Sonata per la Signora Luna

Sonata per la signora Luna, di Philip C. Stead, Erin E. Stead - 2019, Babalibri

Una ragazza di nome Harriet Henry suona il violoncello. I genitori vorrebbero che si esibisse per quanto è brava, ma Harriet non ama suonare davanti a una platea, non ne sopporta nemmeno l’idea. Preferisce crearsi uno spazio solitario in cui suonare solo per se stessa.

Lo immagina proprio a sua misura, quello spazio, lo sogna perfettamente arredato secondo i suoi gusti, si accomoda in quell’astrazione e suona.

Sonata per la signora Luna, di Philip C. Stead, Erin E. Stead - 2019, Babalibri
Sonata per la signora Luna, di Philip C. Stead, Erin E. Stead – 2019, Babalibri

Ciononostante, sebbene, cioè, riesca a ritagliare fermamente i propri spazi, Harriet è dentro di sé cosciente della condizione effimera in cui per sua mano si pone, e la frustrazione per questa consapevolezza tocca le corde più fragile della sua anima e le suona con rabbia. Una rabbia che la porta a scagliare oggetti verso qualsiasi fonte di disturbo, anche il verso di un gufo, inconsapevole di riempire con suo verso una solitudine scelta e ricercata.

Sonata per la signora Luna, di Philip C. Stead, Erin E. Stead - 2019, Babalibri
Sonata per la signora Luna, di Philip C. Stead, Erin E. Stead – 2019, Babalibri

Harriet non aveva intenzione di colpire il gufo.
“Voglio solamente stare da sola” pensò. Si sedette per la terza volta e cercò di trasformare il rimorso in una nuova tazza di tè.
Prima che ci riuscisse, però, la casetta si riempì di fumo. In fretta e furia Harriet fece da sé un secchio, lo riempì d’acqua e lo rovesciò nel camino. Dopodiché corse fuori.

Come spesso accade nei libri della coppia Stead (Philip ed Erin), le astrazioni intime, le fantasie dei protagonisti, agiscono assieme al contingente reale; il fumo opprimente del senso di colpa va a sua volta soffocato con un secchio d’acqua, liberatorio, creato anch’esso da sé. Il sé intimo mette con le spalle al muro e poi libera, creando una via di fuga.

Sonata per la signora Luna, di Philip C. Stead, Erin E. Stead - 2019, Babalibri
Sonata per la signora Luna, di Philip C. Stead, Erin E. Stead – 2019, Babalibri

Harriet esce fuori, quindi. È questo il momento in cui avviene l’incontro con la Signora Luna. L’immaginazione, che fino a questo momento, era stata riparo e ripego diventa qui compagnia. Harriet cerca di contrastarla ma è forte, capace, accogliente. E l’atmosfera di  olio soffuso e morbido di Erin Stead le rende il compito più semplice. I colori tenui avvolgono con delicatezza Harriet e fanno da controcanto perfetto alle parole di Philip, e viceversa, perché non c’è una melodia principale e una secondaria in quest’albo, che consiglio a chiunque insegua un sogno bellissimo, a chiunque abbia timore della sua bellezza.

Sonata per la signora Luna, di Philip C. Stead, Erin E. Stead - 2019, Babalibri
Sonata per la signora Luna, di Philip C. Stead, Erin E. Stead – 2019, Babalibri

51ujpaJDHOL._SX318_BO1,204,203,200_Titolo: Sonata per la signora Luna
Autore: Philip C. Stead, Erin E. Stead (traduzione di Cristina Brambilla)
Editore: Babalibri
Dati: 2019, 40 pp., 13,00 €

Il balcone

Il balcone, di Kalina Muhova, Atanas Dalchev - 2019, Tunuè

Surreale che non sia data a sé stessi la possibilità della luce, dell’aria. Surreale la sensazione che avvolge nel momento in cui si svela la presa di conscienza dell’indifferenza, del non saper guardare oltre, del non cercare l’altro e l’altrove.

Il balcone, di Kalina Muhova, Atanas Dalchev - 2019, Tunuè
Il balcone, di Kalina Muhova, Atanas Dalchev – 2019, Tunuè

Smarriscono gli ultimi versi della poesia di Atanas Dalchev, Il balcone (1928), e lo fanno con disinvolta mestizia, instillano con naturalezza una nostalgia dura a dissolversi.

Come, come è mai possibile che gli abitanti di una casa, vivi, eppur ciechi, non abbiano mai alzato il capo a guardare oltre, un po’ più in su rispetto alla propria testa? Che non si siano mai posti il perché ci fosse un balcone e ancor più non avessero desiderato accedervi, affacciarsi.

È bello, il balcone, di pietra e ferro battuto, antico. Comune, certo. Come comuni sono i  passeri che vi hanno trovato casa e ristoro, loro sì, lungimiranti.

Il balcone, di Kalina Muhova, Atanas Dalchev - 2019, Tunuè
Il balcone, di Kalina Muhova, Atanas Dalchev – 2019, Tunuè

È vero, come ho letto ha dichiarato l’illustratrice, Kalina Muhova, che di questa poesia ha fatto un silent book, è condivisibile, che l’illustrazione sia tra le arti visive quella più vicina alla poesia, anche come forma narrativa, aggiungo io, i dettagli come il tono, la forza o la leggerezza del tratto come il timbro. Ma certe parole messe l’una di fianco all’altra, poste come per caso con l’uno o l’altro accento riescono a sfidare anche la più perfetta delle sculture, abbracciando quindi anche lo spazio attorno, che di alcune è parte d’opera, divenendo imperiture.

e in una notte piovigginosa
la gronda sua quadrata riunisce
due girovaghi che assieme riposano
dopo un tempo lungo e triste.

Si chiude con la poesia cui si ispira, posta lievemente su un’illustrazione a doppia pagina in cui, finalmente, un padre e una bambina sollevano il capo e pongono lo sguardo laddove non era mai stato. Si chiude nella speranza, che dà seguito ai versi che si concludono non lasciandola.

Il balcone, di Kalina Muhova, Atanas Dalchev - 2019, Tunuè
Il balcone, di Kalina Muhova, Atanas Dalchev – 2019, Tunuè

Inizia, invece, con il simulacro di quello che era un balcone, sul quale sono due uccelli di un nero pieno, come i ghirigori del ferro battuto che fa loro da trespolo, rifugio, casa. S’abbeverano alla pioggia che disseta e nutre anche i semi sopravvissuti nei vasi incolti, di cui nessuno si cura. Su di esso si muovono l’ombra dei rami di un albero e il vento. Oltre alle zampe degli uccelli quel balcone non conosce calpestio.

Il balcone, di Kalina Muhova, Atanas Dalchev - 2019, Tunuè
Il balcone, di Kalina Muhova, Atanas Dalchev – 2019, Tunuè

Certe foglie, ostinate, tentano di entrare in casa, portate da quel vento, ma si scontrano sempre con il muro. Oltre quel muro una famiglia di animi che si intendono rigidi. E una bambina che quel rigore rompe e interrompe, facendo entrare la luce, aprendosi a ciò che non conosce, ancora, con uno strumento appuntito e forte: una penna. Che può creare varchi inattesi, inaspettatamente. Sempre.

balconeTitolo: Il balcone
Autore: Kalina Muhova, Atanas Dalchev
Editore: Tunuè
Dati: 2019, 40 pp., 15,00 €

Come in un film

Come un film davvero, di quelli in cui ci si ritrova spesso alle prese con il dubbio che possa esserci un lieto fine, che tutto possa risolversi. Perché Maite Carranza struttura la narrazione con crescendo sapienti, i quali raggiungono climax che paiono risolutivi, nel bene e nel male, per poi ripiegarsi nella normalità ormai filmica del quotidiano e far abituare il lettore a un nuovo ritmo, che a sua volta prende di nuovo inaspettatamente a crescere. E così via, fino a un finale che sì, è dolce, ma porta con sé un carico pesante di sofferenza e amarezza che, pur risolte, richiedono fermamente di decantare, negli animi come nei pensieri di chi legge.

Olivia ha tredici anni, vive con la madre, un’attrice che ha conosciuto un momento di celebrità per il ruolo da protagonista in una telenovela molto seguita, e il fratello, Tim, bambino insicuro un po’ pauroso, che, con tutta la forza e l’ingenuità dei suoi sette anni, sarà la chiave di volta di tutte le loro vicende.

Manca il papà, quello che solo Olivia ha conosciuto, un uomo che Olivia ricorda sorridente e premuroso, italiano, di nome Filippo, partito in guerra quando la madre aspettava Tim e mai più tornato, e quello che lo è stato per entrambi, Sergi, giocherellone e cuoco provetto, fino a quando per ragioni a loro incomprensibili, li aveva lasciati. Mancano i papà, dunque, ma mancano anche i nonni, i parenti, mentre c’è, forte, l’amicizia, così come la generosità di alcuni adulti sconosciuti, che si contrappone, con sollievo, all’arida indifferenza di altri.

Quando la produzione decide di eliminare Eva, il personaggio interpretato dalla mamma, la famiglia di Olivia piomba nella povertà più assoluta. Quella in cui non si ha nulla da mettere nel piatto, per intenderci, e la mamma orgogliosa e allegra svanisce sotto al peso delle preoccupazioni per far spazio a un’altra, che soffre e soffre fino ad ammalarsi di depressione.

Ci sono delle sere in cui mangiamo un pezzo di pane e basta. Lo tagliamo in tre pezzi e diamo quello più grosso a Tim. È il più piccolo e deve crescere.

So che siamo poveri, ma questa parola mi risulta molto strana e non so dirla ad alta voce.

Senza nemmeno averne piena coscienza, Olivia si fa carico di ogni cosa: di proteggere tutto soprattutto; e tutti. Una parvenza di vita normale che tenga lontani i brutti pensieri e gli assistenti sociali; il fratello, la madre. Con lo slancio e l’amore di un’adolescente, con la stessa ingenua caparbietà.

Tim ha paura, non si spiega il perché non abbiano il frigo pieno, il perché non abbiano nemmeno il frigo, l’elettricità, il riscaldamento. Fa molte domande. Le risposte avrebbero un tono e un impatto devastante, per cui Olivia s’inventa un copione, un copione scritto da ‘produttori segreti’ e la loro vita diventa un film. E loro attori in piena parte. E tutto sembra più semplice, sebbene ogni cosa si complichi.

Ciò che colpisce in questo romanzo è il realismo dell’approccio, del tono e dei fatti, che irrompono pagina dopo pagina con una naturalezza che non potrebbe essere tale se non fosse vera. Come vera è la sofferenza patita da certe famiglie nel silenzio e nell’ombra, come vera è la malattia della mamma, che soverchiata dalle difficoltà economiche e dal muro della burocrazia pare perduta, ma è solo smarrita; come vera è la dolcissima testardaggine, la cura, il coraggio di questa ragazzina come tante altre ragazzine.

Sebbene la copertina racconti tutto questo in parte, scegliete di leggere questo libro, intenso, doloroso e brillante. Come la realtà.

71uEcCPWk0LTitolo: Come in un film
Autore: Maite Carranza
Editore: Il Castoro
Dati: 2019, 186 pp., 13,50 €

La Poya

La Poya, di Fanny Dreyer - 2017, La Joie de Lire, Genève

La Poya in Svizzera è l’atto della salita delle mandrie all’alpeggio e il nome che definisce le opere, siano esse dipinti, illustrazioni o fotografie, che la rappresentano. Nelle comunità montane delle Alpi è un momento attesissimo non solo per il folklore della festa con le mucche, con corone di fiori tra le corna, campanacci lucidi o dipinti a smalto dai colori sgargianti, dai collari lavorati a fuoco ma anche per i bambini: un vero e proprio rito di iniziazione alla vita autonoma e solitaria del pascolo, a una vita tutta al maschile, per la prima volta lontano da casa.

La Poya, di Fanny Dreyer - 2017, La Joie de Lire, Genève
La Poya, di Fanny Dreyer – 2017, La Joie de Lire, Genève

Una di quelle immagini che se sei bambino e hai vissuto sulle montagne svizzere, o ti ci recavi per le vacanze, resta impressa profondamente nel tuo immaginario. Non è raro ritrovare le montagne, gli animali, la vita dei villaggi, le tradizioni, negli albi svizzeri dedicati all’infanzia. C’è molta attenzione al loro ambiente e a che la tradizione resista anche solo come ricordo del cuore. E questo è un libro che colpisce sin dalla sua copertina per l’allegria che trasmette, per quell’aria montana che vi soffia, per quel movimento continuo, a serpentina, per quel sentimento così bambino che è gioia e nostalgia insieme. Per le mucche che placidamente si seguono, in fila indiana, per quelle genziane e stelle alpine e per quei pastorelli tra una mucca e l’altra, intenti in quel cammino. Per quelle ghirlande appoggiate una vicina all’altra che paiono il motivo dei piccoli nastri di passamaneria tirolese.La Poya, di Fanny Dreyer - 2017, La Joie de Lire, Genève

Qualcosa si sta preparando. I fiori si sono fatti belli, i verdi più intensi. È ora di partire per l’alpeggio. Un bambino, con lo zuccotto blu e la tipica camicia rossa e bianca delle comunità svizzere, saluta Lise che, riconoscendolo, con quel passo che solo le mucche, pachidermi domestici, riescono a cadenzare in quel modo, gli si fa incontro. Lui è il suo pastorello da quando era piccola, sono cresciuti insieme e questo è il loro primo alpeggio. C’è molta tensione nell’aria, l’emozione che comporta la sacralità del momento e il timore che crea un gorgo nella pancia. In lontananza i ding ding dei campanacci, di chi sta già brucando l’erba primaverile fresca e dolce di linfa zuccherina. Il piccolo pastorello emozionato incorona la sua mucca: chissà se così abbigliata e bella avrà meno paura la piccola Lise!

La Poya, di Fanny Dreyer - 2017, La Joie de Lire, Genève
La Poya, di Fanny Dreyer – 2017, La Joie de Lire, Genève

Ecco ora sono tutte pronte: Lise, Pâquerette, Rose e tutte le altre. sono così belle, delle regine vestite a festa! La salita comincia. Una in seguito all’altra si incamminano un attimo prima in un gruppo disordinato e poi ognuna sulla strada, seria, composta. In quel serpentone si intravedono cavalli, muli, pastori grandi che guidano con sicurezza, conoscono le parole per convincere ad accelerare il passo, a stare in fila, e poi i piccoli pastori. Il cammino è lungo, qualcuno a sera si addormenta in groppa al suo amico animale. Qualcuno intona una canzone, i bambini incoraggiano le mucche a seguitare, un passo dopo l’altro, la strada sembra non finire mai, ma siamo quasi arrivati! Qualcuno ha sonno e male ai piedi. Arriveremo presto? Oggi, domani, dopodomani. La prima volta l’alpeggio è sempre il più lontano.

Ma quando si arriva a quel pianoro verde, tutti sono contenti, anche Lise! Qualcuno ha però mal di pancia, il lavorio tutto interiore del timore della prima volta lascia spazio, ora che si è arrivati in cima, a quel dolorino sommesso e profondo che chiederebbe casa, il proprio letto, la mamma e una tazza di latte caldo. Tre mesi, quando si è occupati a conoscere i fiori, contare il bestiame, rincorrersi nei prati inseguiti dai cani pastori, imparare a fare il burro, ma soprattutto il formaggio, passano veloci e presto arriva il giorno in cui l’aria si rinfresca, le mucche verranno caricate delle provviste del loro latte e la camicia sarà un po’ più corta e stretta; il cammino riprende ora verso valle.

La Poya, di Fanny Dreyer - 2017, La Joie de Lire, Genève
La Poya, di Fanny Dreyer – 2017, La Joie de Lire, Genève

Il tempo è passato velocemente, non c’è più traccia di mal di pancia nel riabbracciare la mamma, nel tornare al villaggio, e in groppa a Lise si può riflettere assieme che quando qualcosa si starà ancora preparando, quando i fiori saranno nuovamente belli, si riprenderà il cammino…

La Poya, di Fanny Dreyer - 2017, La Joie de Lire, Genève
La Poya, di Fanny Dreyer – 2017, La Joie de Lire, Genève

Con molta delicatezza Fanny Dreyer, autrice e illustratrice, mette in scena una piccola Poya. Per farlo, il libro a fisarmonica si srotola per un metro e settanta centimetri di lunghezza davanti e dietro. Mucca dopo mucca il cammino è reso dalle fila di animali che si spostano un po’ verso destra è un po’ verso sinistra su più file. Andata e ritorno in un inizio d’autunno già piovoso.

Il testo corre come un sottotitolo al piede della pagina e mentre l’illustrazione descrive ciò che succede, anche nella realtà, le parole raccontano di come ci si sente a essere pastori bambini ad affrontare un viaggio che è un cammino è cammino di vita.

IMG-3843Titolo: La Poya
Autore: Fanny Dreyer
Editore: La Joie de Lire, Genève
Dati: 2017, leporello, lingua francese, 18,00 €

Le avventure di Pinocchio

Le avventure di Pinocchio, Carlo Collodi, Illustrazioni Luca Caimmi - 2018, Orecchio acerbo

Le avventure di Pinocchio: testo integrale di Carlo Collodi; illustrazioni di Luca Caimmi; personaggi dal mare, nostrum ed esotico; ambientazioni marchigiane e un formato (con cofanetto) elegante, da sera.

Le avventure di Pinocchio, Carlo Collodi, Illustrazioni Luca Caimmi - 2018, Orecchio acerbo
Le avventure di Pinocchio, Carlo Collodi, Illustrazioni Luca Caimmi – 2018, Orecchio acerbo

Nella postfazione di Faeti si scoprono dei legami incredibili tra questo Pinocchio acquatico e il Pinocchio classico così come siamo abituati a immaginarlo. Allo stesso modo le ambientazioni, dichiaratamente marchigiane, così come marchigiano è Luca Caimmi, si coniugano alla perfezione con il tono della storia. Molte le notti infernali, molta la luce, netto il contrasto tra l’uno e l’altro opposto. In entrambi i casi nelle tavole in acrilico dominano i blu, che si muovono assieme in un ritmo che ricorda quello della risacca: creano un unico racconto coerente e ritmico, ma sono ciascuna anche un quadro a sé stante, con una propria funzione e un proprio effetto, tassello di una corrente marina comune.

Le avventure di Pinocchio, Carlo Collodi, Illustrazioni Luca Caimmi - 2018, Orecchio acerbo
Le avventure di Pinocchio, Carlo Collodi, Illustrazioni Luca Caimmi – 2018, Orecchio acerbo

La sensazione prima che comunica Pinocchio/narvalo, uscito dal mare per diventare burattino, marinare la scuola, farsi infinocchiare dal Gatto e la Volpe, mettersi seduto sulle ginocchia del temibile, e sempre terrificante, Mangiafoco è che nonostante sia fuori dal suo elemento naturale, continui a muoversi in esso. In molte illustrazioni i protagonisti sembrano essere come in un acquario: contenuti tra pareti blu si muovono in quel blu, vi nuotano.

Anche in Rondinella. Storia di un pesce volante (Rondinella, di Luca Caimmi, Nuages) la protagonista abbandona il suo habitat naturale per sperimentarne un altro del tutto diverso, completamente differente. Si annullano tutte le limitazioni fisiche e queste creature fuori contesto invadono gioisamente mondi che non sono i loro vivendoli appieno, colorandoli di vitalità, di azione, di avventura.

Un libro magico che ci ricorda che tutte le storie nascono dal buio e che ogni infanzia è fatta di finzione visionaria.

Le avventure di Pinocchio, Carlo Collodi, Illustrazioni Luca Caimmi - 2018, Orecchio acerbo
Le avventure di Pinocchio, Carlo Collodi, Illustrazioni Luca Caimmi – 2018, Orecchio acerbo

E sta qui, nella finzione visonaria e nel buio, il legame fortissimo che il Pinocchio reinventato (ma con solide radici) da Caimmi costruisce con quello di Collodi. Le bugie del resto sono più semplici se non dette in piena luce.

Pinocchio, CaimmiTitolo: Le avventure di Pinocchio
Autore: Carlo Collodi, Illustrazioni Luca Caimmi, postfazione Antonio Faeti
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2018, 168 pp., 28,00 €

Il mio Salinger

Il mio Salinger, di Valentina Grande ed Eva Rossetti - 2019, BeccoGiallo

Valentina Grande, insieme a Eva Rossetti, è autrice del raffinato graphic novel Il mio Salinger, che, per mezzo della voce della prima moglie del romanziere americano, Sylvia Welter, racconta del loro amore, di quanto fu difficile e intenso, controverso anche nei ricordi: all’epoca D. J. Salinger era un giovane soldato americano (di origini ebree) che risentiva di un grave disturbo post traumatico, considerato che fu tra i primi a entrare nel campo di concentramento Kaufering IV. Quello che vide lo tormentò per anni ma non gli impedì di avere la presenza per entrare nelle fila di coloro i quali avevano il compito di indagare e segnalare sui nazisti che si nascondevano tra i civili nel dopoguerra.

Il mio Salinger, di Valentina Grande ed Eva Rossetti - 2019, BeccoGiallo
Il mio Salinger, di Valentina Grande ed Eva Rossetti – 2019, BeccoGiallo

Da qui, probabilmente, il tarlo che cominciò a rodere la storia damore con Sylvia sin dall’inizio, giacché su di lei non si dissipò mai l’ombra che fosse collusa con in nazisti, che facesse addirittura parte della Gestapo. Il passato oscuro di Sylvia contibuì ad allontanarli ma molto contò anche l’ambizione non compiuta del giovane Salinger, quando ancora era lungi dall’essere l’acclamato autore del Il giovane Holden.

La palette di colori, che alterna il virato seppia agli azzurri e ai grigi, conferisce a tutta la narrazione un tono nostalgico, sfumato che restituisce intensità a un matrimonio breve (durò solo 8 mesi) ma vero, sofferto, certamente vissuto.

I balloon partono dalle labbra e si muovono nell’aria come fumo di sigaretta, conferendo alle parole che contengono un senso sfuggente misto tra il ricordo e l’oblio.

Come tutti i ricordi, si sfumano col passare del tempo, fissando elementi per perderne altri, rendendo più morbidi certi contorni e affilarne, appuntirne altri. Questa narrazione rende bene la frammentarietà di un passato controverso e doloroso, toccato però da un amore grande, di cui nessuno ha saputo per anni.

il-mio-salinger-cover-e1511177733115Titolo: Il mio Salinger
Autore: Valentina Grande, Eva Rossetti
Editore: BeccoGiallo
Dati: 2019, 146 pp., 19,00 €

 

 


Questa è una recensione per celebrare il #MaggioDeiLibri in seno alla traccia: Dove sei giovane Holden? A cento anni dalla nascita di J.D. Salinger.

 

Il grande libro degli uccelli

Christiaan Seep e suo figlio Jan Christian erano due naturalisti tedeschi che vivevano ad Amsterdam; assieme decisero di realizzare un volume a carattere scientifico enciclopedico. L’incontro con Cornelis Nozeman, un pastore di anime appassionato di uccelli, fu provvidenziale: in 59 anni crearono un volume costosissimo e prezioso in cui catalogavano, con un metodo che seguiva regole caotiche e bizzarre, 200 specie di uccelli con corredo di più di 250 disegni.

Il grande libro degli uccelli di Bibi Dumon Tak - 2019, Rizzoli
Il grande libro degli uccelli di Bibi Dumon Tak – 2019, Rizzoli

Il tomo originale, a causa di quelle bizzarrie di cui parlavo prima, e che aveva come unica linea quella di mettere assieme e considerare solo gli uccelli olandesi, non segue un ordine di nessun tipo: non si precede per famiglie, non si procede per ordine alfabetico, non si procede per habitat… si inserivano le nuove specie man mano che si consegnavano i materiali; si apriva però, per scelta, essendo stata la prima voce ad arrivare alla “redazione”, con la ghiandaia (era il 1770) e si chiudeva col cigno (nel 1829), per puro piacere estetico.

Il grande libro degli uccelli di Bibi Dumon Tak - 2019, Rizzoli
Il grande libro degli uccelli di Bibi Dumon Tak – 2019, Rizzoli

Bibi Dumon Tak mantiene dell’originale questa caratteristica, sebbene sia stata necessaria una cernita, affidata al caso, per cui dei 200 uccelli raccontati nell’originale ne sono rappresentati in questo libro 30.

Scopriamo quindi come la ghiandaia sia un uccello molto intelligente capace persino di riprodurre qualche suono, oltre ad avere un programma di canto molto vario, sebbene non sia un uccello noto per le sue capacità canore; che si tratta di un uccello  stanziale, si nutre di ghiande, insetti, nidiacei dei passeriformi, uova e che nidifica sugli alberi, prediligendo  rami robusti che siinnestano vicini al tronco.

La caratteristica più affascinante del cigno reale, invece, è che un uccello molto silenzioso, non emette starnazzii, cinguettii, gridi. Nel momento in cui si avesse la fortuna di incontrarne qualcuno che vola a bassa quota, si potrebbe percepire un suono simile a un fischio, che il cigno non emette però col becco:  è un suono simile a un soffio di tromba e lo emette ad ogni colpo d’ala.

Il grande libro degli uccelli di Bibi Dumon Tak - 2019, Rizzoli
Il grande libro degli uccelli di Bibi Dumon Tak

Le illustrazioni sono quelle originali e sono straordinarie; osservandole si comprende la complessità del lavoro compiuto e della fatica della sua realizzazione oltre che il perché di una gestazione così lunga: il disegnatore la base che l’incisore riportava su lastre di rame che ricoperte di inchiostro venivano impresse su carta e infine colorate dai pittori. Bibi Dumon Tak, un’autrice olandese di libri per ragazzi specializzata in opere di divulgazione, correda il risultato di questa catena d’arte con curiosità e aneddoti, usando un tono che pur rimanendo nell’ambito della scienza porta con sé ironia e umorismo .

copertinaTitolo: Il grande libro degli uccelli
Autore: Bibi Dumon Tak
Editore: Rizzoli
Dati: 2019, 80 pp., 25,00 €

Rien faire

Rien faire, di Magali Bonniol - 2003 Lutin poche de l’école des loisirs

Ogni cosa tende alla tranquillità. Il bianco della pagina che sospende tutto come in una bolla, i colori complementari mai squillanti, anzi acquosi, il luogo familiare. Una bambina, quasi un paggio medievale dai semplici panni che indossa: blu la gonna, verde la maglia. E un caschetto biondo che pare tagliato proprio con la scodella! Non c’è un suono.

Rien faire, di Magali Bonniol - 2003 Lutin poche de l’école des loisirs
Rien faire, di Magali Bonniol – 2003 Lutin poche de l’école des loisirs

Nours – l’orso amico – sta seduto sui gradini di un fuori che lambisce un giardino, il sole splende e il suo muso è dritto come a voler cogliere dell’arietta fresca sul naso. Che farà Nours lì? Nulla, non fa niente, sogna. Eppure al sole, in una giornata in cui le nubi corrono, ci sarebbero molte, moltissime cose da fare! Mostrare le dita dei piedi al sole, per esempio, e liberarle dal buio delle calze e da quel luogo costretto che sono le scarpe. Mostrarle al sole e a Nours. Che lui di dita non ne ha. Muoverle veloci, allargarle tutte e farvi passare attraverso l’aria. Immergerle nell’erba fresca del prato e afferrarne i verdissimi fili! Strapparli proprio lì dove c’è un piccolo fiore. E mostrarlo a Nours, che lui proprio non lo può fare. E giocare con le mani, dar vita a un coniglio piegando e nascondendo le dita e… giocare a far le ombre!

Rien faire, di Magali Bonniol - 2003 Lutin poche de l’école des loisirs
Rien faire, di Magali Bonniol – 2003 Lutin poche de l’école des loisirs

Passare alla bocca facendo grandi palloni di saliva. Giocare con tutto ciò che si ha a disposizione, seduti lì fuori a piedi nudi accanto a un orso amico che, per quanto si sforzi – e si sforza tanto! -, non ha dita nelle sue zampe per giocare o per strappare l’erba, né bocca adatta a fare bolle. Si possono fare davvero molti giochi senza bisogno di nulla se non di sé stessi, senza bisogno di allontanarsi da casa, senza bisogno di altri. Certo, se non di Nours, che ora se ne sta lì tutto imbronciato. Lì seduto sul gradino di pietra dove prima, senza fare niente, prendeva l’arietta al naso. Ma Nours muove le orecchie come nessuno sa fare: come muove lui le orecchie neppure un tecnico delle orecchie in un film d’animazione! Nessuno può competere! Ecco cosa sa fare Nours.

Rien faire, di Magali Bonniol - 2003 Lutin poche de l’école des loisirs
Rien faire, di Magali Bonniol – 2003 Lutin poche de l’école des loisirs

Su quella terrazza al limitare del prato è la lentezza che dà il ritmo alla giornata, ai giochi e ai pensieri. Non c’è nulla da fare, in una mattina di sole, in una casa con un prato, il proprio orso e il tempo che rallenta, il ritmo che cambia. Se è così allora si può rivolgere maggiore attenzione alle cose che ci circondano: ai fili d’erba, a un piccolo fiore, alle nubi che corrono veloci spinte dal vento. Starle a guardare. Alle proprie dita, a Nours che non le ha, si tratta qui di osservazione scientifica. Si può stare in un piccolo spazio, quello che serve per stare seduti su sé stessi, ci si può stirare, tendere, alzare. Abbassarsi e risedersi, raccogliendo bene le gambe;, girarsi e appoggiare i piedi sulla pietra, e ascoltare. Vivere in modo saggio e rallentare.

Rien faire, di Magali Bonniol - 2003 Lutin poche de l’école des loisirs
Rien faire, di Magali Bonniol – 2003 Lutin poche de l’école des loisirs

Anche i bambini hanno bisogno di un tempo lento, di aspettare nulla e nessuno, semplicemente stare lì in attesa. Indugiare per sognare. Assaporare ogni istante e riconoscere in quell’amico dalle orecchie semovibili proprio quell’amico lì. Quale? Quello che sdraiandoti sulla pietra del terrazzo, chiudendo gli occhi al sole cerchi con la mano per accomodarlo sulla tua pancia e con lui stare sdraiato dondolando un piede, braccia raccolte sotto la nuca. Perché comunque a fare niente son bravi bambini e orsi allo stesso modo. E comunque c’è già molto da fare nel non fare nulla!

IMG-3716Titolo Rien faire
Autore: di e illustrato da Magali Bonniol
Editore: Lutin poche de l’école des loisirs, collana Les lutins
Dati: 2003, 31 pp, lingua francese, 5 €

[Leslie’s Bridge, una rubrica curata da Marina Petruzio]

Il bimboleone e altri bambini

Belli questi Tantibambini, per citare Munari; sono tanti e diversi, sono vitali, imperfetti, unici, si muovono sulla pagina nel pieno delle loro peculiari identità, di una pienezza che è sfumata al contempo, che arriva e poi sfugge, che gioca in armonia con la pagina e con il lettore, che non fatica a riconoscersi in un bimbo o in quell’altro ma anche in questo qui. Proprio questo qui.

Il Bimboleone e altri bambini, di Gabriele Clima, Giacomo Agnello Modica - 2019, Edizioni Corsare
Il Bimboleone e altri bambini, di Gabriele Clima, Giacomo Agnello Modica – 2019, Edizioni Corsare

Ci sono il bimboGATTO e a seguire un bimboPESCE. Non sono in relazione ma sembrano comunque connessi, così come il bimboTARTARUGA e il bimboLEPRE lo sono altrettanto per essere tra di loro esattamente opposti.

Il Bimboleone e altri bambini, di Gabriele Clima, Giacomo Agnello Modica - 2019, Edizioni Corsare
Il Bimboleone e altri bambini, di Gabriele Clima, Giacomo Agnello Modica – 2019, Edizioni Corsare

Le illustrazioni di Giacomo Agnello Modica ricordano quelle di Norman Rockwell, altrettanto plastici, altrettanto scanzonati, altrettanto coloriti i suoi bambini: gote tonde e rosse, occhi dalle ciglia da cerbiatto, capelli che rubano la scena con bionde, brune, rosse cotonature, ciuffi, trecce, sbuffi.

Il Bimboleone e altri bambini, di Gabriele Clima, Giacomo Agnello Modica - 2019, Edizioni Corsare
Il Bimboleone e altri bambini, di Gabriele Clima, Giacomo Agnello Modica – 2019, Edizioni Corsare

Distanti dagli adulti, che come in alcuni dei cartoni animati di Hanna e Barbera degli anni ’40, sono semplici comparse accessoriali, al massimo entrano in scena per mezzo di un paio di piedi, una figura fino all’ombelico, e compaiono nella loro interezza solo quando cambia radicalmente la prospettiva e si arriva alla domanda conclusiva, quella che tutti i bambini lettori si aspettano e alla quale tutti, tranne forse il bimboPESCE e il bimboRICCIO, non vedono l’ora di dare una risposta

E tu?
Tu, dimmi un po’…
Che bimbo sei?

Fino a questo momento la prospettiva è solo dei bambini, che ammiccano al loro se stesso animale, d’istinto, di vicinanza, di cura; attraverso il loro sguardo tutto il resto è reso genuinamente dalla matita e dagli acquerelli, e il punto di vista degli adulti non entra, oppure lo fa silenziosamente accogliendo i consigli di Gabriele Clima che sa che

Per far contento un bimbo leone devi…
lasciarlo ruggire, solo un pochino.
Poi sarà lui a farti le fusa.

60275487_2149017265389340_6105942867698515968_nTitolo: Il Bimboleone e altri bambini
Autore: Gabriele Clima, Giacomo Agnello Modica
Editore. Edizioni Corsare
Dati: 2019, 18,00 €, 32 pp.

Dove sono tutti?

Quando ho parlato di Remy Charlip su queste mie pagine ho sempre sottolineato come fosse meravigliosa e sorprendente la capacità di piroettare in egual misura e con egual talento tra il tratto della matita e le volute nell’aria. Parlavo di ritmo ma anche di approccio al foglio, parlavo di gestione dello spazio e di repentini cambi d’azione resi con la stessa maestria, la stessa consapevole, autorialità.

Dove sono tutti? di Remy Charlip - 2019, Orecchio acerbo
Dove sono tutti? di Remy Charlip – 2019, Orecchio acerbo

Remy Charlip, ballerino prima che illustratore e narratore ballerino poi. Nel caso di Dove sono tutti (prima edizione 1957, Where is everybody?), invece, prima che alla danza ho pensato al teatro, perché anche il teatro entra nel bagaglio di Charlip. Sin dalle primissime pagine, che sono bianche, eccetto per il segno grafico lasciato dal testo, quattro parole e un punto, in fondo a destra.

Ecco un cielo vuoto.

Quelle quattro parole così semplici e così efficaci mi hanno chiarito sin da subito che quello che stavo per leggere mi sarebbe piaciuto, e molto.

Quel vuoto aperto e ampio mi raccontava di altre decine di pieni che l’avrebbero presto popolato. Perché non si arriva al tutto di cui mi parlava il titolo se non partendo col niente.

Dove sono tutti? di Remy Charlip - 2019, Orecchio acerbo
Dove sono tutti? di Remy Charlip – 2019, Orecchio acerbo

E infatti, pagina dopo pagina, uno alla volta, entrano in scena, con una breve descrizione in parole della loro azione, cose, persone, animali. Incomincia un uccello, e poi il sole. Giallo. Giallo Charlip, come già avevamo visto in Mio miao. Il mio unico specialissimo gatto. E sfogliando, di pagina in pagina, nuovi elementi si aggiungono alla scena, elementi che danno un margine al vuoto riempiendosene e colmandolo, con linee semplici, tratti neri a volte rinforzati dalle proprie definizioni o adornati dalla loro descrizione.

Le pagine bianche si riempiono di elementi che appaiono in scena distribuendosi con equilibrio sul foglio, fino a creare un quadro scenico composto da un fiume, una casa, il sole, un bosco… in cui si muovono sulla riva un uomo, un bambino e un cervo, in cielo l’uccello, e nel fiume un pesce.

Dove sono tutti? di Remy Charlip - 2019, Orecchio acerbo
Dove sono tutti? di Remy Charlip – 2019, Orecchio acerbo

Fino a quando una nuvola nera passa nel cielo. E tutti se ne accorgono, si fermano, alzano la testa verso su attraverso l’aria che va scurendosi. E tutto da bianco vira al grigio pieno e denso. Così come uno ad uno erano apparsi, allo stesso modo scompaiono: l’uccello, il cervo, il pesce… dove sono tutti?

Il tratto è dei bambini, elegante e raffinatissimo, il sentire allo stesso modo. Remy Charlip governa la semplicità in maniera disarmante e perfetta. Rileggerei della creazione di questo piccolo mondo, di questo giorno il cui sipario è una cortina di pioggia, ogni mattina, per cogliere l’ineffabile anche dal mio quotidiano e restituirgliene, sempre.

Dove sono tuttiTitolo: Dove sono tutti?
Autore: Remy Charlip
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2019, 13,00 €, 48 pp.