Pinocchio prima di Pinocchio. E dopo?

È una Genesi laica, di legno e colori immensi quella che ha illustrato Alessandro Sanna, quella di Pinocchio.

All’inizio fu un magma primordiale dal quale si staccò un pezzetto ribelle di luce, probabilmente stanco di brillare nell’universo sconfinato. Velocissimo, e come ben deciso a farlo, atterra in un’esplosione bianca. Queste esplosioni di norma generano distruzioni; di norma. Ma questo pezzetto ribelle di universo no, questo ha seguito la lezione di Munari e genera un albero: da un tronco due diramazioni e da ciascuna altre due, fino a diventare sufficientemente ampio da attirarsi le invidie del cielo che lo colpisce con un fulmine e ne stacca via un ramo.

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Pinocchio prima di Pinocchio, Alessandro Sanna – 2015, Orecchio acerbo

Quando lo vedo, lì dritto, impettito, stagliarsi nell’aurora, o nel tramonto, lo immagino pronto a mirabolanti avventure. E non mi sbaglio: parte a grandi balzi. Non conosce mezze misure. Sembra felice, ma non pare Pinocchio, non vedo il naso lungo che, così di profilo, certamente salterebbe agli occhi. D’altra parte, da come capitombola e si diverte, sembra proprio lui. Non so… io continuo a seguirlo, e con una certa trepidazione, perché il ragazzino di legno si sta fidando ciecamente di un gatto e di una volpe, silhouette nere nella neve bianca, e s’avvia a passo sicuro verso una folla di altri legnosi, verso un bosco, che dal tanto danzare s’infiammano.

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Pinocchio prima di Pinocchio, Alessandro Sanna – 2015, Orecchio acerbo

Scappa! Scappa! Verrebbe da dire, e lo dico, trepidante, specie quando appare un’enorme figura che ingoia tutto, mangia fuoco, fiamme, mangia gli alberi. Il ramo corre, si bagna, si fa ramoscello di pace nel becco di una colomba, incontra un grillo e un gufo e un serpente. Io sono andata oltre, fino alla fine, che è un chiaro inizio. Ma mentre non voglio svelarvi altro, qualcos’altro voglio chiedere all’autore.

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Pinocchio prima di Pinocchio, Alessandro Sanna – 2015, Orecchio acerbo

1. Alessandro, la scelta di raccontare senza parole è dovuta al voler universalizzare, lasciare fuori dallo spazio e dal tempo, il rapporto tra il mito e il lettore?
R: Le parole sono nell’immagine. Potrei anche dire che le parole lasciano il posto ai respiri interni ed esterni di ognuno di noi. Senza parole mi sembra d’esser più libero e la libertà di comunicazione è sempre una chimera che inseguo nei miei libri d’autore.

2. Io ho ritrovato tra le pagine alcune citazioni. La prima, sebbene adattata a tutt’altro contesto, è de “Il Signor Bastoncino” di Axel Scheffler, un’altra è de “Il Piccolo Principe”,  il serpente e l’elefante. Ce ne sono altre, o invece, anche queste due sono “solo” l’ottimo risultato del dialogo che le opere autoriali innescano tra loro?
R: Tutte queste sono assolutamente citazioni appropriate, ma ci sono anche rimandi alla storia dell’arte da Giacometti a Mark Rothko oppure ai mediavali Duccio e Cimabue. Forse anche il cinema d’animazione di silhouette di Lotte Reineger.
La verità è però che tutte le conoscenze implicite ed esplicite sono fuori dalla mia mano quando disegno. Il libro infatti è una metafora dell’essere artista, con il serpente che mangia tutti e poi sputa dal sedere e anche con il pescecane che mangia tutti e rimette al mondo dalla bocca tutti i personaggi. Tutti noi siamo digerenti medium che buttano fuori, da ogni orifizio possibile, il conosciuto e il vissuto.

3. La narrazione, come l’evoluzione, come la vita stessa, è ciclica: si parte da un punto per tornare a un altro molto simile ma del tutto diverso e quindi ripartire: dopo la storia Prima, c’è quella di Pinocchio. E dopo?
R: Dopo c’è un’altra vita. il libro si doveva chiamare “La vita prima della vita” e “La vita dopo la vita”. Pinocchio è venuto a smorzare i toni. Quello che voglio raccontare con questo libro è la fragilità del bambino e precisamente del bambino in condizioni di vita costretta. Mi riferisco alla vita in ospedale di bambini ammalati e purtroppo con poche speranze. Quei bambini li ho visti e incontrati e da lì è partito tutto.

4. Per concludere, ti voglio fare una domanda che qualcuno mi ha suggerito di porti, anche se non svelerò mai chi!, perché della tua risposta non si può far senza: Alessandro, ma come fai a fare disegni così belli?
R: Lavoro tantissimo. Così tanto che anche la mano penso abbia un suo cervello e spesso devo ascoltarla. Grazie!

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Titolo: Pinocchio prima di Pinocchio
Autore: Alessandro Sanna
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2015, 64 pp., 17,50 €

Trovate questi libri tra gli scaffali del Giardino Incartato, libreria per ragazzi in via del Pigneto 303/c, Roma. Oppure, se non siete a Roma potete trovarci su Bookdealer o chiederci di spedire a casa vostra, lo faremo con molto piacere ricorrendo a Libri da asporto.

Cane e lupo, insoliti cugini, alle prese con cucciolo

Cane si veste perbene, vive in una bella casetta, è riflessivo e assennato. Lupo se ne va in giro vestito della sua sola pelliccia selvaggia e ne sa una più della volpe (che però in queste storie non c’è).

Lupo e cane. Insoliti cugini, di Sylvia Vanden Heede, M. Tolman  – 2015 Beisler editore
Lupo e cane. Insoliti cugini, di Sylvia Vanden Heede, M. Tolman – 2015 Beisler editore

I due sono cugini, ma molto insoliti, perché tra di loro non hanno in comune nulla se non una buona parte di patrimonio genetico e vivono avventure semplici, da cane e da lupo, ma molto divertenti, in cui lupo si mostra intelligente e cialtrone, talvolta un po’ dispettoso, e cane orgoglioso, paziente, con una propria personalità ligia, e come non potrebbe?, a se stessa.

Lupo e cane. Insoliti cugini, di Sylvia Vanden Heede, M. Tolman  – 2015 Beisler editore
Lupo e cane. Insoliti cugini, di Sylvia Vanden Heede, M. Tolman – 2015 Beisler editore

I due litigano, poi fanno pace, poi bisticciano ancora, come due veri amici, insomma! Sono 9 avventure in cui il testo (accompagnato da belle illustrazioni a colori) si sviluppa in verticale, come se si trattasse di una filastrocca. Il fatto che sia spesso in forma dialogica permette al giovane lettore di esercitare piacevolmente la lettura espressiva.

Cosa accade quando a turbare questo equilibrio perfetto tra i due insoliti cugini interviene un cucciolo? Beh, sin dalla copertina, in cui i due si fronteggiano digrignando i denti, si percepisce che ci saranno un po’ di disagio e rabbia da gestire e con i quali confrontarsi. Ma queste due anime che si compensano a vicenda, questa diversità di indole e approccio che trova nel digrignare i denti un punto di contatto e comprensione, saprà nutrirsi di umorismo, e momenti di riflessione tali da rendere le loro giornate alle prese con cucciolo, e di conseguenza le loro avventurose storie quotidiane di canini e pelo più o meno arruffato, spassose e coinvolgenti.

Cane, lupo e cucciolo, di Sylvia Vanden Heede, M. Tolman – 2020 Beisler editore
Cane, lupo e cucciolo, di Sylvia Vanden Heede, M. Tolman – 2020 Beisler editore

Lupo e Cane. Insoliti cugini è un libro edito nel 2015 ora in libreria in una veste rinnovata assieme a Cane, Lupo e cucciolo entrambi con una bella novità: ai racconti dal timbro allegro e musicale, arricchiti dalle illustrazioni guizzanti e colorate di Marije Tolman, si aggiunge la possibilità di ascoltare, con la voce di Cristiana Tollis, grazie all’app leggi e ascolta Beisler, in omaggio con l’acquisto del libro, ulteriore passo, zampa nella mano, verso la lettura autonoma.

[Questo libro fa parte della collana Leggogià in cui si usa un carattere più facile da leggere, si chiama Testme, che non affatica gli occhi].

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Titolo: Lupo e cane. Insoliti cugini
Autore: Sylvia Vanden Heede, M. Tolman (trad. Pignatti)
Editore: Beisler editore
Dati: 2015, 94 pp., 15,00 €

 

 

Beisler-Sylvia-Vanden-Heede-Cane-Lupo-e-Cucciolo-coverTitolo: Cane, Lupo e cucciolo
Autore: Sylvia Vanden Heede, M. Tolman 
Editore: Beisler editore
Dati: 2020,120 pp.  16,00 €

Trovate questi libri tra gli scaffali del Giardino Incartato, libreria per ragazzi in via del Pigneto 303/c, Roma.

Clara e le ombre

Questa storia è connotata fortemente e altrettanto fortemente radicata negli anni Ottanta. Sono di quell’epoca i vestiti, gli accessori, il walkman, la polaroid, ma soprattutto è l’atmosfera che ha il sapore di quegli anni e ne restituisce molto vivamente l’immaginario.

Siamo nel 1988 a Brattleboro, negli Stati Uniti. Clara è una dodicenne con un problema di salute che le grava sulle spalle complicando l’insicurezza che la perseguita. Molte delle sue paure sono quelle tipiche dell’età, così come l’inquietudine di certi momenti, però Clara ha dei persecutori sfuggenti e sinistri: da quando ha memoria attorno a lei orbitano delle ombre delle quali non riesce a liberarsi.

A tutto ciò si aggiunge che, dopo che la madre ha lasciato la famiglia, Clara cambia città assieme al padre. A Brattleboro l’ambiente le è ostile, a scuola si ritrova in un contesto respingente ma, con una certa consolante, naturalezza, Clara viene accolta da un gruppo di ragazzi con i quali scoprirà di avere molte cose in comune e grazie ai quali, assieme, riuscirà a fronteggiare più di un mistero.

In Clara e le ombre, graphic novel per ragazzi, scritto da Andrea Fontana e disegnato da Claudia Petrazzi, c’è un filone forte e attrattivo per i ragazzi e le ragazze che è quello dell’inquietudine, del mistero, della paura sottile e insinuante. Sono storie molto amate e cercate in libreria come tra le serie tv (e il nesso con Stranger Things è naturale) e infatti, cosa altrettanto naturale per i comics, si struttura come un film, ne ha il respiro. Non solo per i temi ma anche per il ritmo, così come per la scelta della palette di colori.

Clara e le ombre, Andrea Fontana e Claudia Petrazzi, Il Castoro

A scuola, luogo classico di tensione e salvifico al contempo, Clara incontra Alex, Robert, John, Anthony e con essi anche una parte di se stessa, con la quale si confronta, come in uno specchio, e grazie alla quale, insieme, riusciranno a ricomporre certezze ed equilibri.

Ormai qualche mese fa ho intervistato gli autori di questo libro. L’intervista è visibile sulla pagina Facebook del Giardino Incartato.

Trovate questo libro tra gli scaffali del Giardino Incartato, libreria per ragazzi in via del Pigneto 303/c, Roma.



Camping

Camping è un silent book che si colloca a metà strada tra il realismo più icastico e il surrealismo più onirico. Ci sono, in apertura, due campeggiatori che si scambiano picchetti storti,  come avviene sempre di dover fare anche ai campeggiatori più accorti, ne manca sempre uno; un sub che mentre indossa la muta salva la sua intimità grazie al provvidenziale tronco di un albero; papà che leggono mentre badano ai bimbi più piccoli, mamme che fissano e tendono i pali della tenda.

E un nano di terracotta dallo sguardo guardingo, che pare tutto supervisionare dall’alto di un tavolino con vaso da fiori (ci si accontenta in mancanza di un giardino). E sin qui siamo nella realtà.

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Eilika Mühlenberg, Camping – 2020 Pulce edizioni

Poi a tenderci la mano del surrealismo è il nano stesso, forse non di terracotta ma certamente amico del nonno con bambino al camping al lago in roulotte, perché nelle pagine successive li accompagna in spiaggia, munito di paletta, mentre poche stuoie di lato è stesa al sole un’anatra dal collare, attrezzata di ciabatte e sportina.

Mentre la realtà si mescola con il sogno, si alza il vento. Ce lo dicono i capelli del figlio dei fiori un po’ nerd e un po’ pirata, ce lo dicono i giunchi che si piegano verso l’acqua, ce lo dice la manica a vento tesa verso est. Sotto alla superficie del lago ancora non se ne è accorto nessuno, sopra invece qualcuno sta già in allerta. Anche il protagonista di questa storia ariosa e vivace: il coccodrillo gonfiabile che sorride sornione con l’aria di chi sa già come andrà a finire.

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Eilika Mühlenberg, Camping – 2020 Pulce edizioni

Una folata e vola, vola talmente in alto che nessuno riesce a riacciuffarlo. E nel caos che si genera e morde la coda tra tutte le stravaganze che affollano le tavole a pagina piena e doppia a noi interessano le sorti degli occhiali da vista del signore che pescava sul molo, che interessano all’anatra ma luccicano e fanno gola alla gazza, ma possono essere utili al coccodrillo, per orientarsi meglio nel nuovo elemento in cui si muove. E al signore col cappello da pescatore tornano nei bagni in comune, laddove il realismo impera e la surrealtà diventa semplice stramberia a opera dei campeggiatori. Si fa chiarezza tra animali gonfiabili e in carne e ossa. Non fosse per il nano da giardino che si lava i denti.

Come nel più classico dei Wimmelbuch persino il quadro entro cui si svolge l’azione brulica, di curiose bizzarrie, di avventure, di piccoli accidenti quotidiani che colorano ogni angolo, anche il più nascosto, di fantasticheria. E il coccodrillo? Beh, lui continua a sfoggiare il sorriso sornione e si gode il finale, di cui conosceva già la colorata allegria.copertina

Eilika Mühlenberg, Camping – 2020 Pulce edizioni

 

 

Als wir allein waren

Immaginiamo di chiedere cortesemente a una bambina o a un bambino di cambiarsi d’abito; di lasciare quegli indumenti colorati che indossa, probabilmente selezionati con cura e scelti da sé, che piacciono, rendono particolare, riconoscibile, in uno stile, in un carattere, in un gruppo. Per indurlo a indossare una divisa, un abito scuro che rende simile a tanti altri, che smarrisce la personalità di ognuno a favore del gruppo dove si è solo un numero.

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Als wir allein waren, David A. Robertson, Julie Flett – Little Tiger Verlag, Gifkendorf, 2020

Che reazione potrebbero avere una bambina o un bambino a questa richiesta? Pensiamo poi di dire loro che debbono tagliarsi i capelli: la bambina rinunciare a lunghe trecce segno di cura e complicità con un’altra donna o con chi la accudisce, e al bambino di rinunciare a un ciuffo desiderato e curato, a una lunghezza segno di pazienza e tenacia, ai suoi riccioli parte di sé, suo orgoglio. Poniamo poi di proporre loro di cambiare lingua cominciando noi a parlarne una nuova, incomprensibile, sollecitando con scherno una reazione a una parola secondo noi, nota, chiara nel significato.

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Als wir allein waren, David A. Robertson, Julie Flett – Little Tiger Verlag, Gifkendorf, 2020

Quindi poniamo di chiedere a una bambina e a un bambino di: non vestirsi come desidera e come gli piace di più; di tagliarsi i capelli e di non parlare più la propria lingua. Tutto suonerebbe alle orecchie dei bambini alquanto bizzarro. Certo, nel trascorrere dei giorni l’abito si cambia spesso scegliendo in grande libertà e i capelli si tagliano con una certa ciclicità, abitudine divertente solo se vi si concede qualche bizzarria, nel gioco si possono inventare e parlare capendosi molte lingue. Ma se tutto questo non fosse gentilmente chiesto e neppure annunciato ma fosse un sopruso, una libertà di una persona su un’altra? Se i bambini fossero presi, spogliati dei loro vestiti e obbligati a indossare divise scure che li fanno sembrare nubi in tempesta, i loro capelli tagliati a forza senza sentir ragione e vederli poi sparpagliati sul pavimento come erba falciata, morta, ché l’orgoglio è cosa da soffocare.

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Als wir allein waren, David A. Robertson, Julie Flett – Little Tiger Verlag, Gifkendorf, 2020

David Alexander Robertson sceglie questi tre esempi banali ma molto sottili, di cui ogni bambino ha esperienza, per raccontare in modo semplice il concetto di libertà e sopruso. Nato e cresciuto a Winnipeg in Canada è oggi autore trasversale per bambini, ragazzi e adulti e membro della Norway House Cree Nation ovvero fa parte di un’etnia così detta minore, la sua famiglia appartiene ai nativi canadesi delle Prime Nazioni. Popoli che hanno subito soprusi, violenze, a cui sono state sottratte le terre, i bambini, la lingua e la propria cultura, che passava anche attraverso abiti dai colori sgargianti e festosi e dai capelli lunghi e lisci, che fanno sentire forti e orgogliosi, segno distintivo di appartenenza, tradizione passata da donna in donna da madre in figlia. E lo fa raccontando, con massima cura, tenera soavità, di un pomeriggio passato con la nonna.

Una Kókom (nonna in cree) che indossa abiti colorati, un golfino viola sopra un’ampia gonna a grandi disegni rossa e arancione, dei calzetti rosa intenso. Gli ancora lunghi, lunghissimi capelli neri, acconciati in una lunga treccia sono per la piccola Nósisim (nipote) come un ramo rampicante. Così in un pomeriggio che profuma di abitudine, tra giardino e orto, una bambina domanda alla nonna il perché di quegli abiti così luminosi dai tessuti ben disegnati, il come di una treccia così lunga ancora, il perché di tanto tempo passato con lo zio a parlare fitto, fitto, a guardarsi negli occhi e prendersi le mani. Così una nonna che era stata una bambina a cui si era cambiato d’abito, tagliati i capelli, parlato in un’altra lingua, separato prima dalla famiglia e poi da suo fratello, racconta ad altezza bambino ciò che mai aveva avuto il coraggio di raccontare. Inginocchiate a sistemare un’aiuola, ravvivando il terriccio, sradicando le erbacce, rimuovendo i fiori secchi. Sorseggiando del buon té caldo chiacchierando amorevolmente. Non più sola, tra ricordi del color della terra e un oggi nuovamente colorato e con la sua famiglia. Ci sono modi gentili per parlare anche degli argomenti più difficili ai bambini.

Quando eravamo soli, pone l’accento sull’identità, sull’espressione di sé e sull’esperienza, vuole portare a riflettere in modo non traumatico sulla perdita della propria identità che passa per i capelli, dai vestiti, dalla propria lingua e dal vivere nella propria comunità.

copertinaTitolo: Als wir allein waren
Autore: David A. Robertson, illustratore Julie Flett, traduzione dal francese Christiane Kayser
Editore: Little Tiger Verlag, Gifkendorf, Germania 2020
Prima edizione Highwater Press, Winnipeg, Manitoba, Canada 2016
Dati: 2020, 40 pp, lingua tedesco

La voce di carta

Ascolta chi sei, dice il sottotitolo dell’ultimo romanzo di Lodovica Cima, e pare un invito anche per chi legge. Una voce sussurrata che ricorre spesso a richiamare la giovanissima protagonista, Marianna, a se stessa, a quanto di forte in essa ci sia, a quante risorse abbia.

Perché gli adulti in principio paiono non ascoltarla, la sua voce, tutt’altro. Arrivato il momento, la stagione giusta, la mettono a parte del viaggio che dovrà compiere, della nuova vita che dovrà affrontare, lontano dalla casa che le è familiare, dai fratelli, dai genitori. Per lavorare a Lecco, giovanissima, ingenua, fragile, povera. Marianna deve andare a lavorare in una cartiera e sarà ospite in un convitto di suore, tutto quello che guadagnerà dovrà spedirlo a casa. Lei è frastornata, impaurita, eppure dispone se stessa alle nuove contingenze e cresce. Sin dall’istante in cui monta sul carretto che l’accompagna a Lecco, cresce.

Anche la zia Ada aveva abbandonato la cascina di campagna per la vita di città ma non per obbedire alla volontà paterna, piuttosto per sfuggirle, alla ricerca di una vita dissoluta per i più, libera per sé e per Marianna. È sua la voce che sussurra alla ragazza di restare vigile, accogliente, di preferire le reazioni di pazienza a quelle irose, di prendere al volo le occasioni con intraprendenza, senza risparmiarsi, di cercare con determinazione le strade verso la libertà, la coscienza di sé. È la zia Ada, forse, che parla; è Marianna.

Dopo l’arrivo a Lecco trionfa il bianco. Bianco è il colore della carta, bianco è il colore degli stracci sudici che la generano, persino di quelli. Bianchi sembrano i pensieri, lucidi e trasparenti come certi fogli e certe limpide sensazioni, d’amicizia, d’amore. Porosi, vellutati al tatto, come certi fogli e certe determinazioni che portano una ragazza di campagna, sul finire dell’Ottocento a un’avventura quotidiana di formazione e crescita.

Marianna scrive e prima di allora impara, faticosamente, a farlo, e così facendo scrive di suo pugno, sulla carta che ha faticosamente contribuito a creare, da sola, la propria esistenza.

Una storia ben narrata, dal lessico accogliente, un romanzo di formazione che consiglio a ragazze e ragazzi dai 10 anni in su.cop

Un gioco da ragazze

Un gioco da ragazze. Che poi sono tre, piccine per l’età, ragazze per l’intraprendenza fantastica. Due gemelle e la loro cugina in visita a casa della nonna, una volta d’autunno, un’altra d’estate. Arrivano che è mattina, per andar via che è sera, dopo esser state nella giungla, in barca ed essersi esibite in capriole spettacolari sulla pista di un circo.

Un gioco da ragazze, di Alessandra Lazzarin, 2020 Orecchio Acerbo
Un gioco da ragazze, di Alessandra Lazzarin, 2020 Orecchio Acerbo

In barca riesci ad andare se il vento è in poppa, riesci ad andarci perbene; e se le vele sono robuste. Bisogna fissarle e tenderle, ci vuole forza, organizzazione. Quelle perfette, che raccolgono tutti i soffi possibili per raggiungere mete lontane, la sera possono anche far da lenzuola, volendo. Basta un ‘oplà!’.

Un gioco da ragazze, di Alessandra Lazzarin, 2020 Orecchio Acerbo
Un gioco da ragazze, di Alessandra Lazzarin, 2020 Orecchio Acerbo

Gioca al gioco dell’immaginazione, Alessandra Lazzarin, e lo fa con un tratto delicato e tenue che si sposa bene con una palette di colori brillante e vivace.  Anche l’acquerello fa bene il suo in questa storia che mescola la fantasia con la realtà, valicandone i confini. Il colore pare agire audacemente, fino a quando non incontra il tratto della matita che lo contiene, dandogli corpo e forma. Proprio come avviene con le bambine, che nel raccogliere mucchi di foglie secche, in autunno, valicano il confine del cortile di casa della nonna per ritrovarsi in un bosco del quale si percepisce l’incanto non tanto per il proliferare di animali selvatici, ma nello sguardo delle tre, che quegli animali selvatici leggono docili.

Un gioco da ragazze, di Alessandra Lazzarin, 2020 Orecchio Acerbo
Un gioco da ragazze, di Alessandra Lazzarin, 2020 Orecchio Acerbo

Scene quotidiane che divengono vividi scenari immaginari e un’ultima che chiude la narrazione, nella quale eravamo entrati con una capriola, mescolando i due piani.

Un gioco da ragazze, di Alessandra Lazzarin, 2020 Orecchio Acerbo
Un gioco da ragazze, di Alessandra Lazzarin, 2020 Orecchio Acerbo

La vena narrativa delle giornate trascorse a casa coi nonni è sempre feconda, Alessandra Lazzarin l’aveva già esplorata con il suo lavoro d’esordio “Grilli e rane“, illustrando le mie parole di avventura, tempo libero di trascorrere senza intralci, libertà. Mi pare di scorgere in “Un gioco da ragazze” gli stessi occhi felici.


cop_un_gioco_da_ragazzeUn gioco da ragazze, di Alessandra Lazzarin, 2020 Orecchio Acerbo

 

 

 

 

Hai la mia parola

Con ‘hai la mia parola’ si intendono più cose. È, per cominciare, una dichiarazione di fedeltà, è un giuramento, di quelli che raramente si infrangono, perché solo a dirlo la consapevolezza della serietà dell’impegno è un sigillo. È una dichiarazione d’amore: tu che mi ascolti sai che qualsiasi cosa io dirò lo farò anche per te; se sarai fragile, dirò parole forti, se sarai avventata ne dirò di caute. Io per te. Oppure a parti invertite potrebbe intendersi come se qualsiasi cosa io possa dire è tua, riflette un tuo pensiero.

Infine, se a parlare è una sorella e ad ascoltare è l’altra, e si sostengono e amano a vicenda allora ‘hai la mia parola’ è la frase perfetta per descriverne il legame ed è un titolo altrettanto calzante per un romanzo che sulla parola e la consapevolezza del suo uso si innesta e cresce.

HAI-LA-MIA-PAROLALe due sorelle si chiamano Nera e Mariagabriela, ma di Nera nessuno dice a voce alta il nome, la chiamano la zoppa, la storta, piuttosto. Mariagabriela è bellissima e mite, la vita all’aria aperta però l’ha resa robusta, forte, le sue radici di bambina orfana di madre e figlia di contadini, invece, la rendono socialmente fragile e quindi preda perfetta per i soprusi dei vili. Nera ha imparato a leggere, ciò l’ha resa consapevole e ribelle, capace di usare le parole per difendersi, come una risorsa per sfuggire alle angherie, per salvare, dalla sorte disgraziata cui pare destinata, la sorella.

Ci sono una matrigna crudele e ottusa, un padre debole e manipolabile; c’è la povertà che tutto ammanta di disperazione e limita le scelte. E infine l’amicizia, l’amore, i legami tra i deboli che diventano catene resistentissime capaci di rivalsa. È una fiaba drammatica e perfetta, con la forma del romanzo. Anche i capitoli girano attorno alle parole e da esse si muovono, una parola, un titolo, per ogni lettera dell’alfabeto e tre parti che sembrano andare in direzioni diverse e infine tutte in una convergono, ‘hai la mia parola’, per sempre.

Nera si muove per le terre di un’isola aspra, che è la Sardegna, con un amico fedele e dei compagni animali (una capretta e un gatto) che vivono con essi d’amore e gratitudine; fa delle parole e della sua capacità di narrarle la propria salvezza, dando luogo a una protagonista indomita e fiera, capace di grandi slanci d’amore, di sacrifici, di coraggio.

Un romanzo avventuroso e pieno, capace anche di un finale non scontato.

Kolysanka na cztery, Ninna nanna per quattro

Kolysanka na cztery, letteralmente Ninna nanna per quattro, è una ninna nanna scandita da quattro tempi: uno, due, tre e quattro.

Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska - Wydawnictwo Wolno, 2018
Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska – Wydawnictwo Wolno, 2018

È giunta l’ora, come sempre puntuale anche in questo giorno, tutto si predispone a quel momento, al sonno: si prepara la camera ad accogliere un bambino, ogni suo angolo è tranquillo nessuno lo disturberà, è un luogo sicuro. Non è più tempo di suonare e le corde del violino si zittiscono. L’amico cane porta un libro, la storia della sera, lo regge con delicatezza tra le sue fauci e poi, dopo che il bambino lo ha preso, sbadiglia vigorosamente stirandosi.

Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska - Wydawnictwo Wolno, 2018
Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska – Wydawnictwo Wolno, 2018

Il letto è pronto e le pantofole sono vicine, in ordine. Anche il tavolo è in ordine e le ruote dell’automobilina giocattolo hanno smesso di stridere e anche il suo pilota è impegnato in un grande sbadiglio. Le zampe del cane riposano finalmente, dopo tanto correre e saltare sul suo cuscino fresco e morbido, nell’angolo della camera scelto per lui, le allunga come per rilassarle, prima di sistemarsi su un fianco e, con uno sbuffo, addormentarsi.

Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska - Wydawnictwo Wolno, 2018
Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska – Wydawnictwo Wolno, 2018

Allora anche il bambino si sdraia nel suo letto, legge un poco il libro portatogli dal suo amico cane, nella sua piccola testa spunta qualche domanda, quelle che sorgono solo la sera, quando la vista s’appanna e la palpebre non hanno più la forza per stare su: quanti angoli ha il libro? Come la coperta, naturalmente. E quanti il cuscino? Come il libro, hanno la stessa forma. Uno sbadiglio spalancato – uno, due – e poi la coperta si arrotola, si accomoda al corpo del bambino come a chiudersi su di esso, per avvolgerlo in un abbraccio, anche il libro si chiude – tre e quattro – così come gli occhi e le orecchie che finalmente riposano senza ascoltare più né rumori né suoni. La stanza si addormenta. E il gioco è fatto!

Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska - Wydawnictwo Wolno, 2018

Il testo brevissimo, sostenuto da illustrazioni che alternano parti tracciate a riga e squadra a parti in collage per lasciare bambino e cane in morbida matita, scandisce un ritmo che va dall’uno al quattro, come una formula magica, un ritornello ipnotico, una cantilena per chi è abituato a cantare per far addormentare i propri bambini, che induce al sonno. L’ambientazione gioca tra reale e surreale, le prospettive cambiano i punti di vista di doppia pagina in doppia pagina così che è come girare attorno ad una scatola, guardare da fuori dentro la finestra, scoperchiarla e guardare dall’alto, entrare per guardare fuori, abbassarsi per guardarsi negli occhi. Così la prima illustrazione svela il gioco. Un cane scodinzola entrando in una porta socchiusa, il pavimento è di legno e le pareti sono bianche, la prospettiva inganna l’occhio che vede una camera in una casa ma questa camera ha il tetto e al suo interno, sulla scrivania è appoggiata una scatola che mostra il coperchio alzarsi e una finestra in tutto uguale a ciò che da fuori stiamo osservando.

Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska - Wydawnictwo Wolno, 2018
Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska – Wydawnictwo Wolno, 2018

Le poche cose disegnate, il tavolo, il rettangolo del letto, la cassettiera, potrebbero essere gli oggetti di una casa di bambola, un gioco interrotto per prepararsi al sonno, in una camera del tutto identica al gioco. Una scatola nella scatola dove ognuno ha la sua storia e trova il suo sbadiglio: sbadiglia il cane, la bambola che guida l’auto, il signore nel quadro accanto al mulino appoggiato sulle nubi con le pale ormai silenziose come quello che si vede al di là della finestra, sbadiglia il bambino. A poco a poco tutto tace esattamente come dentro alla scatola: le corde del violino zittiscono, le zampe del cane si rilassano, le gambe del tavolo, non più sospinto e tirato, trovano finalmente un posto, le ruote dell’auto quietano la loro corsa, le pale del mulino il loro ronzio.

Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska - Wydawnictwo Wolno, 2018
Kolysanka na cztery, di Iwona Chmielewska – Wydawnictwo Wolno, 2018

La porta si chiude come gli occhi del bambino. E in una busta di un bel cartoncino dal morbido color avorio dove è stata disegnata è aperta una finestra, la stessa della casa uguale a quella della scatola, scivola il libro che trova il suo posto, anche a lui la sua scatola. Quel che appare alla finestra è il bambino che suona il violino guardando una frasca fuori dalla finestra. Che sia mattino o poco prima di dormire, che batta l’uno o il fatidico quattro sta al lettore immaginarlo.

Titolo: Kolysanka na cztery
Autore: Iwona Chmielewska
Editore: Wydawnictwo Wolno, Lusowo, Polonia 2018
Dati: 2018, 40pp, rilegatura a punto metallico, lingua polacco, 11,22€