzi; il più grande si rivela tale svelando al minore il segreto dolorosissimo di una radice comune, e i salmoni marciscono a causa delle mosche. I due ragazzi si ritrovano nel sembrare perduti.

Io, da parte mia, avrei preferito meno ingredienti in questo romanzo che resta gustoso e che consiglio a ragazze e ragazze dagli 11 anni in su.

Titolo: The Skeleton Tree
Autore: Iain Lawrence (traduzione Christina Mortara)
Editore: Edizioni San Paolo
Dati: 2019, 288 pp., 18,00 €

La voce del Branco. Gli eredi

Mi chiedo se nell’immaginario di un ragazzo ci possa essere qualcosa di più attrattivo del trasformarsi in un lupo mannaro, del poter dare libero sfogo alla parte ferina di sé, allentando il controllo, lasciandosi dietro alle zampe formalismi e consuetudini.

Scrivere un altro libro con protagonisti i mannari, però, è impresa ardua. L’immaginario è colmo, rimane attrattivo, ma è colmo.

E invece La voce del branco si alza sonora grazie a Gaia Guasti che intreccia di felci, paura e libertà una trama originale che alla propria base ha la naturalezza del prendere gli eventi, anche quelli più complicati da metabolizzare, perché travalicano la sfera della realtà consueta, anche quelli che si complicano di mistero e tempo, anni, decenni.

Mila, Ludo e Tristan ogni anno si danno appuntamento alla Sorgente dei Lupi per festeggiare assieme i loro compleanni. Vivono tra le montagne e sono diversissimi tra loro, per carattere, per contesto familiare; ma un legame d’amicizia li lega profondamente, talmente tanto nel profondo che non meraviglia il loro agire di concerto, anche nei momenti in cui sembra ci si allontani, ci si perda.

Uno dei 15 novembre di festa, l’ultimo, accade qualcosa di inatteso, feroce: tutti e tre i ragazzi vengono attaccati da altrettanti lupi.

Li avevamo conosciuti quei tre lupi, giusto il tempo breve in cui hanno continuato ad esserlo, e sappiamo della presenza di una quarta lupa, per la quale è complesso non provare empatia, sebbene si intuisca che sarà proprio lei il nodo che non lascerà scorrere dolcemente il pettine dei loro fantastici destini.

Parallelamente al turbinio di sensazioni ed eventi che investe i tre protagonisti, nel bosco accadono delitti efferati che sembrano condurre in un’unica, plausibile, direzione. Eppure, i lupi ci insegnano che è bene sempre avere sotto naso più piste. Per non ritrovarsi senza vie di fuga.

Gaia Guasti fa proprio un lessico, quello del fantastico, thriller, horror, che non le è consueto ma le si addice. Ne consegue una lettura molto piacevole e serrata, immersa nel sottobosco, che del sottobosco restituisce tutti gli odori e mette in febbrile attesa della prossima avventura.

voce del branco.jpgTitolo: La voce del branco
Autore: Gaia Guasti (traduzione di Gaia Guasti e Sara Saorin)
Editore: Camelozampa
Dati: 2019, 232 pp., 15,90 €